Skip to main content

Full text of "Sulle arie, sulle acque e sui luoghi : trattato politico-medico-statistico d'Ippocrate"

See other formats


k 


/ 


m 

I 


■  "•  •ttfz;  ■,■> 

Ufi 

Hi 

;Sp§  j 

-d:>  .:i*>YV*. 

..>  $  .>-  .«•« ,  >r-  >r  v;^  ©.,- 

<J     LIBR 

THE  Itt 

|1     OF    I 

ARY       OF     1>R 

UVERSITY 

LLINOISJ 

■■3iSM 

Va* 

|j|! 

■  3r 

w 

iti» 

om  th:  library  of 

1 1  >P 

i^ 

WVCANID»GA5VLDAKA 

tV\CHA  SIX>  J921 

mBS>< 

881 
H7«ìe.Ic 


Digitized  by  the  Internet  Archive 

in  2012  with  funding  from 

University  of  Illinois  Urbana-Champaign 


http://archive.org/details/sulleariesulleacOOhipp 


SULLE  ARIE,  SULLE  ACQUE  E  SUI  LUOGHI 


POLITICO-BIEDICO-STATISTICO 

PRIMA  TRADUZIONE  ITALIANA 

t 

CON   NOTE 

DEL    DOTTORE 

GIOVANNI  CAPSONI 

DIRUTTORE   DEGLI    SPEDALI    Df    BERGAMO 


MILANO 

COI  TIPI  DI  PAOLO  ANDREA  MOLINA 

Contrada  dell' Agnello,  N.'}  9G5 
1850, 


t 


ULv  Idkotz. 


Già  sono  molti  anni  da  che  i  Politici,  gli  Statisti 
ed  i  Fisiologi  presero  in  serio  esame  questo  capo 
tY  opera  del  grande  Ippocrate ,  e  se  lo  proposero 
a  modello  riguardandolo  qual  fonte  di  luce  e  gui- 
da maravigliosa  nel  grande  argomento  dell'  in- 
fluenza eh'  esercitano  sull'  uomo  il  clima  e  le  co- 
se che  lo  circondano.  Ne  li  più  grandi  Geografi 
antichi  e  moderni  altro  fecero ,  che  seguirne  i 
principj  v°lendo  filosoficamente  trattare  la  pro- 
pria scienza,  come  i  più  felici  e  rinomati  medici 
ebbero  a  confermarne  Y  utilità  trovandosi  debi- 
tori a'  precetti  sparsi  in  questo  libro  delle  cogni- 
zioni felicemente  acquistate  a  vantaggio  della  pra- 
tica e  della  fama  loro.  Già  il  suo  merito  aveva 
fatto  a  sé  rivolgere  i  talenti  e  le  fatiche  di  uo- 
mini sommi,  ma  in  quest'  epoca  in  cui  si  vede  di 
qual  importanza  sia  la  statistica  in  generale  e  la 
medica  in  particolare  alla  salute  ed  al  miglior 
essere  dell'uomo,  e  come   coloro    che    sono   alle 


6 
cose  pubbliche  preposti  da  quella  conoscano  di 
dovere  attingere,  e  come  infatti  attingano,  moltis- 
simi lumi  e  materia  a  que'  supremi  fini  diretti , 
in  quest'  epoca ,  dico ,  io  credetti  non  potersi  più 
opportunamente  richiamare  alla  venerazione  il 
più  antico  trattato  d'igiene  e  di  medica  topogra- 
fìa. Di  ciò  persuaso,  io  mi  sono  posto  pel  primo 
tra  gì'  Italiani  all'  impegno  di  renderlo  volgare , 
ed  ho  lusinga  che  questa  impresa,  che  mi  costo 
alcuni  anni  di  pazientissima  fatica,  possa  riuscire 
soddisfacente  alla  curiosità  degli  studiosi,  utile 
alla  medica  letteratura,  non  che  agli  esercenti 
l'arte  salutare  ed  a  chiunque  in  fine  nel  disim- 
pegno de'  proprj  uffici  vuole  e  deve  avere  in- 
fluenza sulla  felicità  e  sul  ben  essere  delle  po- 
polazioni. 


DISCORSO  PRELIMINARE 


D  I 


ADAMANZIO  GORAY 


DELL'  INFLUENZA  DEL  CLIMA   SULL'  UOMO. 

§  i.  L'opera  sorprendente  di  cui  si  offre  al  pubblico  la 
traduzione,  fu  composta,  son  già  più  di  venti  secoli,  in  un 
angolo  della  Grecia  da  un  medico  (I)  privo  di  tutti  li 
soccorsi,  che  li  progressi  delle  scienze  e  delle  arti  for- 
nir possono  all'osservatore  de' tempi  nostri.  Guidato  Ip- 
pocrate  dal  suo  genio  di  cui  avevalo  la  natura  fornito 
volle  risolvere  il  più  interessante  problema  che  sia 
mai  stato  proposto. 

§  2.  Trattavasi  sapere  perchè  gli  uomini,  ad  onta 
delP  identità  della  loro  specie,  mercè  successive  grada- 
zioni diversificassero  tra  di  essi  in  modo,  che,  partendo 
da  un  punto  del  globo  e  percorrendone,  tanto  in  lon- 
gitudine, quanto  in  latitudine  ,  V  intiero  circolo  per  ri- 
tornare al  punto  medesimo,  si  ritrovino,  a  distanze  più 
o  meno  lontane,  de' popoli  che  hanno  fisonomia,  tem- 
peramento, malattie,  costumi  ed  usanze  diverse  da  quelle 
de"  loro    vicini.    Per  isciogliere   una   questione  di  simile 


8 
importanza  abbisognava  un  filosofo.,  ohe  unisse  alle  co- 
gnizioni fisiche,  mediche,  morali  e  politiche  la  pazienza 
necessaria  a  moltiplici  e  penosissime  ricerche,  ed  una 
straordinaria  sagacità  per  distinguere  negli  uomini  ciò 
che  è  opera  della  natura,  da  quanto  non  è  che  V  effetto 
di  morali  cagioni;  questo  filosofo  si  trovò  in  Ippocrate, 

§  3.  E  ben  a  ragione  uno  di  coloro,  che  meglio  il 
conobbero  ed  approvarono  ,  diceva  appunto  parlando 
di  quest'opera,  ch'essa  non  è  soltanto  utile  alli  medici, 
ma  che  lo  storico  ,  il  cosmografo  ed  il  politico  vi  tro- 
vano del  pari  i  primi  fondamenti  delle  rispettive  loro 
scienze  $  e  che  il  suo  autore  ha  saputo  aggiungere  in 
essa  tutte  le  bellezze  dello  stile  alla  gravità  ed  impor- 
tanza del  soggetto  (a).  Un  tale  giudizio  fu  giustificato 
a  tempi  nostri  da  un'  altra  opera  di  genio,  il  cui  au- 
tore (b)  nessuna  parte  avrebbe  perduta  della  propria 
gloria,  se  avesse  avuto  il  nobile  coraggio  di  concedere 
al  medico  greco  l'onore  del  secondo  principio,  che  gli 
somministrò  l'idea  dell'opera  sua  e  le  servì  di  base  (II). 

§  4-  Sarebbesi  potuto  anche  prima  supporre,  che  la 
differenza  che  osservasi  nel  fisico  e  nel  morale  degli 
uomini  (§  2)  dipendere  potesse  dalla  rispettiva  posizione 
riguardo  alla  maniera  più  o  meno  diretta  con  cui  rice- 
vono i  raggi  del  sole,  ed  alla  distanza  più  o  meno  con- 
siderevole in  cui  trovavansi  dai  poli:  questa  considera- 
zione per  altro  sembrava  tanto  meno  bastare  alla  solu- 
zione del  problema,  da  che  si  era  già  osservato,  che  Io 
stesso  clima,  cioè,  la  medesima  lontananza  dai  poli  pre- 

(a)  Prosp.  Martian.  Commùni,  in  Hippocrat.  Edit.  Rom.  1626, 
p.  89. 

(b)  Charle  de  Secondai  Bnron  de  Montesquieu.  L'esprit  de 
Loix.  Paris,  1748. 


9 
senta  spesso  differenze  assai  inarcate  in  distanze  pic- 
colissime dal  meridiano  ,  mentre  che  certi  climi  molto 
lontani  gli  uni  dagli  altri  forniscono  fenomeni  assolu- 
tamente simili.  Faceva  d'uopo  adunque  avere  altri  dati 
attinti  ne'  siti  medesimi  ,  che  erano  abitali  ,  onde  ren- 
dere ragione  delle  diversità,  che  si  notavano  ne'  luoghi 
più  lontani. 

§  5.  Erasi  già  osservalo  quanto  accade  vedere  ogni 
giorno,  che  lo  stato  cioè  del  corpo  umano  provava  va- 
riazioni grandissime  per  il  cambiarsi  delle  stagioni  del- 
l'anno, e  che  V  uomo  della  primavera  non  assomigliava 
più  a  quello  dell'  autunno,  come  1'  uomo  della  state  a 
quello  dell'inverno.  Una  tale  osservazione  diede  origine 
a  quell'ippocratico  aforismo:  e<  Nell'inverno  e  nella  pri- 
mavera lo  stomaco  è  naturalmente  caldissimo  :  onde  è 
necessario  nutrirsi  di  più  in  quelle  due  stagioni  »  :  (a) 
ed  all'  altro  «  si  digeriscono  meglio  gli  alimenti  alla 
primavera,  che  alla  state  ed  all'autunno  :  ed  in  inverno 
meglio  che  alla  primavera  (b).  » 

§  6.  Ma  questa  diversità  delle  stagioni  venendo  in 
gran  parte  determinata  dalla  diversa  maniera  con  cui 
soffiano  li  venti  in  ogni  parte  dell'  anno  ,  conchiudere 
pure  si  dovette,  che  l'influenza  di  questi  ultimi  sul 
corpo  umano  non  era  meno  possente  di  quella  delle 
stagioni.  Simile  osservazione  diede  ancor  luogo  a  quel- 
raforismo.ee  Le  costituzioni  boreali  ristringono  li  corpi, 
danno  loro  maggior  forza  ed  agilità,  fanno  meglio  spie- 
gare le  tinte,  rendono  più  fino  l'udito,  serrano  il  ven- 
tre, pizzicano  gli  occhi,  e  arrecano  molestie  al  petto  di 
chi  lo  ha  leso:  le  costituzioni  australi  invece  rilasciano 

(a)  Ippocrale.  Aforismi  I,   t5. 
0)  lpp.,  1.  e.  I,    ,8. 


IO 

ed  ammolliscono  i  corpi,  rendono  ottuso  l'udito,  danno 
origine  a  gravezza  di  capo  ed  a  vertigini ,  cagionano 
peso  agli  occhi  come  a  tutta  la  macchina  ,  e  rendono 
lubrico  il  ventre  «  (a). 

§  7.  Si  notò  pur  anche  che  nelle  città  ,  delle  quali 
una  metà  sta  su  di  una  collina  e  l'altra  metà  nel  piano, 
o  in  una  valle,  gli  abitanti  di  quest'ultima  parte  sono 
sensibilmente  diversi  degli  altri  che  trovansi  all'  alto  , 
e  che  le  malattie  proprie  a  quelli,  non  lo  sono  del  pari 
a  questi.  Ed  una  uguale  diversità  si  affacciò  riguardo 
alle  qualità  delle  produzioni  del  suolo  nelle  rispettive 
due  situazioni  che  vennero  accennate  (a). 

§  8.  Facilmente  si  offerse  all'osservazione,  che  li 
varj  alimenti  (b)  presi  in  differenti  epoche  dell'anno, 
diversamente  erano  sentiti  dall'1  animale  economia  }  che 
gli  effetti  di  una  nutrizione  vegetabile  sul  corpo  umano 
non  erano  simili  a  quelli  prodotti  da  cibi  animali  ,  e 
che  si  notavano  altresì  differenze  ben  sensibili  secondo 
la  varia  specie  o  qualità  de'  vegetabili  o  degli  animali 
che  avevano  servito  di   nutrimento. 

§  9.  Altro  adunque  non  era  d'uopo  che  di  un  uomo  di 
genio,  onde  da  tutte  le  combinate  osservazioni  che  si  ac- 
cennarono, trarne  le  seguenti  conchiusioni:  i.°  Siccome 
io  mi  sento  altrimenti  disposto  in  inverno  che  nella  state 
(§  5),  cosi  li  popoli  da  me  lontani,  che  per  la  maggior 
parte  dell'anno  sono  immersi  in  una  fredda  temperatura, 
dovranno  abitualmente  trovarsi  in  uno  stato  eguale  a 
quello   in   cui   sono  io  stesso  nell'  inverno  ,  né  diversa- 

(n)  Ipp.,  1.  e.  ìli,  17. 

(b)  Ipp.  della  dieta,  lib.  fi ,  delle  malattie  lib.  IV,  Sect.  V. 
(e)  Comprendo    sotto  questa  denominazione  l'  acqua  ed    ogni 
altra  bevanda. 


1 1 

mente  i  popoli  ,  che  godono  per  quasi  l' intero  anno  di 
un  clima  caldo  dovranno  trovarsi  com'io  mi  sento  nella 
stagione  estiva  \  2.0  siccome  ,  quando  spira  il  vento  di 
mezzodì  son  preso  da  un  affievolimento  in  tutto  il  corpo 
e  da  un  imbarazzo  in  tutte  le  funzioni  sì  fìsiche  che 
intellettuali,  provando  poi  effetti  del  tutto  opposti,  men- 
tre soffia  il  vento  di  settentrione  (§  6  ).  così  ne  avverrà, 
che  le  genti  abitualmente  esposte  all'  influenza  del- 
l'uno o  dell'altro  di  tali  venti,  trovar  si  dovranno  in  uno 
stato  analogo  a  quello  in  cui  io  sono  ,  mentre  essi  do- 
minano; 3.°  siccome  io  che  abito  la  parte  più  alta  della 
mia  città  trovomi  ben  diversamente  da  quello  sieno  li 
miei  concittadini,  che  vivono  nella  parte  più  bassa  di 
essa  (§  7),  cioè  gli  abitanti  di  un  sito  molto  alto  sul  li- 
vello del  mare,  dovranno  avere  una  disposizione  analoga 
alla  mia*,  quando  invece  coloro,  che  stanno  vicino  al 
mare  oppur  auche  sotto  il  di  lui  livello  si  troveranno  in 
uno  stato  uguale  a  quello  de'  miei  concittadini}  f\.°  fi- 
nalmente, poiché  una  qualità  di  alimenti  produce  su  di 
me  effetti  diversi,  che  non  un'altra,  le  nazioni,  che  per 
lo  più  si  nutrono  dell' una  o  dell'altra  specie  di  ali- 
menti, dovranno  sentire  abitualmente  li  rispettivi  mede- 
simi  effetti. 

§  io.  Indipendentemente  dall'influenza,  che  il  suolo 
esercita  sul  nostro  corpo  per  la  maggiore  o  minore  al- 
tezza in  cui  si  è  sopra  il  livello  del  mare  (§  7),  nonché 
dall'  altra  proveniente  dalie  diverse  qualità,  comunicate 
dallo  slesso  suolo  alle  sostanze  vegetabili  ed  animali  , 
onde  I'  uomo  abitualmente  si  nutre  (§§  8,  9),  si  dovette 
altresì  notare,  che  le  diverse  sostanze  che  compongono 
il  terreno,  la  grande  o  lieve  forza  con  cui  trovansi  unite, 
la  maggiore  o  minore  uguaglianza  della  sua  superfìcie, 
per  la  quale   può   assorbire  o  riflettere  i  raggi  solari  ,  e 


1% 

finalmente  la  natura  delle  varie  esalazioni  ,  ehe  quello 
trasmette  all'  atmosfera  ,  contribuiscono  potentemente 
a  modificare  la  temperatura  di  un  paese.  Né  potè  sfug- 
gire all'  osservazione  ,  che  la  fertilità  del  suolo  doveva 
naturalmente  ammollire  l'uomo  invitandolo  di  continuo 
ai  piaceri  ed  all'  inerzia  ,  come  la  sua  sterilità  doveva 
indurirlo  e  renderlo  robusto  obbligandolo  al  lavoro  ed 
alla  sobrietà;  da  tutte  queste  osservazioni  si  dovette  ili 
in  fine  conchiudere,  che  l'influenza  delle  cause  fisiche, 
ossia  del  clima,  sul  corpo  umano,  è  una  influenza  reale. 

§  li.  Per  lo  stretto  legame  poi,  che  esiste  tra  il 
corpo  ed  il  principio  che  lo  anima  ,  il  primo  non  può 
sentire  per  molto  tempo  una  tale  influenza  senza  co- 
municarne gli  effetti  al  secondo.  E  V  uomo  non  può  a 
lungo  godere  o  soffrire  senza  che  le  sue  intellettuali 
facoltà  contraggano  una  certa  abituale  maniera  di  es- 
sere, che  costituisce  il  cosi  detto  carattere. 

§  12.  Innumerabili  fenomeni,  che  occorrono  sì  nello 
stato  di  salute  ,  che  in  quello  di  malattia  provano  in 
modo  da  non  poterne  dubitare  una  tale  stretta  unione, 
simpatia,  o  sinergia  del  principio  di  vita  con  la  macchi* 
na,  eh'  egli  anima.  Li  primi  osservatori  però  non  pote- 
rono attingere  queste  nozioui  fisio-psicologiche,  che  ne- 
gli effetti  violenti,  che  venivano  prodotti  sul  morale  de- 
gli uomini  da  certi  alimenti,  da  certe  bevande  e  droghe 
quand'  anche  prese  in  piccola  dose.  Colui  che  primo 
ebbe  la  sventura  d'ubbriacarsi  assaporando  le  delizie  di 
alcuni  bicchieri  di  un  nettare  che  la  natura  gli  offriva 
per  la  prima  volta,  dovette  ben  restare  maravigliato  dal 
graduale  cambiamento  ,  che  andava  succedendo  nella 
sua  testa.  L'  aumento  delle  forze  e  delle  idee,  la  man- 
canza di  tristi  pensieri,  la  serenità  dell'animo  successa 
alla    melanconia    ed    accompagnala  dall'  allegria ,  esser 


dovettero  per  lui  fenomeni  non  meno  nuovi  ehe  pia- 
cevoli ;  ma  sconsigliato  !  credendo  egli  non  avesse  che 
a  continuare  nel  tracannare  ad  ampj  sursi  una  tal  gra- 
dita bevanda  ,  per  prolungare  una  felicità  ,  che  gli  era 
stata  sino  a  quel  tempo  sconosciuta,  dovette  invece  ben 
presto  accorgersi,  che  le  forze  lo  abbandonavano,  che  le 
gambe  si  spiegavano  sotto  di  sé  ,  che  confondevansi  le 
sue  idee  ,  e  che  non  poteva  esprimerle  se  non  con  pa- 
role male  articolate  ,  le  quali  venivano  piuttosto  a  spi- 
rare sulle  labbra,  che  a  farsi  sentire.  Sviato  sempre  più 
da  questa  nuova  metamorfosi,  continuò  ad  ubbriacarsi 
e   finì  col  divenire  il  ludibrio  di    tutti. 

§  i3.  ^Stabiliti  de' fatti  di  tale  natura,  facile  riuscì 
V  osservare  che  certi  alimenti ,  gli  effetti  de'  quali  non 
sono  uè  così  pronti,  né  così  forti,  presi  abitualmente, 
dovevano  però  col  tempo  dare  al  corpo  una  comples- 
sione, ed  allo  spirito  una  tempia  assai  diversa  da  quella 
che  caratterizza  le  persone  che  usano  di  cibi  opposti, 
(ìli  atleti  erano  comunemente  considerati  come  li  più 
stupidi  uomini ,  precisamente  perchè  il  loro  principale 
nutrimento  consisteva  nella  carne  di  porco  e  di  bue  che 
mangiavano  con   una  voracità  senza  esempio  (a). 

(a)  Diogene  Laerzio  nella  Vita  di  Diogene.  —  Ad  onta  della 
civilizzazione  e  di  tutte  le  cause  morali  y  che  fanno  perdere  di 
forza  agli  effetti  del  clima  (che  io  qui  prendo  nel  senso  medico, 
cioè,  col  farlo  risultare  da  tutte  le  cause  locali  fisiche,  e  special- 
mente dal  nutrimento,  quando  risulta  delle  produzioni  stesse  del 
luogo  abitato),  egli  è  facile  l'osservare  che  anche  in  Europa,  li 
popoli  che  si  nutrono  specialmente  di  carne  hanno  un  carattere 
più  feroce,  che  non  quelli  il  cui  nutrimento  consta  per  la  maggior 
parte  di  vegetabili.  L'estrema  dolcezza  attribuita  agl'Indiani  devesi, 
più  che  non  credesi,  al  loro  cibarsi  di  vegetabili.  Ciò  sta  pure 
in  riguardo  al  temperamento  ed  alle  malattie  ,  che  ne  risultano  i 


■4 

§  i/J.  li  complesso  di  tutte  queste  osservazioni  trasse 
a  conchiudere  adunque,  che  il  clima  influisce  sul  mo- 
rale, non  meno  che  sul  fisico  dell'uomo.  Pure,  ad  onta 
che  quest'  influenza  sia  indubitabile  ,  si  dovette  altresì 
notare  che  le  fisiche  cagioni  potevano  variare  ne'  loro 
effetti,  secondo  eh'  esse  agivano  separatamente  o  insie- 
me combinate  in  vario  modo  ,  e  in  maggiore  o  in  mi- 
nor numero;  che  per  esempio  due  popoli  abitanti  sotto 
latitudini  diverse,  ed  anzi  opposte  riguardo  alla  tempe- 
ratura, potevano  assomigliarsi  tra  di  loro,  se  uno  stava 
sulle  montagne  di  un  paese  caldo  ,  e  1'  altro  nelle  pia- 
nure o  nelle  valli  di  un  paese  freddo. 

§  i5.  Un'altra  causa  di  questa  variazione,  e  che 
non  è  meno  possente  ,  sta  nell'  abitudine  ,  la  quale  fa 
sì  che  alcuni  popoli ,  non  meno  di  alcuni  singoli  indi- 
vidui, si  avvezzino  talmente  all'  influenza  di  certe  cause 
fisiche,  comunque  tristissima  ,  che  non  ne  sentono  più 
gli  effetti  o  almeno,  non  li  provano  ,  che  pochissimo. 
Tale  osservazione  dà  luogo  a  quell?  aforismo  «  coloro 
che  sono  assuefatti  ad  una  specie  di  lavoro,  benché  de- 
boli o  vecchi  ,  lo  sopportano  meglio  che  gli  uomini 
robusti  e  giovani,  i  quali  uon  vi  sono  accostumati  »  (a)^ 
ed  a  quell'altro  «  provasi  minore  incomodo  dalle  cose, 
alle  quali  da  molto  tempo  si  è  usati  e  benché  nocive, 
che  da  quelle  alle  quali  non  si  è  presa  abitudine.  »  (b) 


l'elefauliasi,  male  quasi  sconosciuto  agli  antichi  Sciti  che  nutrivano 
di  latte,  era  frequente  ad  Alessandria,  perchè  gli  abitanti  di  que- 
sta città  mangiavano  abitualmente  diver.se  specie  di  salati  ,  e  sin 
anche  la  carne  di  asino.  V.  Galeno  de  curai,  ad  Glaucon,  Li- 
bro 1!,  t.  IV  ,  p.  '219. 

(a)  lppoc. ,  Aforismi,  lib.  Il,  num.  49- 

(ò)  Lo  stesso,  ivi  5o.  Mead  aveva  veduto  degli  ammalati  che 


.5 
§  16.  Tale  abitudine  dà  una  preminenza  alP  uomo 
sopra  gli  altri  animali  ,  lo  rende  capace  di  adattarsi  a 
tutti  li  climi  e  ad  ogni  maniera  di  alimento.  Indurito 
dalla  medesima  egli  sfida  sovente  V  influsso  delle  cause 
fìsiche  o  ne  sopporta  gli  effetti  senza  danno  alcuno  per 
la  propria  esistenza  (a)  ,  e  se  1'  abitudine  non  esercita 
ovunque  uniformemente  il  suo  impero  (b)  bisogna,  allora 
ritenere  che  qualche  causa  fisica  o  morale  di  maggior 
forza  distrugga,  o   modifichi  la  forza  di  quella. 

§17.10  comprendo  sotto  il  nome  di  cause  morali, 

sopportavano  meglio  V  aria  corrotta  della  città  ,  cui  erausi  abi- 
tuati ,  che  l'  aria  fina  della  campagna  che  riusciva  nuova  per 
essi.  Può  altresì  venire  riferito  a  quest'  abitndine  quanto  osser- 
vasi non  di  rado  nelle  affezioni  prodotte  dall'  abituale  tempera- 
tura di  un  paese,  e  che  colpisce  in  un  modo  più  pronto  e  più 
dannoso  li  forestieri,  che  gl'indigeni.  V.  Journ.  de  Mèd. , 
voi.  LXII  ,  pag.  Q70. 

(a)  «  Memorabile  altresì  si  è  la  facoltà  che  gode  sì  l'uno  che 
V  altro  principio  dell'  uomo  di  assuefarsi.  Se  di  essa  non  fosse 
dotata  la  natura  umana,  pochissimi  certamente  goderebbero  sa- 
lute. Colla  consuetudine  giungiamo  a  soffrire  senza  danuo  mol- 
tissime cose,  le  quali  lo  arrecano  a  chi  non  vi  è  abituato  .... 
Così  anche  le  malattie  coli'  assuefazione  divengono  meno  moleste 
e  più  tollerabili ,  come  li  veleni  perdono  di  loro  forza,  >>  Gaubin, 
Insili,  pathol.  §  644- 

(b)  Se  certe  malattie  proprie  al  clima  di  un  paese  assalgono 
più  prontamente  li  forestieri,  che  gli  indigeni  (.§  i5,  nota  b) , 
vi  sono  de'  casi  ,  e  questi  son  forse  li  più  frequenti  ,  ne'  qual» 
tali  malattie  molestano  preferibilmente  gli  indigeni  e  risparmiano 
li  forestieri.  Secondo  Kaehler  il  tarantismo  della  Puglia  ,  e  che 
in  fine  altro  non  sembra  essere  che  una  malattia  nervosa  ,  non 
prende  gli  esteri.  V.  Comm.  de  rebus  in  se.  nat.  et  med.  geslis. 
Voi.  Vili,  pag.  5.  Gli  Inglesi  vanno  esenti  qualche  volta  dalle 
malattie  epidemiche  che  affliggono  gli  abitanti  delle  isole  della 
Nuova-Inghilterra.  {Ivi.  Voi,  XIV,  pag.  .Vì3). 


i6 

li  costumi  ,  le  leggi  ,  tulle  le  istituzioni  politiche  o  reli- 
giose d'  una  nazione  ,  e  sino  ad  un  certo  segno  le  pro- 
fessioni ,  ed  i  mestieri  ,  che  sono  a  preferenza  esercita- 
ti }  in  una  parola  tutto  ciò  che  noti  essendo  fondato 
sulla  costituzione  fisica  dell'uomo,  può  diventare  causa 
o  motivo  delle  sue  azioni ,  e  modificare  il  suo  tempe- 
ramento in  modo  da  renderlo  più  o  meno  suscettibile 
di  certe   affezioni  morbose. 

§  18.  Né  mi  si  accusi  di  descrivere  un  circolo  vi- 
zioso, se  dopo  aver  fatto  dipendere  il  morale  dell'  uo- 
mo dalle  cause  fisiche  (§  i4),  ora  considero  queste  in 
certo  qual  modo  dipendenti  dal  morale.  Un  tal  circolo 
sta  nella  stessa  natura  dell'  uomo  \  ed  egli  è  la  neces- 
saria conseguenza  di  quell'  intimo  legame  ,  che  esiste 
tra  lo  spirito  e  il  corpo.  Egualmente  che  questo  co- 
munica a  quello  le  proprie  affezioni  e  la  propria  ma- 
niera di  essere  (§  il),  lo  spirito  del  pari  non  può  tro- 
varsi per  molto  tempo  in  una  qualsiasi  situazione  senza 
che  il  corpo  ne  senta  i  buoni  o  cattivi  effetti  (a).  Al- 
cune istituzioni  dipendenti  dall'  azione  del  clima  pos- 
sono rispettivamente  dar  maggior  forza  ad  un  tale  in- 
flusso, e  divenire  anche  così  costanti,  mercè  l'impero 
dell'  abitudine,  di  sussistere  per  molto  tempo  dopo  che 
quello  ha  cessato  di  operare  }  nell'  egual  modo  che  isti- 
tuzioni introdotte  da  prima  da  circostanze  estranee  al 
clima  e  mantenute  per  qualche  tempo}  possono  per  ope- 

(a)  Tutto  ciò  si  può  riferire  alla  stretta  cucitura  che  unisca 
lo  spirito  al  corpo  ,  i  quali  si  comunicano  vicendevolmente  la 
propria  sorte  ,  Montaigne  fcssais.  Lib.  I,  cap.  ao. 


ra  della  stessa  abitudine  indebolire  la  suddetta  in- 
fluenza (a). 

§  19.  Nessuno  ignora  quanto  certi  mestieri  o  pro- 
fessioni influiscano  sul  fisico  di  quelli  ,  che  li  esercita- 
no. Si  può  dire  che  ogni  officina  diventi  per  V  artigia- 
no, che  vi  lavora,  una  nuova  atmosfera,  un  nuovo  cli- 
ma, sia  per  1'  emanazione  delle  materie  (b)  ,  che  egli 
tratta,  sia  per  gli  elementi,  onde  si  serve  comunemente 
per  preparare  quelle  materie  e  nelle  quali  egli  vive 
quasi  di  continuo  (e),  o  sia  finalmente  per  la  posizione 
che  il  suo  corpo  è  costretto  a  tenere  durante  il  la- 
voro. 

§  20.  Ma  questa  influenza,  che  è  forte  abbastanza 
per  modificare,  a  dispetto  del  clima,  il  suo  tempera- 
mento ad  assoggettarlo  (d)  a  particolari  malattie  ,  non 
ha  minore  azione  sul  morale.  Bisogna  veramente  aver 
chiusi  gli  occhi  all'evidenza  per  porlo  in  dubbio.  Son 
passati  in  proverbio  li  giuramenti  de'  carrettieri}  li  mari- 


ta) Si  ha  un  esempio  del  primo  caso  nelle  colonie ,  che  con- 
servano per  lungo  tempo  li  costumi  della  madre  patria  ,  quan- 
tunque trasportate  in  nn  clima  assai  diverso  ;  del  secondo  caso 
nella  religione,  la  quale  fa  ¥  nomo  una  tigre  o  un  agnello.,  a 
norma  che  predica  il  fanatismo  0  la  tolleranza  e  la  rassegna- 
zione. 

(b)  Come ,  p.  e.  ,  sono  li  cuoi  per  un  conciatore  di  essi. 

(e)  Si  può  citare  l"  esempio  de'  fabbri-ferrai  e  de'  pescatori  , 
i  primi  sono  obbligati  a  lavorare  vicino  al  fuoco,  ed  i  secondi 
passano  la  loro  vita  nell'  acqua, 

M)  Ippocrate  ne'  suoi  epidemici  fa  spesso  menzione  del    me- 
stiere esercitato  dagli  ammalati ,  siccome  di  una  circostanza  ,  che 
potrebbe  spargere  molta  luce  sulla    natura  delle    malattie.  È  co- 
nosciuta l'eccellente  opera  del  Ramazzini   De  morbis  artifictim. 
SitlV  aria  .  ecc.  Trattato.  1 


i8 

nai  sono  brillali  e  feroci,  perchè  trovatisi  sempre  espo- 
sti alla  furia  de'  venti  e  delle  burrasche,  ed  a  tutti  li 
capricci  di  un  elemento  che  esaurisce  ogni  loro  pazien- 
za (a).  Gli  stessi  Numi  (diceva  Menandro  parlando  dei 
militari  del  suo  tempo)  non  potrebbero  cangiare  un  sol- 
dato in  un  uomo  civile  (b).  E  se  le  arti  e  li  mestieri 
influiscono  sulP  uomo,  perchè  le  usanze,  i  costumi  ,  le 
leggi  o  la  natura  del  governo,  le  politiche  e  religiose 
istituzioni  che  sono  proprie  del  paese  ove  abita  non 
avranno  un'  eguale  forza  su  lo  stesso  ? 

§  21.  Ciò  dicasi  dell' influsso  che  possono  eserci- 
tare su  di  un'  intiera  nazione  o  sui  singoli  suoi  mem- 
bri li  costumi  e  le  usanze  de'  popoli  stranieri  ,  coi  quali 
quella  si  trova  in  istrette  commerciali  relazioni.  L'imi- 
tazione è  uno  de' più  potenti  motivi  delle  azioni  degli 
uomini.  Basta  ohe  un  Francese  abbia  soggiornato  per 
qualche  tempo  a  Londra,  perchè  diventi  Anglomania- 
co,  perchè  ritornando  sciorini  in  faccia  a  tutta  Parigi 
nuove  usanze,  perchè  contraffaccia  quale  scimia  gli  in- 
glesi costumi  ,  e  sin  anche  le  stravaganze.  Non  diversa- 
mente un  tempo  bastava  ad  un  Ateniese  di  aver  fatto 
un  viaggio  a  Sparta,  per  girare  le  contrade  di  Atene 
vestito  alla  Spartana  (e). 

§  22.  La  legge  che  proibiva  alli  forestieri  1'  entrata 
in  Isparta  era  in  verità  barbara,  ma  non  era  irragione- 


(a)  Bodin,  Method.  ad  farti,  histor.  cognition,   Cap.  5. 

(b)  Mi  venne  riferito  che  tra  coloro,  che  hanno  insanguinato 
la  rivoluzione  francese  vi  era  un  gran  numero  di  macellai.  Tanto 
è  vero  che  la  sensibilità ,  come  ogni  altra  affezione  dell'  uomo  , 
si  rintuzza  a  forza  di  essere  adoperata. 

(e)  Demosthen.  arfversùs  Co  non.  Tom.  II,  pafg.   1267  ,    ediz. 
[  Reiske. 


vole.  Il  legislatore,  avendo  voluto  che  gli  Spartani  non 
si  occupassero  esclusivamente  se  non  dell'  orribile  me- 
stiere della  guerra,  ben  vide  il  bisogno  di  non  offrire 
loro  altra  cosa  che  distrarre  li  potesse.  E  per  lo  stesso 
motivo  Platone  voleva  che  la  sua  repubblica  fosse  lon- 
tana dal  mare  per  timore,  che  li  cittadini  non  restas- 
sero infetti  dal  contagio  de'  costumi  stranieri  ,  e  che  il 
commercio  marittimo  non  li  rendesse  egoisti  col  bandire 
dall'animo  loro  la  generosità  e  la  buona  fede  (a).  E 
pur  forza  il  confessare,  che  poche  nazioni  commercianti 
esistono  oggidì  ,  le  quali  possano  andare  illese  dalle 
tacce  che  Cicerone  dava  alla  Cartaginese  (b).  Strabone 
osserva  (e)  che  gli  Scili  nomadi,  tanto  lodati  da  Omero 
pel  loro  amore  alla  giustizia,  a'  tempi  suoi  eransi  tal- 
mente corrotti  a  cagione  di  avere  abbracciato  il  com- 
mercio marittimo,  che  saccheggiavano  e  molestavano  li 
forestieri  quantunque  sotto  altri  rapporrti  fossero  me- 
glio civilizzati.  Molti  riterranno  forse  che  il  commercio 
non  abbia  prodotti  uguali  effetti  tra  li  popoli  moderni, 
essi  volgano  uno  sguardo  allo  spargimento  di  sangue 
che  accompagnò  la  scoperta  dell'America,  ed  al  traffico 
infame  de'  Negri  ,  che  la  coltivazione  di  quella  parte 
del  mondo  ha  richiesto  }  pensino  all'  oppressione  che 
molte  nazioni  europee  ancora    al   presente    fan   pesare 

(a)  De  legibus  ,  lib.  IV,  tom.  Vili,  pag.  162,  ediz.  Bi- 
pont. 

(b)  Carthaginenses  fraudolenti  et  mendaces  non  genere  , 
sed  natura  loci ,  quod  propter  portus  suos  mullis  et  variis  mcr- 
catoruni  sermonibus  ad  studium  fallendi  studio  quaestus  voca- 
banlur.  Cicer.  II,  de  ìeg .  acr.  §  35,  Ioni.  V.  pag.  167  ,  ediz. 
Olivet. 

(e)  Lib.  VII,  pag.  180,  del  voi.  IH,  ediz.  e  traci,  di  Mila- 
no ,   i833. 


20 

sugli  infelici  indigeni  de'  loro  possedimenti  in  Asia  ed 
in  Africa-  e  considerino  finalmente  ch'egli  non  è  che 
per  Futilità  del  commercio  del  Levante,  che  nazioni 
civilizzate  d'Europa  sacrificano  senza  pietà  non  meno 
che  senza  rimorso  la  libertà  della  Grecia  ,  e  dopo  ciò 
ardiscano  essi  decidere  se  oggidì  regna  maggiore  uma- 
nità, che  non  eravi  un  tempo  tra  gli  Sciti. 

§  23.  Ne  gli  effetti  del  commercio  esterno  si  limi- 
tano alli  soli  inconvenienti,  che  risultano  da' cangiati 
costumi ,  non  che  dalla  speciale  natura  della  professio- 
ne, la  quale  non  avendo  altro  oggetto,  che  di  accre- 
scere la  pecuniaria  fortuna  di  chi  la  esercita,  fa  sovente 
passar  oltre  sulla  delicatezza  de'  mezzi  che  s'  adopra- 
no }  ma  puossi  il  commercio  considerare  sotto  altri 
punti  di  vista  non  meno  interessanti  per  il  medico,  che 
pei  filosofo  politico  o  moralista. 

§  il\.  Io  non  parlerò  di  uno  degli  effetti  più  comuni 
del  commercio  ,  cioè  di  quello  di  cangiare  una  gran 
parte  della  uazione  trafficante  in  marinai  ,  e  di  far  na- 
scere con  questa  nuova  occupazione  un  cambiamento 
sensibile,  tanto  nel  fisico  che  nel  morale,  cambiamento 
che  può  mascherare  o  modificare  gli  effetti  soliti  del 
clima.  Non  debbo  per  altro  passar  sotto  silenzio  le  di- 
verse malattie  dal  commercio  esterno  a  noi  procurate, 
le  quali  hanno  cambiato  il  carattere  di  quelle  che  già 
c'infestavano,  non  men  che  indotto  nell'economia  ani- 
male un'alterazione  manifestissima  cui  necessariamente 
non  può  rimanere  indifferente  il  morale  dell'  uomo.  Le 
malattie  mucose  o  catarrali  ,  comunemente  rarissime 
presso  gli  antichi  ,  si  moltiplicarono  in  Europa  se  non 
da  che  la  malattia  venerea  sviluppò  tutta  la  sua  forza, 
ed  è  vermmilmente   a  quest'affezione  ,    credula  dai   più 


31 

(li  natura  mucosa,  ohe  attribuire  si  deve  quel  predomi- 
nio della  diatesi   pituitosa  ,  che   si  osserva  oggidì  (a). 

§  25.  Le  stesse  produzioni  dei  lontani  paesi,  delle 
quali  P  estensione  data  alle  nostre  commerciali  rela- 
zioni ci  ha  facilitato  P  acquisto,  non  hanno  meno  con- 
tribuito a  cangiare  la  forma  delle  nostre  malattie,  o  pro- 
durne delle  nuove.  Li  nostri  maggiori  ,  più  moderati  di 
quello  che  non  siamo  noi  ,  non  conoscevano  tutti  que- 
gli incomodi  e  mali  che  devono  Porigine  loro  alle  calde 
bevande  di  caffè,  di  tè  ,  di  cioccolata  ecc.  (b).  Le  no- 
stre tavole  coperte  de'  prodotti  delle  quattro  parti  del 
mondo  devono  necessariamente  neutralizzare  gli  effetti 
degli  alimenti  avuti  dal  nostro  suolo,  e  se  non  distrug- 
gere ,  almeno  mascherare  potentemente  P  influenza  del 
clima ,  che  abitiamo. 

§  26.  La  scoperta  dell'America  ed  il  commercio 
estero  avendo  moltiplicato  i  metalli  monetarj,  non  meno 
che  li  rapporti  di  nazione  con  nazione,  ha  dovuto  ne- 
cessariamente facilitare  il  commercio  interno  d'ognuna 
di  esse,  aumentare  la  popolazione,  la  industria  e  il  lusso 
loro,  ammollire  il  corpo  e  reudere  dolci  gli  animi  (e), 
in  una  parola  cangiare  la  economia  morale  e  fisica. 
Ed  ecco  precisamente  da  che  dipende  quella  uniformità 
di  costumi,  che  trovasi  oggidì  nella  maggior  parte  delle 
nazioni  d'Europa,  le  quali  non  formano,  quasi  direb- 
besi  ,  che  una  sola  nazione  ad  onta  della  diversità  dei 
climi  ,  e  sotto  questo  titolo  diversificano  dai  popoli  an- 


(a)  Grimard.  Cours  de  Fievres.  Voi.  1,  pag.   188. 

(6)  Selle.  Introd.  a  Vétude  de  la  nature  etc. 

(e)  lo  suppongo  troppo  istrutto  il  lettore  per  non  aver  biso- 
gno di  avvertirlo  che  io  non  contraddico  a  quanto  ho  detto 
al  §  22. 


22 

tifchi  per  lo  più  isolati  ,  e  che  non  avevano  quasi  altra 
comunicazione,  che  quella  delle  guerre  periodiche  sì 
frequenti  tra  di  loro.  Si  possono  questi  paragonare  a 
torrenti  impetuosi ,  li  quali  non  s1  immischiano  di 
quando  in  quando,  che  per  il  loro  trabocco,  mentre  al- 
l' opposto  le  nazioni  moderne  s'  assomigliano  benissimo 
a  placidi  fiumi  ,  che  tra  loro  comunicano  e  si  confon- 
dono per  li  moltiplici  canali  dell'industria  e  del  com- 
mercio. 

§  %n.  Allo  stesso  cambiamento  avvenuto  nell'econo- 
mia politica  de'  popoli  devesi  pure  attribuire  la  modi- 
ficazione del  potere  arbitrario  in  Europa.  Qui  li  governi 
sono  tanto  diversi  dagli  antichi  tiranni  o  dai  moderni 
despoti  di  altre  parti  del  mondo,  quanto  lo  sono  li  con- 
tadini o  gli  artigiani  europei  dagli  infelici  schiavi  ,  de' 
quali  servivansi  i  popoli  dell'  antichità  per  coltivare  i 
loro  terreni,  o  per  esercitare  un  piccolo  numero  di  me- 
stieri bastanti  ai  loro  scarsi  bisogni.  Li  capi  moderui 
delle  nazioni  hanno  veduto  utile  e  necessario  l'animare 
P  industria  assicurando  a  questa  il  diritto  di  proprietà, 
ed  accordandole  una  protezione  sufficiente  a  porla  al 
coperto  d'  ogni  specie  di  vessazione.  Una  tale  prote- 
zione accrescendo  il  credito  e  le  fortune  di  molti  par- 
ticolari ne  ha  accresciuta  pure  l' influenza,  ma  il  tutto 
resta  bilanciato  dall'  attuale  forma  paterna  de'  go- 
verni (a)  (III). 

§  28.  Tale  presso  a  poco  fu  la  marcia  che  nelle  sue 
profonde  meditazioni  Ippocrate  dovette   tenere  per  giun- 

\a)  Domandando  alcuno  ad  Agasicle  re  de'  Lacedemoni  ,  come 
potesse  un  principe  senza  guardia  mantenersi  sicuramente  nel  re- 
gno ,  rispose:  se  comanda  a'  sudditi  come  fanno  i  padri  ai  fi- 
gliuoli. Plutarco.  Apoftegmi  e  detti  notabili  de'  Lacedemoni. 


a3 
rare  allo  scioglimento  del  gran  problema  dell'influenza  de' 
climi  e  per  istabilire  per  principio  che  »  l'uomo  trovasi 
»  dotato  di  questo  o  quel  temperamento,  di  tale  o  tal 
5?  altro  carattere  morale  secondo  la  natura  delle  cause 
»  fisiche  sotto  il  dominio  delle  quali  egli  vive  (§  i  - 1 3)  ; 
»?  ma  che  può  per  altro  modificare  l'influenza  di  que- 
J5  ste  cause  col  dar  loro  una  diversa  combinazione  (§  i^), 
»  coli' abitudine  che  acquista  degli  effetti  loro  (§  i5  e 
>:  16),  o  finalmente  loro  opponendo  altre  cause  fisiche 
»  o  morali  qualunque  esse  sieno  (§  17-27).  » 

§  29.  Egli  è  verosimilmente  per  non  avere  fatta  una 
tale  importante  distinzione  dell'  influsso  delle  cause  fi- 
siche da  quello,  che  esercitano  sulP  uomo  le  cause  mo- 
rali, che  a  giorni  nostri  furonvi  alcuni  ben  distinti  pel 
loro  sapere,  li  quali  si  opposero  all'  azione  del  clima,  e 
vollero  tutto  attribuire  alle  cause  morali.  Pure  le  ob- 
biezioni loro  non  essendo  fondate  che  sulli  cambiamenti 
che  queste  ultime  possono  produrre  nell'uomo  (cam- 
biamenti sulli  quali  non  fu  mai  mosso  dubbio  da  chi  so- 
stiene l'influsso  del  clima)  confermano  piuttosto,  per 
quanto  mi  sembra,  di  quello  che  distruggono  la  realtà  di 
una  tale  potenza.  Perchè  non  trattasi  già  sapere  se  il  ca- 
rattere nazionale,  che  in  un  popolo  e  stato  indotto  dalla 
natura  del  clima,  esser  può  alterato  dalle  cause  morali, 
ma  si  tratta  di  assicurarsi  ,  se  fatta  astrazione  da  tali 
cause,  qual  popolo  può  somigliarsi  ad  un  altro,  che 
abita  un  clima  affatto  diverso}  e  più  ancora,  se  le  me- 
desime cause  morali  in  due  climi  opposti  agiscono  colla 
slessa  forza,  e  se  vi  producono  effetti  simili  per  natura 
e  per   durata. 

§  3o.    a  Basta  ,   dice  Hume  (a)  ,  che  in  una  repub- 

(a)  Essaijs  and  Treatises  ou  salerai  subjects.  London  J784. 
T.    I,    2I7. 


>4 

n  blica  ,  un  Bruto  trovisi  alla  testa  del  governo  ,  per- 
»  che  il  suo  entusiasmo  si  comunichi  a  tutta  la  na- 
>5  zione,  e  vada  prendendo  vigore  passando  da  una  ge- 
»  nerazione  all'  altra.  »  Una  tale  proposizione  non  è 
meno  vera  della  riflessione  di  quel  generale  ateniese,  il 
quale  opinava  che  un  esercito  condotto  da  un  leone  era 
più  formidabile  che  uno  di  leoni  guidato  da  cervi  (a). 
Io  però  soltanto  chiederò  al  filosofo  inglese  ,  da  che 
dipende  che  non  esistette  mai  un  Bruto  né  in  mezzo  ai 
Lapponi,  né  in  mezzo  a  nazioni  abitanti  tra  li  tropici? 
Se  poi  una  combinazione  di  straordinarie  cose  ve  lo  fa- 
cesse nascere  ,  sarebbe  più  probabile  che  ivi  si  venisse 
a  stabilire  una  monarchia  o  una  repubblica  ?  Se  final- 
mente quando  quel  uomo,  qual  altro  Teseo,  fosse  tale 
da  volere  accordare  alli  suoi  concittadini,  benché  meno 
di  lui  illuminati  e  coraggiosi ,  li  vantaggi  dell1  ugua- 
glianza, non  sarebbe  forse  facile  che  un  tale  equilibrio 
di  diritti  venisse  rotto  dall'influsso  del  clima  in  un  lasso 
di  tempo  assai  più  breve,  che  s' egli  invece  stabilito 
avesse  una  repubblica  in  un  paese   più  temperato? 

§'3i.  «E  massima  in  filosofìa,  segue  lo  stesso  au- 
»  tore  ,  che  considerare  si  debbano  come  non  esistenti 
«  le  cause  che  non  cadono  sotto  li  sensi.  »  Si  tenga 
per  vera  una  tale  massima}  è  però  del  pari  vero  che  le 
fisiche  cagioni  si  sottraggono  assolutamente  a'  sensi  no- 
stri? Vi  ha  forse  un  sol  uomo,  quando  affatto  stupido 
non  sia  ,  che  non  si  senta  diversamente  disposto  in  un 
tempo  sereno  che  in  un  piovoso,  mentre  spira  il  vento 
di  nord,  o  quello  di  mezzodì  (§5  e  6)?  Non  è  nolo  come 
certi  venti  paralizzano,  quasi  direbbesi,  il  corpo  non 
solo,  ma  anche  lo  spirito,  talché  domina  una  totale  iner- 
ta) Plutareo.  Jpoflegmi  di  re  e  capuani,  Cabria. 


*5 

zia  fisica  e  morale  ?  Non  sarà  pur  vero,  che  se  costanti 
si  faranno  simili  cause  influiranno  col  tempo  sul  nostro 
temperamento,  modificheranno  le  nostre  passioni  e  sta- 
biliranno il  nostro  carattere  morale? 

§  32.  «  I  Chinesi  ,  soggiunge  ancora  Hume  ,  tutti 
»  hanno  nella  vasta  estensione  del  loro  impero  lo  stesso 
55  carattere  nazionale,  ad  onta  che  il  loro  clima  non  sia 
»  ovunque  lo  stesso.  v>  Era  forse  d'uopo  andar  cercando 
esempi  in  una  nazione  così  remota  per  istabilire  una  ve- 
rità ,  la  quale,  senza  distruggere  l'influsso  del  clima, 
non  prova  tutto  al  più  se  non  che  tal  influsso  può  es- 
sere modificato  da  cause  morali  ?  Quantunque  io  non 
conosca  li  Chinesi,  che  per  le  relazioni  de'  viaggiatori  , 
i  quali  confessano  di  averli  pur  conosciuti  assai  poco  , 
oso  affermare  che  avviene  della  China  come  d'  ogni  al- 
tro paese  che  si  conosce  in  un  modo  più  particolare. 
Il  carattere  nazionale  di  questo  popolo,  uniforme  circa 
alle  cause  morali  che  lo  formarono  ,  deve  certamente 
offrire,  rispetto  alle  cause  fisiche,  altrettante  gradazioni 
quante  vi  sono  differenti  provincie:  non  diversamente 
che  in  Francia,  paese  molto  meno  esteso  della  China  e 
che  offre  altresì  un  carattere  nazionale  ben  pronunziato, 
si  trova  una  diversità  sensibile  tra  un  abitante  della 
Linguadoca  ,  della  Normandia,  della  Provenza,  o  un 
Bretone. 

§  33.  Non  è  del  pari  vero,  come  pretende  Hume, 
che  gli  Ebrei  sieno  ovunque  gli  stessi,  benché  sparsi  in 
queste  o  in  quelle  ,  e  tra  loro  lontanissime  parti  del 
globo.  Attraverso  di  quella  notabile  uniformità,  che  è 
1'  effetto  di  cagioni  morali,  e  specialmente  dell'  avver- 
sione, che  questo  popolo  singolare  mantiene  nel  fug- 
gire di  apparentarsi  con  individui  d'altre  religioni,  ben  sì 


^6 
distingue  5  appena  vi  si    faccia  qualche  attenzione  ,  un 
Ebreo  polacco  da   un  Ebreo  portoghese. 

§  34.  Non  credo  dovermi  occupare  più  a  lungo 
circa  le  obbjezioni  di  quel  filosofo  illustre  (a) ,  mentre 
tutte  s'aggirano  sulle  modificazioni,  che  le  cause  morali 
possono  produrre  nella  ripetuta  influenza  che  esercita 
il  clima,  modificazioni  sulle  quali  per  ver  dire  nessun 
può  muover  dubbio,  ma  che  a  torto  sarebbero  riguar- 
date come  abbastanza  possenti  per  distruggere  affatto 
T  azione  delle  cause  fisiche   (b). 

§  35.  Un  illustre  viaggiatore  (e)  si  meraviglia,  come 
un  clima  caldo  o  temperato  se  fa  sì,  che  gli  Egiziani  o 
li  Chinesi  non  insorgono  contro   i   loro  principi  ,  non  è 

(a)  Per  l'egual  motivo,  credo  potermi  dispensare  di  tratte- 
nermi sul  sistema  d1  Ehezio  ,  che  tutto  attribuisce  all'  educa- 
zione. 

{b)  Non  posso  tacere  sull'autorità  di  Strabone  alla  quale  Hu- 
me  ha  voluto  appoggiarsi  per  negare  l'influenza  del  clima.  Se- 
condo la  citazione  di  Hume  risulterebbe  che  Strabone  non  am- 
mette tale  influenza.  Ma  realmente  il  Geografo  è  d'  opinione  che 
V  influenza  del  clima  sia  meno  possente  che  quella  delle  cause 
morali.  Ed  ecco  il  passo  :  «  e  le  arti  ,  le  facoltà  e  gli  esercizii  , 
»  quando  una  volta  qualcuno  li  abbia  introdotti,  s' invigoriscono 
»  sempre  più  sotto  qualsivoglia  clima  sebbene  anche  questo  ab- 
»  bia  una  qualche  efficacia.  Laonde  poi  presso  ogni  popolo  alcune 
»  cose  si  trovano  da  natura  ,  altre  vi  sono  in  conseguenza  delle 
»  istituzioni  e  dell'  uso.  Però  non  è  effetto  di  natura  che  gli 
»  Ateniesi  sieno  amanti  delle  lettere  e  i  Lacedemoni  no,  e  nem- 
»  manco  i  Tebani  che  sono  ancora  più  vicini  ad  Atene  ,  ma  sì 
»  delle  istituzioni  ;  ne  i  Babilonesi  e  gli  Egiziani  sono  per  na- 
»  tura  filosofi,  ma  per  esercizio  e  per  abitudine:  eie  buone  qua- 
»  lità  de' cavalli,  de' buoi  e  degli  altri  animali  non  le  producono 
»  i  luoghi  soltanto,  ma  ben  anche  gli  esercizii.  »  Strab.  lib.  II, 
e.  2  ,  ediz.  cit. 

(e)  Volney.  Foyages  eri  Sjrie,  et  en  Égyptc.  V.  Il,  cap.  /\q. 


27 

rapace  poi  di  togliere  a  questi  ,  che  non  poterono  a 
meno  di  ammollirsi  nei  costumi,  la  forza  di  mantenere 
la  schiavitù  nei  loro  popoli.  Si  fa  in  proposito  osservare 
che  que'  Capi,  originai]  da'  climi  freddi,  stabilirono  da 
principio  una  tale  specie  di  governo  ,  che  li  successori 
poi  non  credettero  di  propria  utilità  il  cambiare,  e  che 
li  popoli  sopportarono  in  seguito  per  abitudine. 

§  36.  La  forza  del  clima  è  qui  dunque  modificata 
dall'  esempio,  dalle  passioni  e  dall'  uso. 

§  3^.  Tale  mi  pare  sia  il  vero  punto  di  vista  sotto 
il  quale  bisogna  osservare  P  influsso  del  clima.  Questo 
esercita  il  suo  pieno  potere  sulle  nazioni,  che  più  P  av- 
vicinano alla  natura  $  e  va  indebolendosi  più  o  meno  a 
norma  eh'  esse  s'inciviliscono,  e  s'illuminano,  mercè 
quelle  morali  cagioni,  che  apportano  l'incivilimento.  Ma 
può  egli  quest'influsso  venire  affatto  distrutto  in  seguito 
dall'opera  delle  medesime  cagioni?  La  possibilità  di  scio- 
gliete una  tale  questione  dipende  da  un'altra  di  non 
men  difficile  scioglimeuto  ;  io  voglio  parlare  della  per- 
fettibilità dell'  umana  specie. 

§  38.  Intendo  per  perfettibilità  quella  facoltà  che 
l'uomo  possiede  di  perfezionarsi  sino  ad  un  certo  se- 
gno. Gli  antichi  filosofi  greci  (a)  si  erano  di  già  accorti, 
che  l'uomo  a  forza  d'esperienza  poteva  sempre  più  ac- 
crescere le  proprie  cognizioni  e  li  proprj  vantaggi  ,  sì 
fisici  che  morali,  e  sino  al  punto  di  trarre  tutto  il  pos- 
sibile partito  dalli  soccorsi,  che  la  natura  gli  offre.  Era 


(a)  Morendo,  si  lagnava  Teofrasto  che  la  natura  avesse  posti 
troppo  stretti  limiti  alla  vita  degli  uomini;  che  se  vivere  potes- 
sero più  a  luugo  portar  potrebbero  le  scienze  e  le  arti  ad  un  sì 
alto  punto  di  perfezione,  che  nulla  mancherebbe  alla  loro  per- 
fetta istruzione.  V.  Cicer.  ,   TttscnI.  lib.   Ili,  «28. 


«l8 

però  riservalo  ad  un  filosofo  (a)  clic  illustrò  i!  secolo 
nostro,  lo  sviluppare  questa  consolante  verità.  Il  secolo 
straordinario,  che  finì,  ha  fatto  più  da  se  solo  (IV)  per- 
ii progressi  della  civilizzazione  e  delle  cognizioni  uma- 
ne, che  tutti  li  secoli  che  lo  precedettero  dopo  il  rina- 
scimento delle  lettere  in  Europa.  La  scoperta  dell'  A- 
merica  e  quella  della  stampa  fatta  nei  secoli  anteriori 
sembrano  assicurarci  altresì  un  tale  vantaggio:,  l'usa  col- 
T  introdurre  in  Europa  una  nuova  polìtica  economia  , 
che  tende  continuamente  a  moltiplicare  le  cognizioni 
nostre  mercè  di  una  comunicazione  più  libera  e  più 
estesa  (§  26)  \  e  V  altra  diramando  li  depositi  di  tali 
cognizioni  nel  tempo  stesso  che  li  conserva  per  future 
generazioni  a  dispetto  del  tempo  e  delle  persecuzioni 
che  tutto  cercano  distruggere.  Sembra  che  noi  temer 
non  possiamo  la  sorte  degli  antichi  popoli  civilizzali  , 
che  la  più  piccola  rivoluzione,  cioè,  possa  generare  la 
barbarie  •  precisamente  perchè  le  cognizioni  loro  ,  es- 
sendo confinate  ad  un  piccolo  canto  della  terra,  erano 
T  appannaggio  di  uno  scarso  numero  di  uomini  predi- 
letti dalla  natura  ,  secondati  dalla  fortuna  ,  e  perchè  il 
restante  degli  uomini  provavano  ostacoli  insuperabili  a 
procurarsi  gli  stronfienti  del  sapere. 

§  39.  Tali  progressi  dello  spirito  umano  hanno  già 
creati  nuovi  rami  di  scienze  ignote  agli  antichi,  e  veri- 
similmente  essi  non  mancheranno  di  crearne  degli  al- 
tri, che  ora  ci  sono  ignoti.  Noi  abbiamo  già  veduto  (§  26) 
che  gli  effetti  di  questa  civilizzazione,  prodotti  da  una 
nuova  specie  di  economia  politica  ,  hanno  modificato 
P  influenza  del    clima    in    Europa    per  modo  che  quasi 


(a)  V.  l'opera  postuma  di  Condorcet  intitolata.  Esqnis.se  d'un 
tableau  hìstorique  des  progrès  de  Vesprit  humain, 


29 
tulli  li  popoli  ,  i  quali  abitano  questa  parte  del  mondo 
altro  non  sembrano  che  comporre  una  stessa  nazione. 
D'  altra  parte  però  non  puossi  dissimulare  che  questi 
medesimi  progressi  della  civilizzazione  hanno  altresì  in- 
dotta nel  fisico  del  uomo  una  debolezza  almeno  rela- 
tiva. Senza  parlare  delle  nuove  malattie  ,  che  l1  esten- 
sione data  ai  nostri  rapporti  commerciali  ci  ha  procu- 
rate (§  24)  5  il  lusso  ,  la  sete  dell'  oro  e  1'  applicazione 
alle  scienze  ed  allearti  sedentarie,  coli' accrescere  i  no- 
stri godimenti,  hanno  banditi  da  noi  quella  tranquillità 
d'animo  tanta  necessaria  per  il  miglior  essere  nel  corpo} 
talmente  che  sembrami  assai  difficile  il  decidere,  se  tutti 
li  vantaggi  uniti  che  la  civilizzazione  ha  introdotti  nella 
nostra  società,  non  siano  contrabbilanciali  dai  danni  che 
per  necessità  ne  scaturiscono.  Non  pretendo  già  dire  con 
Rousseau  ,  esser  l'uomo  che  pensa  un  animale  depra- 
vato }  ma  non  vedo  potersi  negare  ,  che  il  perfeziona- 
mento di  quella  preziosa  facoltà  ,  che  ci  distingue  dai 
bruti,  spinta  ad  un  certo  punto,  (V)  diventa  una  sor- 
gente di  mali  fisici  e  morali  (a). 

§  4°«  Onde  la  civilizzazione  o  ,  ciò  che  vuol  dir  lo 
stesso,  il  complesso  di  tutte  le  cause  morali  ,  giungere 
potesse  a  distruggere  affatto  gli  effetli  del  clima  o  delle 
cause  fisiche,  sarebbe  necessario  che  gli   uomini   s1  00 

(a)  Furono  sempre  li  popoli  meno  pensatori  quelli  che  fu- 
rono li  meno  depravati,  e  che  hanno  conquistati  li  popoli  spiri- 
tuali e  più  corrotti.  Egli  è  vero  che  la  tattica  moderna  ,  che  fa 
parte  delle  nostre  cognizioni  moltiplicate,  ci  pone  al  sicuro  dalle 
invasioni  di  que'  popoli  ,  eh'  essa  compensa  in  qualche  modo 
tale  debolezza  fisica  ,  ma  è  pur  vero  che  il  filosofo  occupalo  in 
profonde  meditazioni  ,  ed  il  negoziante  che  ha  piena  la  testa  di 
calcoli  mercantili  ,  trovansi  esposti  alle  impressioni  del  clima  , 
quanto  Y  uomo  il  meno  schiavo  delle  affezioni  morali. 


3o 

cupassero  esclusivamente  della  scienza  d  eli  a  felicità  , 
cioè  de'  mezzi  di  congiungere  colla  maggiore  forza  di 
corpo  possibile  la  più  grande  coltura  possibile  dell'  in- 
telletto (a).  Ma  uon  puossi  arrivare  ad  unire  insieme 
queste  due  cose  se  non  che  coll'ajuto  della  medicina  e 
della  morale,  scienze  le  più  importanti  per  l'  umana  fe- 
licità. 

§  41-  P^1'  medicina  intendo  qui  specialmente  la  parte 
di  questa  scienza  conosciuta  sotto  il  nome  di  Igiene,  e 
di  cui  è  oggetto  il  conservare  la  salute  o  prevenire  le 
malattie  con  Puso  ben  applicato  delle  sei  cose  che  vol- 
garmente chiamansi  non-naturali  (b).  Questa  parte , 
sulla  quale  dirigevansi  specialmente  gli  studi  degli  an- 
tichi ,  merita  tutta  I'  attenzione  de'  moderni  legislatori. 
Ed  è  difatti  col  suo  mezzo  che  si  può  se  non  cancel- 
lare ,  almeno  modificare  sensibilmente  1'  influsso  del 
clima.  Dissodare  terreni  incolti  :,  atterrare  o  piantare 
boschi  }  asciugare  paludi  •  offrire  scolo  ad  acque  che 
non  scaricansi  con  sufficiente  rapidità  :  riformare  e  ri- 
durre, (e)  se  è  possibile,  le  città  mal  esposte  o  di  smi- 
surata grandezza  ,  e  costruirne  poi  delle  nuove  su  di 
un  piano  ,  e  con    esposizione    più    salubre  per  chi  deve 

(a)  Mentem  sanarti  in  corpore  sano.  Colui  il  quale  disse  non 
avervi  nella  vita  che  due  soli  beni  il  buon  senso  e  la  salute,  ha 
detto  una  grandissima  verità. 

{b)  Queste  sono;  l'aria;  gli  alimenti  e  le  bevande;  il  moto 
e  la  quiete;  il  sonno  e  la  veglia;  le  materie  o  umori  ritenuti  o 
evacuati  ;  e  le  passioni  dell'  animo. 

(e)  Secondo  Plutarco  (  Contro  Colat.  )  ,  Empedocle  liberò  la 
sua  patria  guardandola  dall'  influenza  del  vento  di  mezzogiorno. 
Lo  stesso  scrittore  (  della  curiosità  )  ci  narra  essersi  data  la  sa- 
nità a  Cheronea  sua  patria  ,  esponendola  al  vento  d'  oriente 
quando  invece  da  prima  trovavasi  esposti  a  quello  di  ponent 


e. 


3i 

abitarle}  impedire  che  non  si  allarghino  eccessivamente, 
o  per  opposto  che  gli  abitanti  ammucchiati  in  un  piccolo 
spazio  vicendevolmente  non  si  nuocano  colle  proprie 
emanazioni  :;  stabilirvi  esercizj  d'  emulazione  ,  e  bagni 
pubblici  ,  accessibili  ad  ogni  classe  di  cittadini  per  la 
tenuità  del  prezzo  f,  cangiare  la  costruzione  e  la  situa- 
zione degli  edifizj  destinati  all'  istruzione  ed  ai  piaceri 
del  pubblico  (a)}  avere  occhio  attento  sulla  scelta  di 
tutte  le  sostanze  che  servono  di  bevanda  o  di  cibo  al 
popolo  \  pensare  a  distrugere  le  malattie  che  il  nostro 
commercio  cogli  stranieri  ci  ha  procurate  (§  25),  ed  im- 
pedire che  quelle  proprie  di  altri  popoli  s'introducano 
ne'  nostri  paesi  (§  if\)  ,  Ecco  gli  oggetti  principali  ,  de' 
quali  il  Governo  di  una  nazione,  ajutato  dai  lumi  della 
medicina,  deve  occuparsi  col  massimo  interessamento  se 
vuol  diminuire  li  cattivi ,  o  secondare  i  buoni  effetti 
dell'  influenza  del  clima. 


(a)  Gli  antichi  calcolavano  meglio  li  vantaggi  di  questa  parte 
della  medicina.  Ne  fanno  testimonianza  i  loro  esercizj,  i  loro  ba- 
gni, i  loro  spaziosi  teatri  posti  all'aperto  ;  e  che  in  ciò  tanto  di- 
versificavano dai  nostri.  Nell'educare  l'uomo,  egli  non  aggiungevano 
alli  inali  fisici,  che  per  necessità  risultano  dall'  applicazione  dello 
spirito,  anche  li  mali  di  un  locale  naturalmente  mal  sano,  o  che 
tale  diventa  per  1'  unione  di  un  gran  numero  di  scolari;  egli  era 
ne' campi,  ne'  boschi,  in  mezzo  ai  giaidini,  nel  passeggiare  sotto 
pergolati,  nel  respirare  un'  aria  fresca  e  balsamica,  che  li  filosofi 
davano  le  lezioni.  Una  tale  istruzione  ambulante  era  ben  altra 
cosa  che  quella  che  noi  riceviamo  in  certe  cattive  sale  che  chia- 
mansi  scuole  ,  accademie  ,  ginnasj ,  licei  ecc.  E  bensì  vero  che 
la  dolcezza  del  clima  della  Grecia  era  favorevole  a  simile  ma- 
niera d'  istruirsi  e  dilettarsi  all'  aria  aperta,  ciò  che  sarebbe  im- 
possibile fare  nella  maggior  parte  de' climi  d'Europa;  ma  potran- 
nosi  mitigare  gì'  inconvenienti  del  nostro  col  soccorso  di  regola- 
menti tratti  da  cognizioni  igieniche. 


3a 

§  f\i.  Il  legislatore  non  caverà  minore  profitto  dalla 
morale  perfezionata.  Comprendo  sotto  questo  nome  la 
politica^  non  però  quale  da  alcuni  la  s'intende,  e  che 
altro  non  è  che  V  arte  d'  ingannare  i  proprj  nemici  o 
rivali  ,  ma  la  scienza  di  governare  gli  uomini  in  modo 
che  sieno  felici  mercè  il  miglior  uso  delle  proprie  pas- 
sioni (a).  Ma  la  forza  di  queste  passioni,  non  meno  che 
il  temperamento  che  le  determina  ,  non  essendo  più  o 
meno  che  l'effetto  del  clima,  o  delle  morali  cagioni,  co- 
me li  costumi  e  le  instituzioni  di  un  popolo  ,  ben  si 
scorge  come  sia  importante  per  il  legislatore  di  sapere 
calcolare  gli  effetti  che  tutte  queste  cause,  disgiunte  o 
unite  in  diversi  modi  ,  sono  capaci  di  produrre  ,  onde 
poterle   modificare  a  suo   piacimento. 

§  43.  Onde  però  il  legislatore  possa  signoreggiare 
le  cause  fisiche  colTajuto  delle  morali,  tentar  deve  uua 
infinità  di  riforme  ,  che  non  possono  venir  tutte  coro- 
nate d'  uo'  eguale  riuscita.  E  facile  per  esempio  asse- 
gnare ricompense  alla  virtù ,  come  stabilire  delle  pene 
per  li  delitti  ,  e  quantunque  questa  parte  della  legisla- 
zione sia  ancora  imperfetta,  promette  però  de'  vantaggi 
per  la  felicità  dell'uomo  nello  stato  sociale.  Gli  sarebbe 
pur  anche  possibile,  s'  egli  governa  una  nazione  nume- 
rosissima  e    che  per   conseguenza  trovasi   sparsa  su  di 

(a)  Paragonando  ciò  che  qui  dico  con  quanto  ho  fatto  notare 
circa  le  passioni  considerate  come  oggetto  della  medicina  (§  4 1 9 
not.  a.  )  si  resterà  sempre  più  convinti  che  non  si  può  separare 
questa  scienza  dalla  morale  ogni  qual  volta  trattasi  di  rendere 
gli  uomini  felici.  Diderot  scherzando  mette  fuori  una  grande  ve- 
rità, quando  osserva  nel  suo  Iacques  le  fataliste  che  non  vi  ha 
massima  morale  di  cui  non  si  sia  fatto  un  aforismo  iu  medicina  , 
come  non  vi  ha  aforismo  di  medicina,  di  cui  non  siasi  fatta  una 
massima  di  morale. 


33 

un'  estensione  di  paese  sottoposto  a  diverse  latitudini , 
di  temperare  V  asprezza  di  carattere  di  certi  abitanti 
colla  naturale  dolcezza  degli  altri  ,  inducendo  co'  più 
convenienti  mezzi  qualche  parte  della  nazione  a  tra- 
sportarsi periodicamente  da  una  provincia  all'  altra3  ed 
incrocicchiare  così  le  razze  (a). 

§  44-  Non  sarà  però  del  pari  agevole  cosa  pel  legi- 
slatore, nello  stato  attuale  dell'economia  politica  adot- 
tata da  quasi  tutte  le  nazioni  d'  Europa  di  diminuire  il 
numero  delle  arti  meccaniche  più  insalubri  per  l'uo- 
mo }  sa/ebbe  sin  anche  impolitico  il  tentare  di  farlo  se 
la  nazione  non  ha  altra  risorsa  che  il  commercio  (VI). 
Non  gli  riuscirà  più  facile  d'impedire  l'eccessiva  ine- 
guaglianza delle  ricchezze  senza  danneggiare  la  libertà 
del  commercio  ,  ed  anche  la  libertà  individuale  di  cui 
ciascun  cittadino  deve  godere  nel  esercizio  de'  proprj 
talenti,  e  d'altronde  è  questa  ineguaglianza,  che  fu 
sempre  sorgente  la  più  feconda  di  corruzione  nei  co- 
stumi. L' oro  distribuito  troppo  sproporzionatamente 
diviene  un  mezzo  di  seduzione  nelle  mani  di  un  ricco 
possessore,  ed  è  una  continua  tentazione  del  povero,  che 
ne  è  sprovvisto  ,  di  lasciarsi  sedurre.  Egli  è  raro  assai 
trovare  la  virtù  nei  magazzini,  e  ancor  di  più  il  trovarla 
sotto  dorate  vòlte}  non  è  che  tra  gli  uomini  posti  in  una 


(a)  Una  tale  idea  di  Platone  merita  tutta  l'attenzione  del  le- 
gislatore :  Questo  filosofo  consiglia  a  chi  e  di  carattere  focoso  dì 
non  congiungersi  che  con  famiglia  d'un  naturale  flemmatico  e  tran- 
quillo ,  e  cosi  pel  contrario  agi'  individui  d'  un  naturale  portalo 
per  l' indolenza,  di  cercare  i  loro  mariti,  o  le  loro  spose  nelle  fa- 
miglie composte  d'uomini  vivaci  ed  attivi.  V.  Platone  delie 
leggi,  lib.  VI. 

SitIP  aria  .  ecc.   Trattato.  3 


34 
felice  mediocrità  eh1  essa  ama  di  stare  (a).  Accade  nel 
corpo  politico  di  una  nazione  ,  ciò  che  nel  corpo  fi- 
sico degli  individui  ,  che  la  compongono  }  nel  modo 
stesso  che  una  parte  di  questo  non  può  avere  un  au- 
mento mostruoso  senonchè  a  spese  delle  altre  che  de- 
periscono in  seguito}  così  le  fortune  colossali  di  alcuni 
particolari  sono  una  prova  che  Io  stato  è  in  uua  specie 
di  marasmo  (b)  (VII). 

§  4^-  Da  tutto  ciò  io  voglio  conchiudere,  che  se  la 
perfettibilità  indefinita  della  umana  specie  non  è  una 
chimera,  tutti  gli  ostacoli  che  vi  si  oppongono  provano 
almeno  che  essa  è  circoscritta  entro  confini  assai  più 
ristretti ,  che  non  credesi  comunemente.  Forse  la  me- 
desima non  può  aver  luogo  che  sino  a  certi  gradi  di 
estensione,  oltre  li  quali  all'uomo  non  è  lecito  signoreg- 
giare le  cause  fisiche  ,  né  comandare  agli  elementi.  E 
possibile  che  auche  ne'  climi  temperati  le  nazioni  mo- 
derne, arrivate  ad  un  certo  punto  di  perfezione  morale 
e  politica,  retrocedano  ove  sono  partite,  come  avvenne 
alle  nazioni  autiche.  E  pur  possibile  che  un  tale  stato 
di  decadenza  e  di  vecchiaia  non  sia  per  giungere  vera- 


(a)  Una  delle  più  belle  preci  con  cui  ci  rivolgiamo  all'essere 
supremo  è,  a  mio  giudizio  la  seguente  ;  mendicitatem  et  divi- 
tias  ne  dederis  mihi:  trìbue  tantum  vietili  meo  necessaria  ;  ne 
forte  satiatus  illiciar  ad  negandum,  et  dicam ,  quis  est  Domi- 
nus  ;  aut  egestate  compulsus  furer,  et  perjurem  nomea  Dei  mei. 
Proverò.  Cap.  XXX,  8,  9. 

(b)  Quemadmodum  enim  corpus  ex  partibus  constai,  hasque 
oportet  ex  proportione  crescere  ,  ut  maneat  totius  et  partìum 
commensus  ;  sin  minus  ,  interit  ,  cum  pes  quidem  quatuor  est 
cubilorum,  reliquum  vero  corpus  duorum  palmorum  .  .  .  ita  et 
cìvitas  ex  partibus  composila  est ,  quarum  sape  nonnulla  oc- 
culte augescit  ecc.  Aristotelcs  de  Repub,  Lib.  V,  cap.  5. 


35 

mente  cosi  rapido  per  noi  come  lo  fu  per  li  popoli,  clic; 
ci  hanno  preceduti,  attesi  li  grandi  vantaggi  che  abbia- 
mo su  di  essi  (§  38),  senza  per  altro  escludere  che  arri- 
var possa  un  simile  fatale  momento  ad  onta  di  tutte  le 
precauzioni  che  si  saranno  prese  per  impedirlo,  o  per 
allontanarlo. 

§  46*  Aspettando  la  fortunata  epoca  in  cui  la  mo- 
rale e  la  medicina,  ancora  imperfette,  insegnino  agli  uo- 
mini 1'  unirsi  ,  ed  il  confondersi  col  mezzo  della  virtù 
non  ostante  l'influsso  de'  climi  diversi  ch'essi  abitano, 
il  dovere  del  legislatore  consisterà  a  trarre  il  migliore 
possibile  partito  dello  stato  fisico  in  cui  trovasi  la  sua 
nazione,  ed  a  procurare  il  maggior  bene  al  suo  popolo 
col  minor  male  alle  nazioni  che  gli  stanno  vicine.  Non 
si  lusinghi  egli  però  di  poter  giungere  ad  un  tale  fine 
se  le  sue  leggi  non  tendono  tutte  a  procurare  bastante 
forza  al  corpo  per  respingere  li  mali  fisici,  ed  all'animo 
per  non  lasciarsi  agitare  dal  tumulto  delle  passioni. 


36 

tinaia  sa(g®sris)A 

ANALISI  DEL  TRATTATO  DELLE  ARIE 
DELLE  ACQUE  E  DE1  LUOGHI. 

§  47»  Dopo  avere  parlato  della  influenza  che  il  cli- 
ma esercita  sull'uomo,  è  giusto  ch'io  presenti  al  lettore 
una  breve  analisi  dell'opera  che  tratta  di  tale  argomento, 
e  che  renda  conto  dei  mezzi  e  dei  soccorsi,  de' quali 
mi  sono  servito  per  dare  la  mia  edizione.  L'  antichità 
tutta  va  d'  accordo  nel  riguardare  questo  trattato  come 
un  vero  parto  d' Ippocrate.  Non  vi  ha  che  il  celebre 
Haller  che  siasi  fatto  lecito  di  porre  in  dubbio  una  così 
unanime  credenza  appoggiandosi  ad  un  passaggio  ma- 
linteso dai  traduttori}  da  qui  risulterebbe,  dietro  la 
falsa  spiegazione  che  se  ne  è  data  ,  che  V  autore  del 
trattato  delle  arie^  delle  acque  e  de''  luoghi  siasi  spac- 
ciato per  europeo,  ora  Ippocrate  essendo  nativo  di 
Coo,  isola  dell'Asia,  uè  verrebbe  di  conseguenza  giu- 
stissima ,  dice  Haller ,  eh'  esso  non  sia  1'  autore  di  tal 
opera  (a). 

§  48.  Il  celebre  Grunner  si  meraviglia  a  ragione  di 
questa  strana  opinione  delP  Haller  (b),  ed  io  mi  sono  con- 
vinto che  quest'  ultimo  non  pose  in  campo  un  tale  pa- 
radosso se  non  che  sulla  fede  de'  traduttori  e  special- 
mente del  Settala  ,  il  quale  non  avendo  inteso  uno  de' 
passi  più  chiari  di  questo  trattato  ,  e  del  quale  a  suo 
luogo  io  parlerò  ,   ne  conchiuse  che  Ippocrate  si  diede 

(a)  Haller,  Artis  medicee   prìncipe*.  T.   IV  ,  PrcefaL  et  Ri- 
hliolh.  medie,  prcet.  T.  I,  p.  29  e  59. 

(b)  Grunner.  Censur.  Libr.  Hippocrat, ,  p.  5o, 


per  europeo  ;  mentre  che  secondo  la  sana  critica  , 
quand'anche  un  tal  passo  riguardarlo  si  voglia  come  su- 
scettivo del  senso  forzato  che  gli  si  volle  dare,  non  se  ne 
potrebbe  trarre  altra  conseguenza  se  non  quella  che 
Ippocrate  aveva  composto  questo  trattato  fuori  della 
propria  patria  ,  in  un  paese  spettante  all'  Europa.  Gli 
errori  del  Haller  (dico  gli  errori  perchè  questo  non  è 
il  solo  che  commise  relativamente  a  quest'  opera  e  ad 
altre  dello  stesso  medico  greco  (a)),  provano  quanto 
mai  circospetto  esser  si  deve  nei  giudizj,  che  si  danno 
sulle  opere  degli  antichi;  e  particolarmente  poi  quando 
non  si  possiede  perfettamente  la  lingua  in  cui  eglino 
hanno  scritto,  e  che  non  si  ha  sempre  presente  il  com- 
plesso della  loro  dottrina. 

§  49-  P'10  comodamente  questo   trattato  essere  di- 
viso in  sei    sezioni  o  capitoli.   Il   primo    non  è  che  una 
specie  d'  introduzione,  nella  quale  1'  autore  stabilisce  la 
i  necessità  e  l'importanza  delle  topografie  mediche.  Con- 
sistere devono  queste  nella  cognizione  della  natura  delle 

(a)  V.  Journal  de  Mèd.,  voi.  7^  p.  326.  Nel  quarto  libro 
degli  Epidemici.  Ippocrate  fa  menzione  di  un  uomo  chiamato 
Cinico;  1' Haller  prendendo  questo  nome  come  qualificativo  della 
setta  ben  nota,  giudica  che  il  quarto  libro  degli  Epidemici  è  apo- 
crifo perchè  la  setta  cinica,  die' egli,  non  ancora  esisteva  al  tempo 
d' Ippocrate.  Senza  riportare  la  poco  soddisfacente  maniera  con 
cui  il  reddatore  di  quel  giornale  cerca  combattere  1'  Haller ,  io 
ardisco  assicurare  che  devesi  leggere  Cijniscus  come  espressa- 
samente  lo  si  trova  nel  lib.  VI,  sect.  7  degli  Epidemici,  ove  l'u- 
guale storia  della  malattia  stessa  n'  è  ripetuta  quasi  parola  per 
parola  :  Cijniscus  era  un  nome  proprio  d'  uomo ,  come  Cijnisca 
di  donna  mollo  in  uso  presso  li  Greci,  e  specialmente  presso  li 
Greci  d'origine  dorica.  V.  Erodoto,  lib.  VI  cap.  71.  —  Seno~ 
fonte.  Sped.  di  Ciro,  lib.  VII  e  Lodi  di  Agesilao.  —  Teocrito, 
Idill.  XIV  e  suida  in   rJo<nV<?rsrof. 


38 
stagioni  e  del  loro  avvicendamento  de7  venti  sì  generali 
come  locali,  o  che  soglion  dominare  in  un  paese  5  del- 
l'esposizione di  una  città  riguardo  a  questi  venti,  al 
levare  o  al  tramontare  del  sole  \  della  qualità  del  suolo 
e  delle  sue  acque  \  del  genere  di  vita  e  del  modo  di 
alimentarsi  degli  abitanti.  Se  si  paragonano  li  precetti 
che  egli  dà  per  ottenere  una  buona  topografia  con  quelli 
che  trovansi  registrati  nelle  Memorie  di  una  celebre  so- 
cietà (a),  si  sarebbe  quasi  tentati  di  accusare  Ippocrate 
d'una  folla  di  essenziali  mancanze^  ma  se  appena  si 
vorrà  portare  l'attenzione  da  un  lato  su  quella  conci- 
sione che  caratterizza  gli  scritti  di  questo  gran  medico, 
come  di  chiunque  è  dotato  di  un  genio  superiore,  e  dal- 
l' altro  sulla  fecondità  del  piccolo  numero  de' precetti 
che  ci  offre  ,  chiunque  non  potrà  a  meno  di  avvedersi 
essere  queste  omissioni  se  non  corollarj  ,  che  ciascuno 
può  cavare  facilmente  dai   precetti  medesimi. 

§  5o.  La  considerazione  delle  stagioni  ha  per  og- 
getto non  solo  il  loro  naturale  succedersi ,  ma  pur  an- 
che il  loro  alterarsi  ,  le  loro  variazioni  ,  e  la  rispettiva 
durata  di  queste  ultime.  Ciò  è  pure  per  li  venti  ;  non 
è  soltanto  l'ordinaria  loro  successione  ,  le  loro  fisiche 
proprietà  di  calore  o  di  freddo  ,  il  loro  soffiare  più  o 
meno  libero  determinato  dalle  particolari  località  ,  ciò 
che  il  medico  deve  considerare  }  bisogna  altresì  ch'egli 
esamini  le  loro  variazioni,  il  loro  scostarsi  dalle  regole 
comuni,  e  la  durata  di  tal  irregolarità. 

§  Si,  Le  ricerche  sulle  qualità  delie  acque,  che  sca- 
turiscono dalla  terra  ,  devono  accompagnare  1'  esame 
della    loro  quantità  più  o   meno  considerevole   relativa- 

(a)  V.  Màmoires  de  la  Socìété  Royaìe  de  Médecine  de  Pa- 
ris annèe  1776.  Voi.  I.  Préface. 


h 

mente  allo  spazio  del  terreno  che  irrigano,  E  un  tale 
«sanie  che  sembra  essere  raccomandalo  dall'  autore , 
quando  parla  delle  acque  palustri  ,  la  cui  tendenza  è 
di  continuamente  accumularsi  e  d'innondare  i  paesi  per 
mancanza  del  declivio,  non  meno  che  di  quelle  acque, 
che  vengono  da  luoghi  alti,  e  che  per  ciò  scorrono  ra- 
damente sulla  superficie  del  suolo  senza  fermarvisi  af- 
fatto. 

§  52.  Ippocrale  nulla  lascia  a  desiderare  riguardo 
alli  preeetti  che  ci  dà  sull'  esame  del  suolo.  Ben  si 
comprende  la  diversità  che  esiste  tra  un  suolo  nudo  ad 
uno  coperto  d'  alberi  *,  il  primo  trovandosi  esposto  alla 
piena  azione  del  sole,  deve  essere  per  necessità  secco  } 
mentre  che  sull'  altro  la  vegetazione  mantiene  della  fre- 
schezza, e  tempera  l1  ardore  che  seco  hanno  li  raggi 
del  sole.  Lo  stesso  si  può  dire  d'  un  terreno  basso  re- 
lativamente ad  altro  che  lo  domina*,  P  uno,  al  coperto 
da'  venti  per  le  alture  che  lo  circondano,  viene  per  lo 
più  molestato  da  calori  soffocanti*,  il  secondo  invece, 
posto  al  disopra  del  livello  di  quanto  gli  sta  intorno, 
deve  essere  rinfrescato  dai  venti,  che  da  ogni  lato  lo  as- 
salgono. Delle  qualità  del  suolo,  dipendenti  dalle  parti 
d'onde  e  composto,  non  meno  che  dall'umidità  da  cui 
è  imbevuto,  Ippocrate  parla  con  maggiore  estensione 
alla  fine  di  questo  trattato  (CXXI,  CXXV  e  CXXVI). 

§  53.  Per  genere  di  vita  degli  abitanti  ,  oggetto 
ugualmente  degno  di  tutta  1'  attenzione  del  medico,  in- 
tendere si  deve,  non  solo  il  loro  modo  di  vivere,  o  la 
qualità  e  quantità  degli  alimenti,  che  abitualmente  essi 
prendono,  ma  ben  anche  la  loro  tendenza  al  lavoro  o 
ali"  ozio  in  generale,  e  più  particolarmente  la  maniera 
con  cui  comportansi  sì  nell'uno  che  nell'altro,  cioè,  le 
qualità  di  divertimenti  a  quali  si  abbandonano  ,    quella 


4o 

de'  lavori  che  coltivano.  E  ben  si  scorge  che  in  que- 
st'  ultima  categoria  si  comprendono  per  conseguenza  le 
diverse  arti ,  mestieri  e  professioni  ,  l' influenza  delle 
quali  sull'uomo  non  può  venir  posta  in  dubbio,  come 
ho  già  dimostrato  (§196  20). 

$  54.  Gì'  insegnamenti  che  ci  dà  circa  il  levare  o 
il  tramonto  degli  astri  è  specialmente  applicabile  al 
modo  di  distinguere  le  stagioni  degli  antichi  Greci,  co- 
me farò  vedere  nelle  mie  note.  E  ciò  serva  a  disingan- 
nare coloro  che  credere  volessero  in  Ippocrate  domi- 
nanti le  chimere  astrologiche.  Gli  antichi  non  conside- 
ravano gli  astri  se  non  come  punti  di  separazione  tra 
le  diverse  parti  dell'  anno,  ed  in  quanto  che  queste  epo- 
che erano  precedute,  accompagnate  o  susseguite  da  certi 
fenomeni  meteorologici ,  i  quali ,  come  una  lunga  spe- 
rienza  aveva  provato,  dinotavano  la  futura  costituzione 
della  stagione,  che  teneva  dietro  al  loro  apparire.  Una 
prova  di  quanto  asserisco  sta  in  ciò  ,  che  Aristotele , 
parlando  della  canicola  ,  dice  espressamente  (a) ,  che 
tanto  il  levarsi ,  quanto  lo  scomparire  di  questa  costel- 
lazione sono  per  lo  più  pericolose,  perchè  accadono  in 
un  cambiamento  di  stagione,  il  primo  in  estate,  ed  il 
secondo  in  inverno. 

§  55.  Termina  Ippocrate  questa  introduzione  col- 
V  esortare  li  medici  a  non  riguardare  le  cognizioni  e  le 
ricerche  meteorologiche  come  inutili  all'  arte  loro ,  il 
che  fa  vedere  sienvi  stati  a'  tempi  suoi  de'  medici  che 
dubitavano  dell'importanza  di  tali  ricerche.  Il  medico 
di  Coo  non  poteva  meglio  rispondere  agli  increduli  , 
che  loro  ricordando,  seguire  1'  interno  del  corpo  li  cam- 
biamenti dell'atmosfera}  ed  appellandosi  alla  stessa  loro 

(a)  Meteorologia  ,  lib.  II,  cap.  5. 


4« 

sperienza,  non  che  alle  diverse  sensazioni  ,  eh'  eglino 
provavano  per  le  diverse  qualità  dell'  aria  che  gravita 
da  ogni  lato  sul  corpo  e  che  lo  penetra  sia  per  gli  or- 
gani della  respirazione,  sia  per  li  vasi  assorbenti  della 
pelle. 

§  56.  Una  tale  osservazione  conduce  naturalmente 
a  considerare  le  diverse  esposizioni  riguardo  ai  venti  ed 
al  sole  $  il  che  forma  il  soggetto  del  li  capitolo,  che  io 
ho  chiamato  de* Climi.  Il  vento  altro  non  essendo  che 
I'  aria  in  moto,  il  medico  deve  pria  di  tutto  conoscere 
le  qualità  fisiche  di  questo  elemento.  La  fisica  moderna 
c'insegna  che  il  peso  di  un  tale  fluido  può  variare  a 
norma  eh'  egli  è  umido  o  secco,  caldo  o  freddo,  mosso 
piuttosto  verso  questa,  che  verso  quell'altra  parte  del- 
l'orizzonte} e  simile  variazione  di  peso,  cui  trovasi 
esposto  il  nostro  corpo  piuttosto  in  un  tempo,  che  nel- 
1'  altro ,-  può  giungere  sino  quattro  mila  libbre.  Questo 
enorme  peso  certamente  ci  schiaccerebbe  se  l'aria  con- 
tenuta nella  capacità  del  corpo  non  reagisse  in  ragione 
della  pressione  operata  sulla  sua  superficie  dall' ai  ia 
esterna.  Ciò  non  ostante,  ad  onta  di  una  tale  reazione, 
il  diminuire  o  V  aumentare  del  peso  dell'  aria  esterna 
deve  trarre  seco  disordini  assai  sensibili  ogni  qualvolta 
che  l'uno  o  1'  altro  si  fa  bruscamente  e  senza  tenere 
una  regolare  gradazione.  Non  v'  ha  alcuno  che  salito 
alla  sommità  di  un'  alta  montagna  ove  1'  aria  e  molto 
rarefatta,  e  per  conseguenza  meno  pesante  che  quella 
delle  valli ,  non  abbia  provato  almeno  ai  primi  istanti 
un  incomodo  ed  un'  alterazione  molto  sensibile  in  tulle 
le  funzioni  ,  ma  specialmente  in  quella  del  respiro. 

§  5^.  E  provato  a  dì  nostri,  che  questo  fluido  che 
costituisce  la  nostra  atmosfera  è  un  composto  di  diversi 
gas,  e  che  uno  soltanto  di  questi    serve  alla  respiraz  io- 


4, 

ne  ,  e  per  conseguenza  a  conservare  la  vita  degli  ani» 
mali.  Esso  chiamasi  aria  vitale  (  gas  ossigene  de'  chi- 
mici )  perchè  serve  appunto  ad  alimentare  il  fuoco 
della  vita  5  egli  è  perciò  il  vero  pabulum  vitae  che  per 
altro  non  solo  penetra  in  noi  per  li  canali  del  respiro  \ 
ma  pur  anche,  come  ho  fatto  già  osservare  (§  55),  per 
la  superficie  del  corpo  coli'  ajuto  de'  vasi  assorbenti  o 
inalanti,  e  dir  si  può  che  il  corpo  respira  per  ogni  par- 
te. Questa  verità  comprovala  dalla  sperienza  de'  mo- 
derni appartiene  ugualmente  al  numero  prodigioso  delle 
verità  sparse  nelle  opere  d'Ippocrate.  Tutto  il  corpo, 
dice  questo  grande  osservatore  della  natura,  e  spira  ed 
inspira  (#),  cioè  in  ogni  punto  della  superficie  del  me- 
desimo si  fa  un'  espirazione  ed  un'  inspirazione  simile  a 
quella  che  si  eseguisce  dall'  organo  polmonare  ,  e  da 
cui  risulta  ciò  che  strettamente  dicesi  respirazione. 

§  58.  La  porzione  però  d'  aria  vitale  può  essere 
più  o  meno  considerevole  in  una  data  quantità  d'  aria 
atmosferica  secondo  che  questa  è  più  o  meno  pesante 
(§  56)  ,  con  maggiore  o  minor  frequenza  rinnovata  dal 
moto,  o  secondo  che  ,  ristagnando,  acquista  dannose 
qualità.  Da  ciò  ne  emerge  la  diversità,  che  nascere  deve 
dai  varj  climi,  dalle  varie  esposizioni,  non  meno  che 
dalle  varie  stagioni  dell'  anno  relativamente  all'  aria , 
che  respiriamo  e  che  vivifica  di  continuo  la  macchina 
nostra  riparando  il  calore  animale.  Così  F  aria  atmo- 
sferica può  divenire  più  o  meno  atta  alla  conservazione 
della  vita  non  solamente  per  la  porzione  più  o  meri 
grande  d'aria  vitale  che  contiene,  ma  pur  anche  per  la 
quantità  di  mofeta  che  entra  nella  composizione  di 
quella,  ed  inoltre  per  la  quantità    e  qualità    de'  vapori 

(«)  Epidein,  Lib.  VJ,  sect.  VI,  2. 


43 
ed  esalazioni,  che  innalza  osi  dalla  superficie  della  lena 
e  si  mischiano  con  la  medesima. 

§  59.  Quanto  ai  venti,  i  quali  non  sono  che  li  di- 
versi movimenti  dell'aria  (§  56),  soltanto  nel  II  capitolo 
Ippocrate  ne  parla  con  maggiore  estensione  \  o  nel 
IV  capitolo,  non  meno  che  negli  Aforismi ,  negli  Epi- 
demici (0),  nel  libro  II  della  Dieta  si  limita  a  notare  li 
venti  del  Nord  e  del  Sud,  de'  quali  ho  già  riferite  le 
qualità  relativamente  all'  animale  economia  (§  6)}  poi- 
ché, del  pari  che  fece  Aristotele  (b) ,  e' riguardava  tutti 
gli  altri  venti  come  appartenenti  all'  uno  o  all'  altro 
di  que'  due  venti  principali  ,  secondo  eh'  essi  parteci- 
pavano dell'uno  o  dell'altro.  Per  esempio  li  venti  oc- 
cidentali, tutti  cioè  li  venti  inclusivamente  ,  che  soffia- 
vano tra  il  ponente  invernale  e  il  ponente  d' estate  , 
erano  considerati  come  spettanti  al  vento  del  Nord  ; 
nelP  ugual  maniera  che  li  venti  ortivi  posti  tra  il  le- 
vante vernino  e  T  estivo  erano  indicati  col  nome  gene- 
rico di  venti  del  Sud  (e)  5  se  ne  può  vedere  una  prova 
in  ciò  che  dice  Ippocrate  (§  XXIV)  della  somiglianza 
delle  malattie  delle  città  esposte  all'  Est,  con  quelle  pro- 
prie alle  città  esposte  al  Sud  ,  e  nelP  analogia  eh'  egli 
stabilisce  tra  li  venti  dell'  Ovest  e  la  stagione  autunnale 
(§  XXVI)  a  cagione  delle  alternative  di  caldo  e  di 
freddo. 

§  60.  Onde  spargere  maggior  luce  sull'  influenza  dei 
venti  5  non  sarà  forse  inutile  di  qui  riferire    il  loro    nu- 


(a)  Vi  parla  qualche  volta  delle  Etesie  ,  ma  lo  stesso  era  che 
de'  venti  settentrionali  (Nord  Ovest). 

(b)  Della  Repubbl.  L.  IV,  cap.  Ili,  e  Meteorologia.  Lib.  II, 
cap.  IV  e  VI.  —  Strab.  Lib.  I,  pag.   19,  ediz.   1587. 

(e)  Aristot.y  Meteorolog.  Lib.  II,  cap,  VI. 


mero,  i  nomi  che  gli  Antichi  lor  davano,  le  qualità  ri- 
spettive non  meno  che  le  diverse  epoche  dell'  anno  , 
nelle  quali  comunemente  soffiavano  in  Grecia.  E  que- 
sta cognizione  mi  sembra  tanto  più  importante  ,  in 
quanto  che  regna  una  confusione  grandissima  tra  gli 
scrittori  ;  confusione  che  attribuire  si  deve  alle  varie 
rivoluzioni  ,  che  soffrir  dovette  la  dottrina  de' venti. 
§  61.  Omero  non  parla  che  di  quattro  venti  cardi- 
nali da  lui  detti  Boreas  (Nord),  Euros  (Est),  Notos 
(Sud),  Zefiros  (  Ovest)  (Vili).  A  questi  quattro  se  ne 
aggiunsero  in  seguito  altri  quattro  che  sono  il  Kaikias 
o  Caecias  (Word-Est)  $  &  Euros  (Sud-Est),  che  non  era 
più  quello  di  Omero,  al  quale  invece  venne  dato  il  nome 
di  Apeliotes  (IX:,  il  Libs  (Sud-Ovest),  e  VArgesles  (Nord- 
Ovest),  cui  si  diedero  altresì  li  nomi  di  Olympias ,  Ta- 
pyoc  o  Sciron  (a).  Tali  sono  li  venti,  che  riscontratisi 
in  Aristotele  (b),  in  Àgatemero  (e)  (X)  e  sulla  Torre  dei 
Pienti  ancor  esistente  in  Atene  e  della  quale  parlati  Vi- 
Iruvio(tZ)  ed  altri  moderni  viaggiatori  (e).  Plinio  (f)«  Ga- 
leno (g)  ed  Aulo  Gellio  (h)  non  discordano  da  Aristo- 
tele perii  numero  di  otto  venti  se  non  che  in  ciò,  che 
dei  due  nomi  Aparcthias  e  Boreas,  che  lo  Stagirita 
dà   al   vento  Nord  quelli  autori  invece   non    gli    hanno 

(a)  Galeno  lo  chiama  col  nome  romano  di  Caurus.  V.  il  suo 
Commentario  MSS.  sul  libro  d'  lppocrate  degli  umori. 
\b)  Meteorologia.  Lib.  II,  cap.  ó. 
(e)  Geograph.  Uypolyp.  Lib.  I,  cap.  2,  e  lib.  Il,  cap.   12. 

(d)  Lib.  I,  cap.  6,  L'Architettura. 

(e)  Pococke,   Wheler  e  Sport.  Non  so    perchè    li    due  ultimi 
pongano  il  Notos  prima  del  Libs,  andando  daWOvest  al  Sud. 

(/)  Hist.  fiat.   Lib.  II,  cap.  47. 

(g)  Comment.  sul  libro  degli  umori  d' lppocrate. 

(h)  Notti  Attiche.   Lib.  Il,  cap.   12. 


45 
conservato  che  il  primo,  dando  ii    secondo    all'  Jquilo 
de'  Romani  ,  che  Aristotele  chiama  Kaikias,  Caecìas  e 
che  è    il   nostro  Nord- Est. 

§  62.  Per  altro  Aristotele  aggiunge  (a)  a  questa  rosa 
tre  altri  venti  ,  che  sono  il  Meses,  posto  tra  il  Nord  e 
ii  Nord-Est*,  il  Phoenicias  tra  il  Sud-Est  e  il  Sud;  ed 
il  Thrascias  posto  tra  il  Nord- Ovest  ed  il  Nord.  In  un 
altro  scritto  attribuito  ad  Aristotele  (b)  il  Meses  chia- 
masi Boreas;  il  Phoenicias,  Euronotos  $  ed  il  giro  tro- 
vasi compito  con  un  dodicesimo  vento  detto  Libonotos 
o  Libophoenicias  ,  e  che  pone  tra  il  Sud  e  il  Sud-O- 
vest. Questi  dodici  venti  riscontratisi  ripetuti  altresì  in 
un'  altr' opera  dello  stesso  filosofo,  ma  dove  il  copista 
ha  ommesso  Meses  ,  e  dato  (  facilmente  per  distrazio- 
ne )  il  nome  di  Orthonotus  al  vento,  che  nelle  altre  di- 
visioni porta  il  nome  di  Euronotus  o  Phoenicias.  Vi  si 
scorge  pur  indicato  col  vocabolo  Leuconotus  (  ciò  che 
suonerebbe  Sud-bianco  ),  quello  che  nella  rosa  de'  do- 
dici venti  dicevasi  Libonotus  ,  ma  questa  variante  non 
è  già  un  errore,  poiché  la  si  trova  del  pari  altrove  co- 
me denomiuazione  sinonimica.  Agatemero  ci  dà  ,  oltre 
la  lista  degli  otto  venti ,  due  altri  compassi  ciascuno  di 
dodici  rombi  ,  ed  il  primo  de'  quali  è  preso  da  Timo- 
stene  ammiraglio  di  Tolomeo  (e)  ,  sì  1'  uno  che  V  altro 
sono  conformi  a  quelli  di  Aristotele  e  di  Plinio  (d)  ,  ed 
ancor  più  a  quelli  di  Seneca  (e),  senonchè  Plinio  chia- 
ma Phoenix  il  Phoenicias  della  prima  lista  di    Aristo- 


(a)  Del  mondo.  Cap.  IV. 

(b)  Sui  luoghi  e  sul  nome  de  venti. 

(e)  Geograph.  Hjpolyp.  Lib.  I,  cap.  2,  e  lib.   II,   c;ip,    là! 

(d)  Lib.  II,  cap.  47. 

(e)  Natur.   Quaest.  l.ib.  V;  cap.    16. 


46 

tele,  quando  invece  Seneca  gli  conserva  ìi  nome  à'Eu- 
ronotus,  qual  trovasi  nelle  altre  liste. 

§  63.  Questa  duplice  o  piuttosto  triplice  (§  5i  e  62) 
maniera  di  contare  i  venti,  non  poteva  a  meno  di  con- 
fondere nel  doverli  denominare ,  giacché  coloro,  che 
parlano  della  rosa  dei  dodici  venti  hanno  sovente  im- 
piegati li  nomi  che  non  convengono,  che  a  quella  de- 
gli otto  e  così  viceversa.  Plinio,  p.  e.,  nelP  esposizione 
di  quest'  ultima  rosa  avendo  chiamato  Boreas  o  Aquilo 
il  Caecias  d'Aristotele,  viene  poscia  a  dare  lo  stesso 
nome  a  quello,  che  Aristotele  diceva  Ifeses  ;  ed  egli 
pretende  che  quest'  ultimo  nome  appartenga  ad  un  de- 
cimoterzo vento,  che  da  taluno  fu  posto  tra  il  Boreas 
ed  il  Caecias.  Dà  pure  il  nome  di  Phoenix  all'  Euro- 
notus  d'Aristotele,  d'Agatemero  e  di  Seneca}  mentre 
poco  dopo  parla  dell'  Euronoto  come  di  un  quattor- 
dicesimo vento  che  alcuni  posero  tra  VEurus  e  il 
Notus. 

§  64.  Onde  appianare,  per  quanto  è  possibile,  tutte 
queste  difficoltà,  che  esercitarono  già  la  pazienza  del 
Salmasio,  ho  poste  in  apposita  tavola  le  liste  degli  otto 
e  delli  dodici  venti  sui  dettami  dei  diversi  scrittori  greci 
e  romani  (a),  non  meno  che  la  lista  dei  trentadue  venti 
della  rosa  de' moderni,  così  che  ad  un  colpo  d'occhio 
si  può  scorgere  il  numero  e  il  nome  di  quelli  di  questi 
ultimi  che  corrispondono  ad  uno  o  più  venti  antichi , 
secondo  che  si  voglia  servirsi  della  lista  degli  otto  o  di 


(a)  Non  parlerò  della  lista  dei  cento  ventidue  venti  de'  Re- 
mani ,  perchè  essendo  assai  posteriore  al  secolo  d' Ippoerale  e 
d'Aristotele,  non  entra  nelle  mie  ricerche.  Chi  brama  tali  parti- 
colarità può  consultare  le  Exercilalioncs  Plinianae  Salmasii , 
pa'g.  878-89?. 


47 
quella  de' dodici.  Tenendo  Io  stesso  ordine,  ora  riferirò 
le  diverse  qualità  sensibili  de'  venti  ,  quali  Aristotele  e 
Teofrasto  avevano  notate  in  Grecia,  come  pure  le  epo- 
che o  le  stagioni  dell'  anno  nelle  quali  più  comune- 
mente soffiavano}  il  che  è  molto  essenziale  per  l'intel- 
ligenza del  presente  trattato  d'  Ippocrate. 

§  65.  hAparctias  o  Boreas  era  secondo  Aristo- 
tele (a)  il  vento  più  forte,  più  frequente,  più  secco  e 
più  sereno}  quantunque  talora  producesse  lampi  e  por- 
tasse grandine.  Osserva  egli  d'altronde  che  questo  vento 
era  forte  specialmente  al  suo  principiare  e  non  indebo- 
livasi  se  non  coli'  avvicinarsi  al  suo  termine  (#)}  eh'  esso 
qualche  volta  traeva  seco  la  neve  (ciò  che  non  lasciava 
di  fare  il  suo  collaterale  il  Meses),  quando  invece  era 
piovoso  per  1'  Ellesponto  e  per  Cirene  (e)  (XI). 

§  66.  Il  Caecias  ,  che  chiamavasi  pur  anche  Helle- 
spontias,  poiché  veuiva  dalla  parte  dell'Ellesponto,  spi- 
rava per  lo  più  verso  l'equinozio  di  primavera.  Era 
umido  e  nuvoloso,  apportando  pioggia  nell'Attica  e  nelle 
isole  dell'  Arcipelago  (d). 

§  67.  \S  Apeliotes  era  umido  ,  ma  di  un'  umidità 
temperata,  e  soffiava  ordinariamente  di  mattina  (e). 

§  68.  L'  Eurus,  che  spesso  confondevasi  coli ^  Ape- 
liotes,  (§  61)  soffiava  verso  il  solstizio  d'inverno,  era 
caldo  ,  secco  iu  principio,  facevasi  poscia  umido,  e  ter- 
minava per  cagionar  pioggia  sopra  tutto  nell'isola  di 
Lesbo  (f). 

(a)  Lib.  II,  cap.  6.  Meteorologia. 

{b)  Probiem.  XXVI,  41  e  47. 

(e)  Meteorol.  Lib.  II,  cap.  6,  Probi.  XXVI,  58. 

(d)  lbid.  (IV). 

(e)  Meteor.,  ibid.  —  Probi.  XXVI,  35 ,  54  e  5y. 

(f)  Metcor.  ibid-  —  Probi,  ibicl  28,  55  e  58,    NuH*    injvasi 


48 

§  69.  li  Notos  dominava  per  solito  alla  fine  del- 
l' autunno  dopo  il  solstizio  d'  inverno  ed  al  principio  di 
primavera  (a).  Umido  e  caldo  naturalmente  eca  debole 
da  principio  e  non  acquistava  forza  se  non  che  col  mag- 
giormente accostarsi  al  suo  finire.  Allora  copriva  il  cielo 
di  nubi  e  produceva  pioggia  (b).  Quest'ultima  qualità 
facevasi  specialmente  sentire  iteli'  isola  di  Lesbo  (e). 
Ovunque  passava  prima  sul  mare  ,  egli  favoriva  la  ve- 
getazione ,  come  p.  e.  nella  pianura  dell'Attica  cono- 
sciuta sotto  il  nome  di  Trissia  (d).  Nella  Libia  questo 
vento  riusciva  freddo  (e). 

§  70.  Galeno  parla  del  Leuconotos,  che  altro  non 
è  che  il  Libonotos,  come  di  un  vento  secco  e  freddo  , 
declinante  dalla  natura  de' venti  meridionali,  che  erano 
umidi  e  caldi  (f)\  ed  Aristotele  dice  che  soffiava  dopo 
il  solstizio  d'inverno  (g). 

§  71.  Il  Libs  era  umido  e  nuvoloso,  meno  però  di 
quello  che  gli  è  opposto,  il  Caecias  (h).  Aveva  in  oltre 
la  proprietà  di  dissipare  le  nubi  con  tanta  celerità  con 
quanta  le  accumulava,  e  facevasi  sentire  in  Gnido,  e 
nell'  isola  di  Rodi  (1). 

ne  io  Aristotele ,  né  in  Teofrasto  circa  le  qualità  dell'  Euronoto 
che  verisimilmente  devon  assomigliarsi  molto  a  quelle  dei  due 
collaterali,  l'  Euro  ed  il  Nolo. 

(a)  Problem.  XXVI,   12-16. 

(b)  Ibid.  XXVI,  2,   12,  20,  21,  28,  41  e  47- 
(e)  lbid.  XXVI,  38. 

(d)  lbid.  XXVI,  18. 

(e)  lbid.  XXVI,   i6-5r. 

(f)  Galeno.  Comm.  al  lib.  d'Ipp.  degli  umori.  Secondo  Stra- 
bene (lib.  I)  è  il  Leuconotos  ,  che  Omero  indica  col  nome  di 
Argestes-Notos. 

(g)  Arist.  Meteorolog.  Lib.  1!,  cap.  5. 

(h)  Arisi.  Meteorolog.  Lik  l!,  ca£<  3,  --  Problem..  XXYT,  27. 
{1)  Théophr.    Dei  Venti, 


49 
§  72-  M  Zephyrus^  che  spirava  in  primavera,  al  sol- 
stizio di  estate  ed  in  autunno,  levavasi  per  lo  più  verso 
sera,  e  mai  di  mattina.  Era,  come  dice  Aristotele  (a),  il 
più  dolce  de'  venti  3  Teofrasto  però  fa  osservare  che  in 
qualche  paese  era  freddo  ,  quantunque  lo  fosse  meno  , 
che  il  Boreas $  ed  a  ragione  aggiunge  ,  che  variavano 
Je  sue  qualità  fisiche  di  calore,  secchezza  ,  ed  umidità 
secondo  la  natura  dei  luoghi  ch'esso  attraversava,  e  ciò 
serve  a  spiegare  il  motivo  per  cui  Omero  gli  aveva  dato 
)'  epiteto    di   Sv<re&ns  (b). 

§  ^3.  h^Argesles  era,  secondo  Aristotele,  tanto  secco 
e  tanto  sereno,  quanto  V  Aparctias  $  quantunque  non 
traesse  seco,  come  la  alcune  volte  quest'  ultimo,  lampi 
e  grandine  (e).  La  sua  freddezza,  secondo  Teofrasto,  si 
faceva  specialmente  sentire  a  Calcide  città  dell'  Eubea, 
ove  soffiando  prima  o  dopo  il  solstizio  d7  inverno  sec- 
cava gli  alberi  assai  più  che  fatto  non  avrebbero  la  sic- 
cità e  il  calore  li  più  protratti  (d).  A  Guido  ,    e  nelP  i- 

(a)  Arist.  Op.  cit.  e  Problem.  XXVI,  33,  35,   57,  54  e  5j. 

(b)  Théophr.  op.  citala  —  Uno  degli  scoliasti  d'  Omero 
(Iliad.,  toni.  200)  pubblicalo  dall'  erudilo  cFAnsse  de  Villoison 
nel  commentare  la  parola  Sv<rows  che  comunemente  Iraducesi  per 
veemente  o  gravi  ter  spirarti,  osserva  assai  giustamente  ,  che  Ci- 
merò parla  di  un  Zeffiro  d'  inverno  ;  stagione  nella  quale  un  tal 
vento  non  può  esser  dolce  nella  Grecia.  A  mio  giudizio  però 
sembrami  più  naturale  il  pensare  (come  verrò  a  provarlo  a  pro- 
posito di  un  articolo  d'  Esichio)  che  quel  poeta  confonde  il  Zef- 
firo col  suo  collaterale  Lìbs  e  meglio  ancora  coVC  Argestes  ,  ogni 
qualvolta  lo  dipinge  come  un  vento  impetuoso.  Tale  confusione 
era  inevitabile  in  un  tempo  in  cui  la  rosa  non  era  composta  che 
di  quattro  venti. 

(e)   Meleorolog.    Lib.  II,  cap.  6. 

{d)  Théophr.  Storia  delle  piante.  Lib.  IV,  cap.  17,  e  della 
cagiofl   delle   piante.    Lib.    V. 

SttlF  aria  ,  ecc.  Titillalo .  4 


5f>!a  di  Rodi  dietro  I*  autor  slesso  ,  l1  Argestes  copriva 
prontamente  il  cielo  di  nubi  (a)  ,  probabilmente  perchè 
esso  arrivava  dalla  parte  dal  mare. 

§  74-  Aristotele  (b)  attribuiva  al  Trascias  (e)  le 
stesse  qualità,  che  all'  Argestes  ed  all'  Aparctias  (§  65 
e  63).  Non  parla  di  Meses,  che  d'incidenza  (§  65),  e 
nulla  dice  deWEuronotos  come  abbiamo  già  fatto  os- 
servare (§  68  e  iiotay). 

§  j5.  I  venti  Etesj  (Etesias)  che  spiravano  dopo  il 
solstizio  d'  estate  ed  il  levarsi  della  Canicola  erano  venti 
«lei  Nord  verso  Ovest  per  gli  abitanti  de'  climi  occiden- 
tali, e  i  venti  di  Nord  verso  Est  per  coloro  che  abita- 
vano climi  orientali.  Soffiavano  di  notte  e  tacevano  nel 
giorno  (d). 

§  76.  Le  Ornitie  (Ornithiae)  così  chiamate,  perchè 
annunziavano  il  ritorno  degli  uccelli  (e),  erano  una  spe- 

(a)  Lo  stesso  dei  venti. 

(b)  Meteorolog.   Lib.  II,  cap.  6. 

(e)  Chiamavasi  altresì  Circiqs  o  Circas,  o  come  vuole  il  Sai  masi  o 
(l.  e.)  Cercias  ;  e  secondo  questi  egli  è  Cercias  invece  di  Cecias 
che  legger  devesi  alla  fine  della  seconda  rosa  dei  dodici  venti  di 
Aristotele.  Non  vi  ha  che  Agatemero  (lib.  II,  cap.  12),  che  dà 
inoltre  il  nome  di  Meses  al  Thrascias;  ma  a  parer  mio  ciò  non 
è  che  un  errore  del  copista,  e  nel  di  lui  passo  devesi  portare  la 
parola  Meses  dopo  quella  di  Borea  ,  quando  invece  la  ci  si  of- 
fre dopo  Trascias.  Così  Agatemero  si  accorderebbe  con  Aristo 
tele,  il  quale  dà  11  nome  di  Meses  al  vento,  che  gli  altri  chia- 
mavano Borea. 

\d)  Arisi.   Meteorolog.   Lib.  II,  cap.  5  e  6. 

(e)   Lo  scoliaste  di  Aristofane  (/écharn.tijj)  attribuisce  un'al- 
tr' origine  a  questa   parola;    pretende  che  le  Ornitie  così    fossero 
chiamale  a  cagione  del  loro  freddo  talora  tanto  violento  da     far 
cadere  a  lena  gli  uccelli.  Trovasi  pur  anche  un  esempio  d'  O» 
nilie  fedissime  in   Ippociale  (  Epùicm.   Lib.  VII).   Venivano  ve- 


5i 
eie  di  venti  Etesj,  che  sorgevano  in  primavera,  settanta 
giorni  circa  dopo  il  solstizio  cT  inverno.  Essi  erano  più 
deboli ,  più  incostanti  ,  e  meno  durevoli  de'  veri  Ete- 
sj (a).  Erano  venti  del  Sud  che  venivano  nella  Grecia 
dalle  montagne  dell'Africa  per  1'  Egitto  (b). 

§  77.  Ho  di  già  fatto  osservare  (§  59),  che  ad  onta 
della  loro  varietà  i  venti  erano  ridotti  a  due  classi 
principali.  La  prima  ,  sotto  il  nome  generico  di  venti 
settentrionali  o  del  Nord,  comprendeva  non  solo  il 
vento  nord  propriamente  detto,  o  V Aparctias  coi  suoi 
laterali  il  Meses  e  il  Trascias  (e),  ma  altresì  li  tre  venti 
detti  occidentali  e  che  sono  YArgestes,  il  Zephyrus  e 
il  Libs  (d).  L'  altra  sotto  il  nome  di  venti  meridionali 


risimilmente  confuse  coi  Leueonoti  (§  70)  ,  che  soffiavano  alla 
stessa  epoca,  o,  come  pare  più  probabile,  questi  due  venti  non 
erano  che  la  cosa  medesima  ,  ma  indicata  con  due  diverse  deno- 
minazioni. 

(a)  Aristot.  Meteorolog.  Lib.  II,  cap.  5. 

(ò)  Con  ragione  V  abate  Richard  (Hist.  nat.,de  fair  et  des 
météores.  (Voi.  VI,  pag.  279)  rimprovera  Aristotele  di  avere  dato 
ai  venti  Ornithies  la  origine  medesima,  che  ai  venti  canicolari 
o  veri  Etesj  ;  egli  però  non  fece  attenzione  che  non  è  che  nel 
libro  del  mondo  (Cap.  4)  che  lo  Stagirite  riguarda  le  Ornithies 
come  venti  del  nord.  Nella  sua  meteorologia  (  Lib.  II,  cap.  5  ) 
vedesi  invece  che  li  mette  in  opposizione  con  li  venti  Etesj.  Così 
ben  luDgi  di  trovare  una  contraddizione  in  questo  doppio  rag- 
guaglio di  Aristotele,  non  vi  si  scorge  che  un  errore  del  copista 
nel  trattato  del  mondo  y  o  piuttosto  una  prova  di  più  che  questo 
trattato  non  è  suo;  di  questo  parere  son  pure  alcuni  dotti. 

(e)  Questi  tre  venti  chiamavausi  con  nome  comune  di  Borea 
o  venti  boreali. 

{d)  Questi  tre  venti  appcllavansi  con  nome  comune  Zefiri  o 
venti  zefirini  (Arist.  Meteor.  Lib.  II,  cap.  6).  Con  ciò  si  spiega 
perfettamente  V  articolo  di    Esichio  in  cui  questo  grammatico  *  dà 


u.  0F  iu-  ub. 


fa 

ò  del  iSwdf,  comprendeva  il  vento  del  «Smg?  o  Notus  coi 
due  suoi  collaterali  il  Libonotus  e  V Euronotus  {a) ,  e  di 
più  li  tre  venti  orientali ,  che  sono  YEurus.  V Àpelioles 
e  il  Caecias  (b)  (XII). 

al  Zephyrus  il  nome  di  Libs ,  e  quel  passo  ov'  egli  chiama  al- 
tresì col  nome  di  Zephyrus  il  vento  Oìympias  (che  era  lo  stesso 
che  V  Argestes)  ;  si  può  pur  anche  spiegare,  come  ho  di  già  no- 
tato (§  72,  noia),  perchè  Omero  consideri  il  Zephyrus  come  un 
vento  brusco,  mentre  che  in  altra  occasione  lo  fa  soffiare  abi- 
tualmente nei  Campi-Elisi  ,  (Odissea  IV,  567).  Non  conoscendo, 
che  la  rosa  de'  quattro  venti  ,  egli  era  naturale  che  questo  poeta 
dasse  maggior  latitudine  al  Zefiro  estendendolo  a  tutte  le  specie 
comprese  tra  il  Libs  e  Y Argestes  inclusivamente,  e  portandolo 
anche  più  in  là  ;  per  il  che  ne  avveniva  ,  che  il  suo  Zefiro  non 
poteva  essere  sempre  della  natura  stessa.  E  ciò  è  tanto  vero  che 
qualche  volta  lo  fa  venire  dalla  Tracia  (Iliad.  IX,  5),  cioè  dal 
punto  stesso  da  cui  soffiava  il  Thràsciàs  vicino  all' Argestes  ,  e 
che  lo  confonde  altresì  con  Borea  ;  riè  ciò  fu  ben  inteso  dagli 
scoliasti.  Strabone  (  Geogr.  Lib.  I)  pur  pensa  con  Posidonio 
che  ogni  qualvolta  Omero  rappresenta  il  Zefiro  come  un  vento 
spiacevole  ,  bisogna  intendere  Y  Argestes  ,  come  all'  opposto  si 
dovrà  intendete  il  nostro  Zefiro  propriamente  detto  allorché  né 
parla  vantaggiosamente. 

[a)  Si  dava  a  questi  tre  venti  il  nome  comune  di  Noto  o  Venti 
Notici  (Arist,  ibid.). 

(b)  Si  chiamavano  questi  tre  venti  col  cornuti  nome  di  Euro  o 
Venti  Apeliottci  (Arist.,  ibid.).  Questa  denominazione  spiega  al- 
tresì perchè  Erodoto  (Lib.  VII,  cap.  188)  dia  il  nome  d'Apelio- 
tes  (Est)  al  vento  Hellespontias,  che  era  lo  stesso  che  il  Caecias 
(Nord-Est)  ;  e  così  pure  il  nome  più  generico  di  venti  del  Sud, 
che  si  dava  ai  sei  venti,  spiega  perchè  lo  scoliaste  d'  Aristofane 
(Equii.  435)  dica  che  il  Caecias  si  chiamava  anche  Notus.  Del 
resto,  quanto  alla  divisione  de'  venti  in  Settentrionali  ed  in  Me- 
ridionali, il  Salmasio  {Exercit.  Plin.,  pag.  883)  pretende  doversi 
intendere  Aristotele  iti  uri  senso  alquanto  diverso;  cioè  cheque 
sto. filosofo  chiamò  venti  settentrionali  il  Caecias  ,   e   quelli  che 


53 
§  78.  Se  ora  mi  si  cercasse,  perchè  Ippocrate,  par- 
lando dei  climi  e  delle  acque  consideri  V  esposizione 
delle  città  in  relazione  ad  un  gran  numero  di  venti;  e 
che  nel  IV.  capitolo  ove  parla  delle  costituzioni  epide- 
miche egli  si  accontentò  di  dedurre  queste  costituzioni 
da  due  stati  dell'  atmosfera,  cioè,  dallo  stato  australe  e 
dallo  stato  boreale,  o,  come  consiglia  egli  stesso  nel- 
l1  Introduzione  di  questo  Trattato  (§  7),  considerò  que- 
ste costituzioni  quali  effetti  della  stagione  calda,  o  della 
fredda;  risponderò,  che  1'  osservazione  avendogli  inse- 
gnato che  le  malattie  endemiche  sono  1'  effetto  perma- 
nente del  clima  o  delle  cagioni  locali  permanenti  ,  pre- 
cipua delle  quali  è  da  ritenersi  1'  esposizione  alli  diversi 
venti,  che  ordinariamente  soffiano,  era  d'uopo  ch'egli 
parlasse  più  circostanziatamente  di  tali  venti  ,  mentre 
parlava  de'climi}  quando  invece,  le  malattie  epidemi- 
che non  essendo  ,  che  1'  effetto  passeggiero  delle  co- 
stituzioni del  pari  passeggiere  dell'aria  (tra  le  quali 
la  costituzione  calda  o  australe  e  la  costituzione  fredda 
o  boreale  hanno  gran  parte),  bastava  al  suo  fine  di  no- 
tare li  due  venti  principali  che  presiedono  a  queste  co- 
stituzioni ,  e  che  dividono,  per  così  dire,  V  anno  medico 
in  due  parti  eguali   (a). 

gli  tengono  dietro  al  lato  sinistro  sino  al  Zefiro  inclusivamente  ; 
e  venti  meridionali  il  Libs  ,  e  quelli  che  lo  seguono  sino  al- 
V Apeliotes  inclusivo  ;  di  modo  che  non  ci  sono  che  due  dei  tre 
venti  occidentali  che  confondonsi  con  li  venti  settentrionali  ,  e 
due  dei  tre  orientali  che  si  confondono  con  li  meridionali. 

(a)  Uaa  tale  divisione  non  si  limiterebbe  esclusivamente  agli 
usi  della  medicina.  Tucidide  racconta  li  fatti  della  guerra  pelo- 
ponnesiaca e  ne  distingue  le  diverse  epoche  se  non  che  per  estati 
e  per  inverni  :  ed  in  modo  che  1'  inverno  comprende  V  ultima 
parte  dell'  autunno,  1'  inverno  intiero  v  la  prima  parte  della  pri- 
mavera, e  tutto  il  restante  dell'  anno  appartiene  all'  citate.  V.  Tu- 
cidid.   Lib.  II,  §  01. 


54 

§  79-  Difatti  è  provato  dalle  osservazioni  di  Sv- 
dhenam  (0),  che  in  Europa  come  in  Grecia  li  mali  epi- 
demici oltre  P  influenza  che  essi  ricevono  da  una  o  da 
molte  stagioni ,  hanno  un  carattere  semestrale ,  se  è 
lecito  così  P  esprimersi  ,  carattere  che  loro  imprime 
P  equinozio  di  primavera  e  quello  di  autunno.  Così  que- 
ste due  stagioni  dividonsi  l' impero  di  tutto  l' anno 
medico  ,  la  primavera  influisce  su  tutte  le  malattie,  che 
nascono  in  questa  stagione  e  in  quella  di  estate  che  le 
tien  dietro,  e  F  autunno  caratterizza  le  malattie  che  gli 
sono  proprie  e  quelle  d'inverno.  Forse  un  tale  effetto  è 
dovuto,  come  crede  Raymond  (b\  all'  ascendere  del 
sole,  indi  alla  sua  declinazione ,  e  fors'  anche  dovrassi 
ad  altre  cause  che  noi  sino  ad  ora  ignoriamo.  Ciò  che 
però  vi  ha  di  certo  si  è  che  F  effetto  sta  }  e  ciò  che  dà 
luogo  a  particolare  riflesso  si  è,  che  il  dominio  del- 
l' autunno  si  estende  più  in  là  che  non  quello  della 
primavera,  imprimendo  il  carattere  della  sua  costitu- 
zione alle  malattie  di  tutto  F  anno. 

§  8o.  Ippocrate,  calcolando  gli  effetti  delle  diverse 
esposizioni  ,  incomincia  da  quella  di  mezzodì,  che  egli 
riguarda  come  insalubrissirna  a  cagione  dell' eccesso  del 
calore  e  delP  umidità  insieme  uniti.  Quelli  che  abitano 
un  tal  clima  devono  essere  di  un  temperamento  deli- 
cato ;  esposti  per  la  maggior  parte  del  tempo  all'  im- 
pressione di  un  calore  umido,  eglino  aver  devono  la 
fibra  lassa,  il   sistema  vascolare    inerte  ,    e    per  conse- 


(a)  Sect.  I,  cap.  2.  Sydenham  non  diverisifica  da  Ippocrate 
se  non  che  in  ciò  che  dà  il  nome  di  vernales  e  autumnaìes  alle 
malattie  che  quest*  ultimo  chiamava  d' estate  e  d' inverno. 

(b)  V.  Mém.  de  la  Societé  R.  de  Médecine  ,  1780-1781. 
Part.  II,  pag.  43-45. 


55 
gu'tiza  gli  umori  che  vi  circolano  saranno  poco  elabo- 
rati  ,  di  una  consistenza  e  di  un  colore  acquoso.  Li  mali 
ai  quali  eglino  andranno  maggiormente  soggetti  ,  par- 
teciperanno più  o  meno  di  quel  genere  che  gli  antichi 
metodici  chiamarono  laocum:  saranno  di  una  diatesi 
ora  biliosa  ed  ora  pituitosa  secondo  la  stagione  in  cui  sì 
manifesteranno,  e  finalmente  avranno  maggior  disposi- 
zione che  non  le  affezioni  procedenti  da  clima  di  op- 
posta natura,  a  farsi  cronici,  ciò  dipendendo  da  quella 
debolezza  di  temperamento,  la  quale  fa  che  le  crisi  sieno 
più  lunghe  e  più  difficili. 

§  81.  La  crisi  non  essendo  che  un'operazione  della 
natura,  suppone  sempre  un'  attività  del  sistema  vasco- 
lare, la  quale  non  può  trovarsi  associata  a  debolezza  o 
mobilità  di  nervi.  Essa  è  proceduta  da  una  cozione  ,  il 
cui  prodotto  in  una  generale  infiammazione  è  princi- 
palmente un  sedimento  purulento  ,  bianco  ,  perfetta- 
mente omogeneo,  e  che  scorgesi  al  fondo  dell'  orina  \  e 
nelle  infiammazioni  locali  consiste  in  una  materia  del 
pari  bianca,  perfettamente  omogenea  e  senza  odore  che 
dicesi  pus  o  marcia.  Ora  siccome  le  persone  indebolite 
da  un  calore  umido  non  sono  quasi  mai  soggette  alle 
malattie  acute,  cioè  alle  malattie  che  terminano,  se  non 
riescono  mortali  ,  con  crisi  perfette,  trovansi  invece  di- 
sposte ed  avere  ulceri  di  cattivo  carattere;  ed  accade 
che  la  più  piccola  ferita  in  gente  di  tal  natura,  invece 
di  dare  una  lodevole  suppurazione,  degenera  in  ulceri 
fagedeniche  tramandanti  se  non  che  un  umore  sanioso 
più  o  meno  giallastro  o  cangiante  ,  fetido  e  corrosivo  , 
il  quale  non  può  essere  corretto  da  vasi  senza  vigore. 
Se  ne  ha   una  prova  nelle  ulceri  degli  idropici  (a). 

(a)  Ippocrate.  Aforismi  VI  e  Predizioni.  Lib.  U,  pag.   5oa. 


56 

§  82.  Egli  è  altresì  ad  una  tale  debolezza  relativa  del 
sistema  vascolare,  che  attribuire  si  devono  le  frequenti 
flussioni,  alle  quali  sono  sottoposti  individui  di  questa 
natura,  e  che  producono  le  paralisi  e  le  apoplessie  sie- 
rose non  meno  che  le  varicosità  delle  vene.  Ogni  qual 
volta  gli  umori  di  qualche  parte  del  corpo  trovansi 
in  un  moto  contro  natura,  essi  concorrono  naturalmente 
verso  le  parti  che  loro  presentano  meno  resistenza,  in- 
gorgano e  dilatano  li  vasi  che  non  hanno  abbastanza  di 
elasticità  per  respingerli  ,  e  vi  formano  delle  stasi  e 
delle  congestioni  o  mortali  o  assai  difficili  a  scio- 
gliersi. 

§  83.  Intanto  la  natura,  che  sempre  offre  un  com- 
penso nelle  malattie  che  cagiona  a' suoi  figli  ponendo 
a  quelle  vicino  il  rimedio  che  le  allevia,  ha  resi  tali  in- 
dividui non  solo  meno  proclivi  alli  mali  acuti  (§  8o), 
che  prendono  le  persone  dotate  di  una  fibra  più  robusta, 
ma  rese  altresì  la  maggior  parte  delle  loro  malattie 
meno  gravi  e  più  proporzionate  alle  forze  loro  (a)}  essa 
giunge  spesso  a  moderare  le  congestioni  indicate  mercè 
uno  scioglimento  di  ventre.  Così ,  soggetti  li  medesimi 
a  delle  ottalmie  umide,  occasionate  dagli  ingorghi  degli 
organi  della  vista,  se  ne  liberano  più  presto  che  altri  , 
destando  una  specie  di  rivulsione  sul  tubo  intestina- 
le (ò).  Ciò  dir  si  può  delle  couvulsioni ,  le  quali   essere 

(a)  Ciascuno  animale  si  ammala  secondo  la  propria  forza  , 
dice  Ippocrate  (della  generazione)  (§  8).  Una  simile  verità  è  spe- 
cialmente sensibile  nella  differenza  indotta  dall'età  ;  si  sa  p.  e., 
che  ti  dolori  della  gotta  sono  meno  forti  ne'  vecchi ,  che  ne' gio- 
vani. 

(&)  Ippocrate  trasse  da  quest'  osservazione  quell'  aforismo  ; 
«  Bene,  se  chi  è  molestato  da  male  d'  occhi  vien  preso  da  diar- 
rea o.  VI,    17. 


57 
dovranno  meno  forti  ogni  qual  volta  il  ventre  è  libero, 
e  di  ciò  se  ne  hanno  esempi  ne'  bambini  all'  epoca 
della  dentizione  (a).  Ed  egli  è  pure  in  virtù  di  una  tale 
revulsione ,  che  V  emorroidi  prevengono  o  guariscono 
diverse  affezioni  della  pelle  (#),  non  meno  che  le  melan- 
coniche e  le  maniache  (e). 

§  84.  In  un  tale  stato  de'  vasi  la  sanguificazione 
deve  essere  imperfetta  non  meno  che  la  chilificazione 
e  la  digestione  che  la  precedono.  Ed  ogni  qual  volta 
che  gli  organi  digerenti  non  eseguiscono  bene  le  fun- 
zioni loro,  il  bisogno  di  cibarsi  deve  farsi  sentir  meno, 
quando  però  qualche  acrimonia  irritando  quelli  organi 
non  ecciti  un  appetito  contro  natura.  Avviene  in  fatti 
che,  a  cose  pari,  più  un  clima  è  caldo,  meno  l'uomo 
ivi  si  trova  disposto  a  prendere  alimenti,  poiché  il  più 
piccolo  eccesso  accrescendo  il  lavoro  della  digestione 
aumenta  per  necessità  il  calore  5  e  ne  soffre  special- 
mente la  testa,  per  la  simpatia  che  questa  ha  col  tubo  ali- 
mentare. Così  vedonsi  gli  abitanti  de' climi  caldi  essere 
per  naturale  istinto  più  sobrii  che  quelli  de'freddi,  pre- 
ferire gli  alimenti  vegetabili  ,  più  o  meno  tendenti  ad 
una  fermentazione  acida  ,  alle  carni  degli  animali  alca- 
lescenti per  natura  ,  e  che  ancor  più  lo  sono  ne'  climi 
caldi,  dove  in  un  dato  volume  contengono  una  più  ab- 
bondante quantità  di   principi  nutrienti. 

§  85.  Ad  un  tale  rilasciamento  vascolare  devonsi  pure 
attribuire  le  perdite  uterine,  la  sterilità,  e  gli  aborti,  non 
meno  che  il  precoce  sviluppo  della  pubertà  nei  due  sessi, 
la  loro  anticipata  vecchiaja  e  la  breve  durata  dalla  vita. 

(a)  Aforism.  Ili,  25  e  della  dentizione. 

(b)  Degli  umori. 

(e)  Aforism.  VI,   11  e  ai.  -      ; 


58 
Quantunque  Ippocrate  uon  riferisca  espressamente  que- 
ste ultime  circostanze,  con  quanto  tien  dietro  le  fa  pre- 
sentire, e  in  particolar  modo  coli' opposizione  manifesta 
eh'  egli  dimostra  esistere  tra  gli  abitanti  de'  climi  me- 
ridionali, e  quelli  de' settentrionali,  ai  quali  ultimi  attri- 
buisce (§  19  e  21)  una  tardiva  pubertà  ed  una  più 
lunga  vita. 

§  86.  La  stessa  cosa  vale  per  il  carattere  morale 
de' meridionali,  che,  supplendo  alla  concisione  dell'au- 
tor nostro,  è  giuoco  forza  il  supporre  più  dolce  di  quello 
de'  settentrionali,  i  quali  sono  da  lui  riguardati  (§19) 
come  naturalmente  inclinati  alla  ferocia.  D'  altronde  il 
fisico  de'  primi  indica  abbastanza  qual  essere  deve  il 
loro  morale.  Una  complessione  delicata  e  flemmatica , 
uno  stato  di  salute  quasi  malaticcio  pronto  a  peggiorare 
al  più  piccolo  disordine  ,  dimostrano  generalmente  de- 
gli uomini  pusillanimi  ,  ai  quali  un  istinto  naturale  è 
quello  che  inspira  la  dolcezza  siccome  un  mezzo  atto 
a  garantirsi  dagli  attacchi  delP  uomo  robusto  ,  che  dal 
sentimento  della  propria  forza  vien  reso  intraprendente 
e  spesso  proclive  all'  insolenza,  se  trova  la  minima  op- 
posizione. 

§  87.  Dopo  avere  dimostrato  qual  sia  il  tempera- 
mento degli  abitanti  de'  paesi  caldi  ed  umidi  e  li  mali 
che  comunemente  li  molestano  ,  esamina  l' autore  li 
paesi  esposti  ai  venti  secchi  e  freddi  del  settentrione. 
Dà  a  chi  li  abita  un  temperamento  bilioso  ed  un  abito 
di  corpo  secco  e  robusto  relativamente  ai  popoli  esposti 
ai  venti  umidi  del  mezzodì,  che  sono  d'un  temperamento 
lasso  e  flemmatico }  devesi  intendere  però  un  tempera- 
mento   bilioso -sanguigno    (a)    per  li   primi  ,  e   bilioso- 

(a)  Paragonando  diversi  passi  d' Ippocrate,  Prospero  Marziano 


59 
flemmatico  per  li  secondi,  dietro  la  divisione  delle  ma- 
lattie in  biliose  ed  in  pituitose  che  trovasi  altrove  (a). 
Ad  una  tale  mancanza  di  pituita  ne'  primi  egli  pare  do- 
versi attribuire  Io  stato  robusto  della  testa:  stato  che 
influisce  altresì  per  simpatia  sul  canale  alimentare  ,  gli 
dona  una  forza  contrattile  maggiore,  e  per  conseguenza 
un'azione  più  viva  e  più  durevole  sugli  alimenti}  e  que- 
sti dovranno  per  tale  motivo  essere  più  presto  digeriti, 
ed  essere  spogliati  de'  loro  sughi  nutritivi  al  segno  che 
il  residuo  stercoraceo  diventa  più  duro,  tenace  e  ribelle 
ali1  azione   peristaltica  degli  intestini. 

§  88.  Una  tale  costipazione  degli  intestini  posti  nella 
parte  inferiore  del  ventre  spinge  gli  umori  verso  la  parte 
superiore  di  esso,  la  umetta  e  la  rende  più  facile  ad  esser 
tenuta  in  moto}  e  notisi,  che  per  l'indicata  parte  supe- 
riore devesi  intendere   non  solo  la  cavità  del  petto,  ma 

(Not.  ad  lib.  de  natur.  human.,  v.  27*2,  seg.)  provò  che  nel  lin- 
guaggio ippocratico  la  bile  e  per  conseguenza  le  affezioni  biliose 
hanno  un  senso  più  esteso  ,  e  che  le  febbri  biliose  del  medico 
di  Coo  sono  quelle  che  Galeno  ha  poscia  chiamale  febbri  putride, 
ed  alle  quali  si  dà  oggidì  il  nome  dì  febbri  umorali.  Partendo  da 
questo  principio  e  dalla  relazione  che  passa  tra  la  bile  ed  il  san- 
gue (V.  Grimaud.  Cours  de  fièvres.  T.  I,  p.  3o6-5o8),  ed  infine 
dietro  la  natura  stessa  delle  malattie  che  Ippocrate  attribuisce 
agli  abitanti  de'  paesi  secchi  e  freddi,  io  mi  credo  autorizzato  ad 
intendere  per  temperamento  bilioso  un  temperamento  bilioso  san- 
guigno. Del  restante  non  mi  servo  qui  di  quella  nomenclatura 
morale  proscritta  non  senza  ragione  dai  pratici  d'esperienza,  ma 
che  a  torto  vien  addossata  tutta  affatto  a  Galeno,  se  non  che  per 
conformarmi  al  linguaggio  d' Ippocrate  e  de' suoi  scolari.  Poco 
d'altronde  imporla  che  in  teoria  si  dia  piuttosto  questo  che  quel 
nome  ad  una  malattia  ,  perchè  si  vada  d'  accordo  sugli  effetti  di 
una  tale  causa,  e  suiti  mezzi  che  le  si  devono  opporre. 
(a)   De  qffectwnibus.  —  De  mot  bis,  lib.  I,  p.  1. 


60  , 

quella  porzione  altresì  del  tubo  alimentare  posta  sotto 
il  diaframma  e  conosciuta  sotto  il  nome  di  ventricolo  o 
di  stomaco.  La  delta  porzione  superiore  è  di  un  mag- 
gior calibro  che  non  il  restante  del  canale  digerente  }  e 
per  questa  diversità  non  che  per  una  specie  di  reazione 
e  tendenza  naturale  all'  equilibrio  accade  che  il  vomito 
ferma  le  dejezioni  alvine  (a),  nell'  ugual  modo  che  que- 
ste, aumentate  sino  ad  nn  certo  punto,  possono  arre- 
stare non  solo  il  vomito,  ma  altresì  l'espettorazione  cri- 
tica nelle  malattie  ,  che  devono  giudicarsi  mercè  gli 
sputi  (b). 

§  89.  Tanto  meno  mi  tratterrò  sulle  malattie  pro- 
prie ai  paesi  di  secca  e  fredda  esposizione  ,  in  quanto 
che  le  ho  dì  già  indicate  parlando  di  quelle  che  mole- 
stano li  paesi  caldi  ed  umidi,  e  che  d'  altronde  conside- 
rando soltanto  il  tono  de'  solidi  e  l'attività  de' vasi  di 
cui  sono  forniti  gli  abitanti  dei  paesi  freddi,  è  facile  il 
conchiudere  che  le  loro  malattie  altro  non  possono  es- 
sere che  affezioni  acute  di  quel  genere  che  gli  antichi 
Metodici  chiamavano  strictum,  e  che  lasciano  alla  na- 
tura, ogni  qual  volta  non  riescano  fatali,  bastante  ener- 
gia  per  combatterle  e  domarle  con  qnalche  crisi. 

§  90.  Egli  è  a  questo  tono  dei  solidi  che  attribuir 
bisogna  l'assorbimento  di  tutti  gli  umori  superflui,  e  la 
facilità  che  prova  la  natura  a  seccare  con  prontezza  le 
ulceri  ,  le  quaìi  per  gli  abitanti  di  paesi  umidi  si  fanno 
centro  di  concorso  e  veri  smaltitoi  di  tali  umori  (§  81). 
Nei  paesi  secchi  ,  i  pochi  umori  che  vi  affluiscono  si 
cangiano  facilmente  in  lodevole  pus,  che  precede  la  ci- 

(a)  Ippocral.   Aforism,  VI,   i5.  —    Dei  luoghi  nell'uomo,  se- 
tion.  45. 

(b)  Lo  stesso.    Delle  malattie.  Lib.   Il,  scz.    17,  22. 


6i 

calrizzazione  delle  parti  lese.  Si  comprende  da  ciò  la 
ragionevolezza  di  quella  pratica  ,  che  attaccar  suole  le 
vecchie  piaghe  con  topici  stimolanti  (a),  nel  tempo  stesso 
che  si  amministrano  internamente  i  rinforzanti;  e  ciò  al- 
l'oggetto  di  risvegliare  il  tono  delle  parti  colla  irrita- 
zione locale  j  non  che  coli'  impressione  che  gli  organi 
digestivi  corroborati  comunicano  a  tutta  la  macchina  , 
e  di  dare  così  luogo  ad  una  buona  suppurazione,  cioè, 
ad  una  vera  crisi,  la  quale  non  può  essere  che  l'effetto 
di  una  febbre  o  di  un  movimento  analogo  alla  febbre  , 
operato  dalla  natura   o  eccitato  dall'  arte  (b). 

§  91.  Un  tale  stato  della  facoltà  digerente  (§  87) 
negli  abitanti  de'  paesi  esposti  in  guisa  di  provare  I?  in- 
fluenza de'venti  freddi,  abbisogna  di  una  maggiore  quan- 
tità di  nutrimento  per  soddisfare  un  appetito  continua- 
mente eccitato  dalla  contrazione  spasmodica  della  pelle, 
contrazione  ,  che  simpaticamente  si  propaga  sino  alle 
tuniche  dello  stomaco.  Gli  abitanti  di  que'  paesi  pro- 
vano, quasi  direi,  abitualmente  quanto  soffre  qualunque 
altro  popolo  nell'  inverno  (§  5).  La  costipazione  però 
del  ventre  e  della  cute  impedendo  che  si  dissipi  un'  ec- 
cessiva quantità  di  umori,  ne  segue  che  la  vita  può  es- 
sere più  lunga. 

§  92.  Avviene  per  egual  motivo  ch'essi  toccano  più 
tardi  la  pubertà,  cioè  quell'epoca  in  cui  comunemente 
si  ha  Io  sviluppo  del  corpo  e  in  special  modo  degli  or- 
gani della  riproduzione.  Molteplici  osservazioni  hanno 
comprovato  che  la  Natura  nelle  operazioni  dell'animale 
economia  tiene  una   progressione  d'alto  in  basso  tanto 

(a)  Ippocrate  siili7  uso  dell'  umido. 

(b)  Ippocr.  Predizion.   Lib,  11. 


62 

per  riguardo  allo  stato  patologico,  che  al  fisiologico  (a). 
Nessuno  ignora  che  li  fanciulli  hanno  la  testa  più  grossa 
relativamente  al  restante  del  corpo  ,  e  che  le  malattie 
famigliari  all'  età  loro  sono  le  affezioni  capitali }  ed  è 
pur  noto  che  queste  non  abbandonano  per  lo  più,  che 
all'  epoca  della  pubertà,  cioè,  quando  il  principio  della 
vita,  abbandonando  quel  centro  d'attività,  comincia  ad 
occuparsi  del  perfezionamento  degli  organi  destinati 
alla  propagazione  della  specie.  Nou  deve  dunque  sor- 
prendere se  ne'  climi  freddi  la  natura  si  concentra  per 
maggior  tempo  nella  regione  cefalica  ,  da  cui  trae  ori- 
gine lo  spinale  midollo  e  tutto  il  sistema  nervoso,  al  fine 
di  procurare  maggior  vigore  a  tutta  la  macchina }  ed 
essa  non  pensa  allo  sviluppo  degli  organi  sessuali  che 
dopo  di   aver  adempiuto   a  quel  primo  scopo. 

§  93.  Ma  se  gli  abitanti  de'  climi  freddi  sembrano 
meno  e  più  tardi  disposti  ali1  atto  della  generazione  di 
quello  che  lo  siano  i  meridionali}  essi  però  più  che  que- 
sti ultimi  resistono  a  tale  operazione  ,  e  continuano  più 
a  lungo  a  godere  della  prolifica  facoltà  anche  per  la 
qualità  del  loro  sistema  nervoso  capace  di  meglio  soste- 

(a)  Per  questa  stessa  legge  la  gioventù ,  la  quale  tien  dietro 
all'infanzia,  è  l'epoca  delle  affezioni  di  petto,  e  la  età  virile  è 
particolarmente  molestata  dalle  malattie  del  basso  venire.  Dna  tal 
legge  s'osserva  altresì  nelle  malattie  individuali.  Roederero  e  Wa- 
gner riferiscono,  che  nell'  epidemia  mucosa  di  cui  diedero  la  de- 
scrizione, il  male  cominciava  dall'  occupare  il  capo,  indi  passava 
alla  regione  epigastrica  come  il  vomito  lo  dimostrava,  e  che  fi 
niva  col  prendere  il  ventre  destando  la  diarrea.  Prima  di  essi  Ip- 
pocrate  aveva  fatta  1'  osservazione  medesima.  «  Dopo  che  un  do- 
»  lore  avrà  preso  il  capo,  discenderà  al  petto,  indi  ai  precordj, 
»  e  infine  alla  coscia  :  ne  avvenir  può  che  dolgano  insieme  que- 
»   sle  parti.  »   Epidemici,  lib.  II ,  sect.    V. 


63 
nere  un  atto  che  Democrito  con  acutezza  paragonava 
all'epilessia  (a).  Un'  altra  causa  di  un  tale  vantaggio  è 
lo  stato  della  loro  pelle,  che  più  densa  e  più  compatta 
si  oppone  ad  una  traspirazione  troppo  abbondante  che 
altrimenti  indebolirebbe  le  forze  necessarie  alla  ripro- 
duzione. Ed  è  noto  che  nell'  uomo  tutto  ciò  che  rila- 
scia di  troppo  la  cute,  come  sono  i  sudoriferi,  (b)  nuoce 
alla  facoltà  generativa. 

§  g4«  Egli  è  in  oltre  ad  un  tale  stato  de'  solidi  che 
attribuire  bisogna  la  sterilità  delle  donne  ne'  paesi  sfer- 
zati da  venti  freddi}  sterilità  che  si  annunzia  da  una 
pelle  compatta  e,  quasi  vorrei  dire,  più  virile  che  mu- 
liebre. Ciò  può  spiegare  l'istinto,  che  trae  l'uomo  a  ri- 
guardare la  finezza  della  pelle  come  una  delle  prime 
qualità  fisiche  ,  che  abbelliscono  il  debol  sesso.  Simile 
finezza  fa  supporre  un  tessuto  cellulare  più  permea- 
bile, organi  meglio  atti  al  coucepimento,  ed  una  sensi- 
bilità di  nervi,  la  quale  accrescendo  i  piaceri,  deve  strin- 
gere maggiormente  i  vincoli  ,  che  uniscono  i  due  indi- 
vidui, e  che  insieme  li  confondono  per  ottenerne  un  terzo. 
Ippocrate  è  tanto  persuaso  della  relazione  ,  che  ha  la 
pelle  con  1'  organo  in  cui  fabbricasi  V  uomo  ,  che  con- 
siglia (e)  di  assicurarsi  dell'attitudine  di  una  donna  al 
procreare  con  un'esperienza,  che  consiste  nel  lavarle  il 
capo,  e,  dopo  averla  coperta  di  un  pannolino  ben  netto, 
nell'applicarle  alla  vulva  pessarj  odorosi.  Il  comunicarsi 


(a)  V.  Galeno  Opera.  T.  I,  p.  3g8.  Alcuni  attribuiscono  que- 
sto paragone  allo  stesso  Ippocrate;  ed  altri  ne  danno  l'onore  ad 
un  certo  Erissimaco.  Si  vedano  le  note  su  Marco  Aurelio,  p.  2'i5. 
Edizione  di  Galak. 

(L)  E  specialmente  la  caufora.  V.  Selle  Medicina  clinica,  t.  II. 

(e)  Della  sterilità. 


64 
dell'odore  al  pannolino  del  capo,  è,  secondo  lui,  nn 
segno  di  futuro   concepimento  \   senza    dubbio  5  perchè 
1'  avvenuta  comunicazione  fa   supporre  un   tessuto  cel- 
lulare poroso  e  permeabilissimo. 

§  9,5.  Parlando  del  carattere  morale  degli  abitanti 
de' paesi  caldi,  abbiamo  veduto  (§  86)  quale  deve  essere 
quello  de'  popoli  che  abitano  i  climi  freddi.  Dotali  que- 
sti ultimi  di  un  robusto  temperamento  trovar  devono 
nella  conoscenza  delle  proprie  forze  quel  coraggio,  l'a- 
buso del  quale  trapassa  a  poco  a  poco  all'  insolenza  ed 
alla  ferocia. 

§  96.  La  terza  esposizione,  e  secondo  Ippoorate  la 
più  salubre,  considerandola  egli  la  più  temperata  ,  è  la 
orientale.  Meno  umida  che  la  meridionale,  e  meno 
fredda  che  la  settentrionale,  una  tale  esposizione  dona 
agli  abitanti  un  temperamento  medio,  e  quale  è  oppor- 
tuno per  guardarli  dalle  malattie  ohe  risultano  da  ec- 
cessi opposti.  La  fibra  loro  non  è  né  troppo  tesa  né 
troppo  rilasciata,  ed  il  loro  sistema  vascolare  ha  bastante 
vigore  per  elaborare  e  far  circolare  gli  umori  senza 
ispessirli,  di  troppo  né  produrre  una  putrida  dissoluzio- 
ne. Siccome  un  tale  temperamento  tiene  luogo  di  mezzo 
tra  il  temperamento  de' Meridionali  e  quello  de' Setten- 
trionali, le  malattie  loro  devono  altresì  offrire  quel  ca- 
rattere che  gli  antichi  Metodici  chiamavano  mioctum; 
Ippocrate  però  saggiamente  osserva  che  essi  assomiglia- 
no piuttosto  a  quelli  de'  climi  caldi  ,  e  ne  è  chiara  la 
iasione.  Sino  a  che  1'  economia  animale  conserva  la 
forza  generale  che  costituisce  e  mantiene  la  salute,  an- 
che li  reciprochi  rapporti  tra  le  opposte  costituzioni  si 
mantengono  esattamente:  ma  quando  vien  rotto  l'equi- 
librio, ella  è  cosa  ben  naturale  che  per  corpi,  i  quali  , 
anche  in  istato  di  salute,  non  sono  robusti  quanto  quelli 


65 
degli  abitatiti  esposti  a  borea  ,   le  malattie  più  o  meno 
si  avvicinino  al  carattere  ed  al  genio  di  quelle,  che  sono 
comuni  alle  esposizioni  meridionali. 

§  97.  Il  fisico  né  troppo  rigido  né  troppo  lasso  delle 
donne  che  vivono  sotto  f  anzidetta  esposizione  orien- 
tale fa  sì  ch'esse  sieno  fecondissime,  e  che  non  provino 
difficoltà  a  porre  alla  luce  li  frutti  concepiti  e  portati 
in  grembo  senza  incomodi.  La  salute  in  fatti  di  un  cli- 
ma ben  temperato  trovasi  dipinta  abitualmente  sul  volto 
d'ambo  i  sessi  con  una  florida  tinta,  e  viene  dimostrata 
da  un  carattere  più  dolce  ed  uno  spirito  più  penetrante 
che  non  è  quello  de'  popoli  di  un  clima  freddo. 

§  98.  Neil'  ugual  modo  che  il  medico  di  Coo  pa- 
ragona la  temperatura  di  un  esposizione  orientale  a 
quella  di  primavera  (§  i(\  ) ,  stabilisce  altresì  un'ana- 
logia tra  1'  autunno  ben  conosciuto  per  le  sue  vicissitu- 
dini di  caldo  e  freddo  e  le  città  esposte  ai  venti  occi- 
dentali. Questa  quarta  esposizione  ,  la  più  insalubre  dì 
tutte,  fa  sì  che  gli  abitanti  delle  città  che  la  hanno,  sono 
soggetti  a  tutte  le  malattie  delle  esposizioni  australi  e 
delle  boreali,  poiché  provano  alternativamente  l'umidità 
ora  calda  ed  ora  fredda. 

§  99.  Trattando  quest'  argomento  Ippocrate  parla 
altresì  delle  acque  e  preferisce  quelle  che  sono  esposte 
ad  oriente^  non  ne  tratta  però  che  superficialmente. 
Egli  è  nel  capitolo  III,  affatto  destinato  a  questa  ma- 
teria ,  che  egli  esamina  con  minutezza  le  acque  degli 
stagni ,  delle  paludi  ,  delle  sorgenti  ,  de'  fiumi  ,  di  piog- 
gia ecc.  rispetto  non  solo  all'esposizione  loro,  come  ha 
fatto  nel  secondo  capitolo,  ma  altresì  alla  loro  natura, 
alla  profondità,  altezza  o  situazione  del  terreno  da  cui 
sorgono ,  ed  alla  maggiore  o  minore  rapidità  del  lor 
Su  IP  aria  ,  ecc.  Trattato.  5 


66 

corso.  Ne  esamina  Inoltra  i!  sapore,  il  colore,  il  peso  e 
il  modo  che  tengono  nel  bollire.  E  siccome  P  acqua  di 
pioggia  è  quella  che  pesa  meno  ,  e  bolle  più  presto  ,  a 
lei  consagra  una  gran  parte  del  capitolo  5  e  parla  a  que- 
sto proposito  come  oggidì  parlerebbe  il  fisico  il  più 
istrutto  del  mirabile  meccanismo  dell'evaporazione,  che 
per  un  perpetuo  circolo  diventa  la  perenne  sorgente 
delle  piogge,  che  inaffia^o  il  nostro  globo  e  che  alimen- 
tano il  vasto  serbatojo  del  mare.  Ciò  lo  guida  natural- 
mente all'esame  delle  acque,  della  neve,  e  del  ghiaccio, 
ove  trovasi  un  fatto  curioso  comprovato  al  presente  dalle 
fisiche  sperienzej  la  diminuzione,  cioè,  nel  peso  del 
ghiaccio.  A  giorni  nostri  si  è  preteso  porre  in  dubbio 
gli  effetti  che  Ippocrate  attribuisce  alle  acque  in  ultimo 
luogo  accennate  riguardo  all'animale  economia,  ma  sio'o- 
ra  non  si  è  potuto  assolverle  in  modo  soddisfacente  dai 
mali,  che  loro  egli  ha  attribuiti. 

§  100.  Passa  in  seguito  V  autor  nostro  alle  acque 
di  fiume,  e  le  considera  in  riguardo  ai  cattivi  effetti  che 
produr  possono  nel  corpo  umano.  Il  più  orribile  di  que- 
sti effetti  è  la  formazione  della  pietra  nelle  vie  orma- 
rie:  quanto  egli  dice  circa  li  temperamenti  più  o  meno 
disposti  ad  una  tale  crudele  malattia,  e  la  ragione  che 
dà  dell'esservi  meno  soggette  le  donne  che  gli  uomini, 
tutto  si  trova  conforme  alle  nozioni  patologiche  ed  ana- 
tomiche che  si  hanno  a  tempi  nostri. 
,  §101.  Nel  capitolo  IV  Ippocrate  parla  delle  ma- 
lattie epidemiche  e  le  fa  dipendere  dalla  costituzione 
atmosferica  delle  anteriori  due  o  tre  stagioni  ,  combi- 
nate assieme  secondo  li  principj  ,  che  altrove  ha  stabi- 
liti: in  quella  sentenza  «  è  d*  uopo  considerare  come 
»  trovinsi  li  corpi  umani  ?  mentre  passano  da  una  in 


67 
99  altra  stagione  (a)}  ciò  che  Celso  ha  amato  esprimere 
con  le  parole  :  neaue  solum  interest  quales  dies  sint , 
sed  edam  quales  ante  pra?cesserint  (b).  Questo  princi- 
pio ir  insegna  a  non  giudicare  della  rassomiglianza  o 
della  disomiglianza  di  due  epidemie  dietro  la  sola  costitu- 
zione atmosferica  della  stagione  in  cui  si  manifestano  ^ 
ma  a  risalire  bensì  alla  costituzione  di  due  o  anche  di 
più  stagioni  che  precedettero.  Egli  riduce  queste  costi- 
tuzioni, le  quali  preparano,  e  vanno  creando,  per  così 
dire,  in  silenzio,  le  malattie  epidemiche,  a  due  princi- 
pali ,  cioè  la  boreale  e  P  australe  dietro  i  motivi  che 
altrove  (§  78)  abbiamo  riferiti}  e  la  stagione  in  cui  svi- 
luppaci tali  malattie  è  per  li  motivi  stessi  o  l'inverno 
o  l'estate  ,  nelP  inverno  comprendendosi  1'  ultima  parte 
dell'autunno,  e  la  prima  della  primavera  (§  78,  not. ), 
ed  all'estate  appartenendo  tutto  il  restante  dell'anno. 
Un'altra  cosa  che  osservare  bisogua  per  intendere  tutto 
questo  capitolo,  non  meno  che  il  secondo,  il  quale  tratta 
de'  climi,  si  è  che  gli  stessi  nomi  non  sempre  indicano 
le  stesse  malattie  }  le  dissenterie  per  esempio  del  §  5g 
non  sono  della  natura  medesima  delle  dissenterie  del 
§  62.  Quanto  poi  si  fa  notare  non  risguarda  però  che 
i  lettori  non  medici. 

§  102.  Siccome  un'epidemia,  prendendo  almeno 
questo  vocabolo  nel  suo  più  lato  senso  ,  non  cessa  che 
per  dare  luogo  ad  un'altra  più  o  meno  pericolosa;  egli 
avverte  che  questi  cambiamenti  accadono  specialmente 
a  quelle  quattro  epoche  dell'anno  che  si  convenne  chia- 
mare i  due  equinozj  e  i  due  solstizj,  e  che  in  tali  epoche 
il  medico  deve  portar  la  sua  attenzione  al  cambiamento^ 

(<?)   Degli  umori  ;   §   3. 

[if)  De  re  med.  lib.  1  ,  Prof. 


68 
die  prova  l'epidemia  regnante,  ed  alla  natura  di  quella 
ehe  vi  tien  dietro  ,.  onde  cambiare  o  modificare  il  suo 
metodo  curativo.  Il  medico  greco  dissuade  dall'uso  de' 
purganti  in  quelle  epoche,  non  che  dalle  operazioni  chi- 
rurgiche ,  poiché  la  natura  posta  tra  due  costituzioni 
spesso  opposte,  una  delle  quali  cessa,  e  l'altra  comincia, 
lascia  il  medico  in  una  perplessità  circa  li  mezzi  di  com- 
battere le  malattie,  e  potrebbero  risultare  mortiferi  que" 
soccorsi,  che  1'  arte  gli  pose  tra  le  mani  all'altrui  guari- 
gione. Dichiara  che  le  più  pericolose  tra  le  dette  epo- 
che sono  iì  solstizio  d'estate  e  l'equinozio  d'autunno; 
e  termina  questo  interessante  capitolo  con  un'  osserva- 
zione la  quale  spiega  perfettamente,  perchè  un'  epide- 
mia affligga  spesso  un  paese  ,  mentre  risparmia  quelli 
che  gli  sono  vicini;  e  l'esposizione  relativa  ai  quat- 
tro punti  cardinali  dell'  orizzonte  ,  congiunta  con  al- 
tre cause  locali  ,  è  quella  la  quale  fa  sì  che  a  distanze 
piccolissime  certi  luoghi  più  che  altri  sentano  l'influenza 
di  una  costituzione  dominante. 

§  io3.  Dopo  avere  parlato  nel  II  capitolo  dell'in- 
fluenza che  può  avere  1'  esposizione  o  il  clima  medico 
sul  fisico  e  sul  morale  dell'uomo  dietro  le  osservazioni 
fatte  in  Grecia  ,  era  ben  naturale  il  bisogno  di  appli- 
care queste  osservazioni  ai  paesi  più  lontani,  ed  ai  climi 
considerati  sotto  l'aspetto  geografico;  e  senza  il  capi- 
tolo sulle  acque  ,  che  non  poteva  essere  separato  dalla 
teoria  delle  cause  locali  ,  e  senza  1'  altro  sulle  stagioni, 
considerate  quali  cause  delle  malattie  epidemiche,  e  che 
doveva  del  pari  tener  dietro  alle  considerazioni  sulle 
malattie  stesse,  il  capitolo  V,  doveva  essere  posto  im- 
mediatamente dopo  il  li.  in  questo  egli  riguardò  l'espo- 
sizione orientale,  come  la  più  temperata,  la  più  analoga 
alla  primavera  ,  la  più  salubre  di  tutte  ,  e  come  quella 


che  dà  agli  abitanti  un  carattere  dolce  ,  ed  uno  spirito 
più  fino  e  delicato  (§  96  e  97).  Nel  quinto  capitolo  ap- 
plica le  proprie  osservazioni  all'Asia,  e  particolarmente 
ai  paesi  posti  in  mezzo  a  questa  parte  del  moudo  , 
alla  quale  dà  pure  una  temperatura  di  primavera.  Ivi 
parla  della  superiorità  che  que'  luoghi  hanno  sull'Eu- 
ropa riguardo  alla  bontà  ed  all'  abbondanza  de'  pro- 
dotti, non  meno  che  alla  bellezza,  alla  dolcezza,  ed  al- 
l' intelletto  degli  abitanti  ;  non  lascia  però  di  farci  no- 
tare che  una  tale  superiorità  non  va  senza  inconve- 
nienti. La  bella  natura  feconda  e  ridente  per  la  mag- 
gior parte  dell'  anno  invita  1'  uomo  ai  godimenti ,  ec- 
cita e  fomenta  le  loro  passioni  moltiplicando  continua- 
mente i  loro  piaceri,  e  termina  per  ammollirli  al  segno 
di  ridurli  ad  una  pigrizia  e  pusillanimità  tale  che  fug- 
gono all'  aspetto  del  lavoro  e  del  pericolo.  Essi  son. 
dunque  meno  bellicosi  che  gli  Europei  ,  e  per  conse- 
guenza meglio  esposti  a  divenire  la  preda  del  primo  che 
vorrà  prendersi  la  pena  di  conquistarli.  Questa  osserva- 
zione è  verificata  dalla  storia  che  c'insegna  come  l'A- 
sia sia  stata  soggiogata  tredici  volte  ,  mentre  in  Europa 
non  conosconsi  che  quattro  grandi  rivoluzioni  (a). 

§  104.  Nell'egual  modo  che  ,  considerando  i  climi, 
Ippocrate  osserva,  che  i  luoghi  esposti  ad  oriente,  quan- 
tunque ben  più  salubri  che  gli  altri,  hanno  però,  ri- 
spetto alle  malattie  che  vi  sono  più  famigliari  ,  qualche 
analogia  con  le  esposizioni  meridionali  (§  96)  ,  così  in 
questo  capitolo  ,  relativamente  al  carattere  fisico  e  mo- 
rale degli  Asiatici,  egli  ha  poste  delle  osservazioni  ri- 
guardanti quello  de'  popoli  del  mezzogiorno }  sventura- 
tamente però  di  tutto  questo  pezzo   prezioso  non  rimane 

(a)   Montesquieu.  Esprit  de  Loìx\   L,  xvir  ,  chap.  4« 


7° 
t¥he  qualche  frammento,  ove  dall'incoerenza  con  quanto 
precede  ,  ed     ai    nomi    degli    Egizj  e  de9  Libj  che  ri  si 
trovano,  ben  vedesi  che  il  testo  fu  mutilato. 

§  io5.  Dopo  avere  fatto  osservare  che  gli  abitanti 
di  questa  parte  media  e  temperata  dell'  Asia  si  assomi- 
gliano di  figura  e  di  statura,  Tppocrate  passa  ai  popoli 
posti  più  al  Nord  di  questa  medesima  parte  del  mondo, 
e  presso  i  quali  riscontrasi  una  più  grande  varietà  nelle 
fìsonomie  ,  e  nelle  figure  \  egli  attribuisce  un  tal  feno- 
meno ad  altra  cagione,  cioè,  all'incostanza  ed  al  bru- 
sco succedersi  delle  stagioni  ,  incostanza  che  deriva 
dall'  ineguaglianza  dei  terreno  ,  mentre  non  avvengono 
tali  bruschi  cambiamenti  nell'  atmosfera  dove  piano  è 
il  paese. 

§  106.  Per  darci  un'idea  degli  Asiatici  lontani  perla 
posizione  loro  dal  centro  dell'  Asia,  egli  cita  1'  esempio 
di  due  popoli.  Uno  era  conosciuto  degli  antichi  sotto 
il  nome  di  Macrocefali)  nome  che  loro  veniva  dato  per 
Puso  non  meno  bizzarro  che  insensato  di  appianare  la 
testa  de' bambini ,  e  di  dare  a  questa  una  forma  bislun- 
ga^ uso  che  ancora  oggidì  esiste  presso  qualche  popolo 
dell'  Africa  e  delP  America.  Siccome  ima  tale  pratica 
continuata  per  molto  tempo  può  indurre  la  natura  a 
modificarsi  e  dar  lo  stesso  effetto  anche  molto  tempo 
dopo,  da  che  l'usanza  ha  cessato,  così  egli  attribuisce 
un  tal  fenomeno  alla  natura  stessa  del  liquor  seminale, 
il  quale ,  secondo  lui ,  non  essendo  che  un  estratto  di 
tutte  le  parti  del  corpo  ,  niuna  eccettuata  ,  imprime  al 
feto  tutte  le  forme  e  le  dimensioni  stesse  di  queste  parti. 
Simile  opinione  o  sistema  sulla  generazione  5  rinnovata 
a'  giorni  nostri  da  un  celebre  naturalista,  è,  checché  se 
ne  dica  ,    il     sistema    più  verisimile    di  quanti   siansene 


71 
immaginati    su    questa    sorprendente    operazione    della 
natura. 

§  107.  L'altro  popolo  eh'  egli  cita  sotto  il  nome  di 
abitanti  del  Fasi*  ora  è  conosciuto  sotto  quello  di  Min- 
grelj  ,  ed  abita  quel  paese  dell'  Asia  che  anticamente 
chiamavasi  la  Colchide.  Tutto  quanto  Ippocrate  riferi- 
sce circa  il  loro  temperamento,  la  natura  del  clima,  de' 
frutti  e  de'  prodotti  del  loro  suolo,  trovasi  così  confor- 
me alle  relazioni  de'  moderni  viaggiatori  più  stimabili, 
che  si  è  forzati  a  credere,  eh'  egli  abbia  tracciata  la  to- 
pografia della  Colchide  trovandosi  sul   luogo. 

§  108.  Dopo  avere  così  fatto  un  parallelo  della  parte 
media  dell'  Asia  con  le  parti  più  settentrionali,  ritorna 
sulla  pusillanimità  degli  Asiatici  (ciò  che  per  altro  in- 
tender devesi  in  particolare  degli  Asiatici  del  centro)} 
ma  qui  alla  dolce  temperatura  del  clima,  che  già  riguardò 
come  la  cagione  di  tale  pusillanimità  (§  io3),  un'altra  ne 
aggiunge,  qual  è  la  natura  del  governo^  il  dispoti- 
smo (Vili)  che  pesa  sul  lor  capo  fa  sì  che  poco  interes- 
sati negli  affari  della  patria,  invece  d'impiegare  il  loro 
coraggio  a  difendere  e  mantenere  1'  autorità  de'  loro 
capi  ,  vedono  con  indifferenza  e  spesso  con  piacere 
chiunque  voglia  a  quelli  disputare  il  supremo  potere.  E 
se  non  trovansi  liberati  dal  giogo  che  li  opprime  ,  bra- 
mano almeno  una  vendetta  momentanea.  Quantunque 
questa  spiegazione  sembri  opposta  a  quella  di  Aristo- 
tele (a) ,  il  quale  riguarda  il  dispotismo  asiatico  piut- 
tosto come  F  effetto  ,  che  come  la  cagione  della  pusil- 
lanimità degli  abitanti  dell'  Asia  ,  pure  considerando 
una  tale  questione  dietro  lo  stretto  legame  che  esiste 
tra  il  morale    ed    il   fisico  dell'  uomo  (§    18),  si  vedrà 

(a)  Della  Repubblica.  L.  Ili,  e.   14. 


72 
che  quel  medico  e  quel  filosofo  della  Grecia  non  sono 
veramente  tra  di  loro  in  contraddizione.  Il  dispotismo 
una  volta  stabilito  per  la  pusillanimità  di  quelli  che  non 
si  sono  opposti  ai  suoi  primi  tentativi ,  aumenta  e  per- 
petua quel  medesimo  difetto  :  e  sotto  un  tale  punto 
di  vista  egli  ne  diviene  una  vera  cagione  dopo  esserne 
stato  la  conseguenza. 

§  109.  Ciò  che  prova  ,  secondo  Ippoerate  ,  che  un 
governo  dispotico  abbatte  e  avvilisce  gli  animi,  si  è  che 
nell'Asia  stessa,  ad  onta  dell1  influenza  del  clima  esiste- 
vano dei  popoli  valorosi  e  guerrieri  }  tali  erano  tutti  li 
popoli  non  soggetti  al  dispotismo  ,  ma  governati  dalle 
loro  proprie  leggi.  Da  ciò  si  scorge  (  non  meno  che  da 
quanto  dice  al  §  121  in  proposito  degli  abitanti  di 
paesi  bassi  e  coperti  di  pascoli  )  che  Ippoerate  cono- 
sceva tutta  la  forza  che  hanno  le  cause  morali,  se  non 
per  distruggere  ,  almeno  per  potentemente  modificare 
l'influenza  del  clima.  Si  scorge  ch'egli  era  convinto, 
che  tutti  li  popoli   (a)    sono  più  o    me  10    suscettivi    di 


(a)  Dietro  il  filosofo  Ippoerate  tutti  li  popoli  sono  più  o  meno 
suscettivi  di  uscire  dall'  avvilimento  in  cui  i  loro  falli  gli  hanno 
immersi.  Ma  secondo  il  filosofo  Pauw  { Recherches  philosophi- 
ques  sur  les  Grecs.  Voi.  I,  p.  io3)  bisognerebbe  eccettuarne  li 
Greci  moderni.  In  essi,  se  creder  si  deve  a  lui,  V  ignoranza  e 
la  superstizione  hanno  gettate  radici  sì  tenaci  e  profonde,  che 
alcuna  forza,  ne  alcuna  potenza  umana  non  saprebbe  estir- 
parle. Egli  pretende  di  più  che  se  li  Greci  moderni  giungessero 
all'  indipendenza  ,  il  primo  uso  cti  essi  farebbero  della  libertà 
politica,  consisterebbe  nel  intraprendere  una  grande  guerra  di 
religione,  nella  quale  i  pretesi  ortodossi  e  li  pretesi  scisma- 
tici si  scannerebbero  a  vicenda  sino  alV  ultimo  per  parole 
eh?  essi  non  sanno  nemmen  pronunciare  come  si  deve.  Ciò  che 
vi  ha  di  più  singolare  in  questa    virulenta    sbuffata  del  canonico 


73 

uscire  dal  loro  stato  eli  avvilimento  ,  col  darsi  una  mi- 
gliore educazione  politica  o  ricevendola  da  qualche  al- 
tra nazione  tanto  umana  da  saper  sposare  la  causa  de- 
gli oppressi  contro  gli  oppressori,  e  tanto  generosa  da 
voler  rinunciare  a  que'  miseri  calcoli  mercantili,  per  lo 
più  falsi,  e  che  non  possono  anche  realizzarsi  che  col 
sangue  di  molti  milioni  di  vittime. 


Pauw»  si    è    ch'egli  confessa  di  essere  così  tratto  a  pensare  die- 
tro fatti  offertigli  da  individui  della  nazione    greca.  Ora    di    due 
cose    1'  una  ;  o  questi  vili  calunniatori    (  se  però    e  possibile  che 
Pauw  abbia  conosciuti    de'  Greci    così  snaturati  )  erano    persone 
istrutte,  e  perciò  esenti  di   ogni  superstizione  ,  ed    in  tal  caso  io 
non  vedo,  perchè  il  resto  della  nazione  non  potrebbe    essere  ca- 
pace d'  istruzione  quanto    coloro    che    la  hanno    calunniata  ;  op- 
pure eglino  aggiungono  alla  più  crassa  ignoranza  la  perfidia  degli 
scelerati,  ed  in  tal  caso  Pauw  non  doveva  attingere  le  sue  testi- 
monianze   a  così  infetta  sorgente.  Che    persone    le  quali  sentono 
tenerezza  per  gli  oppressori,  cerchino    a  denigrare    gli  oppressi  , 
niente  vi  ha  di  più  naturale  e  di  più  frequente.  Ma   che  Pauw  il 
quale    non  ha    giammai  pronunciato     il    nome  de'  padroni    della 
Grecia,  che  per  consacrarlo    all'  indegnazione    di  tutte  le    anime 
oneste  e  sensibili,  abbia  avuto  il  coraggio    di  offendere    una  na- 
zione eh'  egli  non  conosce  ,  ed  in  un  modo  così  scandaloso  ,  in- 
decente, e  poco  conforme  alle    regole  della    sana    logica  e    della 
filosofia,  ch'ei  vanta,  è  cosa  difficile  a  concepirsi.  Pauw  è  morto, 
e  non  mi  e  permesso  di  fargli  a  nome  della  mia  nazione  tutti  li 
rimproveri  eh'  essa  ha  diritto  di  fargli.    Col  poco  che   ho  voluto 
dire,  mio  oggetto    non  fu    quello    d' insultare    alla     memoria    di 
Pauw,  li  cui  scritti,  quantunque    pieni  di    paradossi    e  d'  inesat- 
tezze, alcune  volte  mi  hanno  però  istruito,    lo    non    ho    voluto 
che  vendicare  l'  onore    dell'  oltreggiata    mia  nazione  ,    io  non  ho 
voluto  che  porre  in  guardia  coloro  che  potrebbero    lasciarsi  in- 
gannare dall'  autorità    di    Pauw.    Li  Greci  d'  oggidì    sentono  in 
modo    il    bisogno  d' istruirsi  ,    che    non    v'  ha    quasi    università 
d'  Europa,  in  cui  non  sianvi  studenti    sjreci.    Sdegnati  per  l' im- 


7i 

§  110.  Io  ho  dato  al  VI  ed  ultimo  capitolo  di  que- 
sto Trattato  il  titolo  di  Europa  quantunque  la  maggior 
parte  di  esso  sia  consacrata  alla  storia  degli  Sciti.  Si 
potrebbe  accusare  Ippocrate  di  disordine,  per  avere  in- 
serita la  storia  di  un  popolo  asiatico  in  un  capitolo, 
che,  secondo  il  di  lui  piano,  deve  esser  dedicato  a  par- 
punito  brigandaggio  e  per  gli  assassinj ,  che  continuamente  com- 
mettonsi  nel  seno  della  loro  patria,  non  trovano  altra  speme  di 
riacquistare  la  libertà  che  neir  istruzione,  e  questa  vanno  a  cer- 
care lungi  dal  suolo  natio  ,  tra  popoli  che  devono  la  maggior 
parte  della  loro  gloria  letteraria  ai  lumi  de'  Greci.  Circa  la  su- 
perstiz  one  che  Pauw  loro  rimprovera  9  non  v'  ha  che  la  mala 
fede  che  possa  far  trovare  li  Greci  più  superstiosi  di  quello  che 
da  non  molto  erano  gli  Europei,  o  che  sono  al  presente  alcuni 
abitanti  d'  Europa.  Non  trovasi  alcun  Greco  moderno  che  non 
frema  al  solo  rammentare  li  solenni  massacri  che  gì*  Europei 
hanno  commesso  in  epoche  diverse  in  nome  di  un  Dio  di  pietà 
e  di  misericordia,  e  certamente  non  fu  in  Grecia  ove  pose  sua 
stanza  un  ufficio  terribile.  Senza  dubbio  li  Greci  ebbero,  come 
tutte  le  altre  nazioni,  de'  momenti  di  follia  e  di  delirio  religioso  ; 
ma  un  tal  tempo  passò  :  cxcldat  Ma  dìes  !  forma  il  grido  della 
maggior  parte  della  nazione.  L'  Europa  tutta  non  rammenta  che 
con  errore  la  propria  passata  frenesia  ,  la  Grecia  sola  resterà  in- 
correggibile ! .  . .  Pauw  ci  rimprovera  altresì  di  non  saper  pro- 
nunciare la  nostra  lingua.  Siccome  tale  singolare  prevenzione  non 
è  particolare  a  Pauw,  il  quale  non  aveva  che  una  superScialis- 
sima  conoscenza  del  greco  idioma  (a),  ma  che  è  propria  altresì 
di  qualche  ellenista  assai  più  istrutto  di  lui,  sarà  d'  uopo  che  più 
a  lungo  mi  trattenga  altrove  su  questo  argomento.  Al  presente 
mi  limiterò  a  dire,  che  se  gli  scrittori  del  bel  secolo  della  Gre- 
cia ritornassero  tra  di  noi,  essi  sentirebbero  ancora  il  proprio 
linguaggio  in  bocca  de'  loro  infelici  discendenti  ;  ma  non  lo  rico- 
noscerebbero più  pel  modo  rozzo  e  barbaro  con  cui  viene  pro- 
nunciato dalla   maggior  parte  degli   Europei. 

(a)  N«  ho  «lata  una  pro\a   nul   Magas.  Enejclopèà  ,   t.   IV;   p.   ai. 


?5 
lar  degli  Europei  eselusivamente.  Pure  con  un  po'  d'at- 
tenzione facile  è  il  comprendere  che  dallo  stesso  suo 
piano  è  stato  condotto  ad  un  tale  apparente  difetto. 
Nel  capitolo  precedente  egli  parlò  degli  Asiatici  dal 
mezzo  dell'Asia  inclusivamente  sino  alla  palude  Meo- 
tide,  che,  a  suo  parere,  costituisce  il  confine  dell'Asia  e 
dell'  Europa.  Giunto  a  questo  punto  ,  era  naturale  di 
passare  all'  Europa  per  rendere  del  pari  ragione  del 
fisico  e  del  morale  degli  Europei  ,  così  diversi  dagli 
Asiatici.  In  questo  passaggio,  il  primo  popolo  che  in- 
contrasi è  quello  degli  Sciti  europei  ossia  de'  Sarmati  ; 
egli  vi  si  ferma  adunque  per  poco  \  ma  siccome  questo 
popolo  non  è  che  un  ramo  d'  una  nazione  più  nume- 
rosa e  più  estesa,  che  occupa  grandissimo  spazio  della 
parte  settentrionale  ed  orientale  dell'Asia,  egli  trovasi 
obbligato  di  ritornare  a  questa  per  non  separare  la  sto- 
ria di  un  popolo  che  V  assomiglia  per  il  modo  di  vivere, 
per  le  istituzioni  morali  e  politiche  ,  ad  onta  della  di- 
versità de'  climi.  Così  tutto  questo  lungo  ragguaglio  su 
gli  Sciti  dell'Asia  non  bisogna  considerarlo  se  non  che 
qual  digressione  del  capitolo  VI,  dopo  la  quale  ritorna 
alle  osservazioni  riguardanti  gli  Europei,  e  che  pongon 
fine  al  presente  trattalo. 

§  in.  Tale  importante  digressione  ci  fornisce  molte 
particolarità  sulla  natura  del  paese,  sui  costumi,  e  sul 
modo  di  vivere  di  quella  singolare  nazione  conosciuta 
al  presente  sotto  il  nome  di  Tartari.  Se  ne  trovano  al- 
cune che  non  trovansi  in  alcun  altro  antico  scrittore  e 
né  meno  in  Erodoto,  il  primo  che  abbia  parlato  con 
minutezza  degli  Sciti.  Le  relazioni  de'  moderni  viag- 
giatori vanno  d'  accordo  in  gran  parte  coi  fatti  riferiti 
da  Ippocrate.  Se  di  questi  v'  ha  alcuno  di  cui  più  non 
trovasi  vestigio  tra  gli  Sciti  moderni,  ossia  tra  li  Tartari, 


76 
tale  differenza  dipende  senza  dubbio  in  parte  dalla 
poca  cognizione  che  noi  ancor  abbiamo  di  questo  po- 
polo, e  più  ancora  dalla  di  lui  vita  errante  e  guerriera, 
per  la  quale  le  stesse  popolazioni  non  hanno  occupati 
in  tutti  li  secoli  gli  stessi  luoghi,  o  perchè  vennero  di- 
strutte da  nazioni  più  potenti.  Notasi  specialmente  in 
questo  racconto,  in  proposito  della  particolare  malattia 
degli  Sciti  antichi,  quanto  Ippocrate  si  trovasse  supe- 
riore ai  pregiudizi  del  suo  tempo  ,  per  li  quali  erano 
tratti  gli  uomini  ad  accattare  cause  soprannaturali , 
onde  spiegare  li  disordini  fisici    della   nostra  macchina. 

§  112.  Dopo  avere  fatto  il  quadro  fisico  e  morale 
degli  Sciti,  ritorna  alle  osservazioni  fisico-mediche  che 
spettano  agli  Europei,  e  che  già  aveva  incominciate  par- 
lando de'  Sarmati.  Egli  li  pone  in  opposizione  con  gli 
Asiatici  circa  il  temperamento,  ed  il  carattere  morale 
degli  uni  e  degli  altri.  Spiega  principalmente  la  varietà 
di  fisionomia,  che  in  modo  veramente  singolare  occorre 
di  riscontrare  tra  gli  Europei  \  il  Medico  greco  attri- 
buisce una  tale  varietà  alle  brusche  vicissitudini  dell'  at- 
mosfera, vicissitudini  sconosciute  nelle  contrade  medie  e 
temperate  dell'Asia  (  così  dicasi  delle  regioni  ghiacciali 
vicine  ai  poli,  e  delle  eccessivamente  calde  ),  e  le  quali 
fanno  sì  che  la  concrezione  del  liquor  seminale  nel  for- 
mare il  feto  eseguiscasi  in  molte  diverse  maniere,  secondo 
che  il  concepimento  ha  luogo  in  inverno  e  in  tempo 
piovoso,  o  in  estate  e  in  tempo  secco.  Una  tale  spie- 
gazione è  almeno  più  verisimile  che  quelle  di  Empe- 
docle e  di  Bodin  (XIV),  e  meglio  s'  avvicina  alle  altre 
cognizioni  fisiologiche  che  abbiamo  sull'  economia  ani- 
male. 

§  il 3.  Nella  stessa  guisa  che  Ippocrate  attribuiva 
il  carattere  dolce  e  timido    degli    Asiatici   alla  dolcezza 


11 

del  loro  clima,  e  poscia  al  dispotismo  che  li  opprime  \ 
così  egli  attribuisce  1'  asprezza  di  carattere  ,  e  quel  va- 
lore guerriero,  che  distingue  gli  Europei,  all'  asprezza 
del  clima  loro  ed  anche  alla  natura  del  governo  che  a 
suoi  tempi  avevano.  In  proposito  ripete  quella  massima 
filosofica  vera  in  tutti  li  secoli  ed  in  tutti  li  paesi,  che 
te  le  leggi  influiscono  in  particolar  modo  sul  coraggio 
y>  degli  uomini.  ?? 

§  114.  Parlando  dell'Asia  egli  aveva  osservato  che 
non  eravi  che  la  sua  parte  di  mezzo,  che  si  distinguesse 
per  quella  felice  temperatura,  e  per  quell'abbondanza 
di  prodotti  del  suolo  che  inspirava  a'  suoi  abitanti  la 
dolcezza  ,  la  pigrizia  e  la  pusillanimità.  La  stessa  cosa 
deve  dirsi  dell'  Europa  \  in  generale  meno  favorita  dalla 
natura  che  l'Asia  ,  essa  racchiude  però  in  sé  qualche 
luogo,  che  può  gareggiare  con  quest'ultima  circa  la 
dolce  temperatura  del  clima  5  non  meno  che  per  l'ab- 
bondanza e  la  bontà  de'  prodotti  del  suolo,  e  dove  per 
conseguenza  gli  abitanti  sono  dotati  di  un  carattere  che 
ben  s'allontana  dal  valore  feroce  del  resto  degli  Eu- 
ropei ,  ed  è  più  analogo  a  quello  degli  Asiatici  più 
ammolliti.  E  siccome  questa  diversità  trovasi  in  rela- 
zione non  solo  colla  temperatura  dell'  atmosfera,  e  col- 
V  uniforme  succedersi  delle  stagioni,  ma  puranche  colla 
maggiore  o  minore  elevazione,  consistenza,  uguaglian- 
za, e  umidità  del  terreno  ,  colla  specie  de'  fossili  che 
lo  compongono  ,  e  con  una  vegetazione  più  o  meno 
ricca  ,  egli  prende  occasione  di  esaminare  tutte  queste 
qualità  del  suolo  e  gli  effetti  che  ne  risultano  per  il  fisico 
e  per  il  morale  degli  uomini. 

§  11 5.  Dopo  avere  osservato  un  contrasto  non  meno 
vero  che  doloroso  per  1'  umanità  ,  tra  1'  intelligenza  e 
la  pusillanimità   degli    abitanti    de' climi  dolci,  con  1' a- 


78 

nimo  ruvido  ,  ed  il  feroce  coraggio  di  quelli,  che  pro- 
vano tutta  P  inclemenza  dell'  aria  ,  era  naturale  il  ri- 
cercare se  non  vi  fossero  de'  climi  di  mezzo  tra  que' 
due  estremi,  e  il  cui  potere  influisse  in  modo  sull'uomo, 
che  riunendo  le  qualità  fisiche  e  morali  opposte  ,  esser 
potesse  intelligente  e  coraggioso  a  uu  tempo,  e  proprio 
tanto  a  coltivare  le  scienze  e  le  arti ,  quanto  ad  eser- 
citare il  mestiero  delle  armi.  Aristotele  (a)  risguardava 
la  Grecia,  e  Platone  (b)  specialmente  l'Attica,  come  uno 
di  que'  felici  paesi,  ne'  quali  1'  uomo  riuniva  la  forza  del 
corpo  ed  il  coraggio,  che  altro  in  fine  non  è  che  il  sen- 
timento di  questa  forza  f  a  quella  finezza  d'intelletto, 
che  inventa  e  perfeziona  le  scienze  e  le  arti.  Dietro  la 
descrizione  che  Ippocrate  ci  dà  (V.  1'  ultimo  §  del 
presente  Trattato)  di  questo  clima  medio  ,  d'uopo  è 
presupporre  che  parlare  volesse  di  questa  medesima 
Attica,  quantunque  non  la  nomini.  Posta  sotto  un  bel 
cielo  ,  essa  presenta  un  suolo  scabro  ,  ineguale  e  poco 
fertile,  e  così  la  sua  latitudine,  combinata  colle  altre  cir- 
costanze locali  ,  ha  potuto  rendere  gli  Ateniesi  atti  a 
maneggiare  la  penna  e  la  spada  con  quella  superiorità 
che  ancora  ci  fa  meravigliare. 

(a)  Politic. ,  lib.  VII,  e.  7. 

(b)  Nel  Timeo. 


79 

NOTIZIE  SUI  MANOSCRITTI  E  SULLE  EDIZIONI  SI 
GRECHE  CHE  LATINE,  CHE  HANNO  PRECEDUTA 
LA  PRESENTE. 

§  li 6.  Sembra  che  la  potenza  del  tempo  non  ab- 
bia rispettata  la  parte,  che  ci  rimane  di  questo  trattato 
fìiosoGco  del  più  gran  medico  dell'  antichità  ,  se  noti 
che  per  farci  sentire  il  dispiacere  del  restante.  Senza 
parlare  di  irreparabili  lacune,  che  con  ragione  vi  si  so- 
spettano, l'ignoranza  de' copisti  ne  aveva  trasportata 
quasi  la  metà  in  un  altro  trattato  dello  stesso  autore 
dedicato  alle  ferite  del  capo  ,  e  che  non  ha  alcun  rap- 
porto con  il  nostro.  Alcune  linee  prima  del  fine  di  que- 
sto trattato  del! e  ferite  del  capo  trovatisi  ne'  manoscritti 
due  pezzi  considerevoli  di  quello  delle  arie,  delle  acque 
e  de'  luoghi}  Puno  di  essi  si  estende  dal  nostro  §  55 
sino  alle  parole  un  tal  brusco  cambiamento  deve  pro- 
durre le  sunnominate  malattie  del  §  LXIIl }  l'altro,  che 
da  vicino  lo  segue,  racchiude  quanto  ha  servito  a  com- 
porre il  nostro  §  63 ,  la  fine  del  §  70 ,  queste  ma- 
lattie saranno  brevi .  .  .  in  una  piovosa  ,  e  poscia  tutto 
il  testo  dal  nostro  §  io  sino  alla  metà  del  §  55. 

Egli  è  su  manoscritti  così  sconvolti,  che  furono  fatte 
le  prime  greche  edizioni  di  tutte  le  opere  di  Ippocrate, 
cioè,  quella  degli  Aldi  (i526)  e  quella  del  Corna  ri  us  (l) 
altrimenti  indicata  sotto  il  nome  di  edizione  di  Basi- 
lea o  di  Froben  (1 538)  ,  e  così  pure  le  prime  versioni 
latine. 

§  117.  Simile  disordine  e  trasposizione  esisteva  già 
dal  tempo  di   Galeno,  che  forse    fu    il    primo  ad  àccor- 


8o 

gei-sene  (a).  Per  mala  sorte  però  egli  ne  parla  in  un 
modo  così  vago,  che  trarre  non  se  ne  può  alcun  lume. 
E  però  vero  che  nel  suo  commentario  sul  trattato  delle 
arie,  delle  acque  e  de"*  luoghi  li  brani  che  ho  accennati 
( §  1 16)  si  trovano  riportati  nel  luogo  medesimo,  che 
occupano  al  presente  nelF  edizione  del  Foes ,  ed  in 
quelle  che  vennero  dopo  ;  ma  un  tal  commentario  non 
essendo  che  una  versione  latina  di  un  originale  greco 
che  più  non  esiste,  è  ben  a  ragione  ritenuta  come  sup- 
posto. 

§  118.  Il  manoscritto  di  Agostino  Gadaldino  di  cui 
in  seguito  avrò  occasione  di  parlare,  conteneva  il  trat- 
tato tutto  intiero  con  li  frammenti,  che  erano  stati  tras- 
portati in  quello  delle  ferite  del  capo,  ma  in  un  ordine 
che  pur  differisce  da  quello  in  cui  noi  li  troviamo  og- 
gidì nelle  edizioni  greco-latine.  Dei  due  manoscritti 
che  io  ho  consultati  nella  Biblioteca  nazionale  di  Pa- 
rigi, uno  assomiglia,  quanto  all'ordine,  o  per  dir  me- 
glio al  disordine  ,  alli  manoscritti  ,  de'  quali  eransi  ser- 
viti gli  Aldi,  Froben  e  Calvo  (§  116)}  ed  i!  copista 
dell'altro,  in  vece  di  trasportare  li  due  frammenti  cff 
cui  parlasi  nel  trattato  delle  ferite  del  capo  ,  ne  fa  un' 
opera  separata  sotto  un  nuovo  titolo  ,  posta  dopo  cin- 
que altri  trattati  che  tengon  dietro  a  quello  delle  arie, 
delle  acque  e  de'' luoghi,  e  1'  ultimo  de' quali  è  il  sud» 
detto  delle  ferite  del  capo. 

§  119.  Cornarius  sembra  essere  stato  il  primo,  che 
abbia  ristabilito  nel  nostro  trattato  li  due  brani  nel 
nome  in  cui  trovansi  oggidì  nella  sua  versione  di  tutte 
le  opere  d' Ippocrate  pubblicata  a  Basilea  nel  i546, 
non  che  nel  testo  greco  di  Zvinger,  di  Foes,  e  di  tutti 

(a)  Commetti,  in  ìiber.  de  rat,  vict.  in  morbis   acutis. 


Si 
ì  seguenti  editori.  Quanto  alla  prima  edizione  del  solo 
testo  greco  del  presente  trattato  pubblicato  dal  Corna- 
rius  nel  i5ag,  e  ristampato  a  Parigi  nel  i5/J2,  egli  pone 
in  seguito  a  tal  testo  (  quale  si  trova  nella  sua  edizione 
greca  di  tutte  le  opere  d'  Ippocrate  stampata  a  Basilea 
nel  1 538,  ed  in  quella  degli  Aldi  )  la  versione  de' due 
pezzi  rimossi,  facendo  avvertire,  che  tratti  li  aveva  da 
un'antica  versione  latina  di  tutto  l'intiero  trattato,  ver- 
sione di  cui  non  nomina  1'  autore,  né  fissa  1'  epoca.  Si 
accontenta  soltanto  d'indicare  il  posto  ch'essi  occupa- 
vano in  quella  traduzione  ,  e  che  occupare  dovrebbero 
nel  suo  testo  greco.  Pure  questa  antica  versione  non  è 
che  una  parafrasi  estremamente  diffusa  ed  inesattissima  } 
e  le  più  volte  i  citati  squarci  vi  sono  talmente  confusi,  e 
le  loro  diverse  parti,  paragonate  con  il  trattato  di  Ippo- 
crate, vi  sono  disposte  in  un  modo  così  bizzarro  ed  in- 
coerente, che  Cornarius  non  osando  seguirla  nella  ver- 
sione del  i546,  si  accontentò  di  adottare  l'ordine,  che 
noi  troviamo  in  quest'ultima,  e  che  tutti  gli  editori  e  li 
traduttori  hanno  adottato  dopo  di  lui,  eccettuato  Anto- 
tonio  Pasieno ,  autore  di  una  nuova  disposizione  di 
questo  trattato,  e  che  non  ha  guari   faremo  conoscere. 

§  120.  Ad  onta  delle  speciose  ragioni  che  Pasieno 
ci  dà  per  giustificare  una  tale  disposizione  e  che  mi  fe- 
cero esitare  qualche  po'  sul  partito  ,  che  mi  restava 
a  prendere ,  io  ho  seguito  per  il  mio  testo  V  ordine 
della  versione  del  Cornarius  del  i546,  onde  così  uni- 
formarmi a  tutti  gli  editori  che  lo  seguirono,  e  non  mi 
sono  permesso  alcuni  leggieri  cambiamenti  ,  senonche 
nella  mia  traduzione  francese  ,  e  ciò  in  modo  di  la- 
sciare al  lettore  la  libertà  di  seguir  V  ordine  ,  che  sem- 
brasse il  più  conforme  al    piano   di  Ippocrate.    Quanto 

SulP  aria  ,  ecc.  Trattalo.  6 


alle  fonti,  alle  quali  ho  attinti  tutti  i  soccorsi  ,  che  mi 
erano  necessari  per  la  versione  e  1'  edizione  del  mio  te- 
sto, vengo  ad  indicarle  cominciando  dai  manoscritti. 

§  iai.  Non  esistono  in  Francia,  come  ho  già  detto 
(§  1 1 8  ),  se  non  che  due  manoscritti  nella  Biblioteca 
nazionale,  i  quali  contengano  questo  trattato  d'  Ippo- 
crate.  I!  primo  (n.°2i46)  è  scritto  su  carta  bambacina, 
e  sembra  essere  del  secolo  XVI.  Contiene  tra  gli  altri 
scritti  d1  Ippocrate  il  trattato  che  ora  si  pubblica,  quale 
si  trova  nelle  prime  edizioni  greche  e  nella  versione  di 
Calvo;  cioè,  una  parte  sotto  il  suo  vero  nome  delle 
arie  ,  delle  acque  e  de^  luoghi;  e  1'  altra  parte  unita  al 
trattato  delle  ferite  del  capo,  vale  a  dire  affatto  fuori  di 
luogo, 

§  122.  Il  secondo  manoscritto  (  n.°  2555)  del  pari 
in  carta  bambacina  è  del  secolo  XV  ad  eccezione  della 
fine,  ove  trovasi  il  nostro  trattato,  e  che  sembra  essere 
di  una  mano  e  di  un  secolo  posteriore.  Esso  contiene, 
come  il  primo,  una  parte  di  questo  trattato  sotto  il  ti- 
tolo delle  arie  ,  delle  acque  e  de''  luoghi;  V  altra  parte  , 
separata  dalla  prima,  come  ho  di  già  fatto  notare  (5  i  i8), 
porta  il  seguente  nuovo  titolo  ;  del  modo  di  prevedere 
e  predire  le  costituzioni  annuali ,  opera  composta  da 
Ippocrate  ,  o ,  secondo  altri ,  da  qualcK1  altro  antico 
scrittore.  Ecco  i  soli  manoscritti  che  io  ho  potuto  con- 
sultare (  XVI  ). 

§  123.  Prima  di  passare  agli  stampati  farò  osservare 
a  proposito  del  titolo  del  nostro  trattato,  che,  quan- 
tunque non  lo  si  trovi  citato  dagli  Antichi  in  una  maniera 
uniforme,  tale  diversità  però  s'aggira  in  gran  parte 
sulla  diversa  disposizione  delle  tre  parole  che  lo  com- 
pongono, ed  a  torto  si  tenne  per  variante  ciò,  che  ve- 
rosimilmente non  fu  se  non   un  difetto  di  memoria  di 


83 
quelli  che  lo  citarono.  Galeno  per  esempio  lo  cita  ora 
sotto  il  titolo  delle  acque,  de" luoghi ,  e  delle  arie  (a), 
ora  sotto  quello  delle  arie,  de''  luoghi  e  delle  acque  (£), 
ora  sotto  l'altro  delle  arie,  delle  acque  e  de'' luoghi  (e),  e 
finalmente  qualche  volta  sotto  quello  delle  acque,  del- 
le arie,  de1  luoghi  (d).  Lo  si  trova  pur  anche  citato  dallo 
stesso  greco  commentatore  sotto  il  titolo  de'  luoghi,  arie 
ed  acque  (e).  Tutte  queste  lezioni,  ripeto,  non  sono  che 
variauti   dovute  alla  memoria. 

(a)  Commenti  in  Aphorism.  Ili,  8,  n,  12,  i4« 
(ò)  Ibid  III.  ii,  i3.  Vedi  altresì  il  suo  glossario  al  vocabolo 
1,lpi<preci.  Sotto  lo  stesso  titolo  lo  citano  Palladio  nel  suo  Com- 
mentario sul  libro  delle  Fratture,  p.  918,  edizione  del  Foès  e  lo 
Scoliaste  d'Aristofane,  Nub.  33 1.  Suida,  il  quale  secondo  la  sua 
usanza  riferisce  lo  stesso  scolio  (alla  parola  lirpés),  ci  dà  altresì 
il  titolo  generico  delle  arie  ,  degli  uccelli  e  delle  acquei  come 
appartenente  alle  opere  che  trattano  della  meteorologia.  L'esem- 
plare di  questo  lessicografo  (  edit.  di  Basilea  ) ,  che  io  ho  sotto 
gli  occhi  già  appartenente  a  Guyet  ,  porta  in  margine  tosta»», 
scritto  dalla  mano  stessa  di  Guyet,  come  correzione  della  parola 
epvfSav  da  questo  dotto  proposta.  Mi  pare  chiaro  che  bisogna  piut- 
tosto leggere  :  *AvHFi2N;  lezione  che  facilmente  può  giustificarsi 
col  titolo  stesso  de'  luoghi  e  delle  arie  eh'  Eroziano  dà  al  nostro 
trattato  ,  come  si  vedrà.  E  forse  bisognerebbe  anche  nel  titolo 
mpi  OVSIN  tect)  TOT&/V  kcc\  7tv)>s  x.xì  Xi&av  di  un'  opera 
scritta  da  un  certo  Socrate  citato  da  Ateneo  (  lib.  IX  )  sostituire 
la  parola  'a'HPìTN  alla  parola  OPNI0£2Nj  quando  non  si  creda 
meglio  leggere  uccelli,  poiché  di  fatti  in  questo  libro  si  parla  di 
uccelli. 

(e)  Comm.  Ms.  in  libr.de  Humoribus,  p.   1 85   e  passim, 

(d)  Ibid.,  p.  ^5a,  e  nel  suo  trattato  a  Transibolo.  Ma  nel  suo 
trattato  quod  animi  mores,  ecc.,  t.  I,  p.  348  ,  si  trova  il  titolo 
delle  acque,  delle  arie  e  zocì  ilOT^N  ove  si  vede  necessario 
il  cambiare  quesl'  ultimo    vocabolo    ncll' altro  TO'nQN* 

(e)  Conunent.   Ms.  in.  libr.  de  Humoribus,  p.  256. 


84 

§  124.  Ciò  non  sembra  valere  per  titoli  che  rac- 
chiudono vocaboli  differenti  o  in  maggior  numero  ',  così 
per  esempio,  delle  acque  e  della  temperatura  delle  sta- 
gioni (a),  delle  arie,  delle  acque,  de'  luoghi ,  de"1  paesi  e 
delle  abitazioni  (b)  $  delle  acque,  delle  arie^  delle  abita- 
zioni, de*  luoghi  e  de"*  paesi  (e) ,  e  delle  abitazioni^  delle 
acque,  delle  stagioni  e  de''  paesi  (d).  Pure  se  si  riflette 
sulla  maniera  con  cui  si  esprime  qui  Galeno  ,  non  si 
tarda  ad  accorgersi  ,  che  tutti  questi  titoli  prolungati 
non  sono,  che  parafrasi  del  titolo  conciso  d'  Ippocrate. 
Poiché  egli  dice  positivamente  che  il  titolo  di  abita- 
zioni, di  acque,  di  stagioni^  e  di  paesi  converrebbe  me- 
glio all'  opera  che  Ippocrate  aveva  intitolata  de'  luoghi^ 
delle  arie,  delle  acque  (e).  Lo  stesso  deve  dirsi  del  titolo 
che  aveva  il  manoscritto  di  Gadaldino  cioè  delle  arie,  de"* 
luoghi^  delle  acque,  de"*  tempi,  de"1  venti  e  degli  astri  (  f), 
come  di  quello  che  Foes  (g)  e  Gruner  (h)  citano  sulla 
fede  de'  manoscritti}  delle  stagioni ,  delle  arie,  delle 
acque  e  de"1  luoghi. 

§  125.  Se  alcuni  hanno  creduto  dover  dare  forme 
più.  o  meno  lunghe  al  titolo,  che  dovrebbe  essere  sem- 
plice, quanto  lo  sono  comunemente  tutte  le  produzioni 
d' Ippocrate,  altri  invece  hanno  cercato  di  abbreviarlo. 
Eroziauo  (*)  cita  questo  strattato  sotto  il  titolo  seguente 

(a)  Galen.  quod,  animi  mores  etc.  T.  I,  p.  349. 

(b)  Idem.  Comm.  Ms.  in  Ubr.  de  HumoribitS)  p.  23 1. 
(e)  Idem.,  ibid.,  p.  ^3. 

(d)  Idem,  t.  IV,  p.  366. 

(<?)  Galen.  ibid. 

(/)  V.  il  §  i33,  più  avanti. 

(g)  In  notis. 

(h)  Censura  librorum  Hippocratis,  p.  49« 

(i)  V.  il  suo  Glossano  nella  prefazione  ed  alla  parola  OpiXi*. 


85 
delle  stagioni  e  de''  luoghi.  Ateneo  (a)  lo  intitola  sem- 
plicemente de''  luoghi.  Circa  quelle  parole  :  x*ae7  ro 
%pti<rVov  v8#{>  ITOAY'TIMON,  che  quest'  ultimo  autore  cita 
qualche  linea  più  in  allo,  come  un  passo  tratto  dal  li- 
bro cP  Ippocrate,  che  chiama  delle  acque,  il  Casaubono 
ha  benissimo  veduto  che  bisognava  leggere  ITOTIMONj 
ma  egli  si  è  ingannato  quando  credette  che  Ateneo 
avesse  citato  un  libro  ove  questo  passo  non  esisteva. 
Io  sono  in  vece  persuaso  che  con  quel  titolo  Ateneo  ha 
voluto  indicare  non  già  il  trattato  delle  arie,  delle  acque 
de1  luoghi(  che  si  sarebbe  potuto  così  indicare  per  ab- 
breviazione), ma  bensì  un' altr' opera  di  Ippocrate  og- 
gidì conosciuta  sotto  il   titolo,  delV uso  de  liquidi  (h) . 

§  126  Ho  di  già  osservato  (§  117)  che  il  commen- 
tario a  Galeno,  e  di  cui  oggidì  non  esiste  che  la  ver- 
sione latina,  sembra  essere  supposto;  quantunque  da 
noi  si  sappia  per  propria  confessione  di  quel  medico  , 
eh'  egli  aveva  veramente  commentato  questo  trattato. 
La  stessa  versione,  che  si  attribuisce  a  Mosè  Alatino  me- 
dico ebreo,  non  è  stata  fatta  che  su  di  un'  altra  ebraica. 


(a)  Lib.  2,  p.  46. 

(b)  In  essa  si  parla  molto  dell'  uso  medico  dell'  acqua  dolce 
e  della  salata  :  e  forse  è  per  questo  motivo,  che  gli  antichi  le  da- 
vano altresì  il  titolo,  delle  acque.  Ciò,  che  mi  conferma  in  que- 
st*  opinione  si  è  che  Eroziano  nel  catalogo  degli  scritti  d'  Ippo- 
crate, eh'  egli  ha  inserito  nella  prefazione  del  suo  Glossario  ,  dà 
il  titolo,  delle  acque  ad  uno  degli  scritti,  che  non  può  essere  se 
non  quello  delV  uso  de  liquidi,  poiché  questo  non  ricomparisce 
più  sotto  alcun  tìtolo,  mentre  1'  altro  delle  arie  ,  delle  acque  e 
de'  luoghi  si  trova  sotto  quello,  de'  luoghi  e  delle  stagioni.  Non 
mi  sono  trattenuto  su  questo  punto  ,  forse  in  se  stesso  di  poca 
importanza,  se  non  che  per  soddisfare  la  curiosità  degli  eruditi  , 
che  talora  bramano  queste  specie  di  particolarità. 


86 
La  si  trova  nelle  opere  di  Galeno  pubblicata  dai  Giunta 
nel  1625,  ed  in  quelle  d' Ippocrate   e  di   Galeno,  che 
Chartier  fece  stampare  insieme  nel  i63o,  (XVII). 

§  127.  Dopo  Galeno  noi  possiamo  mettere  Avicenna 
medico  arabo  del  secolo  X.  Nel  suo  Canon  (lib.  I, 
Sect.  II,  doctr.  II.  Gap.  VII  e  XI  )  egli  trattò  assoluta- 
mente li  medesimi  soggetti  che  trovansi  nel  trattato 
d' Ippocrate  delle  arie ,  delle  acque  e  de'  luoghi,  in 
maniera  però  che  ora  copia  parola  per  parola  il  medico 
greco,  ora  Io  parafrasa,  ora  lo  commenta,  ed  altre  volte, 
quantunque  di  rado,  Io  contraddice  senza  mai  nominarlo* 
Abbenchè  Avicenna  ci  dia  tutto  ciò  come  un  prodotto 
del  proprio  intelletto  ,  il  plagio  è  troppo  grossolano  , 
perchè  si  possa  restare  ingannati.  Si  sa  d'  altronde  che 
questo  medico,  come  la  maggior  parte  de'  medici  arabi, 
non  è  che  un  compilatore,  e  non  vi  voleva  che  P  igno- 
ranza propria  del  secolo  XVI  per  attribuirgli  un  me- 
rito maraviglioso.  Checche  ne  sia,  un  tale  trattato  o  pa- 
rafrasi d'Avicenna  risulta  prezioso  in  quanto  ,  che  in 
più   luoghi  sparge   qualche  lume   sul  libro  d' Ippocrate. 

§  128.  La  prima  edizione  greca  di  tutte  le  opere 
d' Ippocrate  è  quella  degli  Aldi  pubblicata  nel  i526. 
Abbiamo  già  detto  (§  116)  che  il  trattato  delle  arie , 
delle  acque  e  de1  luoghi  trovavasi  in  quest'  edizione  se- 
parato in  due  parti,  una  delle  quali  vi  aveva  il  suo  vero 
titolo,  P  altra  stava  alla  fine  del  trattato  delle  ferite  del 
capo*  non  diversamente  che  nel  primo  manoscritto  da 
me  citato  (§   121  ). 

§  129.  Tien  dietro  la  prima  versione  latina  di  tutte 
le  opere  d' Ippocrate  che  su  varj  manoscritti  fu  fatta  da 
Marco  Fabio  Calvo  medico  di  Ravenna  e  pubblicata 
nel  i526.  (  XVIII  ).  Il  nostro  trattato  vi  si  trova  spez- 
zato e  posto  in  egual  foggia    come    nella  edizione  degli 


87 
Aldi  (§  128).  Del  resto  questa  versione,  quantunque 
scritta  in  uno  stile  estremamente  barbaro  ed  insopporta- 
bile a  leggersi,  è  per  altro  preziosa  per  la  fedeltà  e 
P  esaltezza  superstiziosa,  che  il  traduttore  spinge  talora 
al  segno  di  esprimere  letteralmente  diverse  varianti  tro- 
vate negli  adoprali  manoscritti.  Sotto  quest'aspetto  Io 
raccomando  a  tutti  coloro  che  in  avvenire  vorranno 
darci  delle  edizioni  d' Ippocrate  o  rimediare  a  passi  al- 
terati 5  ed  io  posso  assicurare  che  essa  mi  ha  più  di  una 
volta  ajutato  a  togliermi  d' imbroglio  in  mezzo  a  molti 
passi  oscuri   del   nostro  autore. 

§  i3o.  Cornarius  pubblicò  nel  i520,  in  un  volume 
in  4*°  (ristampato  poi  nel  1542)  il  testo  greco  del  no- 
stro trattato  con  quello  de' flati  aggiungendovi  la  ver- 
sione latina  e  qualche  piccola  nota.  Siccome  il  trat- 
tato delle  ferite  del  capo  non  si  trova  in  questa  edi- 
zione, egli  era  naturale  che  la  seconda  parte  di  quello 
delle  arie ,  delle  acque  e  de'  luoghi  vi  maucasse  pur  an- 
che. Però  in  principio  delle  sue  note  avverte  di  tal  man- 
canza, ed  indica  presso  a  poco  i  luoghi  del  trattato  ove 
esistono  simili  lacune  ,  così  che  sembra  quasi  voler  far 
conoscere  P  ordine  che  seguire  abbisognerebbe  per  riem- 
pirle} ed  è  quest'  ordine  che  egli  ha  seguito  nella  sua 
edizione  latina,  di  cui  fra  poco  parlerò  ,  e  che  è  quasi 
la  stessa  che  si  trova  nel  commentario  di  Galeno  pub- 
blicato da  Mosè  Alatino.  Cornarius  aggiunge  iti  olire 
la  versione  o  piuttosto  la  parafrasi  latina  di  tutto  ciò, 
che  riempire  dovrebbe  queste  lacune  \  ma  una  tale  para- 
frasi, come  ho  già  fatto  notare  (  §  119  ),  è  così  confusa,  e 
conliene  d'  altronde  tante  altre  cose  non  esistenti  nel 
trattato  d1  Ippocrate,  che  veramente  non  si  sa  cosa  cre- 
dere. E  degno  però  di  osservazione  di'  essa  si  accorda 
in  alcuni  luoghi  coti  la  parafrasi  di    Avicenna  (§  127). 


88 

§  1 3 1 .  Nel  1 538  Cornarius  pubblicò  il  solo  testo 
greco  di  tutte  le  opere  d' Ippocrate.  In  questa  edizione 
che  qui  sopra  (  §  1 1 6  )  ho  indicata  sotto  il  nome  di 
edizione  di  Froben,  egli  ha  lasciato  sussistere,  rispetto 
al  trattato  delle  arie,  delle  acque  e  de'  luoghi,  lo  stesso 
disordine  che  trovasi  in  quello  degli  Aldi  e  nella  ver- 
sione del  Calvo.  Non  fu  che  nella  sua  traduzione  latina 
di  tutte  le  opere  d' Ippocrate  pubblicata  nel  i546,  che 
Cornarius  ristabilì  il  trattato  delle  arie  ,  delle  acque  e 
de'  luoghi  dietro  V  ordine  che  egli  aveva  tracciato  in 
quella  del  i520,  (§  i3o),  e  che  rinviensi  ,  eccetto  qual- 
che piccola  variazione ,  nel  commentario  attribuito  a 
Galeno,  ordine  che  fu  poi  tenuto  da  tutti  gli  editori  e 
commentatori  posteriori  a  Cornarius. 

§  i32.  Il  primo  commentatore  che  presentasi  dopo 
Galeno  (§  126  )  è  Adriano  V  Alemant  medico  di  Parigi. 
Egli  (XIX)  pubblicò  nel  i55^,  in  8.°  il  testo  greco  di 
questo  trattato  unito  alla  versione  latina  e  con  un  com- 
mentario assai  buono  per  il  tempo  in  cui  fu  scritto* 
Ciò  che  vi  si  nota  di  più  interessante  si  è  la  combina- 
zione eh1  egli  fa  di  un  gran  numero  di  passi  d'Aristotele, 
ogni  qualvolta  che  questi  trovasi  aver  trattato  lo  stesso 
soggetto  d' Ippocrate.  Una  tale  erudizione  serve  a  spar- 
gere qualche  luce  sul  trattato  del  medico  di  Coo,  quan- 
tunque PÀlemant  non  abbia  saputo  trarne  tutto  quel 
partito  ,  che  si  sarebbe  potuto  pretendere  da  un  com- 
mentatore. 

§  1 33.  Agostino  Gadaldino  corresse  la  versione  di 
questo  trattato  fatta  dal  Cornarius  appoggiandosi  ad  un 
eccellente  manoscritto,  che  Foès  cita  alcune  fiate  nelle 
sue  note  sotto  il  nome  di  manoscritto  di  Gadaldino. 
Simile  traduzione,  così  corretta  e  munita  delle  varianti 
del     manoscritto  poste  in  margine,  è  inserita  nel  secondo 


«9 
tomo  (  p.  i.  seg.  )  della  quarta    edizione  delle    opere  di 
Galeno  pubblicata    a  Venezia  dai  Giunta  nel    1  565. 

§  1 34-  Cardano  pubblicò  nel  i5^o  la  sola  tradu- 
zione latina,  alla  quale  aggiunse  un  lunghissimo  com- 
mentario a  modo  suo  \  cioè  immischiando  molte  cose 
utili  con  molte  puerilità  e  stravaganti  idee  }  difetti  pro- 
prj  a  tutti  gli  scritti  di  questo  medico  ,  ed  i  quali  non 
permettono  che  si  legga  ,  se  non  si  possiede  una  pa- 
zienza a  tutta  prova.  Percorrendo  questo  commentario 
quanto  più  rapidamente  ho  potuto  j  mi  sono  convinto 
della  finezza  di  giudizio  che  Boerhaave  aveva  dato  di 
quell1  uomo  straordinario }  Sapientior  nemo,  ubi  sapit; 
dementior  nemo^  ubi  errai  (a).  Quanto  alla  parte  cri- 
tica di  un  tal  commentario,  essa  riducesi  a   poca  cosa; 


(a)  Per  dare  un  saggio  della  maniera  di  ragionare  di  Cardano 
io  prenderò  a  sorte  un  passo  del  suo  commentario.  Spiegando  la 
parte  del  trattato  ippocratico  ove  si  parla  delle  città  rivolte  ad 
occidente,  egli  promove  la  seguente  questione  ;  /'  aria  libera 
comunque  cattiva  essa  sia,  non  sarà  forse  ancor  meno  nociva 
che  Varia  stagnante?  Egli  comincia  dal  seco  felicitarsi  dell'es- 
ser stato  il  primo,  che  abbia  agitata  e  sciolta  questa  bella  que- 
stione {quaestio  valde  pulchra).  La  soluzione  che  ne  dà  poi,  si 
è  che  è  meglio  respirare  un'aria  stagnante  che  un'aria  libera, 
ma  carica  di  miasmi,  e  ciò  per  quattro  motivi  ;  il  primo  si  è  che 
i  re,  e  i  principi  che  chiudonsi  ne'  loro  palazzi  in  tempo  di 
peste,  si  garantiscono  da  questo  flagello  ,  mentre  che  il  popolo 
che  trascura  una  tale  precauzione  ne  rimane  vittima.  Cioè  tanto 
vero,  prosegue,  che  non  vi  sono  che  otto  teste  coronate  tutto 
al  più  che  sieno  morte  di  peste;  ed  accuratamente  fa  conoscere 
tali  teste  coronate  ;  tale  è  la  prima  ragione  che  ci  dà  per  scio- 
gliere questa  bella  questione  ;  circa  le  altre  tre  io  non  ho  ba- 
stante tempo  e  d' altronde  rispetto  troppo  l' uso  che  il  lettore 
deve  fare  dal  proprio  per  perdermi  a  sciorinarle  in  questo 
luogo. 


9° 
combatlesi  qualche  errore  di  l'Alemant  riguardo  al 
senso,  che  questi  dà  a  certi  passi  d1  Ippocrate  ,  e  s'  at- 
tiene quasi  affatto  alla  traduzione  del  Cornarius.  Tale 
commentario  è  stato  ristampato  nella  edizione  di  tutte 
le  opere  di  Cardano  pubblicata  a  Lione  nel  1 663  in 
otto  grossi  volumi  in  foglio  ;  edizione  trascurata  ,  e  che 
formicola  di  errori. 

§  1 35.  Quattro  anni  dopo  il  commentario  di  Car- 
dano, cioè  nel  i5jb  comparve  una  traduzione  latina 
liberissima  fatta  da  Antonio  Pasieno.  È  il  solo  degli  edi- 
tori posteriori  a  Cornarius,  che  ,  abbandonando  intera- 
mente P  ordine  che  questi  aveva  stabilito,  abbia  dispo- 
sto il  trattato  d'  ippocrate  in  un  modo  assolutamente 
nuovo,  e  che  merita  di  esser  paratamente  esaminato. 

Immediatamente  dopo  l' introduzione  ,  ossia  dopo 
il  nostro  primo  capitolo  (  §  i  —  8  )  egli  pone  tutto 
il  IV  capitolo  intitolato  delle  stagioni  (  §  58  —  70)  ec- 
cettuate le  ultime  linee  del  §  59  queste  malattie  ..... 
s'1  egli  è  piovoso  ,  ch'egli  aggiunge  alla  fine  del  §  63. 
Tien  dietro  tutto  il  nostro  secondo  capitolo  intitolato 
de  climi  (§  9  —  26)  eccettuatele  prime  linee  del  §  io 
in  una  città  così ......  in  ulceri  Jagedeniche ,  che  ag- 
giunge del  pari  alla  fine  del  §  63  ,  dopo  le  parole 
già  indicate  queste  malattie  <  .  .  s^  egli  è  piovoso.  Di  là 
passa  al  nostro  terzo  capitolo  intitolato  delle  acque 
(§22  —  5^),  al  quale  aggiunge,  senza  alcuna  ulte- 
riore variazione  d' ordine ,  il  nostro  quinto  capitolo 
detto  delVAsia  (§  71  —  88)  ,  non  che  il  sesto  intito- 
lato delVEuj'Opa  sino  al  fine  del  trattato  (  §  89  — 
127).  Una  tale  distribuzione  fatta  da  Pasieno  ad  onta 
delle  ragioni  speciosissime  che  reca  a  proprio  sostegno, 
non  fu  seguitata  da  alcuno. 


91 

§  i  36.  Haller  (a)  pone  tra  li  traduttori  del  presente 
trattato  l' autore  di  una  versione  italiana  inserita  in 
una  collezione  di  viaggi  pubblicati  nel  i5^4  sotto  il  ti- 
tolo tli  Piaggi  di  Ramusio.  Questa  versione  però  non 
è  che  del  solo  brano  che  riguarda  gli  Scili,  e  forma  circa 
la  quinta   parte   del  trattato  (XX)  (XXI). 

§  l3^.  Teodoro  Zuinger  pubblicò  nel  1 5^9  venti- 
due trattati  d'  Ippocrate  con  la  traduzione  latina  del 
Cornarius  ,  che  corresse  in  un'  infinità  di  luoghi.  Egli 
accompagnò  tali  trattati  con  tavole  analitiche  fatte  con 
una  cura  ed  esattezza  incredibili,  e  che  servono  nel  tempo 
stesso  di  commentario.  Nel  numero  di  esse  vi  sono  pur 
quelle  delle  arie^  delle  acque  e  de^  luoghi. 

§  i38.  La  traduzione  latina  associata  ad  un  com- 
mentario, e  pubblicata  nel  i586  da  Baccio  Baldini,  è 
degna  d'osservazione  per  alcune  varianti  che  questo 
medico  aveva  ricevute  da  un  amico  *,  varianti  che  per 
la  maggior  parte  sono  quelle  di  Gadaldino  (§  ii8e  1 33), 
e  che  sottopone  ad  esame  con   molto  criterio. 

§  139.  Nel  i588  comparve  l'edizione  di  tutte  le 
opere  d' Ippocrate  per  cura  del  celebre  Mercuriale  : 
senza  voler  pronunciare  sul  merito  di  questa  edizione  , 
io  farò  notare,  soltanto  in  rapporto  al  nostro  trattato, 
che  T  editore  si  era  immaginato  che  il  disordiue,  di  cui 
più  volte  abbiamo  parlato  ,  non  si  limitava  solamente] 
alla  parte  che  mal  a  proposito  fu  trasportala  nel  trat- 
tato delle  ferite  del  capo  ,  ma  che  si  era  commesso  il 
medesimo  errore  rispetto  ad  un  altro  passo  considere- 
vole inserito  secondo  lui  nel  libro  intitolato  de  natura 
pueri.  In  conseguenza  di  quest'  opinione  Mercuriale  ha 
trasportata  una  parte  di  quest'ultimo  trattato  in  quello 

(a)  Biblioth.  Mei.  Pract.,  t.   I,  p.  60. 


92 
delle  arie ,  delle  acque  e  de  luoghi  ponendola  tra  due 
punti,  cut  quello  però  non  sembra  avere  che  debolissima 
relazione.  D' altronde  La  aggiunto  in  margine  alcune 
varianti,  ed  in  fine  alcune  piccole  note,  come  fece  per 
tutte  le  opere  d'  Ippocrate. 

§  i4o.  Settala  pubblicò  nel  1590  un' edizione  greca 
e  latina  del  nostro  trattato  con  un  ampio  commentario, 
ove,  ponendo  a  profitto  proprio  i  lumi  e  gli  errori  de' 
suoi  predecessori,  si  assicurò  la  riputazione  di  sapien- 
tissimo medico. 

§  \l\\.  L'edizione  di  tutte  le  opere  di  Ippocrate 
per  cura  del  Foes,  pubblicata  per  la  prima  volta  nel  i5o,5, 
è  troppo  conosciuta,  perchè  faccia  d'  uopo  che  io  mi 
trattenga  a  lungo  su  di  essa. 

Io  dovrei  porre  avanti  Foes  due  altri  commenta- 
tori di  questo  trattato,  cioè,  Gerolamo  Gardino,  e  Laz- 
zaro Soto,  che  Foes  stesso  nomina  tra  li  commenta- 
tori d'  Ippocrate  :  ma  niente  ho  potuto  trovare  circa 
il  Gardino,  e  quanto  al  Solo  ,  non  esistono  nella  bi- 
blioteca francese  che  dei  commentarj  su  diversi  trattati 
d' Ippocrate  ,  tra  quali  il  nostro  non  si   trova  (  XXII  ). 

§  \l\i.  Abbiamo  altresì  una  parafrasi  latina  di  que- 
sto medesimo  trattato  pubblicata  nel  1596  da  Camillo 
Flavio.  Haller  (a)  pone  ancora  tra  li  commentatori  Gio- 
vanni Costeo }  ma  tutto  ciò  che  egli  ha  fatto  su  questo 
trattato  si  riduce  ad  una  sola  correzione  infelice  di  un 
passo  che  non  aveva  inteso.  Essa  trovasi  in  un  libro  po- 
chissimo voluminoso  intitolato  :  Joannis  Costaei  lau- 
densis ,  Miscellanearum  dissertationum  Decas  prima  e 
pubblicata  a  Padova  nel  i558,  ed  a  Bologna  nel  1598. 
Ne  parleremo  a  suo  luogo. 

(a)  Op.  cit. 


93 

§  i43.  Si  sa  che  Prospero  Marziano  pubblicò  nel 
1626  delle  note  a  tutte  le  opere  d'  Ippocrate.  In  que- 
ste non  si  occupa  che  de'  luoghi  che  gli  sembrano  pre- 
sentare qualche  difficoltà.  Se  ne  trova  per  conseguenza 
alcuna  che  risguarda  il  nostro  trattato. 

§  i44-  La  dotta  dissertazione  di  Baldo  Baldi  pub- 
blicata nel  1637  s'aggira  tutta  su  di  un  sol  passo  di 
questo  trattato,  e  non  ha  per  oggetto  che  di  determi- 
nare quafè  la  vera  delle  due  lezioni  diverse,  che  pre- 
senta il   testo.  Se  ne  farà  iti  seguito  menzione. 

§  i45.  Chartier  pubblicò  nel  i63o,  la  sua  costosis- 
sima, e  quasi  inutile  edizione  delle  opere  riunite  d' Ip- 
pocrate e  di  Galeno.  Il  trattato  in  discorso  vi  si  trova 
associato  ad  un  commento  latino  attribuito  a  Gale- 
no (§   126). 

§  146.  L'edizione  greca  e  latina  pubblicata  nel  1646 
in  4-°  da  Giovanni  Martini,  medico  di  Parigi,  non  con- 
tiene che  questo  trattato  accompagnato  da  un  com- 
mentario eruditissimo,  quantunque  uno  de'  più  brevi. 

§  147.  Un  altro  medico  di  Parigi  chiamato  Giovanni 
Damasceno  pose  in  luce  la  prima  edizione  francese  di 
questo  trattato  nel  1662  in  4-°-  Siccome  non  fu  fatta 
che  sulla  versione  latina  di  Cornarius,  essa  non  merita 
attenzione  alcuna  ,  quando  non  fosse  per  una  lettera 
dedicatoria  a  Luigi  XIV,  pezzo  estremamente  curioso 
tanto  per  Io  stile  vaneggiato  di  francese  e  di  latino; 
quanto  per  il  modo  rozzo  ,  non  meno  che  originale  , 
con  cui  Damasceno  si  scaglia  contro  i  proprj  col- 
leghi (a).  Se  giudicare    si  deve    dallo  spirito    di    questa 


(a)  Ecco  un  piccolo  saggio  di  questa  singolare  produzione  ; 
«  Questi  dottori  di  nome  non  sanno  che  delle  imprecazioni,  non 
conoscono    che  la  malattia  della    borsa  ,  e  non    esercitano    altra 


94 
lettera,  V  autore  deve  avere  avuta  qualche  parte  nei 
torbidi,  che  allora  agitavano  la  Francia.  Pare  altresì 
che  il  buon  uomo  fosse  infatuato  delle  chimere  del- 
l' astrologia,  e  che  non  abbia  tradotto  questo  trattato 
se  non  per  avere  creduto  travedervi  le  idee  da  lui  acca- 
rezzate. 

§  i48.  L' edizione  greca  e  latina  di  tutte  le  opere 
d' Ippocrate  di  Van  der  Linden  comparve  in  due  vo- 
lumi in  8.°  nel  i665.  Si  rimprovera  comunemente  a 
questo  autore  di  averne  alterato  il  testo.  Egli  è  vero 
eh'  esso  è  sovente  diverso  da  quello  degli  altri  editori  } 
ma  Van  der  Linden  morì  prima  di  aver  compita  la  sua 
edizione,  pubblicata  in  seguito  dal  proprio  figlio,  e  se 
ne  avesse  avuto  il  tempo  avrebbe  aggiunte  delle  note 
che  verosimilmente  ci  avrebbero  fatto  conoscere  li  mo- 
tivi delle  variazioni  che  vi  s'  incontrano,  e  che  la  sana 

scienza  che  quella  degli  uccelli  di  rapina....  ma  la  disgrazia 
dell' indegnazione  di  Dio,  che  si  è  servito  dell'organo  mio  per 
fermare  la  loro  tirannia,  è  caduta  su  di  essi,  e  riavendosi  dal 
loro  errore  risponderanno  a  Dio  come  Giob  :  Scio  quod  omnia 
potes  ,  et  nulla  te  lalet  cogitatio,  cesio  consilium  sine  scienlia, 
ideo  insipienter  locutus  sum  ;  io  sono  un  ignorante  ,  io  chiedo 
perdono.  Se  io  ho  parlato  male  egli  è ,  perchè  la  cognizione 
delle  stelle  e  di  tutti  i  cieli ,  il  moto  ,  e  la  luce  loro  sorpassa 
affatto  la  mia  capacità.  Signore  io  mi  disdico,  e  faccio  penitenza 
sulle  ceneri  calde  .  .  .  ab  operibus  eorum  cognoscetis  eos  ,  me- 
dicus  qui  sanat.  Essi  non  hanno  altro  che  il  salasso  per  prodi- 
galità,  i  clisteri  per  divertimento,  e  il  vino  emetizzato  per  di- 
spiacere eec.  » .  In  mezzo  a  questa  bella  lettera  tesse  un  lungo 
catalogo  di  tutti  li  grandi  personaggi  che  si  occuparono  d'astro- 
logia, cominciando  dai  Papi  tengon  dietro  Imperatori,  Re,  Santi, 
cardinali,  e  monaci  d'ogni  ordine,  giureconsulti  ecc.  Indi  ri- 
prende il  filo  della  sua  lettera  e  continua  sino  al  fine  collo  stesso 
tuouo  e  stile. 


95 
critica  è  spesso  obbligata  di  confermare.  Si  altera  un 
testo  quando  vi  si  inseriscono  lezioni  cattive  e  che  mai 
non  esistettero  in  alcun  manoscritto  3  ma  ogni  qual 
volta  una  lezione,  qualunque  siane  il  suo  merito,  è  co- 
perta dall'  autorità  di  un  manoscritto,  fosse  questa  una 
sola  contro  cento,  che  ne  presentassero  una  diversa  ,  a 
torto  sarà  tacciato  I'  editore  d'  infedeltà  ;  non  si  potrà 
tutt'  al  più  che  riguardarlo  per  un  cattivo  critico. 

§  149.  Claudio  Tardy  medico  di  Parigi  pubblicò 
nel  1667  in  due  volumi  in  4-°  una  parafrasi  francese 
di  diversi  scritti  d'ippocrate,  tra' quali  trovasi  altresì  i! 
presente  trattato.  Per  la  ragione  istessa  che  Haller  ha 
contata  tra  le  traduzioni  quella  italiana  nel  brano  spet- 
tante agli  Sciti  inserito  nei  viaggi  del  Ramusio  (§  i36), 
noi  possiamo  ricordare  qui  Nicola  Witsen  borgomastro 
d?Amsterdam.  Egli ,  ad  imitazione  di  quegli  ha  intro- 
dotta la  versione  dello  stesso  pezzo  nella  descrizione 
della  Tartaria  pubblicata  in  Olandese  nel  1692  sotto  il 
titolo  di  Noord  en  Oost  Tartarye ,  ofte  bondìgh  ora- 
werp  van  cenige  dierlanden  en  volke.r  zo  ah  voormaels 
bekent  zyn  geweest^  ecc.  Quest'  opera  non  è  che  una 
compilazione  ,  ove  Witsen  ha  riunito  (in  un  volume  in 
foglio  di  ^5o  pag.)  con  una  rara  erudizione  tutto  quanto 
fu  detto  sui  Tartari  da  tutti  gli  storici  e  viaggiatori  si 
antichi  che  moderni ,  cioè  ,  sin  all'  epoca  in  cui  egli 
scriveva. 

§  i5o  Una  terza  versione  francese  di  questo  trat- 
tato fu  pubblicata  nel  1697  da  Dacier.  La  si  trova  nella 
collezione  de'  diversi  trattati  d' Ippocrate  che  questo 
dotto  ha  tradotti  e  pubblicati  in  due  piccoli  volumi 
in  8.°.  Dacier  non  era  medico  pure,  bisogna  dirlo  a 
suo  onore,  simile  ardita  intrapresa  di  tradurre  Ippo- 
crate   non  è  stata,  fatte  piccole  eccezioni ,  così  mal  ese- 


96 
guita  come  si  sarebbe  potuto  immaginare.  Quantunque 
egli  segua  comunemente  Gornarius  e  Zvinger,  Dacier 
sapeva  troppo  bene  il  greco  per  non  abbandonare  quei 
traduttori  ogni  qualvolta  le  loro  versioni  serabravangli 
inesatte.  Gli  amatori  della  dottrina  d' Ippocrate  gli  an- 
dranno sempre  riconoscenti  di  essere  stato  il  primo  che 
abbia  data  in  moderna  lingua  una  traduzione  di  quel- 
V  autore  fatta  sul  testo  greco  collazionato  su  manoscrit- 
ti. Il  nostro  trattato  è  l'ultimo  del  secondo  volume 
della  sua  raccolta. 

Ecco  quali  furono  li  commentatori  e  traduttori  del 
secolo  XVI  e  XVII. 

§  1 5 1.  Il  primo  che  ci  si  presenta  nel  secolo  XVIII 
è  Glifton  medico  inglese.  Egli  ne  pubblicò  nel  1734  una 
traduzione  inglese  in  8.°,  alla  quale  aggiunse  quella  di 
lutto  ciò  che  trovasi  sparso  negli  altri  scritti  d'  Ippo- 
crate  relativamente  agli  slessi  oggetti  che  trattansi  in 
quello  delle  arie,  delle  acque  e  aV  luoghi.  Fornì  il  tutto 
di  molte  note  critiche,  che  quantunque  non  sieno  sem- 
pre felici ,  provano  almeno  che  il  traduttore  possedeva 
la  lingua  greca,  e  ch'egli  aveva  bene  studiati  gli  scrittori 
di  questa  lingua,  e  specialmente  Ippocrate.  La  tradu- 
zione di  Dacier  gli   era  nota  (XXIII). 

In  seguito  a  Clifton  potrei  porre  il  celebre  Triller 
con  assai  maggior  ragione  che  non  ebbi  di  citare  Co- 
steo  (§  if\i).  Triller  aveva  lavorato  per  tutta  la  sua  vita 
in  Ippocrate,  ne  aveva  pur  anche  promessa  una  edi- 
zione. Alcune  delle  correzioni  che  ha  fatte  su  questo 
autore  nelle  sue  Obseivationes  criticae ,  pubblicate 
nel  1742  in  &*°  ^a  so'a  cne  concerne  il  nostro  trat- 
tato è  la  più  infelice  di  tutte  come  a  suo  luogo  dimo- 
strerò. Quanto  alla  promessa  edizione  di  tutte  le  opere 
del  medico  di  Goo,  giudicar  volendo  da  un  saggio  che 


97 
ne  pubblicò  nel  1728  ,  essa  sembra  piuttosto  tale  da 
provare  la  vasta  erudizione  di  questo  stimabile  medi- 
co, di  quello  che  il  suo  genio  critico.  Lo  stesso  può  dirsi 
di  quella  dell'  erudito  Hemsterhuis.  Questo  celebre  let- 
terato, non  essendo  medico,  non  si  occupò  d' Ippocra- 
te.  Io  non  conosco  di  lui  che  una  sola  correzione  re- 
lativa al  nostro  trattato,  e  che  trovasi  nella  sua  edizione 
del  Plutus  d*  Aristophane  pubblicato  nel  1744  m  8«° 
Questa  correzione  porta  li  caratteri  di  una  tale  evi- 
denza, che  bisognerebbe  essere  più  che  ignorante  per 
esitare  ad  ammetterla  nel  testo. 

§  1 52.  Mach,  medico  di  Vienna  d'Austria,  pubblicò 
un'edizione  greca  e  latina  delle  opere  d'  Ippocrate 
nel  1743  in  due  volumi  in  foglio,  che  per  altro  non  con- 
tiene presso  a  poco  che  la  metà  degli  scritti  d*  Ippo- 
crate per  essere  morto  l'editore  prima  di  aver  compito 
il  lavoro.  Questa  edizione  dovrebbe  essere  la  migliore 
di  tutte  quelle  che  la  hanno  preceduta,  attesi  li  soccorsi 
che  gli  venivano  forniti  nella  Biblioteca  di  Vienna  da 
due  manoscritti ,  che  avevano  appartenuto  uno  a  Cor- 
narius,  P  altro  a  Sambuc  e  che  nessuno  prima  di  lui 
aveva  collazionato.  Mack  però  sembra  non  avere  a- 
vuto  che  una  cognizione  troppo  superficiale  della  lin- 
gua greca  per  poter  essere  editore  d' Ippocrate.  Quan- 
tunque egli  abbia  copiate  tutte  le  varianti  di  questi  ma- 
noscritti, non  ne  seppe  per  altro  trarre  partito.  Quanto 
alle  note  che  accompaguano  il  suo  testo,  le  ha  quasi 
tutte  copiate  dal  Foes.  Ha  d'altronde  lasciato  sussi- 
stere nella  versione  latina  quasi  tutti  gli  errori  di  chi 
lo  precedette,  e  quelli  esistenti  nella  traduzione  dì  Da- 
cier ,  della  quale  avrebbe  potuto  approfittare  se  ne 
avesse  avuta  cognizione}  a  meno  che  ignorasse  assolu- 
tamente la  lingua  francese,  cosa  difficile  a  credersi. 
Suir  aria  ,  ecc.  Trattalo.  7 


9» 

§  1 53.  Il  solo  medico  ellenista  del  nostro  secolo, 
che  fosse  capace  di  darci  una  buona  edizione  delle 
opere  d'  Ippocrate,  era  Heringa.  Profondamente  ver- 
sato nella  lingua  greca  e  dotato  di  eccellente  critica  , 
spesso  sicuro,  e  sempre  ingegnoso,  questo  dotto  medico 
avrebbe  ben  meritato  del  suo  secolo  e  della  posterità 
se  si  fosse  addossato  simile  lavoro.  Ma  la  modestia  che 
sempre  accompagna  i  veri  talenti,  non  ha  nemmeno 
permesso  di  tentarlo.  Si  accontentò  di  proporre  nelle 
sue  Observationes  criticae  pubblicate  nel  i  ^49  *n  8.° 
alcune  correzioni  relative  ai  diversi  passi  d' Ippocrate} 
tra'  quali  se  ne  trovano  alcuni  riguardanti  il  nostro 
trattato,  e  che  farò  in  seguito  conoscere. 

§  1 54-  Io  non  parlerò  qui  della  traduzione  inserita 
nel  secondo  volume  (  pag.  i  54  )  deWHistoire  naturelle 
de  Phomme  considerò  dans  Vétat  de  maladie  pubblicato 
da  Clerc  a  Parigi  nei  1768  in  8.°  Questa  traduzione,  con 
qualche  piccola  diversità  ,  non  è  che  una  ripetizione 
compendiata  di  quella  di  Dacier.  Tutti  conoscono  l'edi- 
zione latina  delle  opere  d'Ippocrate  pubblicata  dal  ce- 
lebre Haller  nel  1769,  unitamente  a  quelle  degli  altri 
medici  antichi  sotto  il  titolo  di  Artis  medicae  Princi- 
pes  $  e  si  può  vedere  altrove  (a)  il  giudizio  che  se  ne 
diede,  e  che  pur  troppo  è  appoggiato  (XXIV). 

§  1 55.  L'  erudito  medico  tedesco  il  D.  Gruner  ha 
tradotto  qualche  trattato  d' Ippocrate  nella  sua  Biblio- 
theca  medicorum  veterum  pubblicata  a  Lipsia  nel  1780 
in  due  volumi  in  8.°.  Ma  siccome  io  sfortunatamente 
non  conosco  questa  raccolta  preziosa,  senonchè  per  la 
prefazione  di  Grimm  e  per  li  cataloghi  tedeschi,  non 
so  se  il  trattato  delle  arie,  delle  acque  e  de* luoghi  sia  nel 

(a)  V.  Journ.  de  médec.  Voi.  LXXIV,  pag.  5'i6. 


99 
numero  di  quelli  che  Gruner  ha  tradotti.  Se  ciò  fosse 
avrei  tanto  più  motivo  di  dispiacere,  in  quanto  che  da 
qualche  tempo  ho  l1  onore  di  trovarmi  legato  con  que- 
sto celebre  professore  con  un  commercio  epistolare  per 
me  non  meno  dilettevole  che  istruttivo.  E  siccome 
Gruner  sapeva  ch'io  m'applicava  a  questo  trattato, 
mi  trovo  forzato  a  lamentarmi  dell'  estrema  sua  mode- 
stia, che  mi  avrebbe  privato  di  approfittare  de'  suoi  lu- 
mi, e  di  rendere  omaggio  al  raro  suo  merito.  La  Ger- 
mania deve  al  dotto  suo  medico  il  dott.  Grimm  una 
buona  traduzione  tedesca  di  tutte  le  opere  d'  Ippocrate 
fornite  di  piccole  note  esplicative.  Essa  è  compresa  in 
quattro  volumi  in  12,.0  pubblicati  sucessivamente  nel 
1781,  82,  85  e  92  ad  Altenbourg. 

§  1 56.  Finalmente  l'ultima  traduzione  del  nostro 
trattato  è  quella  del  dott.  Magnan  pubblicata  in  fran- 
cese nel  1787.  Egli  è  spiacevole  che  questo  medico  ab- 
bia voluto  porsi  su  di  una  nuova  strada,  allontanandosi 
da  quella  che  battono  ordinariamente  quelli  che  si  oc- 
cupano nel  tradurre  gli  scritti  degli  autori  antichi.  A 
forza  di  voler  essere  fedele  in  un  modo  affatto  nuovo 
egli  si   è  reso   inintelligibile. 

§  15^.  Ecco  tutti  gli  editori,  traduttori  e  commen- 
tatori giunti  a  mia  cognizione  (XXV),  non  si  creda  per 
altro  che  io  abbia  avuto  il  tempo  e  la  pazienza  di  leg- 
gerli tutti.  In  quel  gran  numero  pochi  ve  ne  sono  che 
meritino  di  esser  letti  per  intiero  }  colla  lettura  di  sole 
poche  pagine  si  può  giudicare  delle  altre.  In  ogni  genere 
di  cose  il  buouo  è  sempre  raro,  ma  lo  è  principalmen- 
te, quando  trattasi  di  rischiarare  le  opere  degli  anti- 
chi, la  maggior  parte  delle  quali  non  pervenne  sino  a 
noi  se  non  che  sfigurata  dall'ignoranza  de'  copisti.  Per 
spiegare  gli  scritti  di  un   medico  greco  qual  è  Ippocrate 


IOO 

bisogna  necessariamente  unire  le  mediche  cognizioni 
ad  un  perfetto  sapere  della  lingua  greca,  e  specialmente 
essersi  resa  famigliare  la  dottrina  di  questo  medico.  Nò 
ciò  basta  }  se  a  tali  proprietà  non  sì  associa  un  buon 
raziocinio  critico  ,  ad  ogni  passo  si  verrà  fermati  dagli 
ostacoli  ,  che  oppone  un  testo  alterato. 

§  1 58.  Non  possedendo  tali  qualità  che  ad  un  grado 
mediocre,  miglior  partito  sarà  forse  quello  di  astenersi 
dal  tradurre  o  commentare  Ippocrate.  Io  però  ho  con- 
sultato il  pubblico  interesse  piuttosto  che  le  mie  forze. 
Quantunque  io  non  abbia  la  sciocca  vanità  di  credere 
di  essere  meglio  riuscito  che  altri  a  render  intelligibile 
un'opera  della  più  alta  importanza  per  li  medici  e  per 
li  filosofi,  non  ho  per  altro  queir  ipocrita  molestia  pro- 
pria delle  sole  anime  servili  ,  di  far  credere,  cioè,  agli 
altri  che  io  nulla  abbia  aggiunto  al  lavoro  di  quelli  che 
mi  precedettero  in  simile  carriera.  Ho  approfittato  dei 
loro  lumi  ed  anche  de'  loro  errori ,  come  si  potrà  ap- 
profittare di  quelli  che  io  avrò  commessi.  Il  mìo  piano 
avrebbe  forse  potuto  essere  meglio  eseguito  se  io  avessi 
avuto  maggior  salute  ,  maggior  tempo  ,  e  migliori  ri- 
sorse. 

§  159.  Un  avviso  importantissimo  per  chiunque  vo- 
lesse per  V  avvenire  occuparsi  degli  scritti  ne1  quali  Ip- 
pocrate presenta  osservazioni  meteorologiche,  e  costi- 
tuzioni epidemiche,  egli  è  di  procurarsi  delle  esatte  to- 
pografie di  tutti  li  paesi  della  Grecia,  e  specialmente  di 
quelli  ne'  quali  questo  gran  uomo  esercitò  la  medicina. 
Son  certo  che  col  mezzo  di  questi  soccorsi  si  vedrà 
scomparire  dalle  di  lui  opere  tutto  quanto  sembra  con- 
traddire le  idee  che  da  noi  si  hanno  al  presente  su  molti 
punti  di  medica  meteorologia.  Egli  era  in  Grecia  che 
Ippocrate  faceva  le  proprie  osservazioni  ;   e  desse    non 


101 

potrebbero  essere  applicabili  ad  altri  climi,  se  non  in 
quanto  si  troveranno  concorrerò  in  questi  in  maggiore 
o  minor  numero  le  stesse  circostanze  locali. 

§  160  Quando  abbandonai  la  mia  patria  io  non 
aveva  alcuna  idea  della  medicina,  né  inspirazione  alcuna 
per  verificare  sul  luogo  le  ippocratiche  osservazioni.  Il 
dispiacere  che  ora  ne  provo  è  tanto  più  doloroso,  in 
quanto  che  io  non  avrò  mai  più  la  soddisfazione  di  ri- 
vedere questo  eletto  paese  già  culla  delle  scienze  e  delle 
arti,  indi  caduto  nella  barbarie.  Ma  colui,  io  lo  ripe- 
to, che  ci  darà  una  topografia  medica  ben  particola- 
rizzata  di  tutte  le  parti  della  Grecia  farà  il  miglior  com- 
mentario delle  opere  d' Ippocrate  (XXVI). 

§  161.  Per  trarre  tutto  il  vantaggio  possibile  da  si- 
mile topografia  farebbe  d'  uopo  che  chi  avesse  il  corag- 
gio d'  intraprenderla  vi  facesse  concorrere  oltre  le  no- 
zioni fisiche  e  mediche  anche  la  conoscenza  profonda 
sì  della  lingua  d' Ippocrate  che  di  quella  che  è  parlata 
dai  Greci  moderni.  Abbisognerebbe  sopra  tutto,  dimen- 
ticando i  pregiudizj  europei,  eh'  egli  sì  risolvesse  a  pro- 
nunziare l'uria  e  l'altra  come  si  pronunziano  oggidì  in 
Grecia.  Pretendere  che  gli  Europei  pronuncino  meglio 
il  greco,  che  li  nativi  di  Grecia,  è  una  stravaganza  de- 
gna del  secolo  decimosesto,  che  la  vide  nascere  5  ma 
che  avrebbe  dovuto  scomparire  innanzi  alla  luce  del 
nostro  (a). 

(a)  Egli  è  difficile  di  calcolare  tutti  gli  ostacoli  che  una  tale 
diversità  di  pronunzia  ha  sino  ad  ora  opposto  ai  progressi  delle 
nostre  cognizioni.  Noi  non  abbiamo  ancora  un  viaggio  istruttivo 
sulla  Grecia,  perchè  la  maggior  parte  de'  viaggiatori  ostinandosi 
a  conservare  il  lor  modo  di  pronunziare,  non  poterono  farsi  in- 
tendere ,  uè  intender  gli  altri.  Senza  un  tal  pregiudizio  gli  Eu- 
ropei avrebbero  potulo  raccogliere  dalla  bocca  de7  Greci  moderai 


102 

§  162.  Privo  dei  soccorsi  che  avrei  potuto  ottenere 
dall' ispezione  stessa  de'  luoghi  della  Grecia  ove  Ippo- 
crate  faceva  le  sue  osservazioni  ,  io  ho  supplito  a  tale 
mancanza  con  tutti  i  lumi  ,  che  ho  potuto  trarre  dalle 
topografie  de' diversi  paesi  d^  Europa  e  particolarmente 
della  Francia^  topografie  che  mi  vennero  fornite  da 
diverse  opere  periodiche  come  le  Mèmoires  de  la  So- 
ciété  Royale  de  Médecine  ,  il  Journal  de  Médecine  ed 
altri  scritti  di  tal  natura.  Ho  scelto  specialmente  quelle 
che  sembraronmi  presentare  un  concorso  di  circostanze 
locali  analoghe  a  quelle  che  indica  Ippocrate.  Questa 
maniera  di  considerare  l'influsso  di  un  clima  prova 
nello  stesso  tempo  che  egli  è  piuttosto  la  particolare 
situazione  di  una  città  o  di  un  paese  ,  che  non  la  sua 
latitudine,  quella  che  decide  dello  stato  fisico  e  morale 
degli  abitanti  (XXVII). 

assai  grandi  cognizioni  in  falto  di  botanica  ,  di  storia  naturale  , 
di  medicina,  o  di  monumenti  di  belle  arti.  Senza  un  tal  pregiu- 
dizio i  critici  d'  Europa  avrebbero  avuta  assai  maggiore  facilità 
a  ristabilire  gli  scrittori  alterati  dall'  ignoranza  de'  copisti;  eglino 
si  sarebbero  affrettati  d'  imparare  il  greco  moderno  e  si  sareb- 
bero posti  in  salvo  dal  ridicolo  in  cui  caddero  sovente  per  non 
essere  al  possesso  di  un  tal  linguaggio  ,  per  vero  dire  corrotto  , 
ma  che  ad  onta  di  ciò  offre  grande  soccorso  per  la  perfetta  in- 
telligenza del  greco  antico.  Nessuno  ignora  essere  stato  Erasmo 
quello  che  per  il  primo  si  mise  in  capo  di  riformare  la  pronun- 
zia del  greco  in  Europa  ;  ma  ciò  che  tutti  non  sanno  ,  e  che  è 
d'  altronde  necessario  a  sapersi  ,  si  è  che  una  tale  riforma  di 
Erasmo  non  fu  che  il  risultato  di  una  cattiva  burla,  e  che  esli 
stesso  continuò  sino  alla  fine  del  viver  suo  a  servirsi  della  pro- 
nunzia che  aveva  proscritto  (V.  Vossy,  Aristarchi  Libi.  I,  cap.  28 
e  Joh.  Rod.  Vetsteny  prò  Graec.  et  Genuin.  Ling.  Graec.  prò- 
nunc.  Orat.  apologeilcae,  pag.  11 4- 11 8.  Ediz.  di  Basilea  1686, 
in  8.° 


ANNOTAZIONI 

DEL   TRADUTTORE 


A  L 


DISCORSO    PRELIMINARE 

DI  ADAMANZIO  CORAT. 


(I)  Neil' isola  di  Coo  e  probabilmente  l'anno  4^0 
avanti  V  era  cristiana  nacque  Ippocrate  II  o  il  grande 
ad  Eraclide  discendente  dagli  Asclepiadi  sacerdoti  di 
Esculapio  ed  esclusivamente  dedicati  all'  arte  medica. 
Visse  contemporaneo  di  Socrate,  di  Zenone  d'  Elea,  di 
Anassagora,  di  Platone,  e  della  guerra  del  Peloponneso. 
Fu  scolare  di  Erodico,  di  Gorgia  e  fors'  anco  di  Demo- 
crito d'Abdera  (a).  Quantunque  Coo  abitata  fosse  da 
popolo  di  origine  dorica  (b) ,  ad  imitazione  d'  altri  do- 
rici scrittori,  Ippocrate  usò  piuttosto  il  dialetto  ionico, 
forse  perchè  a  tempi  suoi  era  lodato  qual  più  elegante 
e  facile.  Esercitò  la  medicina  in  patria,  indi,  come  scor- 
gesi  dalle  sue  opere,  in  moltissimi  luoghi  della  Grecia. 
Pare  aver  egli  però  spinti  li  suoi  viaggi  sino  nella  Tra- 

(a)  Sprengel.  Storia  prammatica  della  medicina,  t.  II.  p.  3i. 
{b)  Strabene.  Geografia  tradotta  a  Milano,  1.  XIV,  e.  2. 


io4 

eia,  nella  Scizia  e  nel  regno  di  Ponto.  Morì  a  Larissa 
in  Tessaglia  più  che  ottuagenario.  Non  possonsi  per  al- 
tro da  una  sana  critica  ammettere  tra  le  storiche  verità 
molte  particolarità  o  aneddoti  della  sua  vita  (a). 

Le  opere  tante,  delle  quali  lo  si  fa  autore,  non  tutte 
gli  appartengono  veramente,  come  dotti  e  profondi  eru- 
diti hanno  dimostrato. 

Si  sa  che  colla  sua  erudizione  e  diligenza  Gerola- 
mo Mercuriale  aveva  ,  tra  li  settanta  due  libri  (b)  co- 
munemente attribuiti  ad  Ippocrate,  indicati  per  veri  e 
genuini  i  seguenti  : 

i.  De  natura  humana. 

2.  De  aeribus,  aquis  et  locis. 

3.  AphorismL 
l\.  Prognostica. 

5.  De  morbis  popularibus. 

6.  De  morbis  acutis. 

7.  De  vulneribus  capitis. 

8.  De  fracturis. 

9.  De  articulis. 

10.  De  officina  medici. 

1 1 .  Mochlicum ,  sive  de  ossium  structura. 

12.  De  alimento. 
i3.  De  humoribus. 
i4-  De  ulceribus  (e). 

A  questi  il  Le  Glerc  (d)  aggiunse  quello  de'  locis  in 
ho  mine. 


(a)  J.  Schulzii  Han.  Hist.  medie,  eie.  Lipsiae,  1728.  Period.  I. 
Sect.  HI,  e.  1. 

(b)  Sprengel,  1.  e.  ,  p.  27. 

(e)  Opera  Hippocratis.  Venel.  Junt.  i588,  t.  I. 
(d)  Hisioire  de  la  Médecirie.  A  la  Haijc,  1729. 


io5 
L'  Hondart  (a)    ammette    come  legittimi ,  quantun- 
que alterati,  i  soli  seguenti  : 

1.  Gli  aforismi. 

2.  Li  pronostici. 

3.  Il  I,  e  il   III,  degli  Epidemj. 

4.  Sulla  dieta  nei  mali  acuti. 

5.  Sulle  ferite  del  capo. 

6.  Delle  arie,  dell'acqua  e  de' luoghi. 

7.  Dell'officina  del  medico. 

8.  Il  giuramento. 

Recentemente  poi  il  Littré  (b)  riconosce  a  tutta  evi- 
denza ,  come  veramente  appartenenti  ad  Ippocrate  : 
1.  Li  pronostici, 
a.  Gli  aforismi. 

3.  Il  I,  e  il  III  libro  degli  Epidemj. 

4.  Sulla  dieta  ne'  mali  acuti. 

5.  Delle  arie,  delle  acque  e  de'  luoghi. 

6.  Delle  articolazioni. 

7.  Sulle  fratture. 

8.  Dell'  officina  del  medico. 

9.  Sulle  ferite  del  capo, 
io.  Il  giuramento. 

1 1.  La  legge. 

12.  Dei  luoghi  nell'uomo. 

Ricapitolando  adunque,  sarebbero  per  unanime  con- 
senso di  Hondart  e  di  Littré  da  togliersi  dall'  elenco  di 
Mercuriale  li  trattati. 


(a)  Etudes  historìqaes  et  critiques  sur  la  vie  et  la  doctrine 
d'Hippocrate  etc.  Paris,  i836.  Livr.  I.,  p.  48. 

{b)  OEuvres  d'  Hìppocrate,  nouvelle  traduction    etc.  Paris  , 
i838,  V.  Journal  de.s  debats  etc.   1   Fevrier,  i83p. 


io6 

i.  De  natura  humana. 

2.  De  morbis  acutis. 

3.  Mochlicum  ,  sive  de  ossium  structura. 
4-  De  alimento. 

5.  De  humoribus. 

6.  De  ulceribus. 

E  Ira  le  settantadue  si  ridurrebbero  le  opere  genuine 
d'  Tppocrate  alle  seguenti  : 

1.  Delle  arie,  delle  aeque  e  dei  luoghi. 

2.  Gli  aforismi. 

3.  Gli  pronostici. 

4.  Il  I,  e  il  III,  libro  degli  Epidemj. 

5.  Sulle  ferite  del  capo. 

6.  Sulle  fratture. 

7.  Delle  articolazioni. 

8.  Dell'  officina  del  medico. 

9.  Sulla  dieta  ne'  mali  acuti, 
io.  Il  giuramento. 

1 1.  La  legge. 

1  2.  Dei  luoghi  nell'  uomo. 

Ho  voluto  sul  argomento  dell'  autenticità  de'  libri 
del  figlio  d' Eraclide  ridurre  le  cose,  direi  quasi,  ai  mi- 
nimi termini  }  dolendomi  di  vedere  comunemente  ci- 
tarsi, secondo  dettano  il  bisogno  e  l'intenzione  di  chi 
scrive  ,  de'  passi  delle  opere  così  dette  d' Ippocrate  , 
quantunque  esse  conoscansi  per  apocrife,  dubbie  ,  o  al- 
terate per  le  sinistre  vicende  che  si  sa  aver  sofferto  gli 
scritti  del  Medico  di  Goo  ai  tempi  de'  Tolomei  e  di 
Adriano  (a),  ed  i  quali  passi  sono  talora  contraddittori 
ad  altri ,  ed  anche  difettosi  per    anacronismo  :  facendo 

(a)  Sprengel,  1.  e. ,  p.  4o>  43. 


107 
dire  a  quel  medico    delle  cose  ,    che  furono    posterior- 
mente scoperte. 

Venendo  finalmente  a  quel  trattato  di  cui  qui  offro 
la  traduzione,  ritener  devesi  esser  egli  legittimo.  Non  ne 
lasciano  dubbio  lo  stile  e  la  caratteristica  ippocratica 
concisione,  V  autorità  affermativa  di  Eroziano  (a),  di- 
Palladio  (Z>),  di  Ateneo  (e)  ,  dello  Scoliaste  di  Aristo- 
fane secondo  Suida  (d),  e  di  Galeno  tra  gli  antichi  (e)} 
non  che  tra  i  moderni  per  quella  del  Mercuriale  (f\ 
del  Baccio  Baldini  (g),  del  Limosio  (h) ,  del  Gruner  (/"), 
del  Gora  y  (/),  di  Jourdan  e  Boisseau  (m) ,  del  Hon- 
dart  (7?),  del  Littré  (o).  E  quel  Haller  (p)  ,  cui  nacque 
scrupolo  sulla  legittimità  di  questo  libro,  ordinando  li 
suoi  artis  medicae  principes  (</),  non  solo  onorò  Ippo- 

(à)  Vocum,  quae  apud  Hippocratem  sunt,  collectio  cum  an- 
not,  etc.  Venetiisj   i566,  pag.  81,  sub.  voc.   ò^<A*jj. 

(b)  Comm.  in   L.  de  Fracturis  apud  Foès,  p.   147,  sect.  VI. 
(e)  Deipnosopliistarum,  libri  XV,  lib.  II.  Lugduni,   i583. 

(d)  Sub.  voc.  ' Apisotpóiviis  cit.  a  Gruner. 

(e)  De  propriis  libris,  e.  6.  —  In  III.  Epid.  Comment.  — 
Libr.  ad  Thransybul.  e.  3g.  —  Lib.  quod  animi  mores. 

(f)  Censura  operimi  Hippocr.  nel  t.  I.  ,  Op.  cit. 

(g)  In  librimi  Hippocratis  de  aquis,  aere  et  locis  Commen- 
tar. Florentiae,   i586. 

(h)  ludicium  operum  magni  Hippocratis.  Venetiis ,  i5g2 , 
cap.  V,  p.   i3. 

(i)  Censur.  libr.  Hippocr.  etc.  Uratislaviae,   1772,  pag.  49* 

(/)  Discor.  prelim. 

(m)  Biographie  medicale.  Paris,   1822,  p.  21 5. 

(n)  Oper.  cit. 

(o)   Oper.  cit. 

(p)  Bibliothecae  Medicinae  practicae  ,  etc.  Bernae,  1776 , 
pag.  59. 

(7)   li.'iusannac,   17G9,  t.  I,  p.  5. 


io8 

crate  del  primo  posto  ,  ma  in  froute  alle  di  lui  opere 
pose  appunto  la  presente  Traduzione. 

(II)  Il  dott.  Ménuret  nelli  suoi  Essais  sur  V  histoire 
mèdico -topo graphiq uè  de  Paris  ,  pubblicati  nel  1786  e 
ristampati  nel  i8o5  aveva  già  detto;,  «  Egli  è  Ippocrate, 
il  primo  e  il  più  grande  de'  medici  ,  quello  che  ha  no- 
tato che  la  forma^  li  costumi ^  le  malattie  degli  uomini, 
stanno  in  relazione  per  grandissima  parte  colla  natura 
del  paese  che  essi  abitano  $  ed  io  non  posso  tacere, 
prosegue  il  medico  francese,  per  V  interesse  della  verità 
e  ad  onore  della  nostra  professione,  che  le  grandi  idee 
eh'  egli  ha  sparse  nel  suo  trattato  delle  arie ,  delle 
acque  ecc.  ,  riguardo  ad  una  tale  dipendenza  fisica , 
morale  e  politica,  sono  state  il  germe  e  la  sorgente  di 
quelle  che  Montesquieu  ha  sì  felicemente  sviluppate 
circa  il  rapporto  de'  costumi  e  delle  leggi  col  clima.  » 
Il  signor  Coray,  il  quale  ha  tacciato  d' ingratitudine  il 
Barone  di  Secondat  per  non  aver  resa  giustizia  ad  Ip- 
pocrate in  questo  argomento,  non  fu  per  sua  parte  giu- 
sto nel  tacere,  che  il  nostro  Filangieri,  con  assai  mag- 
gior criterio  ed  imparzialità  di  quello  avesse  fatto  il  po- 
litico francese  ,  diede  il  vero  valore  all'influenza  del 
clima  sull'  uomo  (  Trad.  ). 

(Ili)  Non  si  sarebbe  aspettato  che  il  Coray,  il  quale 
aveva  incominciato  col  presentarci  in  tanto  sfavorevole 
aspetto  il  commercio  ,  abbia  terminato  con  sentimenti 
cosi  ragionevoli,  e  che  abbia  dipinte  così  bene  in  que- 
ste ultime  parole  più  lo  stato  odierno  delle  nazioni  di 
Europa,  che  quello,  in  cui  esse  trovavansi  trentanove 
anni  or  sono. 

L'esercizio  del  commercio  sia  tra  popoli,  che  tra 
individui ,  può  corrompere  gli  animi  e  far  declinare  dai 
principi  del  giusto   e    dell'  onesto,  non  meno  ,  che  1'  e- 


I09 
sercizio  di  qualunque  altra  professione  ,  quando  si  ag- 
giungano particolari  circostanze  ,  politiche  o  personali  , 
circostanze,  che  saranno  però  sempre  da  ritenersi  come 
puramente  accessorie  ,  intruse  ed  estrinseche  ,  o  come 
altrettanti  effetti  della  corruzione  che  V  uomo  induce 
nelle  cose  le  più  buone.  E  così  pure  il  commercio  può 
essere  dannoso  alla  salute  sì  delle  nazioni,  quanto  de- 
gli individui,  che  le  compongono,  nell'  ugual  modo  che 
di  danno  riuscire  possono  V  esercizio  delle  slesse  fun- 
zioni naturali  del  corpo  ,  e  l'uso  delle  cose  più  neces- 
sarie 5  quando  gli  eccessi  e  gli  abusi  vengano  in  campo. 
Devesi  piuttosto  ritenere,  che  il  commercio  è  tra  i  di- 
versi popoli  del  mondo  intiero  ciò  che  sono  le  relazioni 
tra  membri  di  una  famiglia,  di  un  villaggio,  di   una  città 

0  di  uno  stato.  L'uomo,  destinato  dalla  sua  natura 
stessa  alla  società,  mercè  tali  relazioni,  si  pone  in  istato 
di  meglio  ricevere  ciò  che  gli  manca  ,  e  di  fornire  ad 
altri  quanto  gli  è  superfluo.  Nascono  pel  commercio  , 
sì  nel  piccolo  che  nel  grande  ,  legami  di  reciproca  di- 
pendenza nell'  interesse  non  solo  ,  ma  più  anche  nelle 
affezioni.  Se  poi  la  pace  ha  dovuto  essere  vittima  del 
commercio  e  la  guerra  una  conseguenza  ,  ciò  avvenne 
perchè  prevalsero  1'  ingordigia  e  V  avarizia  o  altre  pas- 
sioni di  pochi  al  principio  di  procurare  con  quello  co- 
modi e  ben  essere,  meglio  divisi  e  numerosi  per  tutte  le 
classi  componenti  una  nazione.  E  que'  popoli  che  Io 
esercitarono  accoppiato  alla  violenza,  alla  barbarie,   al* 

1  ingiustizia  si  videro  averne  in  vece  guasti  li  costumi 
ed  alla  fin  fine  trarne  ignoranza  e  miseria.  Che  se  poi 
dalle  commerciali  relazioni  ebbe  lì  uomo  a  veramente 
acquistare  particolari  malattie,  ciò  fu  per  avere  mancato 
di  porre  in  pratica  quelle  cautele  e  provvidenze  che  un 


I  IO 

sano  criterio  e  sufficienti  cognizioni  gli  avevano  già  mo- 
strate le  più  opportune  ad  evitare  simili  danni. 

Io  sono  di  fermo  parere  che  il  commercio  eserci- 
tato con  dolcezza,  equità,  minor  egoismo,  e  più  di  av- 
vedutezza ,  avrebbero  sempre,  mediante  l'acquisto  di 
nuove  sostanze  alimentari  o  medicinali,  e  d'  altri  mezzi 
di  comodità  e  di  agiatezza,  avrebbe,  dico,  fornito  mag- 
giore'felicità  alle  diverse  sezioni  dell'  umana  famiglia.  E 
parmi  bensì  possa  ritenere,  che  li  principj  da  me  espo- 
sti sieno  consoni  alla  ragione  ed  omogenei  alla  generale 
maniera  di  sentire  delle  nazioni,  in  quanto  che  al  dì 
d'  oggi  quel  consenso  universale,  per  esprimermi  col  Fi- 
langeri,  che  in  altri  tempi  obbligava  ciascun  popolo  a 
divenire  guerriero,  è  quello  che  ci  obbliga  a  divenire 
commercianti  (  Trad.  ). 

(IV)  Quanto  dice  il  Coray  per  il  secolo  XVIII  non 
potrà  a  meno  di  essere  replicato  da  chi  vivrà  nel  se- 
colo XX  a  riguardo  del  presente  (  Trad.  ). 

(V)  E  veramente  nella  spinta  eccessiva,  e  negli  ol- 
trepassati confini,  ove  sta  il  male  (  Trad.  ). 

(VI)  Avvi  per  altro  la  risorsa  di  rendere  meno  in- 
salubri certi  mestieri  ,  ed  anche  di  togliere  ad  alcuno 
quanto  vi  ha  in  esso  di  nocevole  (  Trad.  ). 

(VII)  Buone  leggi  che  tutelino  il  povero  ,  il  debole, 
V  innocente  contro  il  ricco,  il  potente,  e  il  vizioso}  li- 
bertà del  commercio  e  nelle  professioni  toglieranno  i 
danni  dell'accumulamento  delle  ricchezze  in  pochi.  An- 
dranno cioè  operando  un  naturale,  direi  quasi,  necessa- 
rio passaggio  da  uno  in  altro,  ed  un'equa  e  vantaggiosa 
divisione  di  esse,  e  daranno  luogo  a  molli  mezzani  e  fe- 
lici stati  nella  società  (  Trad.  ). 

(Vili)  Il  pezzo  compreso  tra  i  §§  60  e  79  inclusi- 
vamente  di  questo   discorso    del    Coray  fu  inserito    nel 


1 1 1 

t.  I,  della  Geografia  di  Stratone  che  il  Sonzogno  co- 
minciò a  stampare  in  Milano  nel  1827  ,  e  subito  dopo 
le  Illustrazioni  sopra  le  diverse  rose  dei  venti  degli  an- 
tichi: lavoro  di  P.  F.  I.  Gosselin.  Siccome  a  tal  brano 
si  trovano  applicate,  oltre  le  note  relative  del  Goray ,  e 
quali  io  ho  lasciate  in  calce  a  questa  traduzione  del 
detto  discorso,  anche  alcune  del  celebre  Mustoxicli,  così 
credo  far  cosa  grata  il  qui  riferirle,  una  sotto  questo 
numero,  e  le  altre  sotto  li  seguenti  IX.  XXI. 

Ulissea  lib.  V,  295  a  a3i.  Gli  antichi  tennero  che 
non  vi  fossero  più  di  quattro  venti,  secondo  le  quattro 
parti  del  mondo  con  grossa  e  debil  ragione,  siccome  poi 
s'è  conosciuto  (Plin.,  lib.  II,  e.  47)*  Posidonio  dichiara 
che  quando  Omero  parla  di  Zefiro  soavemente  spirante 
(Uliss.  IV)  accenna  il  vero  Zefiro  o  Ponente,  e  che 
quando  gli  dà  l'epiteto  d?  impetuoso  (  v.  296)  denota 
VArgestes  o  Maestro.  Al  che  nulla  si  può  opporre,  es- 
sendo Argestes  anch'esso  uno  dei  Zefiri.  Bensì  né  Posi- 
donio né  Strabone  (  Geogr.,  1.  I)  mi  persuadono,  allor- 
ché spiegando  i  versi  3o6,  del  IX  e  334  del  XXI  del- 
l'Illiade  5,  stimano  che  l'Argeste-Noto,  ivi  nominalo,  sia 
il  Leuco-Noto  solo  che  possa  raccogliere  alquante  nu- 
vole, le  quali  sono  dissipate  da  Zefiro.  Il  Leuco-NoLo  è 
al  dir  di  Teofrasto  anzi  un  vento  sereno  e  dissipa  egli 
stesso  le  nuvole.  Pare  adunque  che  i  due  filosofi  sieno 
stati  indotti  in  quella  loro  credenza  dall'  etimologia , 
perche  Argestes^  come  Leuco  :  significa  bianco.  Ma  lo 
stesso  epiteto  corrispondendo  anche  a  celere^  credo  con 
Esichio  che  in  questo  secondo  significato  se  ne  sia  valso 
Omero.  La  velocità  e  la  veemenza  sono  qualità  proprie 
de' venti,  e  però  a  Zefiro  dà  Esiodo  1'  aggiunto  di  ar- 
geste  (  Teog.  349  e  870  ).  Nò  Omero  parla  di  un  vento 
debole,  nò  del  Lenco-Noto  quando  dice  (II.,  XXI,  v.  53/j) 


142 


che  Zefiro  e  PArges te-Nolo  destano  gravi  procelle.  Quindi 
Orfeo  negli  inni  così  celebra  Noto: 

Celere  salto ,  che  per  V  umido  aere 
Passeggi  con  veloci  ali  agitato. 


Esiodo,  la  cui  autorità  non  debbesi  in  questa  sorta 
d' indagini  trasandate  ,  non  nomina  mai  Euro  e  per  ben 
due  volte  (  Teog.,  1.  e.  )  Noto,  Zefiro,  Borea.  E  a  questi 
tre  venti  soli  Orfeo  abbrucia  incensi.  Perchè  adunque 
questo  silenzio  ?  Forse  perchè  Euro ,  come  pare  si 
possa  dedurre  da  Aristotele  e  da  Strabone  ,  si  confon- 
deva con  Noto. 

(IX)  Ai  tempi  di  Erodoto  già  prevaleva  la  nomen- 
clatura e  la  divisione  degli  otto  venti  f,  perchè  lo  storico 
fa  menzione   dell'Apeliote  (  1.  Ili  e  VII  ). 

(X)  Geograph.  Hypotjp.  I.  I,  e.  2,  e  1.  II,  e.  12.  — 
o  per  meglio  dire  in  Timostene  citato  da  Agateraero. 
Neil'  anemoscopio  scolpito  da  certo  Eutropio  ed  illu- 
strato dal  Paciaudi  {Mori.  Pelop.  t.,  II,  p.  1 1 5 ),  i  nomi 
greci  dei  dodici  venti  sono  scritti  in  caratteri  latini  se- 
condo T  ordine  di   Timostene. 

(XI)  Meteorologia,  1.  II,  e.  6.  Problem.  XXVI,  58.  — 
Merita  anche  una  particolare  attenzione  quanto  scrivono 
Teofiasto  nel  suo  apposito  Trattato  e  Plinio  (1.  e.  ) 
intorno  alle  proprietà  dei  varj  venti,  ed  al  periodo  della 
loro  durata.  —  Neil'  omerica  descrizione  che  Esindo 
fa  del  verno  (  Delle  Op.  e  de''  Giom.  v.  5o5  )  consiglia 
a  guardarsi  da  Borea  che  soffia  nel  mese  Leneone,  cioè 
fra  gennaio  e  febbraio.  Adduce  ghiacci  e  freddo,  solleva 
le  onde,  svelle  querce  ed  abeti. 

(XII)  Al  §  64.  Vedi  le  Tavole  qui  unite. 

(XIII)  Dispotismo  :    Governo  di  un   solo  che  regge 


u  o  sjì  i>  t:  i   y  K  31  T  « 

bri     mrtei     i     is  l  i    H  d  ito  d  u  i 
ALTA  KOS  \  MI  NODKKNI 


E  DELLE  VAI 

COMPARATE 


♦   ROSA 

DI    Vili    VEKT1 

d'Aristotele 


Libs 


Y 


ESPOSIZIONE  DELLE  VARIE  ROSE  DE'  VENTI  DEGLI  ANTICHI 

COMFAHATE  ALLA   ROSA   DE'  MODERNI. 


ROSA 
de  gli  ant.  Greci 


ROSA 

I     Vili    VES-I 

d'Omero 


ZEPHYROS.   /  ZEPHYROS 


Argestc 


-Zephyr 


zepiiyros,  Fjromus  1  faioxws. 


ni, 


Notos-Apcliotes   . 


APARCTIAS,  SEPTENTR.)sEPTEiXT[ì. . 

_-__      Galìicus  .  .  .  . 

Borea) ,  Aquile, )  Superna)  .  .  .  . 

I  Aquilo 


APELIOTES,  SUBSOL. 


Euros  ,  Vulturnus  . 


1  SOLANVS  .  . 
Ornilhiae  .  .  . 
'  Caccia)    .... 


Sud-Oui  str-quart-Ouot. 
Quest-Sud'-Òùe'st  '.  '.  '. 


0DES1 

Ouot-quart-Nard-Ouot. 


Quest-Nord-Ouest.  .  .  . 
Mord-Outìl-quar't-OueW. 

WoBD    (  li  SST 

Nord-Ouest-quarl-ITord. 

Nord  Nord-Ouést  '.'.'.'. 

N°ril-quart-Nord-Oiiesl . 

NORD 

Nord-quart-Nord-Esi  '.  '. 


«ord-Eti-ouart-Nord. 

NoBD-Est 

Nerd-Est-quarl-Est  '.  '. 


Est-Nord-Est 

E)l-e/uart-Nonl-Est . 

EST 

Est-c/uarl-Sml-Est.  '. 


Nolos-Argestes. 


ZEPHYROS.   /  ZEPHYROS 


Borcas-Zephyr 


Argestcs  , 


NOTOS,  AVSTElì. 


Libs ,  Africus 


<  Vulturi,,,) 

t  AUSTEfl 
'  Altari,,)  . 
\~LÌbc~„o~tu)  , 


ZEPHYROS,  FAVONWS. 
Argestes ,  Corus 


(  Subvcspcru)  .  . 
Argene)  .... 
FAVON1US.  . 
Etesiac 

Circiu)  .  .  .  .  ~ 


Stfd-Est-quart-Jlst    .  .  . 

Sud-Est. 

Sud-Est-auart-Sud.  .  .  . 


Sud-Sud^Esi  '. 


Sud-quart-Sud-Eat.  .  .  . 

sud: 

Sud-tfHui*-&,d-Ouert   .  . 


Sod-Sud-Oueat 

t-quart-Sud  .  . 


Sud-O, 

Sun-Oi 
SuU-Oiiot-quart-Oucst    . 

Òucst-Sud'-Òùcst'  '.'.'.'. 

Otust-quart-Surl-Oiieìt  . 
OUEST 

Olusl-quart-Nord-Uuest. 


Oucst-Xord-Oucst . 


n3 

senza  leggi  ,  ma  a  proprio  arbitrio  e  libera  volontà. 
(  Trad.  ). 

(XIV)  «  Perchè  nascano  i  figli  simili  ad  altri  e  non 
a'  padri,  dice  Plutarco  (<z),  la  maggior  parte  de'  medici 
attribuiscono  alla  fortuna  ed  al  caso,  cioè,  che  raffred- 
dato il  seme  dell'  uomo  e  della  donna,  nascono  figliuoli, 
che  non  li  somigliano.  Empedocle  vuole  che  V  immagina- 
zione della  donna  nel  formare  il  concetto  figuri  i  bam- 
bini, perchè  sovente  avvenne  che  donne  amarono  fi- 
gure e  statue,  a  cui  poi  furono  somiglianti  i  parti.  » 

Anche  Bodin  (b)  pensa  che  la  somiglianza  o  dissi- 
miglianza  nel  volto  dell'  uomo  ,  in  generale  ,  provenga 
dall'immaginazione.  Ad  eludere  certe  eccezioni  che  si 
potrebbero  fare,  io  stesso  autore  poco  più  innanzi  pro- 
cura di  dare  la  spiegazione  al  fenomeno  ponendolo  nel 
maggior  o  minor  miscuglio  de'  differenti  popoli.  Le  na- 
zioni che  non  ricevettero  colonie  da  altri  popoli,  e  che 
per  conseguenza  non  contrassero  matrimonj  con  esse, 
conservano  la  fisonomia  nazionale  uniforme.  E  siccome 
la  maggior  parte  delle  emigrazioni  si  fecero  sempre 
dalle  regioni  troppo  fredde  o  troppo  calde  verso  quelle 
di  una  media  temperatura,  cosi  dovette  necessariamente 
accadere  che  in  queste  abbia  avuto  luogo  la  maggiore 
varietà  di  fìsonomie. 

Io  conosco  qualche  villaggio,  ove  le  fìsonomie  de- 
gli abitanti  sono  sì  caratteristiche  ,  che  visti  i  medesimi 
anche  in  lontani  paesi  s' indovina  che  a  quello  appar- 


(a)  Dell'  opinione    de'  filosofi  ,  lib.  V.  Opuscoli    di    Plutarco 
volgarizzati  da   Marc.  Adriani.   Milano,    1829,  p.  282. 

{b)  Methodus  ad  facilem  historiarum    cognitionem.  Parisis  , 
i566,  in  4-°  e.  V,  p.  212. 

Sultana,  ecc.  Tratta  lo.  8 


"4 

Jengono.  Ed  ivi  appunto  è  dove  usasi  contrarre  con 
grande  costanza  nozze  tra  compaesani ,  talché  a  que- 
st'ora ad  ogni  momento  si  abbisogna  invocare  dispense 
di  matrimoni  in  causa  delle  parentele,  le  quali  frequen- 
temente incatenano  i  contraenti  (  Trad.  ). 

(XV)  Siccome  il  vocabolo  Cornarius  è  bensì  un 
particolare  soprannome  dato  al  medico  tedesco  Gio- 
vanni Hagenbut,  ma  non  serve  già  a  latinizzare  il  nome 
di  Cornara,  così  io,  a  togliere  qualunque  ambignità  ri- 
feribile a  cognome  italiano  ,  e  a  differenza  di  ciò  ,  che 
altri  fece,  ho  usato  il  preciso  vocabolo  Cornarius,  col 
quale  secondo  il  costume  di  que'  tempi  si  latinizzò  V  al- 
tro vocabolo  Hagenbut.  Giovanni  Hagenbut  o  Haynpol 
nacque  a  Zwickau  in  Sassonia  nel  i5oo,  fu  addotto- 
rato in  Medicina  a  Pavia  e  morì  il  16  marzo  1 558  a  Jena. 
Egli  è  benemerito  dell'  arte  salutare  per  essere  stato 
uno  dei  primi  a  rivolgere  le  sue  cure  agli  originali  greci, 
bandendo  gli  Arabi,  non  che  a  spurgare  e  pubblicare  le 
opere  d' Ippocrate  in  originale.  Se  la  sua  traduzione  non 
è  delle  migliori  per  la  fedeltà  e  per  la  pura  latinità  , 
non  è  però  tale  da  meritare  le  amare  critiche  che  le  fece 
Leonardo  Fuchs.  La  migliore  edizione  è  quella  di  Ba- 
silea del  i558,  per  Froben  (Trad.). 

(XVI)  L'  Mailer  (a)  cita  un  Ms.  greco  esistente  nella 
Biblioteca  di  S-  Marco  in  Venezia. 

(XVII)  Mosè  Alatino  isrealita  e  medico  di  Spoleto 
fiorì  verso  il  finire  del  secolo  XVI  e  sul  principio  del  se- 
guente. Di  lui  non  fanno  cenno  né  1'  Eloy  né  V  Enci- 
clopedia metodica,  né  le  recenti  biografie  universale  e 
medica.  Ne  parlarono  Cristoforo  Volfio  nella  sua  Biblio- 
theca  Hebraica.  Voi.   I,  p.  8o3  e  Voi.  Ili,  p.  729,  e  il 

(a)  Bibliolh.  Medie,  t.  I,  p.  60. 


n5 
Mazzucchelli  nel  l.  I,  p.  267  della  sua  opera  Gii  scritr- 
tori  <V Italia  (Brescia  1^53  ),  opera  sventuratamente  né 
da  lui  né  da  altri  proseguita  (  Trad.  ). 

(XVIII)  Veramente  la  prima  edizione  della  versione 
del  Calvo  fu  data  a  Roma  da  Francesco  Mmizio  Calvo 
comasco  nel  1 525.  Quella  del  i5a6  di  Basilea  per  An- 
drea Cratandro  si  trova  mista  a  particolari  traduzioni 
di  diversi  altri  trattati  fatte  da  Guglielmo  Copo,  Nicola 
Leoniceno,  Andrea  Brenzio  (Trad.). 

(XIX)  L'  opera  di  Adriano  ,  l'Alemant  (  non  Lale- 
mant,  come  nel  testo  del  nostro  autore  ,  e  che  è  poi 
f  Adrianus  Alemanus  di  Settala  (a)  e  di  Haller  (b)  è  in- 
titolata Hìppocratis  medicorum  omnium  principis  a  de 
aere,  aquis  et  locis  ,  liber  olim  mancus,  mine  integer , 
qui  Galeno  de  habitationibus  et  aquis  et  temporibus  et 
jegionibus:  Commentarii  quatuor  ilìustratus  :  parisi is 
i55^  ,  in  8.°  Altra  edizione  si  fece  a  Ginevra  nel  i5^i 
in  8.°  —  Anche  il  citato  Settala  dice  di  lui  (p.  71)  Ale^ 
manus,  qui  primus,  quod sciam^inter  recent iores  com* 
mentaria  in  hunc  librum  edidìt  (  Trad.  ). 

(XX)  Trovasi  nel  t.  II,  p,  198  dell'edizione  di  Ve- 
nezia 1606  appresso  i  Giunti.  Tale  traduzione  è  per 
molti  titoli  barbara.  Essa  però  si  limita  al  passo  riguar- 
dante gli  Sciti,  che  sta  tra  il  §  89  e  il  §  1 13  di  questa 
traduzione. 

(XXI)  Pare  ehe  il  Coray  non  abbia  conosciuti  li 
Commentarii  fatti  in  quest'epoca  alla  presente,  come 
alle  altre  opere  d' Ippocrate,  da  Giovanni  Marinelli.  Li 
unì  questi  alla  traduzione  del  Cornarius  (  non  del  C^lvo, 

(a)  Comment.,   p.    71. 

(b)  Biblioth.   Medie.  ,  t.  I,    \).  60. 


n6 
come  asserisce  THaller  per  errore  (a))  ponendoli  per 
ordine  alfabetico  in  fine  del  libro.  La  prima  edizione  fu 
fatta  nel  177$  (non  nel  1773  come  scrive  il  Dizionario 
storico  di  Bassano,  t.  XI)  dal  tipografo  Valgrision,  Ve- 
nezia in  un  volume  in  foglio.  Essa  è  assai  rara  ed  esiste 
nella  biblioteca  ,  già  Pasta  ,  dello  spedale  maggiore  di 
Bergamo.  Strano  è  però  il  vedere  come,  se  si  eccettuino 
gli  argomenti  di  Giovanni  Culman  de  Geppinger,  ivi 
manchino  certe  aggiunte,  correzioni,  ed  indice,  il  tutto 
m  fronte  del  libro  annunciato,  e  ciò  abbenchè  il  volume 
sia  intatto  e  ben   conservato. 

Sembra  che  1'  Eloy  (b)  siasi  ingannato  nelT  annun- 
ziare una  edizione  di  que'  commentarii  fatta  a  Lione 
nel  1 564.  Altre  bensì  ve  ne  sono,  una  di  Vicenza  del  1610 
in  foglio  e  due  di  Venezia  1619  e  1679  parimente  in 
foglio.  L'ultima  edizione  fu  data  dal  tipografo  Radici 
nel  1787  a  Venezia  in  tre  volumi  in  foglio  per  cura  del 
medico  Giovanni  Battista  Paitoni  col  titolo  —  Hippo- 
cratis  opera  omnia  eoe  Jani  Cornai  ii  versione  una  cum 
Io.  Marinelli  Commentariis  ac  Petri  Matthaei  Pini 
indice.  — 

Siccome  poi  cotesto  Giovanni  Marinelli  sembrami 
per  tali  commenti  degno  di  essere  ricordato,  così  assai 
mal  volentieri  scorgo  essersi  dimenticato  da  tutte  le 
biografie,  ed  universali  e  mediche  anche  le  più  diffuse 
e  recenti ,  se  si  eccettui  il  negletto  Dizionario  storico 
tradotto  e  stampato  alla  fine  dello  scorso  secolo  a  Bas- 
sano. Non  riuscirà  adunque  discaro  ,  che  io  aggiunga 
che  fu  creduto  essere  Giovanni  Marinelli  veneziano,  ma 
veramente  da  una  lettera  ,  con    cui  la    di  lui  figlia  Lu- 

{a)  Biblioth.  Medie,  t.   1,   p.  cp. 

{b)  Dici,  hist,  de  la  med.*  t.  II,  p.  555, 


II? 

erezia  nel  1602  accompagnò  alla  duchessa  di  Modena 
il  suo  poema  di  Maria  Vergine,  lettera  che  si  conserva 
nel  ducale  archivio  di  Modena,  risulta  essere  egli  nato 
in  questa  città.  Pare  passasse  ancor  giovane  a  Venezia 
e  poscia  pur  anche  vi  morisse.  Fu  padre  della  citata 
Lucrezia,  e  del  medico  Curzio  Marinelli.  - —  Sono  sue 
opere. 

i.°  Della  copia  delle  parole.  Parte  1.  e  a.  Vene- 
zia, i582. 

2.0  Ornamenti  delle  donne.  Venezia,  1662  e   157/j. 

S.°  Le  medicine  pertinenti  alle  infermità  delle  donne 
Venezia,  i5^4  e  1610. 

4-°  Commentarla  in  ffippocrati?  Coi  opera.  Venetiis, 
1  5^5  ecc.  (Vedi  sopra). 

5.°  Hippocratis  Aphorismi  Nicolao  Leoniceno  in- 
terprete. Io.  Marinelli  in  eosdem  Commentaria,  ecc.  Ve- 
netiis, 1 583. 

6.°  De  peste  et  pestilenti  contagio.  Venetiis  ,    *577» 

7.0  Scholia  in  Io.  Arculani  practicam.  Venetiis  , 
1  56o,  ed  altre,  delle  quali  può  vedersi  la  Biblioteca 
Modenese.  Voi.  Ili,  p.  i58,  ove  si  hanno  ulteriori  no- 
tizie di  lui  (Trad.). 

(XXII)  E  vero  che  dal  Foès  tra  coloro  che  lavora- 
rono  intorno  alle  opere  d' Ippocrate  nominasi  un  Ge- 
rolamo Gardino  3  è  pur  vero  che  P  Haller  nella  sua 
Biblioteca  Medicinae  practicae,  non  già  dove  parla  del 
nostro  Trattato,  ma  altrove  (t.  II,  p.  180,  Basilea,  1776), 
lo  cita  ne' seguenti  termini  Hier.  Gardini  in  Hippocra-* 
tem.  de  aere,  aquis  et  locis.  Basileae,  1570,  in  fol.,  ed 
è  finalmente  vero  che  P  Haller  fu  in  ciò  copiato  da'G. 
B.  Paitoni  nell'  edizione  ,  che  egli  diede  delle  opere 
d' Ippocrate  commentate  dal  Marinelli  (Venezia,  17^7). 
Non  trovando  per  altro  che   né  un    Girolamo  Cardino, 


n8 
uè  una  tale  opera  sono  accennati,  né  dall' F.ioy  (  Dict< 
histor.  de  la  méd.  Bfons ,  1778)  ire  dall'  Encyclo- 
pedie  me'thodique,  uè  dalla  Biographie  medicale  (  Pa- 
ris)  1820-25,  uè  in  alcun  dizionario  biografico,  io  du- 
bito assai  che  siasi  incorso  Dell1  errore  di  leggere  o 
scrivere  da  prima,  indi  stampare  il  cognome  di  Gar- 
dinus  in  luogo  di  quello  di  Cardanus.  E  confermano 
il  mio  dubbio.  i.°  L'inutilità  delle  ricerche  dell'eru- 
dito e  laborioso  Coray}  2.0  il  non  vedere  dal  Foès  ci- 
tato il  titolo  dell'opera:  3.°  L'uguaglianza  del  nome 
Hìeronimus  }  4«°  ''  citarsi  dall'  Haller  e  dal  Paitoni  1'  o- 
pera  in  discorso  coli' impressione  di  Basilea  del  1570 
in  foglio  sì  pel  preteso  Gardino  che  pel  Cardano,  e  in 
fatti  è  cosa  un  po'difficile  che  nella  stessa  città,  nello 
stesso  anno  si  stampassero  sotto  un  uguale  titolo  due 
opere  sul  medesimo  soggetto,  e  che  quella  del  Cardano 
sia  conosciuta  ,  1'  altra  in  vece  se  non  citata  nel  modo 
che  ho  detto  di  sopra  (  Trad.  ). 

(XXUI)  La  traduzione  di  Francesco  Clifton  è  inti- 
tolata —  Hippocrates  upon  air,  water,  and  situa- 
tion  etc.  London,  1734,  in  8.°.  Chaumelon  nel  relativo 
articolo  della  Biographie  unwerselle  dice  che  vi  è  ag- 
giunta la  traduzione  degli  Epidemici  e  de'  Pronostici 
nelle  malattie  acute  e  la  Descrizione  della  peste  di 
Atene  di  Tucidide.  Clifton  ha  ottimamente  ordinati 
siffatti  materiali ,  e  gli  ha  arricchiti  di  note  importanti. 
(  Trad.  ) 

(XXIV)  Il  testo  nella  sua  opera  —  De  vitalibus  pe- 
liodis  aegrotantiam  et  sanorum  :  seu  dementa  dyna- 
micae  animalis.  Londini ,  1787  ,  destina  un  capitolo  a 
far  notare  gli  errori  dell'  edizione  d' Ippocrate  fatta  a 
Losanna  per    cura   dell'  Haller,  ove  questi ,    lungi  dal- 


ll9 

V  approfittare  delle  correzioni  del  Foes  e   de'  posteriori 
editori,  ve  ne  introdusse  de' nuovi  (  Trad.  ). 

(XXV)  Aggiungendo  quanto  sui  commentatori  e  tra- 
duttori d'  Ippocrate  è  a  mia  cognizione  dirò  che  tra 
gli  antichi  e  precisamente  circa  il  nostro  Trattato  sa- 
rebbe da  aggiungersi  1'  opera  di  Giacomo  Curion  me- 
dico sassone  che  morì  professore  ad  Eidelberga  ii  i.° 
luglio  i5^2,  intitolata  Hippocratis  Coi,  medici  vetustis- 
simi, et  omnium  aliorum  principis  de  naturate;  tempo* 
rum  anni,  et  aeris  irregularium  constitutionum  propriis, 
hominisque  omnium  aetatum  morbìs  theoria  etc.  Fran- 
cophurti,  1596,  in  8.°  Tra  i  moderni  poi  le  traduzioni 
in  tedesco,  una  di  G.  de  Hoeglmueller  stampata  a  Vien- 
na nel  1804,  e  P  altra  di  A.  F.  Lindau  a  Breslavia 
nel  181 5  ,  e  finalmente  la  francese  di  I.  N.  Chailly 
sotto  il  titolo:  Traité  d'1  Hippocrate  de s  aire s,  des  eauoc. 
et  des  lieuoc$  traduction  laterale  accompagnée  du  teste 
greCj  de  variantes  ,  de  notes  critiques  et  medicales  ,  et 
d^une    table    synoptique    de   Vouwrage ,    Paris,   181 7, 


in  12.0. 


Riguardo  alle  opere  in  generale  del  nostro  Medico 
greco  trovasi  che  nel  Giornale  per  servire  alla  storia 
ragionata  della  medicina  del  secolo  XFTII  (  Vene- 
zia ,  1799,  t.  XII)  si  dà  notizia  della  traduzione  del 
greco  in  francese  di  tutte  le  opere  d' Ippocrate  fatta  da 
I.  N.  Balin-de-Ballu  professore  di  lingua  e  letteratura 
greca  nella  scuola  centrale  del  dipartimento  della  Gi- 
ronda.  Non  so  però  se  abbia  effettivamente  avuto  fine 
una  tale  impresa,  poiché  nel  caso  affermativo  sembra 
che  avrebbe  dovuto  esser  noto  un  tal  lavoro  al  Coray 
che  appunto  scriveva  in  quel  tempo.  E  poi  degno  a  no- 
tarsi, come  il  compilatore  del  citato  Giornale  veneto  , 
il   celebre  fu    dottor  Aglietti  ,  nel  dar  notizia   di  quella 


12*» 

versione  aggiungesse,  che  molli  trattati  d'  Ippocrate  fu- 
rono tradotti  in  francese,  e  che  quello  delle  arie*  delle 
acque  e  de'* luoghi  fu  sfigurato  alcuni  anni  prima  da  un 
medico  che  ignorava  affatto  l'arte  dello  scrivere.  Ma 
che  il  dotto  Koray  (sic  )  medico  in  Parigi,  uno  de' 
uomini  li  più  versati  nella  lingua  e  negli  scritti  d'Ippo- 
crate  ,  aveva  fatta  una  eccellente  traduzione  di  quel 
bel  trattato  con  un  testo  purissimo  a  fronte  5  ma  che 
temevasi  avesse  l' iniquità  dei  tempi  sepolto  questo 
capo  d? opera. 

Gardeil  per  lo  spazio  di  trent'  anni  pose  ogni  sua 
cura  nel  tradurre  le  opere  d' Ippocrate  sul  testo  greco 
del  Foes,  e  furono  da  lui,  ma  senza  nome  ^  pubblicate 
in  4  volumi  in  8.°  Tolosa  nel  1801,  alcuni  anni  prima 
cioè  della  sua  morte,  che  avvenne  il  19  aprile  1808. 
Quantunque  Gardeil  abbia  ommessa  la  ottava  sezione 
ritenendola  anch' egli  come  apocrifa,  è  però,  per  quanto 
ne  dice  Chamberet  (Biogr.  Univ.),  la  sua  versione  la 
più  compiuta  che  in  Francia   si  possiede. 

Martin  Henri  de  Bazas  diede  una  versione  di  tutte 
le  opere  d' Ippocrate  in  3  volumi  a  Parigi  nel  1816  e 
1827:  Ed  ugualmente  a  Parigi  nell'anno  1827  e  se- 
guenti furono  stampate  le  Oeuvres  completes  d?Hippo- 
cràte  en  grec^  latin  et  frane  ai s  :  précédées  d'une  notice 
sur  la  vie  et  les  ouvrages  d\H ippocrate  :  et  suivies  des 
oeuvres  de  Celse  en  latin  et  francais$  traduites  par 
Jfornier. 

Nello  scorso  anno  fu  dato  il  seguente  annunzio.  — 
Oeuvres  completes  d 'B Ippocrate  ,  nouvelle  traduction  , 
teocte  grec  en  ì^egard  collationnée  sur  les  manuscrits  et 
toutes  les  éditions:  précédées  adirne  Introduction^  et  ac~ 
compagnées  de  commentaires  ,  de  notes  médicales ,  et 
philologique  et  suivie  d\ine  table  generale^  des  matiéres: 


121 

par  E.  Litre,  j  voi.  in  8.°  de'  quali  uno  deve  essere 
stato  stampato   alla  fine   del  i838. 

Finalmente  venne  da  pochi  mesi  annunziata  (  Me- 
moriale della  medicina  contemporanea.  Venezia.  No- 
vembre i838  )  una  prima  versione  italiana  delle  opere 
compiute  aV  Ippocrate  fatta  dal  dott.  M.  G.  Levi  col  la- 
tino a  fronte  di  Annunzio  Foèsio,  e  da  stamparsi  a  Ve- 
nezia in   due  volumi. 

Comunque  io  sia  d'  opinione  che  grata  dovrà  essere 
P  Italia  al  dott.  Levi  di  averle  donato  in  propria  lingua 
le  opere  d'  Ippocrate  ,  nel  che  essa  trovavasi  inferiore 
alle  altre  colte  nazioni,  non  so  però  trovare  un  ragione- 
vole motivo,  perchè  egli  non  lavorando  ne  su  l'originale, 
né  sulle  versioni  latine  ,  ma  su  di  una  francese,  benché 
assai  apprezzata,  \oglia  rendere  voluminosa  1'  opera  con 
contrapposta  latina  traduzione  ,  poiché  quando  a  sod- 
disfacimento di  certi  studiosi  non  credeva  offrire  il  te- 
sto greco,  inutile  mi  sembra  l'aggiunta  si  della  latina, 
come  della  francese  traduzione. 

Siccome  poi  una  sana  critica  aveva  già  molti  anni 
sono  consigliato  al  Gardeil  di  ommettere  1'  ottava  se- 
zione, sarebbe  stato  forse  pe'  tempi  nostri  sufficiente  il 
non  dare  che  quelle  tra  le  opere  del  figlio  di  Eraclide 
che  ora  sono  le  sole  dai  dotti  giudicate  genuine  (V.  la 
nota  prima  )  ,  e  siccome  poi  tanto  a  conoscere  il  me- 
todo con  cui  questi  pel  primo  seppe  introdurre  nella 
medicina  uno  spirilo  d'  osservazione  tutto  particolare,  e 
per  il  che  specialmente  si  rese  sì  benemerito  e  vene- 
rando, quanto  a  farsi  un'idea  de' principi  ,  che  a  quel- 
l'epoca dominavano  nell'arte  salutare  e  scienze  acces- 
sorie, bastare  possono  le  citate  poche  opere  tra  le  tante 
che  passano  sotto  il  di  lui  nome,  così  meglio  a  giudizio 
mio  sarebbe  che  il  nuovo   lodevole    traduttore  non    sol- 


172 

toponesse  se  stesso  ad  una  grande  e  per  la  maggior 
parte  inutile  fatica,  ed  il  lettore  alla  ripetizione  di  cose 
note  ,  a  tempi  nostri  inutili  ,  e  sulla  legittimità  delle 
quali  devonsi  nutrire  dei  dubbii.  Quantunque ,  come 
già  ho  detto,  egli  siasi  appigliato  per  dare*  la  propria 
ad  una  lodata  traduzione  francese,  non  dovrebbe  per 
altro  far  torto  a'  benemeriti  italiani  ,  che  già  affatica- 
rono su  alcuni  trattati  del  Medico  di  Coo  volgendoli  ia 
nostra  lingua.  Così  li  tanto  celebrati  aforismi  Io  fu- 
rono. 

i.°  Da  Lucilio  Filalteo  (Pavia,  i55a)  medico  forse 
della  famiglia  Maggi  o  Salvioni  di  Brescia,  e  che  fu  pro- 
fessore a  Pavia    ed  anche  a   Torino  ove   morì  nel  i5^o: 

2.0  Da  Giambattista  Sori  (  Milano,  i6i5  )  : 

3.°  Da  Giuseppe  Rosaccio  ,  e  trovansi  parafrasati 
nella  ridicola  di  lui  opera  intitolata  il  Medico  (  Vene- 
zia, 1621  )  : 

4«°  Da  Anselmo  Lazioso  (Viterbo,   166/71): 

5.°  Dall'  illustre  Bernardino  Genga  vennero  tradotti 
e  commentati  in  italiano  gli  aforismi  spettanti  alla  chi- 
rurgia. E  ciò  trovasi  nella  sua  opera  annunziata  col  se- 
guente titolo  latino.  In  Hìppocratis  aphorismos  ad 
chirurgiam  spectantes  commentaria  etc. ,  a  Bei'nardino 
Genga  etc.  ,  latino  ac.  italico  idiomate  ad  communio- 
rem  intelligentiam  eocarata.  Romae^  Typis  Rev.  Coni. 
Apost.    1604,  e  ristampata  a  Bologna  nel  1727: 

6.°  Da  Carmine  Vincenti  (Napoli,  181 3,  in  8.°),  il 
quale  li  tradusse  liberamente  non  solo,  ma  commentò  in 
modo  di  conciliare  le  antiche  colle  moderne  mediche 
dottrine. 

II  Trattato  poi  delle  ferite  della  testa  fu  con  molta 
purezza  di  lingua  tradotto  da  Bernardino  Falcinelli  let- 


ia3 

tore  di  chirurgia  nello  spedalo  di  S.  M.  Nuova  di  Fi-, 
renze  (Firenze,   i65^ —  ivi  i6o,3). 

Il  Giuramento  trovasi  volgarizzato  cogli  aforismi  dal 
citato  Lucilio  Filalteo.  Con  una  traduzione  italiana  di 
quest'opuscolo  posta  a  riscontro  della  latina,  dassi  prin- 
cipio alla  Raccolta  di  opere  mediche  moderne  italiane, 
che  *'  incominciò  a  stampare  dal  Marsiglj  a  Bologna 
nel   1827. 

Circa  il  nostro  Trattato  sono  persuaso  che  la  opero- 
sità e  le  cognizioni  già  favorevolmente  ben  conosciute 
del  signor  dottor  Levi  possano  soddisfare  meglio  il  pub- 
blico e  la  scienza  di  quello  che  io  abbia  potuto  fare  de- 
dicandovi tutta  la  buona  volontà,  né  risparmiando  fa- 
tica. Trad. 

(XXVI)  Al  desiderio  manifestato  qui  dal  signor 
Corny  possono  avere  rimediato  il  Viaggio  in  Morea , 
Costantinopoli  ed  in  Albania  dal  1798  al  1801  del 
dottor  Pouqueville,  opera  tradotta  a  Milano  nel  1816.  — 
Ij  Histoire  medicale  de  Varmée  francaise  en  Morée 
pendant  la  campagne  de  1828  par  G.  Rouoc.  Pa- 
ris 1829  ,  e  finalmente  la  Relation  du  voyage  de  la 
Commission  scientifique  de  Morée:  de  M.  Bory  de 
Saint-Vincent,  Paris,  i8363  2  voi.,  in  &.°  avec  /Jo  pian- 
ches  (Trad.). 

(XXVII)  A  compire  le  cognizioni  che  in  questa 
terza  parte  del  bel  suo  discorso  ci  dà  il  Coray  su  co- 
loro che  si  applicarono  in  diversi  modi  al  nostro  trat- 
tato di  Ippocrate  resta  a  parlare  di  lui,  il  che  non  fa- 
cendo, mi  sembra  che  con  l' ingratitudine  si  pagherebbe 
un  dotto  sì  benemerito  per  1'  immensa  fatica  che  con- 
sacrò a  questa  lodevolissima  opera. 

Adamanzio  Coray  o  Corais  originario  dell'  isola  di 
Scio  nacque  a  Smirne  il   27  aprile  ,  j 74^*    P!l    furono 


genitori  Giovanni  e  Thomaide  Ryzius,  un  fratello  della 
quale  lo  fece  erede  di  una  buona  biblioteca.  Assai  tardi 
apprese  la  lingua  latina  da  Bernardo  Keun  elemosi- 
niere della  cappella  del  console  di  Olanda  alle  Smirne. 
Venuto  in  Europa  nel  1772,  per  sei  anni  attese  al  com- 
mercio in  Amsterdam.  Nel  1779  ritornato  alla  sua  pa-1 
tria,  ne  ripartì  per  Montpellier  ove  cominciò  il  9  otto- 
bre 1782  il  corso  di  medicina,  nella  quale  Facoltà  no- 
minato dottore,  si  rese  finalmente  a  Parigi  il  28  mag- 
gio 1788,  ove  morì  il  6  aprile  i833  senza  mai  farsi  na- 
turalizzare francese  ,  e  lasciando  la  sua  biblioteca  al 
ginnasio    di  Scio. 

Questo  laborioso  medico,  letterato  ed  ellenista  si  di- 
stinse con  opere  moltissime.  Io  tralascerò  di  parlare 
delle  belle  edizioni  di  greci  autori,  delle  traduzioni  de' 
Caratteri  di  Teofrasto  ,  della  Geografìa  di  Strabone  , 
dell'  opera  del  nostro  Beccaria  dei  delitti  e  delle  pene  ecc., 
ma  mi  limiterò  ad  accennare  le  sue  cose  mediche  ,  e 
quanto  si  riferisce  al   presente  trattato. 

La  sua  tesi  inaugurale  portò  il  titolo  di  Pyretolo- 
gia?  synopsis.  Montpellier  1786  in  t\.°.  Divenuto  me- 
dico diede  le  seguenti  versioni  :  La  medécine  clinique 
de  Selle  traduite  de  V allemanda  Montpellier,  1787.  — 
Introduction  à  Vètude  de  la  nature  et  de  la  mèdecine 
traduite  de  Vallèmand  de  Selle-,  Montpellier,  1795.  — 
Vademecum  du  mcdecin  ,  ou  Precis  de  mèdecine  pra^ 
tique,  eoctrait  des  ouvrages  des  plus  celebre s  mèdecins, 
trad.  de  Vanglais.  Paris,  1796.  —  Esquise  d^une  hi- 
stoire  de  la  mèdecine  et  de  là  chirurgie  depuis  leur 
commencemenl  jusquà  nos  jouj-s:  traduit  de  Vanglais 
de  JBlak.  Paris,  1797.  —  Galiène  et  Xénocrate  sur  la 
nouriture  tirèe  des  animawr.  aquatiques.  en  grec.  Pa- 
ris, 181 4,  in  8.°  avec  des  notes  grecques. 


125 

Tratte  & Hippoc rate  des  airs^  des  eaucr  et  des  lieux. 
Traduction  nouvelle  avec  le  teacte  grec  collationné  sur 
deucc  manuscrits^  des  notes  critiques^  historiques  et  mé- 
dicales,  un  disco urs  preliminare^  un  tableau  comparatif 
des  vents  anciens  et  modernes^  une  carte  gèographique^ 
et  les  index  nècessaires ,  i  voi.  in  8.°  Paris  de  l'impri- 
merle de  Baudelot  et  Eberhart.   L'an  IX  (1800). 

L'edizione  fu  fatta  a  spese  di  alcuni  Greci  generosi 
e  in  meno  di  quindici  anni  trovossi  esaurita.  Nel  1810 
fa  quest'opera  coronata  del  premio  decennale  dell'Isti- 
tuto di  Francia  dietro  il  rapporto  del  Jury  ,  il  quale 
giudicò  che  le  osservazioni  del  Coray  avevano  sparso 
sul  trattato  d'Ippocrate  una  chiarezza  nuova;  che  il 
numero  de' passi  ch'egli  aveva  restituiti,  corretti  e  spie- 
gati in  una  maniera  soddisfacente  era  degna  di  conside- 
razione }  che  la  sagacia  della  sua  critica  e  la  felicità 
delle  sue  congetture  lo  conducevano  sovente  sino  all'  e- 
videnza  \  che  la  filologia  e  la  scienza  medica,  sparse  con 
scelta  e  senza  profusione  nelle  note,  rendono  la  lettura 
di   questo  trattato  non  meno  interessante  che  istruttiva. 

Nel  181 6  il  Coray  fece  ristampare  da  Eberhart  il 
testo  greco  del  trattato  e  la  traduzione  francese  senza 
note,  proponendosi  di  rifarle  affatto.  A  questa  ristampa 
unì  il  testo  greco  e  la  traduzione  francese  della  legge 
d'Ippocrate,  ed  il  testo  greco  del  trattato  di  Galeno, 
il  miglior  medico  deve  essere  anche  filosofo.  Il  volume 
termina  con  note  in  greco  antico  sui  due  trattati  ag- 
giunti a  questa  edizione,  e  con  uno  specimen  di  un  fram- 
mento dei  precetti   d'  Ippocrate  corretti  e  spiegati. 

Il  riparto  fatto  dal  Coray  del  nostro  trattato  e  le 
correzioni  da  esso  fatte  furono  adottale  da  Chaillj  di 
Versailles  nella  edizione    che   fece    (Paris,  181 7  cfcez 


126 

Delalain  in  i6.°)  del  lesto,  non  che  per  la  sua  tradu- 
zione letterale  francese. 

Il  dottor  Hoeglrauller  riprodusse  in  tedesco  la  ver- 
sione e  le  note  dello  stesso  Coray  e  le  pubblicò  a 
Vienna  nel  i8o4  in  un  volume  in   8.° 

Comparve  a  Madrid  nel  1808  anche  una  traduzione 
spagnuola  del  discorso  preliminare  e  del  testo  del  pre- 
sente trattato  fatta  dal  prof.  D.  Francesco  Bonafon  ,  il 
quale  vi  aggiuuse  un  proprio  prologo  (  Trad.  ). 


SULLE  ARIE,  SULLE  ACQUE  E  SUI  LUOGHI 


TRATTATO 

IW  a  9  2 :■:*  <B  ìk  À  W  a  (i) 


CAPITOLO  PRIMO. 


INTRODUZIONE. 


I.  Chi  si  prefigge  esatte  ricerche  in  medicina  deve 
primieramente  considerare  le  stagioni  dell'  anno  ed  i 
loro  effetti.  Giacché  ben  lungi  dall' assomigliarsi,  elleno 
son  diverse,  né  soltanto  le  une  dalle  altre,  ma  ciascuna 
è  iti  sé  stessa  soggetta  a  variazioni.  Conoscere  gli  è 
d'  uopo  i  venti  caldi  ed  i  freddi  ,  e  prima  quelli ,  che 
sono  comuni  a  tutti  i  popoli  ,  indi  li  proprj  di  ciascuu 
paese.  Deve  finalmente  esaminare  le  proprietà  delle 
acque,  le  quali  siccome  pel  sapore  e  pel  peso,  posson 
pure  diversificare  in  virtù  tra  di  loro. 

II.  Così  chi  arriva  in  una  città  che  non  per  anco 
gli  è  nota,  cerchi  avverarne  la  posizione  :  ed  il  modo 
in  cui  sta  rispetto  ai  venti  ed  al  levare  del  sole }  poiché 
prova  effetti  diversi  una  città  esposta  a  settentrione  ed 
altra  che  Io  è  a  meriggio,  e  Io  stesso  dicasi  di  una  ri- 
volta a  levante,  e  d'altra  a  ponente.  E  su  ciò  porre  de- 
vesi  molta  attenzione. 


128 

III.  Indagar  deve  qua!  sia  la  natura  delle  acque, 
delle  quali  si  fa  uso  ,  se  palustri,  molli  ovvero  dure: 
se  provengano  da  luoghi  alti  e  da  rocce,  o  se  sieno  sal- 
mastre e  crude. 

IV.  Gonviengli  in  oltre  osservare  se  il  terreno  è 
nudo  e  secco,  piuttosto  che  coperto  ed  umido}  se  è  in«* 
fossato  e  caldo,  se  alto  e  freddo. 

V.  Saper  finalmente  procuri  qual  modo  di  vivere 
agli  abitanti  sia  prediletto  :  se  mangioni  o  beoni  e  dati 
all'  ozio,  o  se  operosi  e  tolleranti  delle  fatiche  mangino 
molto,  ma  sieno  nel  bevere  moderati.  Tutto  ciò  è  ne- 
cessario d'investigare. 

VI.  Il  medico  cui  ben  note  saranno  tutte  queste 
cose,  o  almeno  la  maggior  parte  di  esse  ,  saprà  cono- 
scere la  natura  del  luogo  dove  giunge,  e  le  malattie 
particolari  che  vi  dominano  \  né  potrà  errare  nel  cu- 
rarle. L'  opposto  accadere  dovendo  a  coloro,  che  da 
prima   non  si  saranno  procurate  tali  cognizioni. 

VII.  Istrutto  del  cangiarsi  d}  ogni  stagione  e  della 
costituzione  dell' auno  agevole  gli  sarà  predire  quali 
malattie  d'  uniforme  natura  regneranno  comunemente 
nella  città  sì  nelF  estate  che  nelP  inverno,  e  quali  sof- 
frire dovrà  ciascun  abitante  pel  diverso  modo  di  vivere. 
Imperocché  col  porsi  al  fatto  dei  diversi  cambiamenti 
delle  stagioni  ,  del  sorgere  o  tramontare  degli  astri  e 
del  modo  con  cui  tutto  ciò  succede,  egli  saprà  qual  sia 
per  essere  la  costituzione  del  futuro  anno.  Così  ,  inda- 
gando e  prevedendo  le  opportune  circostanze  de'  tem- 
pi, perverrà  a  conoscere  quanto  in  particolar  modo 
importa  a  ridonare  a  molti  la  salute  ed  a  battere  la 
medica  carriera  colla  maggior  gloria  (2). 

VII.  Se  ad  alcuno  queste  indagini  (3)  sembrassero 
frivolezze    meteorologiche ,  quando    altrimenti   rifletta, 


12$ 

ben  s'avvedrà,  che  l'astronomia  (4),  lungi  dall'essere 
inutile  alla  medicina,  assai  invece  le  giova  }  giacché  lo 
stato  del  ventre  cangiasi  con  quello  delle  stagioni  (5). 

Vili.  Ora  vengo  ad  esporre  minutamente  il  modo 
con  cui  far  debbansi  le  singole  ricerche,  che  ho  sin  qui 
indicate. 

CAPITOLO    II. 

DEI    CLIMI  (6). 

IX.  Qualunque  città  trovasi  esposta  a  caldi  venti  , 
che  spirano  cioè  tra  1'  oriente  ed  occaso  invernali  ,  ed 
anzi  ha  tali  venti  famigliari  non  provando  que'  di  set- 
tentrione^ abbondanti  ha  le  acque,  però  salmastre  e  su- 
perficiali ,  onde  calde  nella  state  e  fredde  nell'  inverno. 
Esse  sono  contrarie  alla  salute  dell'  uomo  ,  e  cagionare 
gli   devono  diverse  malattie  (7). 

X.  Ivi  una  ferita,  per  qualunque  cagione  sia  avve- 
nuta ,  facilmente  si  cangerà  in  ulcera  corrodente  (8). 
Allorché  il  verno  è  freddo  quelli  abitanti  hanno  la  te- 
sta umida  e  piena  di  pituita  :  e  questa  pituita  scarican- 
dosi sul  ventre  frequentemente  lo  disturberà.  Per  la 
maggior  parte  sono  essi  senza  forza  ,  mangiano  e  be- 
vono poco,  e  siccome  hanno  debole  la  testa,  sopportar 
non  possono  il  vino,  il  cui  eccesso  generalmente  è  loro 
in  ispecial  modo  dannoso  (9). 

XI.  Circa  alli  mali  ivi  volgari  ,  le  donne  sono  in- 
fermicce,  e  soggette  a  perdite  uterine  5  molte  sono  ste- 
rili piuttosto  per  malattia  che  per  natura  ,  o  frequen- 
temente abortiscono. 

XII.  Li   fanciulli   vengono  presi   da    convulsioni  ,    e 
Snir  aria  ,  ecc.  Trattato.  9 


i3o 

dall'  asma,   malattie  che  attribuite  essendo  alla  divinità 
furon  dette  sacre  (io). 

XIII.  Gli  uomini  sottoposti  sono  alle  dissenterie  , 
alle  diarree,  alle  epiali  (i  i),  alle  febbri  lunghe  d'inver- 
no, a  molte  epinittidi  (12)  ed  alle  emorroidi  ;  di  raro 
invece  alle  pleuritici ,  alle  peripneuraonie  (i3),  alle  feb- 
bri ardenti,  ed  a  quelli  che  diconsi  morbi  acuti,  né  per 
verità  regnare  possono  simili  mali  ove  il  ventre  è  rila- 
sciato. 

XIV.  Ivi  nascono  pure  le  oftalmie  umide,  né  gravi 
né  lunghe,  quando  domini  una  malattia  epidemica  (i^) 
prodotta  da  cambiamenti  di  stagione.  Allorché  sono 
scorsi  li  cinquant'  anni  si  generano  catarri  al  cervello 
che  rendono  gli  uomini  paraplettici  ogni  qualvolta  che 
repentinamente  espongano  il  capo  al  sole  o  al  freddo. 
Tali  sono  le  malattie  particolari  agli  abitanti  delle  dette 
città,  i  quali  pur  anche  partecipano  a  quelle  generali 
prodotte  da'cambiamenti  di  stagioni. 

XV.  Per  le  città  che  sono  situate  al  contrario  di 
quanto  or  si  disse,  e  che  abitualmente  ricevono  li  venti 
freddi  che  soffiano  tra  il  levante  ed  il  ponente  estivi  , 
e  trovansi  riparate  dai  venti  umidi  e  caldi  ,  notasi  per 
esse  ciò  che  segue.  Primieramente  le  acque  vi  sono  dure 
e  fredde,  e  difficile  è  renderle  migliori. 

XVI.  Per  necessità  gli  uomini  esser  devono  robusti 
e  secchi.  In  generale  la  parte  bassa  del  loro  ventre  è 
costipata,  ed  umida  invece  la  superiore.  Sono  essi  piut- 
tosto biliosi  che  pituitosi.  Hanno  la  testa  sana  e  fer- 
ma, e  disposti  sono   alla  rottura  de' vasi. 

XVII.  Le  malattie  che  regnano  epidemiche  tra  di 
loro  sono  le  pleuritidi  e  tutte  quelle,  che  acute  si  chia- 
mano, e  non  altrimenti  avvenire  deve  per  chi  ha  I'  alvo 
duro.    La  più  piccola  causa  spesso  ba^la  per  dar  luogo 


i3i 

a  suppurazioni  polmonari  ,  ma  la  principale  sta  nella 
tensione  del  corpo  e  nella  durezza  del  ventre.  Dalla  ri- 
gidità, del  corpo  congiunta  colla  freddezza  delle  acque 
deriva  il  facile  rompersi  de' vasi.  Gli  uomini  di  tale  tem- 
peramento mangiano  molto  e  bevono  poco  ;  poiché  non 
è  possibile  sieno  nel  medesimo  tempo  grandi  mangia- 
tori e  grandi  bevitori  (i5). 

XVIII.  Le  oftalmie  si  manifestano  di  quando  in 
quando,  pertinaci  però  e  sì  forti  da  cagionare  rottura 
dell'  occhio.  Quelli  che  giunti  ancora  non  sono  all'  età 
di  trentanni  provano  nelP  estate  forti  emorragie  nasa- 
li }  e  li  morbi  che  diconsi  sacri  se  di  rado  si  mostra- 
no, sono  per  altro  veementi. 

XIX.  E  ben  naturale  che  questi  uomini  vivano  più 
lungamente  }  che  le  ulceri  in  essi  non  sieno  né  bavose,  né 
facili  a  dilatarsi  :  e  che  abbiano  costumi  più  rozzi  che 
dolci  (16).  Tali  sono  le  malattie  proprie  agli  abitanti  di 
dette  città,  soffrendo  eglino  però  ugualmente  quelle  che 
dipendono  dalli  cambiamenti  delle  stagioni  (17). 

XX.  Delle  donne  molte  diventano  sterili  per  le  acque 
dure  ,  crude  e  fredde.  Nou  hanno  purghe  mensili  facili, 
ma  scarse  e  di  cattiva  qualità.  Partoriscono  in  oltre  con 
difficoltà,  e  di  rado  si  sconciano.  Quando  poi  siensi 
sgravate,  nutrire  non  possono  il  neonato,  poiché  la  du- 
rezza e  crudità  delle  acque  estinguono  in  esse  il  latte. 
Al  parto  frequente  seguono  le  tisi  ,  poiché  gli  sforzi 
ragionano  stirature  e  rotture. 

XXI.  Ne'  fanciulli,  quanto  più  teneri  sono,  meglio 
comparisce  1'  idropisia  dello  scroto  ,  la  quale  va  dissi- 
pandosi coli'  avanzare  dell'  età.  In  questi  paesi  tarda  è 
la   pubertà  (18). 

Così  stanno  le  cose  circa  li  venti  caldi  e  li  freddi  , 
e  circa  le  città   che   loro  sono  esposte. 


102 


XXII.  Ora  dirò  delle  città  le  quali  rieevono  li  venti 
che  soffiano  tra  il  levante  estivo  e  V  invernale  ,  e  di 
quelle  che  trovansi  in  opposta  situazione.  Le  città  ri- 
volte all' oriente  devono  per  natura  essere  più  salubri , 
di  quelle  che  guardano  al  nord,  e  delle  altre  esposte  ai 
venti  caldi,  quand'  anche  queste  città  non  fossero  tra  di 
loro  distanti  che  un  solo  stadio.  In  prima  perchè  più  mo- 
derato vi  è  tanto  il  calore  che  il  freddo,  indi  perchè  le 
acque  delle  sorgenti  percosse  dal  levare  del  sole  sono 
necessariamente  limpide  ,  senza  odore  ,  molli  e  grate  a 
bersi  ,  venendo  elleno  corrette  da1  nascenti  raggi  del 
sole  ,  soliti  a  dissipare  la  nebbia  che  d'  ordinario  in- 
gombra 1'  atmosfera  alla  mattina. 

XXIII.  Gli  uomini  hanno  un  colorito  più  vivace  e 
florido  a  meno  che  qualche  malattia  si  opponga.  La 
loro  voce  è  chiara  (19)  ,  e  sono  più  dolci  e  perspicaci 
che  non  quelli  delle  città  esposte  a  settentrione.  E  così 
pure  tutto  ciò  che  ivi  nasce  è  migliore. 

XXIV.  La  moderazione  del  freddo  e  del  caldo  fa 
che  le  città  così  poste  abbiano  una  temperatura  di  pri- 
mavera. Ivi  le  malattie  sono  in  minor  numero  ,  meno 
forti  ,  e  simili  a  quelle  dominanti  nelle  città  esposte  a 
venti  caldi.  Assai  feconde  vi  sono  le  donne,  e  facilmente 
partoriscono. 

Anche  per  questi  luoghi  si  è  detto  come  slieno  le 
cose. 

XXV.  Le  città  rivolte  ad  occidente  ,  che  son  ripa- 
rate da  venti  di  levante  e  appena  tocche  sì  da  quelli 
boreali  che  dagli  australi,  devono  per  necessità  essere 
insalubri  al  sommo.  Primieramente  le  loro  acque  non 
sono  limpide  ,  poiché  i  vapori  che  per  lo  più  di  mat- 
tina ingombrano  V  aria  ,  s'  immischiano  con  esse  alte- 
randone la  trasparenza,  ne  possono  sentire  il  beneficio 


i33 

del  sole  se  non  quando  è  molto  innalzato  sull'  orizzonte. 
In  secondo  luogo  nel  mattino  d'  estate  spirano  freschi 
venticelli,  e  cade  rugiada }  e  quando  poi  il  sole  verge 
all'occaso  riscalda  eccessivamente  gli  abitatori.  Dal  che 
avvenir  deve  eh1  essi  sieno  pallidi  ,  infermicci  e  soggetti 
a  tutte  queìle  malattie  che  rammentate  si  sono,  senza 
che  alcuna  sia  loro  particolare.  Hanno  la  voce  bassa  e 
rauca  per  l'aria  sovente  impura  e  malsana}  non  è  que- 
sta agitata  dalla  forza  de' venti  settentrionali  ch'ivi  non 
si  fanno  sentire,  mentre  quelli  che  dominano  continua- 
mente sono  umidissimi  e  tali  infatti  esser  devono  gli 
occidentali. 

XXVI.  La  temperatura  delle  città,  che  sono  così  espo- 
ste, è  analoga  a  quella  dell'autunno  per  le  alternative 
che  in  essa  avvengono  si  alla  mattina   che  alla    sera. 

Così  stanno  le  cose  rispetto  ai  venti  salubri  ed  a 
quelli  che  non  Io  sono. 

CAPITOLO  III. 

DELLE    ACQUE. 

XXVII.  Ora  vengo  a  dire  delle  acque,  quali  sieno 
cioè  le  sane  e  quali  le  nocive  ,  e  quanto  di  bene  e  di 
male  nascere  può  dalle  medesime,  grande  essendo  l'in- 
fluenza loro  sulla  salute. 

XXVIII.  Le  acque  paludose,  stagnanti  e  non  smosse 
per  necessità  divengono  nell'estate  calde,  dense  e  puz- 
zolenti. Scaricantisi  non  mai,  ma  accresciute  dalle  piog- 
ge e  continuamente  riscaldate  dal  sole  ,  alterare  si  de- 
vono pel  calore  ,  farsi  cattive  e  proprie  ad  accrescere 
la  bile.  Nell'inverno  invece,  dalle  nevi  e  dal  ghiaccio 
rese  freddissime  e  torbide,  generano  pituita  e  raucedine. 


i34 

XXIX.  A  chi  ne  beve  sempre  si  fa  la  milza  grossa 
e  pesante  ,  il  ventre  duro  ,  teso  e  caldo  ,  le  spalle  ,  il 
collo  e  la  faccia  assai  dimagrano.  Le  carni  diminuiscono 
a  spese  della  milza,  onde  la  emaciazione.  Tali  indivi- 
dui assai  mangiano  e  bevono.  Ed  hanno  talmente  secca 
tanto  la  parte  superiore,  quanto  la  inferiore  del  ventre, 
che  de1  più  forti  rimedi  abbisognano  (20).  Da  tale  ma- 
lattia sono  eglino  affetti  sì  nelF  estate  che  nelF  inverno. 

XXX.  Seguono  poi  le  idropisie  raicidialissime.  Poi- 
ché chi  fa  uso  di  quelle  acque  vien  preso  ripetutamente 
nelF  estate  da  dissenterie  ,  da  diarrea  e  da  febbri  quar- 
tane lunghissime  ,  e  queste  finiscono  col  render  idro- 
pico e  dar  la  morte  (21).  Ecco  le  malattie  ivi  comuni 
nelF  estate. 

XXXI.  Neil'  inverno  poi  le  peripneumonie  e  le  af- 
fezioni maniache  colpiscono  i  giovani,  come  le  febbri 
ardenti  i  vecchi  per  F  alvina  costipazione. 

XXXII.  Sono  le  donne  soggette  agli  edema  ed  alle 
leucoflemmasie.  Con  difficoltà  concepiscono  e  partori- 
scono. I  bambini  eh'  esse  danno  alla  luce  da  principio 
sono  grossi  e  tumidi  ,  indi  coli'  alimentarli  dimagrano 
e  si  fanno  peggiori.  Né  le  purghe  dopo  il  parto  sono 
quali  essere  devono. 

XXXIIL  Le  ernie  sono  famigliarissime  ai  fanciulli, 
come  le  varici  e  le  ulceri  delle  gambe  agli  uomini,  do- 
tati questi  di  tale  natura  non  possono  trarre  lunga  la 
vita  ,  ma  presto  loro  sopraggiunge  la  vecchiaia. 

XXXIV.  Inoltre  avviene,  che  le  donne  credonsi  in- 
cinte ,  e  quando  è  giunta  F  epoca  del  parto  ,  il  volume 
del  ventre  sparisce,  giacché  tal  pretesa  gravidanza  con- 
sisteva nelF  idropisia    dell'  utero. 

Simili  acque  sono  da  me  tenute  per  cattive  sotto 
qualunque  aspetto. 


i35 

XXXV.  A  queste  per  mala  qualità  tengono  dietro 
quelle  altre  che  scaturiscono  sia  dai  sassi  (22)  (  per  ne- 
cessità essendo  allora  dure),  sia  dal  suolo  ove  trovatisi 
acque  calde  ,  sia  da  quello  che  racchiude  ferro  ,  rame, 
argento,  oro,  zolfo,  allume  (23),  asfalto  o  nitro  (24), 
sostanze  tutte  generate  dal  calore.  Le  acque  uscendo 
da  terre  siffatte  non  possono  essere  buone  ,  ma  bensì 
dure  e  riscaldanti  \  diffìcilmente  passano  per  orina  e 
piuttosto  generano  stitichezza. 

XXXVI.  Le  acque  migliori  sono  quelle  che  sorgono 
da' luoghi  eminenti  e  da  colline  di  terra:  poiché  sono 
grate  al  gusto  e  chiare  :  e  sopportar  possono  una  pic- 
cola quantità  di  vino.  Trovansi  calde  nelP  inverno  e 
fredde  nell'  estate  uscendo  da  profondissime  sorgenti. 
Grandemente  sono  poi  da  lodarsi  quelle  che  derivano 
da  fonti  esposte  a  levante  e  specialmente  al  levante  e- 
stivo  :  poiché  sono  per  necessità  più  limpide  ,  prive  di 
ogni  cattivo  odore  e  leggiere. 

XXXVII.  Tutte  le  acque  salse,  crude  e  dure  non 
sono  buone  a  beversi ,  v'hanno  però  alcuni  tempera- 
menti e  certe  malattie  ,  ove  queste  acque  convengono. 
E  di  queste  fra  poco  dirò.  Ecco  ciò  che  resta  a  notarsi. 

XXXVIII.  Le  acque  migliori  sono  quelle  le  cui  sor- 
genti guardano  il  mezzo  tra  i  punti  ,  da'  quali  nasce  il 
sole  :  seguono  le  altre  che  scorrono  verso  1'  oriente  e 
verso  T occaso  estivi,  ma  inclinano  di  più  al  primo 
punto:  tengono  il  terzo  luogo  le  nascenti  tra  il  ponente 
estivo  e  l'invernale.  Peggiori  di  tutte  sono  le  acque  ri- 
volte al  vento  di  mezzodì ,  come  pure  le  altre  che  na- 
scono tra  il  levante  ed  il  ponente  invernali,  e  di  queste 
assaissimo  cattive  quelle  che  sono  affatto  esposte  ad  au- 
stro ,  meno  se  tendono  a  settentrione. 

XXXIX.  Circa  Fuso  delle  acque:,  chiunque  è  sano 


i36 

e  robusto  bever  deve  senza  distinzione  alcuna  quelle  clic 
ha.  Che  se  a  cagione  di  malattia  sceglier  gli  è  d'  uopo 
l'acqua  a  lui  più  conveniente,  osservando  quando  se- 
gue ,  acquistar  potrà  perfetta  salute. 

XL.  Coloro  che  hanno  il  ventre  duro  ,  e  sono  di- 
sposti alle  infiammazioni,  troveranno  vantaggiose  le  a- 
cque  dolcissime,  leggierissime  e  limpidissime.  Invece  le 
acque  durissime,  crudissime  e  salmastre  meglio  conver- 
ranno a  chi  ha  il  ventre  molle  ,  umido  e  pituitoso,  po- 
tendo in  tal  modo   perdere  1'  umidità. 

XLI.  Imperocché  tutte  le  acque  che  meglio  servono 
a  cuocere,  e  sono  assai  molli  devono  pur  essere  molto 
opportune  a  sciogliere  e  tener  lubrico  il  ventre,  mentre 
che  le  crude  e  dure  e  che  non  corrispondono  alla  cot- 
tura   Io    rendono  costipato  e  secco. 

XLII.  E  circa  le  acque  salse  ,  per  difetto  d'  espe- 
rienza ingannati  vivono  coloro,  che  le  riguardano  come 
purganti  e  solventi }  giacche  infatti  si  mostrano  contra- 
rie al  rilasciamento  ed  al  secesso.  Crude  essendo  e  poco 
atte  a  cuocere  stringono  piuttosto  che  sciogliere  il  ven- 
tre. E  ciò  è  quanto  riguarda  le  acque  di  sorgente  (25). 

XLIII.  Ora  vengo  a  dire  di  quelle  di  pioggia  e 
delle  altre,  che  dalla  neve  si  hanno  (26).  Sono  le  prime 
tra  le  acque  tutte  le  più  leggiere  ,  le  più  dolci ,  le  più 
sottili  e  le  più  limpide,  poiché  il  sole  estrae  ed  innalza 
ciò  che  è  più  tenue  e  leggiero  (27).  Nel  sale  se  uè  ha 
la  prova.  La  parte  salsa  rimane,  attesa  la  sua  densità  e 
il  suo  peso,  e  così  formasi  il  sale,  tratto  a  se  avendo  il 
sole,  quanto  eravi  di  più  tenue  e  leggiero. 

XLIV  Nò  il  sole  leva  soltanto  la  parte  più  sottile  e 
leggiera  alle  acque  delle  paludi,  ma  altresì  a  quelle  del 
mare,  non  che  ai  corpi  che  contengono  umidità,  e  ve- 


lì? 

rnmenle  nessuno  uè  privo.  E  finalmente  anche  agli 
uomini  toglie  qualunque  più  tenue  e  leggiero  umore. 

XLV.  Serve  a  ciò  di  valida  conferma  l'osservare  , 
che  ogni  qualvolta  alcuno  siede  o  cammina  coperto  dalle 
vesti  ,  le  parti  a  nudo  esposte  al  sole  non  mostransi 
bagnate,  poiché  il  sole  quanto  compare  di  sudore  tutto 
a  sé  attrae.  Quando  in  vece  accade  che  promovendosi 
e  spremendosi  bensì  il  sudore  dal  sole  ,  ma  impedendo 
le  vesti  o  altra  cosa  che  quello  sia  da  questo  dissipato 
1'  uomo  trovasi  inumidito.  E  così  s'egli  passa  all'om- 
bra, il  suo  corpo  tutto  vedrassi  coperto  di  sudore,  poi- 
ché cessata  è  I'  azione  del  sole. 

XLVI.  Per  la  stessa  cagione  i'  acqua  di  pioggia  è 
la  più  pronta  a  guastarsi  e  prender  cattivo  odore  ,  ri- 
sultando ella  di  un  miscuglio  d'  altre  sostanze  non  può 
a  meno  di  passare  alla  corruzione. 

XLVII.  Tutti  gli  speciali  vapori  dopo  essere  stati  dal 
sole  attratti  ed  innalzati  ,  immischiansl  coli'  aria  ,  che 
seco  ovunque  li  trasporta.  Allora  la  parte  loro  più  tor- 
bida ed  opaca  si  separa  e  forma  aria  e  nebbia  }  mentre 
il  restante  più  sottile  e  più  leggiero  rimane  ,  e  nelP  es- 
sere riscaldato  e  cotto  dal  sole  diviene  dolce  :  ciò  che 
accade  per  qualunque  altra  sostanza  ,  quando  venga 
cotta. 

XLVIII.  Sino  a  che  queste  parti  sottili  e  leggiere 
sono  disperse  senza  avere  ancora  acquistata  alcuna  con- 
sistenza esse  continuano  a  portarsi  verso  le  regioni  su- 
periori. Quando  poi  da  venti  tra  loro  contrarli  sieno  ra- 
pidamente insieme  raccolte  e  strette,  si  rompono  in 
quella  parte  dove  trovansi  maggiormente  addensate.  E 
ciò  specialmente  succeder  deve  ogni  qual  volta  che  nubi 
spinte  da  vento  impetuoso  ad  un  tratto  vengono  ri- 
spinte  da  altre  nubi  pur  elleno  urtate  da  un  vento  op- 


j38 

posto.  Allora  quelle  che  precedono  acquistano  densità, 
densità  che  fassi  maggiore  per  altre  nubi,  che  tengono 
dietro.  In  tal  modo  cresce  la  loro  massa,  e  fattesi  nere 
per  il  peso  si  rompono  e  precipitano  in  pioggia.  Que- 
ste acque  esser  devono  le  migliori.  Hanno  però  bisogno 
di  essere  colte  e  purgate  ,  altrimenti  prendono  cattivo 
odore  e  cagionano  raucedine  ed  abbassamento  di  voce 
a  chi  ne  usa. 

XLIX.  Le  acque  che  si  ottengono  dalla  neve  e  dal 
ghiaccio  sono  tutte  cattive  (28),  giacché  dopo  aver  esse 
avuta  forma  concreta  ,  non  ricuperano  più  le  naturali 
loro  qualità.  Dissipato  essendosi  quanto  vi  era  di  lim- 
pido, di  leggiero  e  di  dolce,  non  resta  che  la  parte  più 
torbida  e  pesante. 

L.  Ciò  potrai  verificare  nel  modo  che  segue.  Se, 
riempito  un  vaso  di  una  daia  quantità  d'acqua,  lo 
esporrai  in  tempo  d'  inverno  all'  aria  aperta  onde  per- 
fettamente quella  si  geli,  indi  lo  porterai  in  luogo  caldo, 
onde  il  ghiaccio  completamente  si  fonda,  misurato  che 
avrai  il  liquido  ottenuto,  lo  troverai  in  minor  quantità. 
Prova  questo  fatto  (29)  che  colla  congelazione,  quanto 
v'  ha  di  più  leggiero  e  di  più  tenue  si  svolge  e  perde  , 
ciò  che  accadere  non  può  della  parte  più  densa  e  grave, 
la  quale  restar  deve.  E  per  tale  ragione  che  pessime 
sotto  ogni  aspetto  io  giudico  le  acque  risultanti  dalla 
neve  o  dal  ghiaccio,  o  quelle  che  loro  sono  analoghe. 
Ecco  dunque  come  stanno  le  cose  circa  le  acque  di 
pioggia,  e  circa  le  altre,  che  dalla  neve  e  dal  ghiaccio 
si  ottengono. 

LI.  Vanno  assai  soggetti  alla  pietra  ,  alla  malattia 
de' reni,  alla  stranguria,  all' ischiade  ed  alle  ernie  co- 
loro che  bevono  ogni  sorta  di  acque,  quelle  di  fiume,  in 
cui  altre  si  scaricano,  quelle  di  paludi  formate   da  riga- 


i3c) 
gnoli  eli  molte  e  diverse  acque,  e  quelle  che  non  da  vi- 
cina, ma  da  lontana  sorgente  derivano. 

LII.  Poiché  egli  non  è  possibile  che  tali  acque 
tutte  sieno  di  un  eguale  natura.  Ma  le  une  essendo 
dolci  altre  salse  ed  alluminose  ,  ed  alcune  uscendo  da 
luoghi  caldi,  se  insieme  immischiatisi  tra  loro  ,  respin- 
gonsi,  e  quella  che  è  più  potente  la  vince.  Nò  sempre 
la  stessa  è  la  più  forte,  or  1'  una  or  l1  altra  riesce  tale. 
A  questa  dà  forza  Borea,  a  quella  Austro,  e  così  dicasi 
per  altri  venti.  Le  acque  di  cui  si  parla  devono  per  ne- 
cessità deporre  fango  ed  arena  ne'  vasi  ove  stanno,  e  a 
produrre  in  chi  ne  beve  le  malattie  che  ho  accennale. 
Perchè  poi  ciò  non  avvenga  in  tutti  gli  uomini  ora  verrò 
a  dire. 

LUI.  Coloro,  che  hanno  il  ventre  libero  e  sano,  la 
cui  vescica  non  è  riscaldata,  ne  il  di  lei  collo  molto  ri- 
stretto, orinano  facilmente}  e  nella  vescica  non  possono 
farsi  concrezioni.  In  quelli  che  in  vece,  ne'  quali  il  ven- 
tre è  ardente,  deve  per  necessità  anche  la  vescica  di- 
venir tale,  e  se  questa  trovasi  riscaldata  più  che  natura 
il  comporta,  anche  il  suo  collo  devesi  infiammare.  Al- 
lora non  si  scaricano  le  orine,  ma  trattenute  si  cuocono 
e  riscaldano,  ciò  che  per  altro  di  più  tenue  si  trova  in 
esse  viene  separato  ,  e  la  parte  più  dura  passa  ed  esce 
coli'  orina,  quanto  invece  v,'  ha  di  più  denso  e  torbido 
si  raccoglie  e  si  rappiglia  in  leggier  grado  da  prima,  po- 
scia in  maggiore.  E  questa  concrezione  aggirandosi  nel- 
1  orina  ,  ciò  che  vi  trova  di  denso  a  sé  stessa  adatta  , 
e  così  ingrossa  ed  acquista  durezza. 

LIV.  Neil' atto  di  doversi  evacuare  T  orina  ,  quel 
corpo  spinto  da  questo  fluido  al  collo  della  vescica  ne 
impedisce  la  uscita  e  desta  dolore  veemente.  Per  tal 
motivo  li  fanciulli  affetti  da  pietra  fregano  e   stirano  la 


l/|0 

verga,  loro  sembrando  stare  In  essa  la  cagione  della 
difficoltà  di  orinare. 

LV.  Uria  prova  poi  dell'  essere  veramente  la  cosa 
come  veniamo  di  esporla  sta  in  ciò  ,  che  li  calcolosi 
scaricano  orine  limpidissime  simili  al  siero  di  latte,  re- 
stando, e  facendosi  concreto  quanto  v'  ha  di  più  spesso 
e  di  più  torbido.  Ecco  in  qual  modo  molti  divengono 
calcolosi. 

LVI.  Sì  genera  pure  la  pietra  ne'  bambini  se  il  latte 
non  è  salubre,  ma  calido  e  bilioso  ,  imperocché  questo 
riscaldando  assai  il  ventre  e  la  vescica  ,  fattasi  ardente 
l'orina,  si  generano  pietre.  Ed  io  ritengo  essere  meglio 
dare  ai  fanciulli  il  vino  assai  diluto  con  acqua  ,  perche 
meno  riscalda  e  secca  le  vene. 

LVII.  La  stessa  cosa  non  avviene  nelle  donne , 
nelle  quali  1'  uretra  è  più  corta  ,  più  larga,  e  più  facil- 
mente l'orina  si  scarica.  Elleno  non  fregano  le  parti 
sessuali  come  fanno  li  maschi,  né  toccano  la  estremità 
dell'  uretra  che  si  apre  tra  le  pudende.  Essendo  poi  in 
esse  li  condotti  dell'  orina  più  ampj  bevono  più  che  li 
fanciulli.  Così  adunque  su  questo  argomento  stanno  le 
cose,  o  almeno  da  quanto  si  è  detto  molto  non  si  di- 
scostano. 

CAPITOLO  IV. 

\ 

DELLE    STAGIONI. 

LVIII.  Circa  gli  anni  poi  ,  mediante  1'  osservazione 
giungere  potrassi  a  conoscere  quale  di  essi  sia  per  es- 
sere salubre  e  quale  morbifero  (3o).  In  fatti  se  li  segni, 
che  accompagnano  il  levare  e  il  tramontare  degli  astri 
saranno  quali  esser  devono,  se   pioverà  in  autunno,  se 


,4. 

moderato  sarà  V  inverno,  cioè  ne  mollo  dolce,  né  oltre- 
modo freddo,  e  se  nella  primavera  e  nell'estate  ca- 
dranno a  suo  tempo  le  piogge,  l'anno  esser  dovrà  sa- 
luberrimo. 

LIX.  Se  in  vece  sarà  1'  inverno  secco  e  boreale  , 
la  primavera  piovosa  ed  australe,  per  necessità  1'  estate 
seco  trarrà  febbri  ed  ottalmie.  E  veramente  se  ad  un 
tratto  comparisce  il  caldo,  e  se  la  terra  è  molle  per  le 
piogge  di  primavera  e  pel  dominare  dell'austro,  forza 
e  che  il  caldo  si  raddoppii  tanto  per  1'  umido  calore  del 
suolo,  che  per  1'  ardore  del  sole.  Allora  il  ventre  sarà 
rilasciato,  come  il  cervello  zeppo  di  umori  ,  poiché  tale 
essendo  la  primavera  non  può  a  meno  di  accadere,  che 
il  corpo  e  le  carni  per  1'  umidità  acquistino  lassezza. 
Così  le  febbri  saranno  generalmente  acutissime,  ma  più 
per  li  pituitosi  ,  e  le  dissenterie  assaliranno  le  donne 
non  che  gli  uomini  di  un  umidissimo  temperamento. 
Queste  malattie  saranno  brevi  in  un'estate  secca,  più 
lunghe  in  una  piovosa. 

LX.  Che  se  col  levarsi  della  Canicola  compariscono 
piogge  e  temporali,  e  spirano  i  venti  etesii  ,  sperare  si 
può  che  cessino  tali  malattie  e  che  1'  autunno  possa  es- 
sere salubre.  Ma  se  1'  opposto  avviene,  è  a  temersi  che 
elleno  sieno  fatali  ai  fanciulli  ,  ed  alle  donne  piuttosto 
che  alli  vecchi,  e  che  si  cangino  (  per  coloro  che  sfug- 
giranno alla  morte)  in  febbre  degenerante  poi  in  idro- 
pisia. 

LXI.  Se  l' inverno  sarà  australe,  piovoso  e  dolce,  e 
la  primavera  boreale,  secca  ed  aspra,  avverrà  da  prima 
che  le  incinte,  le  quali  in  questa  ultima  stagione  do- 
vranno sgravarsi,  facilmente  si  sconcino}  che  se  poi  a 
giusto  termine  partoriscano,  i  bambini  saranno  deboli  ed 


i4* 

infermicci,  onde  o  tosto  muoiano,  o  vivano  magri,  de- 
boli   e  malsani.  Così  sarà  per  le  donne. 

LXII.  Una  tale  costituzione  cagiouerà  agli  altri  in- 
dividui dissenterie  ,  ottalmie  secche  ed  a  qualcuno  al- 
tresì catarro,  che  dal  capo  passerà  al  polmone.  Proba- 
bilmente saranno  presi  da  dissenteria  gli  uomini  flem- 
matici e  le  donne  ,  pel  loro  umido  temperamento  ab- 
bassandosi dal  capo  li  catarrali  umori.  Quando  in  vece 
per  il  calore  e  la  secchezza  delle  carni  saranno  li  bi- 
liosi esposti  alle  secche  ottalmie.  Nei  vecchi  abbonderà 
il  catarro  a  cagione  della  tenuità  e  rilasciamento  delle 
loro  vene,  e  così  gli  uni  saranno  colpiti  da  morte  im- 
provvisa ,  altri  da  paraplegia  in  questo  o  in  quel 
lato  (3i). 

LXIII.  Ogni  qualvolta  che  ad  un  inverno  australe, 
piovoso  e  caldo,  durante  il  quale  né  il  corpo  ne  le  sue 
vene  non  hanno  potuto  rinserrarsi,  tien  dietro  una  pri- 
mavera boreale,  secca  e  fredda  ,  il  cervello  che  espan- 
dere si  doveva  e  spurgarsi  dal  catarro  del  naso  e  delle 
fauci,  si  addensa  e  stringe.  Che  se  avviene  poi  che  li 
calori  dell'  estate  lo  trovino  in  quello  stato,  un  tal  bru- 
sco cambiamento  deve  produrre  le  summentovate  malat- 
tie, alle  quali  finalmente  tengono  dietro  le  lienterie  e 
le  idropi  per  la  difficoltà  che  il  ventre  prova  ad  essic- 
carsi. 

LX1V.  Se  1'  estate  è  piovosa  ed  australe,  né  diverso 
sia  P  autunno,  il  seguente  inverno  sarà  necessariamente 
morbifero.  GP  individui  d'  un  temperamento  flemmatico 
e  quelli  che  avranno  passata  V  età  di  quarant'  anni  sa- 
ranno presi  da  febbri  ardenti,  e  li  biliosi  poi  da  pleuri- 
tidi  e  da  peripneumonie. 

LXV.  Se  ad  un'  estate  secca  e  boreale  lien  dietro 
un  autunno  piovoso  ed  australe:    nel  prossimo   inverno 


i43 
si  manifesteranno  cefalalgie    e   sfaceli    del  cervello  (32), 
catarri  del    naso  e    delle    fauci  ,  tossi  ,  ed   in   certuni  le 
tisi. 

LXVI.  Ma  se  l'autunno  è  boreale  e  secco,  e  non 
sienu  cadute  piogge  né  al  levare  della  Canicola  ,  né  a 
quello  d'Arturo  ,  tale  costituzione  sarà  favorevole  alli 
temperamenti  flemmatici  ed  alle  donne,  mentre  riuscirà 
infestissima?alli  biliosi,  poiché,  troppo  disseccandoli,  loro 
produrrà  ottalmie  secche  ,  febbri  acute  e  croniche  , 
non  che  in  qualcuno  le  melanconie. 

LXVII.  La  parte  più  liquida  ed  acquosa  della  bile 
e  del  sangue  consumandosi,  e  rimanendo  la  parte  più 
densa  ed  acre,  forz'è  che  succedano  tali  malattie  ne' 
biliosi,  mentre  che  un  tale  stato  sarà  favorevole  ai  flem- 
matici, giacché  si  disseccano  e  giungono  all'inverno  non 
pregni,  ma  privi  di   umidità. 

LXVIII.  Chiunque  tutto  ciò  farà  oggetto  di  sua 
considerazione  prevedere  una  gran  parte  degli  effetti  , 
che  saranno  per  avvenire  da  tali  mutazioni. 

Bisognerà  aver  molto  riguardo  alli  principali  cambia- 
menti delle  stagioni,  onde  in  questi  non  somministrare 
rimedi  con  troppa  facilità,  ne  portare  il  taglio  o  il  fuoco 
in  vicinanza  del  ventre  ,  quando  non  sieno  scorsi  al- 
meno dieci  giorni  da  quelle  epoche. 

Pericolosissimi  sono  i  due  solstizj,  e  più  l'estivo.  Pe- 
ricoloso è  sì  l'uno  che  l'altro  equinozio,  e  più  l'au- 
tunnale. 

LXIX.  Grande  alterazione  aver  si  deve  al  levare 
degli  astri  e  della  Canicola  principalmente.  E  così  al 
tramontare  di  Arturo  e  delle  Plejadi.  Imperocché  egli  è 
specialmente  in  questi  tempi  ,  che  certe  malattie  pro- 
vano le  crisi  (33).  Alcune    terminano   colla  morte,  altre 


'44 

cessano,  ed  altre  in  fine  cangiansi  in  mali  di  natura  di- 
versa. 

LXX.  Le  città,  che  sono  in  una  felice  esposizione 
riguardo  a  Ili  venti  ed  al  sole  e  che  hanno  buone  acque 
meno  soffrono  dai  cangiamenti  de'  quali  si  disse.  Quelle 
in  vece  che  sono  male  situate,  e  che  servonsi  d1  acque 
paludose  e  stagnanti   soffrire  ne   devono. 

Così  vanno  adunque  le  cose  intorno  a  quanto  si 
trattò. 

CAPITOLO  V. 

DELL'  ASIA   (34). 

LXXI.  Ora  voglio  presentare  la  differenza  che  tra 
l'Asia  e  1'  Europa  esiste  in  molte  cose  }  e  negli  abitanti 
così  diversi  tra  loro  nelle  forme.  Ma  siccome  troppo 
lungo  sarebbe  il  parlare  di  tutto,  così  mi  limiterò  a  dire 
di  quelle  cose,  che  io  troverò  più  importanti,  e  che  tra 
loro  maggiormente  diversificano. 

LXXI1.  A  mio  giudizio  adunque  assaissimo  differi- 
sce l'Asia  dall'Europa  per  la  natura  de' generi  dalla 
terra  prodotti  e  per  quella  degli  uomini.  Nell'Asia  ogni 
cosa  è  più  grande  e  più  bella  che  in  Europa,  il  clima 
di  quella  è  più  mite  ,  e  gli  uomini  sono  d'  indole  più 
mansueta  e  dolce. 

LXXIII.  Ciò  dipende  dalla  temperatura  delle  sta- 
gioni, giacché  l'Asia  essendo  posta  ad  oriente  in  mezzo 
ai  due  punti  del  levare  del  sole,  trovasi  lontana  dall'ec- 
cesso e  del  freddo  e  del  caldo.  Ne  l' incremento  e  la 
bontà  delle  produzioni  devono  mancare  dove  niente  vi 
ha  di  eccessivo,  ma  regna  in  tutto  una  forza  eguale. 

LXXIV.  Non  però  l'Asia  dovunque  è  la  stessa  (35), 


i45 
Quella  regione  di  lei  posta  tra  il  freddo  e  il  caldo  è 
abbondantissima  in  prodotti  del  suolo  e  in  alberi ,  è 
d'  aria  dolcissima  dotata  non  meno  che  d'  acque  sì  sor- 
genti che  dal  cielo  derivanti.  Il  suolo  non  vi  è  abbrucia- 
to da  un  ardente  caldo,  non  dissecca  per  mancanza  d'a- 
cqua, né  è  leso  dal  rigor  del  freddo.  Vi  spira  l'austro  e 
viene  bagnato  da  molte  piogge  o  dalle  nevi. 

LXXV.  In  tale  regione  a  suo  tempo  maturar  de- 
vono molti  {rutti  forniti  da  piante  nate  da  sparsi  semi 
o  spontanee  ,  ma  deli'  uomo  trapiantate  e  rese  dome- 
stiche a  proprio  uso  !  Il  bestiame  ivi  meglio  cresce  ,  è 
più  fecondo  e  con  facilità  può  allevarsi. 

Gli  uomini  sono  più  complessi,  più  belli,  di  grande 
mole  ,  e  sì  nelle  forme  che  nella  statura  tra  loro  non 
molto  disuguali. 

LXXVI.  Certamente  che  tale  regione  deve  godere 
di  una  dolcezza  di  clima  simile  a  quella  della  più  tem- 
perata stagione  dell'  anuo.  Ma  dominare  non  potranno 
nell'  uomo  la  robustezza  ,  V  audacia  ,  la  tolleranza  alle 
privazioni  ed  al  lavoro.  Ivi  costante  non  è  l'amore,  ma 
prepondera  la  tendenza  alla  voluttà.  Onde  tanta  varietà 
nelle  forme  delle  fiere.  E  ciò  sembrami  confermato  da 
quanto  vedesi  tra  gli  Egizj  ed  i  Libj  (36). 

LXXVII.  Riguardo  a  coloro  che  abitano  alla  destra 
del  levante  estivo  sino  alla  palude  Meotide,  limite  del- 
l'Asia e  dell'  Europa ,  stanno  le  cose  nel  modo  se- 
guente. Assai  maggiore  è  la  diversità  che  passa  tra  que- 
ste genti,  che  non  quella  accennata  tra  le  descrìtte,  ciò 
che  dipende  e  dalla  variazione  delle  stagioni  e  della  na- 
tura del  paese. 

LXXVIII.  Ciò  che  è  per  la  terra  ,  avviene  anche 
per  gli  uomini.  Ove  assai  forti  e    frequentissimi  sono  li 

SulV  aria  ,  ecc .  Trattato.  io 


■  46 

cambiamenti  nelle  stagioni  ,  ivi  il  paese  è  agreste  ed 
assai  ineguale  ;  ritroverai  molti  e  selvosi  monti  tra  le 
pianure  e  i  prati.  Nelle  regioni  in  vece,  o  nella  tempe- 
ratura non  soffre  sbalzi,  anche  il  suolo  è  uguale. 

LXXIX.  Lo  stesso  è  per  gli  uomini,  se  vi  si  rifletta. 
Gli  uni  hanno  una  natura  analoga  ai  paesi  montuosi , 
coperti  di  boschi  ed  umidi.  Gli  altri  a  terre  secche  e 
leggiere.  Questi  assomigliano  ad  un  suolo  paludoso  o  a 
prati,  e  quelli  a  pianure  aride  e  nude.  Le  stagioni  colla 
loro  diversità  cangiano  la  natura  e  la  forma  degli  uo- 
mini, e  più  quelle  varieranno,  ognor  più.  varie  saranno 
le  forme  di  essi  (3^). 

LXXX.  Tralasciando  di  parlare  delle  genti  ,  tra  le 
quali  questa  differenza  è  poco  sensibile  ,  io  dirò  delle 
altre,  che  o  per  natura  o  per  le  leggi  o  per  le  usanze  ci 
offrono  notevoli  diversità. 

Comincerò  dai  Macrocefali  ,  perchè  nessun  altro 
popolo  ha  la  testa  alla  loro  eguale.  Da  principio  non 
fu  che  effetto  di  costumanza  1'  aver  essi  la  testa  allun- 
gata. Ora  a  ciò  cospirano  e  la  natura  e  la  costumanza. 
Uso  è  presso  di  loro  il  riguardare  generosissimo  chi 
porta  la  testa  assai  lunga  (38). 

LXXXI.  Appena  un  fanciullo  ivi  nasce,  tosto  colle 
mani  gli  si  comprime  il  capo,  ancor  tenero  e  cedevole, 
sì  che  s'allunghi,  ed  aggiungono  altresì  lacci  o  partico- 
lari ordigni  onde  si  perda  la  forma  sferoidale  del  capo 
e  sempre  più  acquisti  in  lunghezza.  In  seguito  ciò,  che 
P  arte  faceva,  la  natura  imitò.  Né  quella  pratica  divenne 
più  necessaria,  trovandosi  già  naturalmente  simile  con- 
formazione (39). 

LXXXII.  In  fatti  il  seme  emana  da  tutte  le  parli 
del  corpo,  sano  se  dalle  parti  in  istato  normale,  mor- 
boso se  da  quelle    che  non    lo    sono  (4o).  Ora   dunque 


i47 
se  li  calvi,  gli  occhiglauchi  ,  e  li  contraffatti  (  così  pur 
dicasi  di  tutti  quelli,  che  deviano  in  altro  modo  dal- 
l' ordinario  )  generano  figli  simili  a  sé  stessi ,  cosa  im- 
pedirà che  gente  a  lunga  testa  produca  gente  a  lunga 
testa?  Se  per  altro  ciò  non  avviene  al  presente,  n' è 
cagione  la  trascuranza  invalsa  per  quell'  uso.  Tale  è  su 
ciò  il  parere  mio. 

LXXXIII.  Ora  degli  abitanti  lungo  il  Fasi  (/fi).  Il 
loro  paese  è  paludoso,  caldo,  umido  ed  ingombro  da  bo- 
schi, in  ogni  tempo  dell'  anno  vi  cadono  molte  e  fortis- 
sime piogge  ,  eglino  passano  la  vita  iu  mezzo  alle  pa- 
ludi e  nell'  acqua  stessa  piantano  le  loro  case  di  legno 
e  di  canne}  di  là  poco  s'  allontanano  per  andare  alle 
città  o  ai  mercati,  ma  con  navicelle  fatte  d'  un  sol  le- 
gno salgono  e  discendono  per  li  canali  eh'  ivi  sono  nu- 
merosi. Bevono  acque  calde  e  stagnanti  che  il  sole 
putrefa  e  le  piogge  accrescono.  Il  Fasi  va  lentissimo  e 
più  che  qualunque  altro  fiume  facilmente  stagna.  Li  frutti 
vi  sono  insalubri,  sbiaditi  e  per  la  eccessiva  pioggia  im- 
perfettamente maturi.  Immerso  è  quel  paese  nella  neb- 
bia che  sollevasi  dalle  acque  (4a). 

LXXXIV.  Per  questi  motivi  i  Fasiani  riguardo  alle 
forme  diversificano  da  tutti  gli  altri  uomini.  Sono  di 
gran  mole  e  grassi  in  modo  che  su  di  essi  né  le  arti- 
colazioni né  le  vene  si  scorgono.  Il  loro  colore  è  gial- 
lognolo non  diverso  da  quello  degli  itterici  ?  hanno  più 
delle  altre  genti  la  voce  bassa  ,  siccome  quelli  che  re- 
spirano un'  aria  non  serena,  ma  nebbiosa  ed  al  sommo 
umida.   La  natura  loro  è  assai  nemica  alle  fatiche. 

Ivi  le  stagioni  noti  soffrono  grandi  mutazioni  sia 
pel  freddo,  sia  pel  caldo.  I  venti  sono  per  lo  più  tutti 
australi,  se  uno  se  ne  eccettui  proprio  di  quel  paese,  il 
quale  talora  è  molestissimo,  violentiamo   e  caldo,  ceri- 


i48 
chrona  vien  detto.  Borea  per  loro  non  soffia,  ma  se   ti 
giunge  è  debole  e  leggiero.  Tali    sono    le  diversità  che 
passano    tanto    pel  temperamento  quanto  per  la  forma 
tra  gli  Asiatici  e  gli  Europei. 

LXXXV.  Se  gli  Asiatici  sono  più  timidi  e  molli,  se 
meno  bellicosi,  se  più  mansueti  ne'  costumi  che  gli  Eu- 
ropei, ciò  è  da  attribuirsi  specialmente  alle  stagioni,  le 
quali  soggette  non  vanno  a  grandi  cambiamenti  sì  pel 
caldo  che  pel  freddo  ,  ma  regnano  uniformi.  Per  tale 
uguaglianza  1'  animo  non  prova  forti  scosse,  né  il  corpo 
quelle  brusche  mutazioni,  che  P  uomo  rendono  pronto 
all'ira  e  facile  ad  alterarsi  nell'intelletto  e  nel  calore. 
I  violenti  passaggi  in  ogni  cosa  sono  quelli  che  eccitano 
la  mente  dell'uomo,  e  non  gli  concedono  riposo. 

LXXXVI.  Per  la  mancanza  di  essi  sono  gli  Asiatici 
in  generale  imbelli  (43),  al  che  in  oltre  influiscono  an- 
che le  leggi,  trovandosi  i  loro  paesi  quasi  tutti  soggetti 
ai  re.  E  dovunque  V  uomo  non  ha  garantita  la  persona, 
nò  è  fornito  di  leggi  proprie,  ma  è  in  potere  di  despoti, 
ivi  in  vece  di  darsi  alla  guerra,  procura  di  dimostrarsene 
alieno,  poiché  li  pericoli  non  hanno  per  tutti  lo  stesso 
valore  (44)- 

LXXXVII.  E  in  fatti  se  vengono  mandati  alla 
guerra,  ne  sopportano  ogni  disagio  ,  abbandonano  mo- 
gli, figlj  e  amici,  perdono  anche  la  vita  ,  ma  il  bottino 
col  loro  coraggio  acquistato  serve  ad  arricchire  i  loro 
despoti ,  e  ad  aumentarne  il  potere.  In  oltre  per  le 
guerre  frequenti  vedono  gli  abitanti  restare  incolto  e  de- 
vastato il  paese  (4^).  Così  chiunque  per  anche  vi  si 
trova  coraggioso  e  intraprendente  viene  disanimato 
dalla  natura  del  governo. 

LXXXVIII.  A  conferma  di  quanto  ho  detto  viene 
il  fatto,  che  quelli    tra  Greci    e  tra  li  barbari    (46)  che 


*49 
non  sono  schiavi,  ma  leggi    hanno    proprie   e  lavorano 
a  profitto  di  sé  medesimi ,    sono  bellicosissimi ,  affron- 
tando da  sé  i   pericoli,  ed  a  loro  tocca  il  premio  acqui- 
stato col  coraggio  o  la  pena  meritata  colla  viltà. 

Tra  gli  Asiatici  stessi  però  troverai  molta  differenza, 
alcuni  valorosissimi,  altri  vilissimi,  il  che  provviene  da- 
gli accennati  cambiamenti  delle  stagioni. 

E  ciò  sia  detto  per  l'Asia. 

CAPITOLO  VI. 


LXXXIX.  Tra  le  schiatte  degli  Sciti  (47)  che  stanno 
in  Europa  intorno  alla  palude  Meotide  ,  una  ve  n'  ha 
dalle  altre  diversa,  quella  de' Sauromati.  Le  donne  loro 
cavalcano,  usano  Parco,  d'in  su  i  cavalli  lanciano  gia- 
vellotti ,  battendosi  contro  i  nemici  mentre  ancora  son 
vergini,  e  sol  dopo  uccisine  tre,  perder  possono  il  fior 
verginale  j  né  maritarsi  prima  di  aver  fatti  i  voluti  sa- 
grifizj.  Poiché  una  giovane  ha  marito  cessa  di  andare 
a  cavallo  ,  fino  a  che  però  non  la  obblighi  a  prendere 
le  armi  una  generale  spedizione  (4^)- 

XC.  Quelle  donne  non  hanno  la  destra  mammella  (49)? 
perocché  ad  esse  ancor  bambine  usan  le  madri  abbru- 
ciarla con  rovente  stromento  di  rame  a  tal  uso  fabbri- 
cato (5o)  ;  onde  così  quella  non  crescendo  ,  sviluppo  e 
forza  maggiore  acquisti  il  braccio. 

XCI.  Del  resto  gli  Sciti  sono  tanto  somiglianti  tra 
di  loro,  quanto  diversi  da  tutti  gli  altri  popoli}  fenomeno 
che  pur  ha  luogo  per  gli  Egizj  ,  e  parte  da  una  eguale 
cagione  ,  cioè,  che  questi  sono  oppressi  dal  calore  come 
quelli  dal  freddo  (5i). 


1  DO 

XCII,  Ciò  the  dicesi  deserto  della  Scizia  consiste 
in  una  grande  pianura,  alta,  senza  alberi  ,  abbondante 
di  erba,  discretamente  umida,  poiché  le  acque  si  get- 
tano nei  grandi  fiumi  che  la  solcano. 

XCIII.  Ivi  stanno  gli  Scili,  che  chiamatisi  Nomadi, 
perchè  non  abitano  case  (Sa),  ma  su  carri  ,  de' quali  i 
più  piccoli  sono  forniti  di  quattro  ruote  ,  e  gli  altri  di 
sei  (53)  3*  coperti  essendo  di  feltro  e  composti  di  due  e 
sino  di  tre  camere  ben  difese  dalla  pioggia  ,  dalla  neve 
e  dai  venti  ,  sono  vere  case.  Tali  carri  sono  tratti  da 
due  o  da  tre  paja  di  buoi ,  che  non  hanno  corna  a  ca- 
gione del  freddo  (54). 

XCIV.  Su  di  essi  stanno  le  donne,  e  gli  uomini  ca- 
valcano tenendo  lor  dietro  in  viaggio  V  armento  di  ca- 
valli ,  buoi  e  pecore.  Si  fermano  in  un  luogo  sino  a 
eh'  esso  fornisce  pastura  al  loro  bestiame,  quando  man- 
ca questa  passano  in  altro.  Mangiano  carni  cotte  e  be- 
vono latte  di  cavalla  (55) ,  con  cui  fanno  altresì  una 
specie  di  formaggio  ,  che  dicono  ippace  (56).  Tali  sono 
le  usanze  ed  il  modo  di   alimentarsi  degli  Sciti. 

XCV.  Ora  delle  stagioni  e  delle  forme  degli  abitanti 
della  Scizia  ,  i  quali ,  come  si  disse,  non  altrimenti  che 
accade  tra  gli  Egizj  ,  hanno  tanta  somiglianza  tra  loro, 
quanto  differiscono  da  ogni  altro  popolo.  Sono  eglino 
poco  fecondi.  Il  loro  paese  ha  pochi  e  piccoli  animali , 
è  posto  sotto  l'orsa  e  sotto  i  monti  Rifei  (5?),  da'quali 
soffia  il  vento  borea. 

XCVI.  Il  sole  non  vi  compare  che  giunto  al  solsti- 
zio d'  estate  e  per  breve  tempo  lo  riscalda  (58).  1  venti 
che  spirano  da  luoghi  caldi  vi  arrivano  o  di  rado  e  de- 
boli o  non  mai,  quelli  invece  che  provengono  dalla  parte 
dell'  Orsa  sono  costanti  e  freddi  per  le  piogge  ,  le  nevi 
ed  i  ghiacci  ,    che    mai    non  abbandonauo   que'  monti. 


i5i 
Tutto  ciò  rende  questa  regione  quasi  inabitabile.  Do- 
mina quasi  per  tutto  il  giorno  un'aria  nuvolosa  su  quelle 
pianure,  e  chi  vi  abita  si  trova  immerso  nell'umidità. 
È  quasi  perpetuo  V  inverno,  pochi  giorni  dura  l'estate, 
ed  ha  poca  forza,  poiché  ivi  non  sonovi  che  alte  e  nude 
pianure,  le  quali  cominciano  sotto  l'Orsa  e  si  stendono 
innalzandosi  sempre  di  più  ,  senza  essere  cinte  dai 
monti. 

XCVII.  Non  vi  nascono  grossi  animali  selvaggi , 
ma  quali  appena  possono  mettersi  al  coperto  sotto  terra. 
L' inverno  e  la  nudità  del  suolo  obbligandoli  a  rifuggir- 
visi.  Le  stagioni  dell'  anno  hanno  né  molti  ,  né  forti 
cambiamenti  ,  ma  uniformi  decorrono.  Perciò  gli  Sciti 
serbano  tra  loro  uguaglianza  di  forme.  Si  cibano  e  si 
coprono  nella  stessa  maniera  sì  in  estate  che  in  inverno. 
Inspirano  un'  aria  densa  ed  umida  ,  e  bevono  V  acqua 
che  risulta  dallo  sciogliersi  del  ghiaccio  o  della  neve. 
Sono  neghittosi ,  poiché  riè  il  corpo  ,  né  1'  animo  può 
darsi  ad  un  esercizio  nei  paesi  ,  dove  le  stagioni  non 
traggono  seco  forti   cambiamenti  (5g). 

XCVIII.  Per  tali  cagioni  il  loro  corpo  è  grasso  e 
carnoso,  le  articolazioni  deboli  ed  umide  ,  lubrico  è 
tutto  il  ventre ,  ma  specialmente  l' infima  di  lui  parte  , 
né  per  verità  il  ventre  può  disseccarsi  in  un  tal  clima, 
ed  in  uomini  di  tale  temperamento. 

XGIX.  In  riguardo  alla  pinguedine  e  per  la  man- 
canza di  peli  gli  uomini  hanno  un  aspetto  uniforme  , 
come  le  donne  s'  assomigliano  tra  di  loro  (60).  L'ugua- 
glianza poi  tra  le  stagioni  fa  sì  che  nel  comporsi  del 
liquor  seminale  non  avviene  corruzione  né  vizio  alcuno, 
a  meno  che  ciò  non  accada  per  accidente  o  per  ma- 
lattia. 

C.  Arrecherò  una   prova   dell'  umidità    propria    agli 


l52 

Sciti  ed  è  questa  :  che  la  maggior  parte  di  essi  ,  e  par- 
ticolarmente quelli  che  diconsi  Nomadi ,  applicansi  il 
fuoco  alle  spalle  ,  alle  braccia  ,  ai  carpi ,  al  petto  ,  alle 
anche  ed  ai  lombi  ,  onde  sottrarre  1'  umidità  e  rime- 
diare così  alla  naturale  mollezza  (61).  E  veramente  e- 
glino  non  potrebbero  tendere  1'  arco  ,  né  lanciare  un 
dardo  a  cagione  dell'  umidità  e  della  debolezza  delle 
braccia  ,  ma  P  abbruciatura  togliendo  dalle  loro  arti- 
colazioni molto  umore,  queste  s' invigoriscono  ed  i  loro 
corpi  divengono  più  forti  ,  e  meglio  nutriti. 

CI.  Gli  Sciti  sono  nel  corpo  grossi  e  acquosi  ,  in 
primo  luogo  ,  perchè  non  stringono  (  ciò  che  pur  si  fa 
dagli  Egizj)  i  bambini  nelle  fasce,  e  così  li  rendono  più 
atti  a  tenersi  sul  cavallo  (62)}  secondariamente  inerte  è 
la  vita.  Sino  a  che  li  maschi  non  sono  in  istato  di  ca- 
valcare stanno  continuamente  sui  carri,  e  ben  di  rado 
si  mnovono  co'proprj  piedi  per  cagione  de'giri  continui 
e  delle  trasmigrazioni  che  sono  obbligati  a  fare.  È  sor- 
prendente la  natura  floscia  delle  donne. 

CU.  Le  genti  scitiche  sono  di  color  fulvo  (63),  per- 
chè se  il  sole  non  li  ferisce  ,  il  freddo  così  li  tinge  ab- 
bruciando la  pelle  (6/j). 

CHI.  Né  la  natura  loro  può  essere  prolifica,  debole 
è  la  tendenza  degli  uomini  alP  altro  sesso  ,  ed  in  fatti 
il  corpo  umido  ,  la  rilassatezza  e  freddezza  del  ventre 
devono  spegnere  la  voluttà  (65).  Il  cavalcare  continuo 
deve  pur  indebolirli  e  renderli  meno  atti  alla  genera- 
zione. Queste  sono  le  cause  del  non  essere  fecondi  gli 
uomini. 

C1V.  La  grassezza  e  la  umidità  rende  pur  tali  le 
donne.  La  pinguedine  otturando  la  bocca  delP  utero 
impedisce    che    questo  ricever  possa    Pumor    seminale. 


53 


Hanno  purghe  mensili  tarde  e  scarse.  Sono  grasse,  date 
all'  inerzia  ,  di   ventre  molle  e  freddo. 

Per  gli  addotti  motivi  deve  dunque  la  nazione  scita 
essere  poco  feconda. 

CV.  Una  prova  di  quanto  si  è  detto  qui  sopra  per 
Je  donne  scite  si  ha  nelle  schiave  loro,  le  quali,  appena 
abbiano  avuto  commercio  cogli  uomini  trovansi  incinte, 
il  che  avviene,  perchè  elleno  ali1  opposto  delle  loro  pa- 
drone ,  sono  magre  e  tengono  il  corpo  in  esercizio. 

CVI.  Vi  sono  in  oltre  nella  Scizia  molti,  che  diven- 
gono impotenti  j  attendono  questi  alle  faccende  delle 
donne,  e  ne  hanno  anche  la  voce  e  perciò  chiamansi 
anandri  (66). 

Gli  Sciti  riguardano  Dio  come  cagione  di  tal  feno- 
meno, onde  adorano  e  venerano  quegl'  infelici,  ognuno 
temendo  simili  disavventura. 

CVII.  Io  per  altro  credo  che  quella  malattia  sia  di- 
vina come  qualunque}  e  che  le  malattie  non  sono  più 
divine  o  più  umane  le  une  che  le  altre  ,  ma  tutte  esser 
divine  }  ognuna  avendo  una  propria  natura,  ed  essendo 
effetto  di  cause  naturali.  Ora  verrò  a  dire  come  a  me 
sembri  avvenga  una  tale  imperfezione  (67). 

CVIII.  Lo  star  sempre  a  cavallo  e  l'aver  sempre  le 
gambe  a  penzolone  cagiona  agli  Sciti  pertinaci  dolori 
alle  estremità  }  se  il  male  si  aggrava  ,  divengono  zoppi 
e  le  cosce  si  contraggono  (68).  Quando  la  malattia  è 
sul  cominciare ,  nella  seguente  maniera  si  medicano. 
Dall'  uno  e  dall'altro  lato  aprono  una  vena  dietro  le 
orecchie.  Uscito  il  sangue  ,  per  la  debolezza  si  addor- 
mentano ,  e  quando  si  destano  alcuni  trovansi  guariti , 
ed  altri  no.  A  me  sembra  però  che  con  tal  rimedio 
si  guastino.  Giacché  sonovi  delle   vene  dietro  le  orec- 


,54 
chie ,   le    quali,  se    tagliate,  inducono   sterilità,  e    ciò 
potrà  avvenire  agli  Sciti,  che  parmi  aprano  tali  vene. 

CIX.  Se  poscia  eglino  s'accostano  alle  lor  donne, 
né  soddisfar  possono  all'  intento,  da  prima  non  si  danno 
pena  ,  ma  se  per  due  ,  e  tre  o  più  volte  i  loro  tenta- 
tivi inutili  riescono ,  credendo  loro  ciò  accadere  per 
colpa  contro  Dio  commessa  ,  preso  1'  abito  femminile  , 
apertamente  confessano  la  loro  impotenza,  e  s'  acco- 
munano colle  donne,  delle  quali  si  danno  ad  esercitare 
i   mestieri. 

CX.  Da  questa  malattia  per  altro  vengono  presi  i 
ricchissimi  tra  gli  Sciti ,  non  la  plebe.  Poiché  preva- 
lendo quelli  per  nascita  e  per  potere  col  continuo  ca- 
valcare ciò  si  procacciano}  il  che  ne' poveri  invece  meno 
avviene  ,  come  in  quelli  che  poco  stanno  a  cavallo. 

CXI.  Se  poi  una  tale  malattia  venisse  da  Dio  me- 
glio che  altre  ,  essa  non  sarebbe  propria  soltanto  dei 
nobilissimi  e  ricchissimi  tra  gli  Sciti  ,  ma  di  chiunque. 
Ed  anzi  maggiormente  affliggerebbe  i  poveri,  che  non 
fanno  agli  Dei  quelle  offerte  ,  per  le  quali  questi  lar- 
giscono beneficii.  Quando  invece  i  ricchi  tributan  loro 
sagrifizj  e  doni ,  ben  avendone  il  potere.  Né  solamente, 
perchè  questo  manca,  soglion  i  poveri  offendere  gli  Dei, 
ma  coli'  accusarli  altresì  della  propria  miseria.  Sembra 
adunqne  che  questi  ultimi  e  non  i  primi  portar  doves- 
sero una  pena.  Veramente,  come  dissi,  quella  malat- 
tia procede  dagli  Dei  come  tutte  le  altre,  ha  una  ca- 
gione naturale,  ed  avviene  agli  Sciti  nel  modo  indicato. 

CXII.  Anche  altrove  coloro  che  frequentemente  o 
di  continuo  cavalcano  sono  presi  da  pertinaci  dolori 
alle  articolazioni,  da  ischiadi ,  da  podagra  e  divengono 
impotenti. 

CXIII.  A  quanto  si  è    detto  ,  e  che  rende  gli  Sciti 


meno  degli  altri  uomini  atti  alla  copula  si  aggiunge 
eh1  essi  portando  sempre  brache  e  stando  per  lo  più 
sul  cavallo,  non  portano  mai  le  mani  alle  parti  sessuali. 
Il  freddo  e  la  stanchezza  poi  fanno  loro  perdere  il  de- 
siderio per  le  donne,  e  non  osano  porsi  all'atto,  che 
fatti  ben  certi  di  non  essere  impotenti.  Sin  qui  per  ciò 
che  appartiene  agli  Sciti. 

CXIV.  Circa  al  restante  degli  Europei  sono  questi 
tra  loro  assai  differenti  tanto  per  la  corporatura  ,  che 
per  1'  aspetto  a  cagione  de'  cambiamenti  ,  che  forti  e 
frequenti  avvengono  nelle  stagioni.  Intenso  è  il  caldo  e 
pungenti  gl'inverni;  ora  si  ha  grande  quantità  di  piog- 
gia, ed  ora  all'incontro  una  lunga  siccità  e  molti  venti. 
Da  tutto  ciò  poi  seguono  tante  altre  variazioni. 

CXV.  Ben  è  certo  che  la  generazione  dovrà  va- 
riare a  norma  della  natura  del  liquor  seminale  che  non 
sarà  eguale  nell'  estate  o  nell'  inverno  ,  nel  tempo  pio- 
voso o  nel  secco.  A  tal  circostanza  io  attribuisco  il  tro- 
varsi tra  gli  Europei  assai  più  che  tra  gli  Asiatici  una 
diversità  di  forme  e  di  struttura,  diversità  che  scorgesi 
sin  anche  tra  gli  abitanti  delle  singole  città.  Non  puossi 
negare  che  il  seme  nella  sua  composizione  variar  deve 
maggiormente  dove  il  clima  è  sottoposto  a'  cambia- 
menti ,  che  là  dove  è  costante. 

CXVI.  La  stessa  cosa  avvenir  deve  pe'  costumi. 
Tali  variazioni  fanno  sì  che  gli  Europei  sieno  per  na- 
tura aspri ,  insociabili  ed  impetuosi ,  inducendo  le  fre- 
quenti scosse  dell'  animo  la  durezza  nel  cuore  ,  e  ban- 
dendone la  dolcezza  e  la  trattabilità.  Per  lo  stesso  mo- 
tivo li  giudico  più  coraggiosi  degli  Asiatici.  Quando  le 
stagioni  sono  sempre  nell'  uguale  stato  nasce  1'  indo- 
lenza, se  invece  si  cangiano,  il  corpo  e  1'  animo  acqui- 
stano operosità.  Cioè  dal  riposo  e    dalla  pigrizia  si  gc- 


i56 

nera  la  timidezza  ,  e  dall'  esercizio  e  dal  lavoro    il    co- 
raggio. 

CXVII.  E  perciò  gli  Europei  sono  più  bellicosi  che 
gli  Asiastici,  al  che  per  altro  influiscono  le  leggi.  Non 
sono  quelli  sottoposti  a  schiavitù  come  gli  abitanti  del- 
l'Asia, e  veramente  in  questo  stato,  come  già  ho  detto, 
i  popoli  devono  essere  timidi,  poiché  1'  animo  loro  op- 
presso dal  servaggio  non  permette  eh'  espongansi  di 
buona  voglia  ai  pericoli  per  accrescere    V  altrui  potere. 

CXVIII.  Gli  Europei  al  contrario  che  godouo  di 
proprie  leggi,  affrontano  pericoli  per  sé,  con  ardore  vin- 
cono li  più  forti  ostacoli,  poiché  per  loro  vantaggio  sono 
i  premi  della  vittoria.  Tanto  è  vero  che  le  leggi  influi- 
scono sul  coraggio.  In  generale  così  stanno  le  cose  ri- 
spetto all'Europa  ed  all'Asia. 

CXIX.  Del  resto  1'  Europa  stessa  ha  genti  tra  loro 
ben  diverse  di  forme  e  di  coraggio.  Le  cagioni  di  ciò 
sono  quelle  che  di  sopra  ho  esposte  ,  e  sulle  quali  mi 
tratterrò  anche  più  minutamente. 

CXX.  Coloro,  che  abitano  un  paese  montuoso,  aspro, 
alto,  asciutto  e  soggetto  ad  opposte  variazioni  di  tempe- 
ratura essere  devono  di  struttura  grande,  atti  alla  fatica 
ed  alle  intraprese,  ma  di  natura  selvaggia  e  fiera. 

CXXI.  Quelli  in  vece  che  vivono  in  luoghi  bassi , 
erbosi,  da  calore  dominati ,  e  più  a  venti  caldi,  che  a' 
freddi  esposti ,  e  bevono  tiepide  acque  ,  non  sono  di 
corpo  né  alto  né  regolare,  ma  bensì  grossi  e  carnosi, 
di  capelli  neri,  di  una  tinta  più  fosca  che  bianca,  e  più 
abbondanti  di  bile,  che  di  pituita.  Per  natura  loro  non 
sono  ardimentosi,  né  tolleranti  delle  fatiche,  eglino  però 
cangiar  si  possono  se  le  leggi  vi  concorrano.  Che  se  nel 
loro  paese  scorrano  fiumi ,  li  quali  acque  di  pioggia  e 
paludose  seco  portino,  di  miglior  colore  e  più  sani  sa- 


it>7 
ranno    gli   abitanti.    Ma    soffriranno    al    ventre    ed  alla 
milza  se,  privi  di  fiumi,  faranno  uso  di  acque  puzzolenti 
e  slagnanti. 

CXXII.  Gli  abitatori  di  un  paese  alto,  piano,  umido 
ed  esposto  ai  venti  sono  alti  di  statura  ,  tra  loro  somi- 
glianti, di  animo  più  dolce,  ma  meno  coraggiosi. 

CXXIII.  Quegli  altri  in  vece  ,  che  stanno  su  di  un 
suolo  magro,  privo  d'acqua  e  nudo,  dove  temperati  non 
sono  li  cambiamenti  delle  stagioni,  godono  di  forme  più 
pronunziate  e  robuste,  di  una  tinta  meglio  al  fulvo  che 
al  nero  tendente  ,  e  d'  animo  pertinace  ed  arrogante. 
Adunque  in  que'  luoghi  ove  dominano  forti  cambia- 
menti delle  stagioni  sonovi  altresì  gli  uomini  tra  loro 
assai  differenti  tanto  per  la  forma,  che  per  il  tempera- 
mento e  li  costumi. 

CXXIV.  Le  variazioni  accennate  sono  le  più  po- 
tenti cause  della  diversa  natura  degli  uomini.  Vi  tien 
dietro  la  qualità  del  suolo  che  loro  somministra  gli  ali- 
menti, indi  quella  delle  acque.  Così  la  forma  e  li  co- 
stumi degli  uomini  per  lo  più  armonizzano  con  la  qua- 
lità del  luogo  che  abitano. 

GXXV.  Ovunque  il  suolo  è  grasso,  molle  ed  umido, 
e  le  acque  sono  sì  poco  profonde  che  calde  si  abbiano 
in  estate  e  fredde  nel  verno  ^dove  regolari  sono  gli  av- 
vicendamenti della  temperatura ,  ivi  generalmente  gli 
uomini  trovansi  carnosi ,  non  sviluppati  nelle  articola- 
zioni, umidi,  pigri  e  sovente  d'  animo  cattivo.  Inclinano 
alla  indolenza  ed  al  sonno.  A  trattare  le  arti  non  sono 
destri  ed  acuti,  ma  torpidi. 

CXXVI.  In  un  paese  nudo,  aperto,  aspro,  oppresso 
ugualmente  e  dal  freddo  rigoroso  dell'  inverno  e  dal 
caldo  abbruciante  dell'estate,  saranno  gli  abitanti  sec- 
chi, forti ?  di   articolazioni  pronunciate,  nerboruti  e  pe- 


i58 

losi}  per  natura  perspicaci,  tolleranti  del  lavoro,  pronti 
all'  ira,  arroganti  e  pertinaci.  Fieri  più  che  mansueti  , 
destri  nelle  arti  ,  ed  ottimi  nel  guerreggiare.  In  somma 
tutto  ciò  che  dalla  terra  deriva  sentirne  deve  V  in- 
fluenza. 

CXXVII.  Ecco  quali  sono  le  forme  e  le  nature 
più  opposte  tra  loro.  Considerate  queste,  per  induzione 
non  potrai  ingannarli  volendo  giudicare  delle  altre. 


ANNOTAZIONI 


DEL    TRADUTTORE 


AL  TESTO 


(i)  Onde  offrire  di  quest'  operetta  una  versione  ita- 
liana, per  quanto  spetta  alla  fedeltà  ,  la  migliore  possi- 
bile, ne  ho  consultate  quasi  tutte  le  edizioni ,  e  tradu- 
zioni spendendo  molto  tempo  e  non  risparmiando  pa- 
zienza. Dietro  le  note  tristi  vicende,  alle  quali  gli  scritti 
degli  antichi  e  particolarmente  poi  quelli  d' Ippocrate 
furono  soggetti  (a),  è  facile  il  pensare  come  anche  que- 
sto trattato  in  diversi  luoghi  dovesse  trovarsi  alterato  e 
guasto  (b).  Io  non  ho  voluto  però  né  ingrossare  ecces- 
sivamente il  volume  ,  né  tediare  la  maggior  parte  de' 
lettori  col  riferire  le  varianti,  e  le  opinioni  particolari  a 
questi  o  a  quelli  circa  la  preferibile  interpretazione  di 
alcuni  passi ,  amando  piuttosto  inviare  il  curioso  o  il 
malcontento  alle  ragioni  svolte  in  varj  modi  e  con 
molta  estensione  dal  Baldini,  dal  Settala,  dal  Foes,  dal 
Coray,  dal  Chailly  e  da  altri  all'  ombra  della  cui  auto- 
fa)  Sprengel.  St.  pramm.  della  medicina,  t.  II,  p.  4°43. 
(b)  Fabiitii.  BibL  Giacca.  Hanburg.  1730,  t.  1,  p.  845- 


i6o 
torità  starà  silenzioso  il  debole  mio  ingegno.  Quanto  a 
me,  ne  casi  dubbii,  io  non  ho  sprezzato  i  pareri  di  que' 
traduttori,  ma  uon  ho  dimenticato  di  avere  la  mia  dose 
di  criterio. 

E  stata  mia  intenzione  l'offrire  una  fedele  cognizione 
dell'opera  ed  anche  una  precisa  de' qualsiensi  concetti 
del  Greco  medico.  Ho  detto  qualsiensi  concetti,  poiché 
nessuno  vorrà,  spero,  pretendere  che  ommettere  o  al- 
terarne si  dovessero  certe  asserzioni  dell'  autor  mio,  per- 
chè non  corrispondenti  all'  attuale  maniera  di  essere  o 
di  vedere  li  fatti,  vale  a  dire  ,  perchè  non  si  accordano 
le  ossevazioni  fatte  ventitré  secoli  fa  ed  in  altri  paesi 
a  quanto  si  vede  tra  noi  ed  all'  età  nostra. 

A  vie  più  sostenere  1'  assunto  che  il  P.  G.  Rasori 
si  era  prefisso  nella  sua  prolusione  sul  preteso  genio 
d'  Ippocrate  (a)  trasse  egli  in  campo  anche  il  nostro 
Trattato,  e  da  cose  pure  in  questo,  come  in  altre  opere 
dettate  dal  Vecchio  di  Goo,  credette  poter  dedurre  es- 
sere questi  presontuoso  ,  venditore  di  merce  vecchia  e 
non  propria,  storto  osservatore  ,  ignorante  in  fisica  ed 
anzi  nei  varj  rami  della  medicina.  Nelle  annotazioni,  che 
io  mi  sono  ingegnato  aggiungere  a  questa  versione ,  a 
mancanza  mi  si  attribuirebbe  un  silenzio  e  sul  merito 
della  tesi  rasoriana  e  su  quello  del  sapere  d' Ippocrate, 
onde  mi  è  d'  uopo  dire  e  su  di  uno  e  su  dell'  altro  con 
tutta  imparzialità  quanto  sento. 

Convengo  benissimo  ,  che  quantunque  il  Medico  di 
Coo,  a  non  dubitarne,  abbia  applicato  d'  assai  la  pro- 
pria osservazione  ,  non  sia  giunto  però  nella  maggior 
parte  de' casi  a  sceverare  le  realtà  dalle  apparenze,  a  fis- 
sare i  veri  rapporti  delle  cose,  a  valutare  rettamente  le 

(a)  Opuscoli  di  Medicina  di  G.  Rasoi  i.  Milano,  i83o,  p.  '226, 


circostanze  ed  i  fenomeni,  ed  a  bene  afferrare  le  cause 
e  gli  effetti.  E  concedo  che  per  ciò  molte  volte  i  fatti 
riuscirono  male  interpretati  e  mal  dedotte  le  conse- 
guenze. Né  mi  rifiuto  dal  convenire  che  ben  a  torto 
siasi  a  lui,  come  avvenne  ad  Aristotele  nella  filosofia  , 
tributata  per  tanti  secoli  una  troppo  grande  venera- 
zione (a).  Se  poi  egli  è  a  compiangersi  ,  che  ciò  siasi 
fatto  in  epoche,  nelle  quali  li  mezzi  di  ogni  genere  man- 
cavano allo  svolgersi  delle  umane  cognizioni  ,  è  poi  a 
farsi  largo  rimprovero,  perchè  siasi  ancora  proseguito  a 
citare  ed  a  proporre  ad  imitazione  li  precetti  d' Ippo- 
crate  (b)  in  un  tempo  in  cui  già  le  scienze,  o  perchè  ri- 
sorte o  perchè  create  o  perchè  spinte  infine  molto  in- 
nanzi, tale  luce  avevano  sparsa  sulla  fisica  animale  e 
sulla  medicina  pratica  ,  che  le  cose  sotto  ben  altro 
aspetto  ed  in  un  più  ampio  orizzonte  venivano  ad  of- 
frirsi. Sono  per  altro  d'  opinione  ,  che  le  opere  d'  Jppo- 
crate  meritavano  piuttosto  un  benigno  esame,  una  pa- 
ziente scella  ,  una  imparziale  applicazione  di  un  buon 
raziocinio  alla  loro  analisi,  di  quello  che  una  continuata 
e  cieca  adulazione  :  la  quale  però  quantunque  mostrasse 
più  ignoranza  negli  adulatori  che  nelP  adulato,  serviva 
nullameno  a  tenere  incatenato  lo  spirito  de'  giovani 
medici,  e  ad  imbeverli  d'errori  a  grave  detrimento  de' 
progressi  della  scienza   e  della  pubblica  utilità. 

(a)  DivinaSn  non  ex  humano  ore,  progressas  voces  Hippo- 
cratis  esse  putant.  —  Suidas  ad  voc.  Hippocr. 

[b)  Baglivi.  Prax.  med.  1.  I,  e.  1,  §  3.  —  E  il  de  Haeu  : 
Hippocratis  praecepta  tanquam  Apollinis  oraculum.  Rat.  med., 
t.  Vili,  p.  i3.  —  E  così  sotto  il  rapporto  di  cui  ora  parlo  , 
non  trovo  che  troppo  soddisfacciano  li  Discorsi  del  prof.  Puc- 
cinotti  intorno  alla  sapienza  d' Jppocrate  (Foligno,   i83i). 

SùlP  aria  ,  ecc.  Trattato.  i  i 


103 

Egli  è  verissimo  che  troppo  pochi  furono  quelli  che 
resero  alla  scienza  il  vantaggioso  uffìzio  di  scegliere 
il  buono  ed  eliminare  il  cattivo  nelle  opere  degli  anti- 
chi ,  non  devesi  però  credere  ,  come  sembra  risultare 
dalle  asserzioni  di  Rasori,  che  Bacone  pel  pi  imo  abbia 
impugnato  Ippocrate,  poiché  non  sulle  generali,  ma  ve- 
ramente ove  il  caso  lo  esigeva  lo  stesso  Galeno  non 
lasciò  di  mostrare  ciò  che  del  Medico  di  Goo  era  de- 
gno di  esser  rigettato,  e  se  molti  simili,  più  della  verità 
che  amici  del  greco  medico,  non  vi  hanno,  certamente 
vi  ha  il  medico  ungherese  Michele  Luigi  [a)  Senf  detto 
Sinapio,  il  quale  ne'  suoi  Absurda  vera  ,  sive  Parado- 
xa  medica  ha  un  apposito  trattato  de  vantiate,  faìsitate 
et  tncertitudine  aphorismoram  Hippocratis  (b).  Esa- 
mina egli  e  critica  ad  uno  ad  uno  gli  aforismi  delle  prime 
quattro  sezioni.  Né  in  questo  trattato  soltanto  ,  ma  nei 
due  antecedenti  egli  aveva  combattuto  diversi  priucipj 
antichi  :  e  p.  e.  che  non  erano  veri  elementi  il  fuoco  , 
l'aria,  I?  acqua  e  la  terra  :  che  il  caldo  e  il  freddo,  1'  u- 
mido  e  il  secco  non  sono  le  cause  prime  alle  quali  deve 
aver  rispetto  il  medico^  che  assurdi  e  falsi  sono  gli  umo- 
ri e  li  temperamenti  galenici  \  che  fondasi  sopra  inezie 
la  dottrina  delle  crisi  ecc.  E  bensì  vero  che  nella  sua 
critica  egli  ragionava  da  fanatico  Paracelsista,  ma  non 
manca  però  di  dire  delle  verità  a  svantaggio  della  cieca 
devozione  ad  Ippocrate.  E  il  Rasori  avrebbe  ,  volendo 
illuminare  in  questo  argomento,  dovuto  far  passo  passo 
lo  stesso  ragionando  o  da  bronniano  o  da  controstimo- 
lista.    Avrebbe    dovuto    porre    in   pratica    quanto    inse- 

(a)  Nou  Angelo  come  V  Mailer  scrive.  Bibl.    mtd. ,  tom.  IV, 
pag.  98. 

(b)  Genevae,  1697. 


i63 
gnava  a9 suoi  scolari  dieci  anni  dopo  (b).  che,  cioè,  sa- 
rebbe stato  d'  uopo  ad  utile  perfezionamento  della  rae^ 
«  dicina  d' investigare  con  sana  critica  :  e  cernire  fran- 
??  camente  il  poco  che  v'  ha  di  reale  dal  molto  che 
»  v'ha  di  chimerico  nella  storia  dei  fatti...  additare  le 
»  molte  e  vaste  lacune  ,  che  pur  rimangono  a  riempirsi 
»  nell' interrottissima  serie  dei  fatti  conosciuti.  »  Avreb- 
be egli  potuto  benissimo  rappresentare,  come  poche  in 
mezzo  alle  tante  cose  che  Ippocrate  e  li  suoi  vicini  se- 
guaci hanno  scritto  (  e  che  tutte  poi  a  quello  comune- 
mente soglionsi  attribuire)  siano  veramente  quelle  che 
corrispondano  e  reggano  alle  scoperte  avvenute  e  alle 
cognizioni  in  seguito  acquistate.  Era  suo  dovere  il  di- 
mostrare che  gli  effetti  topografici  esposti  dal  Medico 
greco,  e  che  qui  tra  noi  non  si  verificano,  non  avevano 
pur  luogo  anche  dove  questi  faceva  le  sue  osservazioni. 
Avrebbe  dovuto  far  vedere,  come  gli  antichi  fossero  su 
certe  cose  all'  oscuro  ed  anzi  in  errore.  Ed  a  vantaggio 
del  secolo  nostro,  il  quale,  abbenchè  assai  tronfio,  spi- 
rerà senza  aver  tutti  sciolti  gli  enimmi  della  natura,  era 
prezzo  dell'  opera  il  farci  conoscere  ciò  che  ritardò  o 
ritardare  ancor  potrà  P  avanzamento  dell'  arte  medica. 
Così  fece  il  suo  prediletto,  e  da  tutti  stimato  Bacone  sì 
nella  Prefazione,  che  nel  libro  J,  §  77  e  seg.  del  suo 
Novum  organum  scientiarum.  Esamina  questi  i  tempi 
e  le  circostanze,  nota  le  cagioni  del  ritardato  sviluppo 
delle  scienze  e  tra  quelle  annovera  con  assai  fonda- 
mento un'  iudebita  venerazione  agli  antichi  :  ma  non 
lascia  egli  però  di  conoscere  e  di  far  notare  che  assai 
malamente  chiamatisi  que' tempi  antichi,  dovendosi  in* 
vece  vedere  in  essi   la   gioventù  delle  scienze. 

(a)  Sul  metodo  degli  studj  medici.   Opus.  cit.  pag.  291 . 


i64 

11  Rasori  però  nell'  aver  voluto  mostrarci  Ippocrate 
ignorante  in  fisica  ed  in  anatomia  nel  trarre  conse- 
guenze: e  rappresentarcelo  presontuoso  ed  ardito  per- 
chè abbia  voluto  parlare  di  ciò  che  non  conosceva,  Ra- 
sori, dico,  ha  voluto  giudicarlo  reo  di  non  avere  vis- 
suto a  tempi  quai  sono  li  presenti,  ne' quali  l'arte  di 
ragionare,  di  osservare  e  di  esperimentare  è  portata  a 
sì  alto  grado  $  ne'  quali  la  libertà  d'indagare  sul  cada- 
vere è  sì  ampia  5  ne'  quali  si  sono  conseguiti  tanti  ma- 
teriali, felici  frutti  delle  fatiche  de'  dotti.  Le  frasi  di  umi- 
dità o  essiccamento  del  cerebro,  di  bile,  di  pituita  dice 
il  Clinico  milanese,  non  istanno  più  bene  se  non  in 
bocca  delV ignorante  volgo:  e  ciò  esclama  come  se  Ip- 
pocrate avesse  pronuziate  queste  parole  un'  ora  prima 
eh'  egli  salisse  la  cattedra  della  Università  pavese  a 
confutarlo.  Altro  si  è  il  dimostrare  che  uno  vide  male, 
o  che  errò,  altro  il  pretendere  che  veder  dovesse  bene, 
o  non  dire  che  la  verità.  Questa  pretesa  è  tanto  fuor 
di  luogo  a'  tempi  nostri  ,  quanto  ai  tempi  d'  Fppocrate 
era  lecito  il  dire  degli  errori.  Poiché,  cronologicamente 
parlando  ,  le  verità  e  gli  errori  nelle  scienze  fisiche 
sono  relativi.  Anni  sono  gli  alcali  erano  principi  sem- 
plici, ora  sono  corpi  composti.  Ora  il  cloro  è  un  prin- 
cipio semplice,  e  da  prima  ritenevasi  un  acido.  E  per- 
ciò saranno  a  trattarsi  d'  ignoranti  que'  primi  chimici  , 
che  non  videro  come  i  secondi?  In  mezzo  alle  stupende 
cose  d'oggidì  sull'elettricità,  sul  magnetismo,  sulla  luce 
e  sul  calorico,  chi  sa  che  con  maggior  fondamento  di 
quello  avesse  il  Rasori  a  riguardo  d' Ippocrate,  gridare 
alcun  potesse  oh  quanti  errori  si  spacciano  oggi  su  que- 
ste materie  !  oh  quanto  presontuosi  sono  quelli  che 
esperimentano  e  scrivono  !  Tre  secoli  futuri  e  forse  un 
tempo  molto  minore  dimostreranno  che    non  del   tutto 


m 

a  torto  alcuno  avrà  così  esclamato.  D'altronde  poi,  a 
che  togliere  il  merito  di  un'osservazione  agli  antichi, 
perchè  non  hanno  saputo  darne  una  ragione,  precisarne 
la  vera  causa?  Sarà  sempre  lodevole  ed  utile  F  osser- 
vazione fatta  da  Ippocrate  che  certe  acque  non  sono 
atte  a  cuocere  i  legumi  5  anche  senza  ci  abbia  indicato 
che  la  causa  sta  nella  selenite  che  quelle  contengono  ecc. 
Poiché  adunque  per  una  benefica  luce  l'intelletto 
nostro  trovasi  di  molto  maggiori  e  più  estese  cognizioni 
dotato,  senza  superbia  come  senza  riguardo  ai  nomi,  ai 
tempi,  alla  nazionalità  dobbiamo  cercare  di  conoscere  e 
ripudiare  gli  errori  sì  d'  Ippocrate  che  di  chiunque  al- 
tro, non  dimenticando  la  gratitudine  dovuta  loro  per 
ciò  che  ci  hanno  appreso  e  tramandato.  Se  il  nostro 
Medico,  Aristotele,  Teofrasto  ,  Plinio  ecc.  ,  comunque 
non  sempre  veritieri,  non  avessero  esistito,  le  nostre  co- 
gnizioni non  spazierebbero  al  certo  per  un  sì  vasto 
orizzonte,  né  Sydenham,  né  Baglivi,  né  Linneo,  né  Buf- 
fon, né  Cuvier  avrebbero  potuto  essi  medesimi  giungere 
là  dove  la  grata  posterità  li  ammira.  E  parlando  in  par- 
ticolare d'Ippocrate  conchiuderò  ch'egli  dovrà  sempre 
riguardarsi  come  il  primo  tra  i  maestri  nell'arte  di  os- 
servare (a),  ed  il  vero  esempio  da  seguirsi  in  quest'arte 
quanto  difficile  ,  altrettanto    immensamente  prolifica  di 

(a)  «  Sentire  una  stima  per  Ippocrate  ,  rendere  omaggio  alla 
sua  superiorità,  riguardarlo  come  il  vero  fondatore  della  medi- 
cina d'  osservazione,  questo  non  è  già  credere,  eh'  egli  abbia  tutto 
veduto,  tutto  osservato;  questo  non  è  adottare  servilmente  tutto 
ciò  che  e  stato  pubblicato  sotto  il  suo  nome,  ne  ammettere  cieca- 
mente tutte  le  sue  opinioni  e  i  suoi  principi  nel  trattamento  delle 
malattie.  Quanti  oggetti  sono  fuggiti  alla  sua  sagacità  !  Quante 
proposizioni  troppo  generali  da  modificare,  da  ristringere  !  ecc.  » 
Pinel  F.  Nosografia  filosofica,  trad.  Palermo,   1816,  t.  I,  j.    36, 


m 

Vantaggi  nelle  scienze  cui  si  sa  applicarla,  ma  che  de! 
resto^  dirò  col  Houdart  (a)  «  fu  tutto  ciò  eh'  egli  do- 
veva essere  per  il  tempo  in  cui  visse,  nel  che  si  conviene 
co'  suoi  apologisti,  ma  che  bisogna  guardarsi ,  che  un 
eccesso  di  ammirazione  ci  faccia  vedere  in  lui  ciò  che 
non  vi  si  deve  vedere.  »  Se  ?'  ha  poi  scritto  del  figlio 
d^Eraclide,  che  servir  possa  di  modello  circa  il  modo 
di  osservare  si  è  il  presente  ,  e  ciò  in  grado  eminente. 
E  portandoci  noi  col  pensiero  a  tempi  suoi  è  forza  il 
restare  sorpresi  dell'estensione  delle  viste  dell'  autore  9 
e  della  quantità  degli  oggetti  su  quali  posò  la  sua  rifles- 
sione. 

(2)  Forz'  è  che  avvenga  veramente  ciò  che  Ippocrate 
dice  in  questo  paragrafo.  In  fatti  potrà  essere  che  al- 
cuno, perchè  favorito  dal  caso  o  dall'  opinione  pubblica 
(non  sempre  eco  del  vero  )  sembri  ,  quantunque  non 
lo  sia,  al  possesso  delle  necessarie  cognizioni  anche  to- 
pografiche per  ben  riuscire  nella  cura  de'  suoi  amma- 
lati, ma  il  pratico  osservatore  e  conscenzioso  non  potrà 
negare  che  passando  egli  ad  un  paese  nuovo  gli  si  of- 
frirono sì  nelle  loro  cause^  che  nel  loro  aspetto  assai  di- 
verse le  malattie,  e  sensibilmente  imbarazzata  la  cura, 
quando  in  vece  in  altro  luogo  per  la  posseduta  cogni- 
zione del  clima,  del  modo  di  vivere,  del  carattere  ecc* , 
degli  abitanti,  più  felice  ed  agevole  gli  sarà  stato  1'  e- 
sercizio  della  professione. 

(3)  Mentre  qui  Ippocrate  presenta  gli  elementi  ezio- 
logici ,  a*  quali  il  medico  deve  rivolgere  1'  attenzione 
onde  esercitare  la  pratica  con  vantaggio  degli  infermi  e 
della  propria  gloria,  offre  altresì  allo  statista  ed  ai  ma- 
gistrati   lumi  e    cognizioni  riguardo   all'  igiene  pubblica 

(a)  Oper,  cit. 


167 
e  privata.  Egli  in  somma  ci  dà  quasi  tutta  1'  orditura  di 
una  medica  topografia  :  e  moltissimi  medici  che  già  da 
molto  tempo  cene  andarono  somministrando  delle  spe- 
ciali, fu  da  questo  scritto  d' Ippocrate  che  ne  assunsero 
le  prime  idee  ,  e  che  se  lo  proposero  ad  esempio.  Era 
però  a  sperarsi  che  al  tempo  nostro  in  cui  un  sì  ampio 
orizzonte  scientifico  ci  è  aperto  innanzi,  in  cui  Io  spirito 
di  ricerca  e  di  analisi  si  va  tanto  sublimando  ,  in  cui 
questa  specie  di  studj  e  di  lavori  emerse  di  un'  impor- 
tanza sì  dimostrata  per  la  salute  e  miglior  essere  de'  po- 
poli, al  tempo  nostro,  dico,  era  sperarsi  che  coloro  i 
quali  intesero  offrirci  statistiche  o  topografie  mediche  si 
sarebbero  meglio  giovati  dei  lumi  proprj  di  quest'opera  , 
se  li  avessero  congiunti  colle  cognizioni  contemporanee. 
(4)  L1  astronomia  che  Ippocrate  vede  necessaria  al 
medico  si  è  la  cognizione  de'  regolari  moti  degli  astri , 
e  s'  egli  usa  indicare  questi  in  modo,  come  noi  diremmo, 
mitologico  o  figurato,  cioè  col  sorgere  della  Canicola  o 
di  Arturo,  col  tramonto  delle  Pleiadi  ecc.,  si  è  bensì 
per  dinotare  i  grandi  e  periodici  cambiamenti  delle  sta- 
gioni, non  già  per  alludere  ad  un1  influenza  di  que'  se- 
gni astronomici  sulla  terra,  ad  un'influenza  che  direb- 
besi  meglio  astronomica  ,  ad  un'  influenza  in  somma 
diversa  da  quella  a  cui  si  riducono  le  variazioni  occor- 
renti nr Ilo  stato  dell'  atmosfera.  In  fatti  per  li  Greci 
V  equinozio  di  primavera  indicava  il  cominciare  di  que- 
sta stagione.  La  state  loro  era  condotta  dal  levare  delle 
Pleiadi  ed  era  divisa  in  due,  la  cui  seconda  parte  prin- 
cipiava col  levare  della  Canicola,  ossia  il  gran  cane  di 
Tolomeo,  e  giorni  canicolari  erano  quelli  tra  il  il\  di 
luglio  e  il  23  di  agosto.  Al  sorgere  di  Arturo  comin- 
ciava T  autunno  ,  e  quest'  epoca  ,  che  era  quella  della 
vendemmia  al  tempo  di  Galeno,   precedeva    di   dodici 


i68 
giorni  l'equinozio  autunnale.  Lo  scomparire  delle  Pleiadi 
indicava  l'entrata  nel  verno. 

Da  quanto  troviamo  in  Aristotele  (de  general,  hu- 
man.^ 1.  IV,  e.  io),  in  Cicerone  (de  Diviniti  1.  II),  in 
Orazio  (1.  II ,  Satir.  4,  v.  3o  ) ,  in  Golumella  (I.  II , 
e.  ic),  in  Palladio  (1.  II,  e.  6),  in  Plinio  (  H.  N.,  1.  II, 
e.  102,  io4,  1.  XVIII,  e.  29,  32)  e  in  Macrobio  (  de 
Somn.j  Scip.)  I.  I,  e.  19.  —  Saturn.,].  VII,  e.  16)  anti- 
camente ritenevasi  avere  la  luna  una  chiara  influenza 
sui  vegetabili  ,  sugli  animali  e  sulT  uomo.  Anche  Ga- 
leno (de  dieb.  decr.,  e.  2.  3.  5.  6.  8)  credette  vedere  che 
li  periodi  critici  delle  malattie,  ed  il  ritorno  delle  febbri 
intermittenti  in  ispecial  modo,  fossero  dipendenti  dalle 
rivoluzioni  lunari.  Pure  (  se  si  eccettui  la  debole  appa- 
rizione in  Roma  del  ciarlatano  Cri  nate  ai  tempi  di  Ne- 
rone )  non  fu  che  dopo  le  Crociate  che  1'  astrologia  , 
ramo  particolare  della  pseudo-filosofia  orientale,  si  fece 
entrare  nella  medicina  (Sprengel,  op.  cit.,  t.  IV,  p.  201), 
non  potendosi  di  ciò  incolpare  nemmeno  gli  Arabi.  Al- 
lora i  vaneggiamenti  astrologici  ,  come  al  presente  gli 
omeopatici  ,  entrarono  a  formar  parte  umiliante  della 
storia  della  medicina.  E  siccome  per  tali  superstiziose 
dottrine  astrologiche  non  potevasi  intraprendere  alcun 
affare,  non  vestirsi,  non  viaggiare  ,  non  attaccar  batta- 
glia se  non  se  ne  aveva  una  guida  in  un  astro,  così  an- 
che in  medicina,  p.  e.,  secondo  Marsilio  Ficino  il  sa- 
lasso non  poteva  farsi  che  quando  appariva  una  data 
costellazione.  Le  fasi  lunari  dovevano  dettare  una  tale 
operazione,  ed  il  tempo  più  opportuno  si  era  allorché  la 
luna  trovavasi  nel  segno  del  Cancro.  Quando  essa  con- 
giungevasi  con  Saturno  toglieva  l'attività  ai  rimedi  e  spe- 
cialmente ai  purganti.  Certe  pillole  non  potevansi  pre- 
parare durante  la  congiunzione  di    Giove   con  Venere. 


169 
Tali  sciocchezze  mediche  si  videro  sostenute  anche  da 
principi  ,  come  furono  li  Visconti  di  Milano  (  Murat., 
Sciip.  rerum,  hai.,  v.  XX,  p.  io  17  ).  Nel  sedicesimo  se- 
colo poi  1'  astrologia  fu  riguardata  come  una  scienza 
vera  ed  utile.  Ne  furono  gran  professori,  p.  e.,  Davide 
Herlich  in  Germania.  Michele  Nostradamus  illustre  me- 
dico ,  astrologo  ,  vaticinatore  e  profeta  \  Antonio  Mi- 
zauld,  Giovanni  Carvin  in  Francia  ;  il  Cardano,  Tom- 
maso Gianozzi,  Clemente  dementino,  Giuseppe  Rosac- 
cio,  Luigi  Settala  in  Italia.  In  quel  tempo  slesso  li  me- 
dici s'  incaricarono  della  compilazione  de'  lunarj  per 
aggiungervi  li  pronostici  sulle  stagioni,  e  sulle  malattie  e 
per  segnarvi  li  giorni  in  cui  farsi  salassare.  A  vantaggio 
del  buon  senso  e  della  medicina,  del  pari  che  Avicen- 
na, il  quale  aveva  già  fatto  vedere  (  Fen.  II,  Tract.  l\, 
e.  8  )  essere  la  dottrina  di  Galeno  in  questo  proposito 
poco  conforme  all'osservazione,  anche  il  celebre  Gio- 
vanni Pico  della  Mirandola  ed  il  cancelliere  Gerson 
( de  erroribus  circa  artem  magicam)  combatterono  tali 
follie.  Ad  onta  però  che  in  seguito  insigni  medici,  come 
Tommaso  Erasto  ,  Francesco  Valleriola  ,  Luigi  Mon- 
della  ed  altri  abbiano  dimostrato  V  erroneità  dell'  astro- 
logia, ed  il  Gassendi  poi  nel  secolo  XVII  le  abbia  dato 
l'ultimo  crollo,  e  quantunque  le  ragioni  addotte  da  per- 
sone così  autorevoli,  gli  avanzamenti  dell'  arte  critica 
e  della  logica,  e  le  posteriori  spregiudicate  osservazioni 
abbiano  in  generale  distrutto  il  vergognoso  impero,  che 
nelle  epoche  succitate  aveva  una  tale  pretesa  scienza 
nell'  arte  medica,  pure  per  nostra  umiliazione  si  videro 
in  questi  ultimi  tempi  Darwin  (Zoonom.,  t.  Ili,  p.  29) 
ed  altri  ancora  attribuire  a  certi  fenomeni  cosmico- 
tellurici  alcune  malattie,  che  erano  di  troppo  chiara 
origine,  nò  ancora  si    vede    affatto  sradicata  certa  per- 


suasione  per  V  influenza  del  satellite  terrestre  nella  pro- 
duzione delle  malattie,  o  almeno  di  qualche  fenomeno 
di  esse. 

Che  la  luna  ed  anche  il  sole  abbiano  un'  azione 
sulle  acque  del  mare  e  specialmente  su  quelle  dell'  O- 
ceano,  per  cui  ne  avvenga  il  flusso  e  riflusso  ,  era  cosa 
conosciuta  dagli  antichi  (  Plin.,  1.  II  ,  e.  go,.  —  Plu- 
tarc.  delle  opinioni  de"1  filosofi.  —  Strabon.,  I.  Ili,  e.  5  ) 
non   ignorata  da  Dante  ,  il  quale  cantò  (  Parad.,  e.  16  ) 

E  come  7  volger  del  ciel  della  luna 
Cuopre  ed  iscuopre  i  liti  senza  posay 
Così  fa  dì  Fiorenza  la  fortuna  ; 

e  dimostrata  altresì  da'  più  gran  fisici  e  matematici  mo- 
derni (V.  Belli.  Corso  eleni,  di  fisica  sperai.  I,  p.  82), 
ma  che  la  luna  eserciti  tale  azione  sul  uomo  sano  e  in- 
fermo è  cosa  aucor  più  mal  fondata  di  quella,  che  dal 
volgo  si  ritiene  avere  sui  vegetabili  (SulV infl.  della  lana 
nella  veget.  del  C.  M.  Leoni.  Ann.  di  stat.,  ag.  183^, 
p.  2,17)}  e  se  Balfour  ,  Réch.  asiatiq. ,  t.  Vili,  p.  1  ) 
Sauvages,  Mead,  Lind.  1'  ammisero  riguardo  alle  malat- 
tie specialmente  ne' paesi  equatoriali  ,  vi  fu  chi  la  negò 
apertamente  da  molti  anni  (  Ruschig.  de  lunae  impe- 
rio in  valutidinem  corporis  humani nullo.  Virtemberga, 
1 787  ).  E  di  fatti  Deslandes  trovandosi  prefetto  marit- 
timo nei  porti  dell'Oceano  di  Rocheford  e  di  Brest, 
ove  la  marea  essendo  assai  sensibile  ,  forti  effetti  ana- 
loghi si  dovrebbero  avere  sul  corpo  umano,  Deslandes, 
dico ,  facendo  attente  osservazioni  comparative  sulle 
malattie,  che  regnavano  negli  spedali  trovò  all'  appog- 
gio de'  fatti  statistici  di  potere  rovesciare  la  supersti- 
ziosa credenza  nell1  influsso  lunare. 

Chi  voglia  prestar  fede   agli    antichi  storici,  e  natu- 


I7. 

raìisti  ed  ai  poeti  potrà  ben  trovarsi  apparentemente 
sussidiato,  o,  per  meglio  dire  ,  posto  in  lusinghiera  si- 
tuazione per  poter  credere  all'  influenza  degli  ecclissi  e 
e  delle  comete  sui  corpi  umani  sì  uello  stato  normale, 
che  patologico,  non  così  sarà  per  chi  voglia  dimostrarla 
appoggiandosi  ai  fatti  nudi  dai  pregiudizi  e  da  super- 
stizione. A  lode  del  vero  e  de' tempi  nostri  le  aurore 
boreali,  certi  altri  fuochi  o  fenomeni  nelP  alto  delP  atmo- 
sfera (  a  quali  secondo  la  loro  Ggura  ,  o  la  fantasia  di 
chi  li  osservava,  davansi  strane  interpretazioni  ),  le  co- 
mete ,  gli  ecclissi  al  presente  danno  più  lavoro  agli 
astronomi,  di  quello  che  influiscano  sul  cervello  del  po- 
polo, il  quale  con  1'  animo  da  questi  fenomeni  per  nulla 
alterato  con  tutta  tranquillità  ad  altre  di  maggiore  van- 
taggio rivolge  la  propria  attenzione. 

Sin'  anche  P  azione  del  sole  puossi  ben  dire  essere 
da  noi  sentita  colP  intermezzo  delle  cose  che  ci  stanno 
intorno.  In  fatti  essa  è  diversa  non  solo  secondo  P  al- 
tezza della  terra  ,  che  la  prova  ,  ma  secondo  il  mezzo 
altresì  per  cui  passano  i  suoi  raggi.  Così  questi  non 
agiranno  nello  stesso  modo  su  chi  trovasi  sul  Chini- 
borazzo  ,  e  su  chi  sta  in  una  valle  quasi  al  livello  del 
mare  ,  perchè  Paria  diversa  ne'  due  siti  e  per  densità 
e  per  vapori  contenuti  ecc.  ,  modificherà  Inattività  di 
essi.  Né  diversamente,  se  la  luna  avrà  mai  qualche  in- 
fluenza ,  la  dovrà  ai  cangiamenti  avvenuti  nelP  atmo- 
sfera. Con  osservazioni  fatte  in  Germania  pel  corso  di 
ventotto  anni  credette  dimostrare  il  P.  Schiibler  di 
Tubinga,  che  piove  più  frequentemente  nel  periodo  di 
luna  crescente  che  in  quello  in  cui  cala  (  Récueil  indù- 
striel,  num.  7/j.  Février  i833  per  Moléon,  p.  187  ).  Ma 
ciò  pure  ammesso  ,  se  i  corpi  umani  sentiranno  alcuni 
cangiamenti  0  incomodi ,  ne  sarà    sempre  la  causa  più 


I  ">2 
t 

nello  stato  diverso  o  per  umidità  o  secchezza  indotto 
nella  nostra  atmosfera  -,  che  non  per  diretta  influenza 
lunare.  Se  poi  non  del  tutto  a  torto  gli  equinozj  sono 
riguardati  come  insalubri  ,  ciò  dipende  dall'  accadere 
appunto  con  essi  li  più  sensibili  passaggi  dal  freddo  al 
caldo  o  da  questo  a  quello.  E  ben  si  sa  che  gli  effetti  di 
tali  cangiamenti  nell'  atmosfera  sono  ugualmente  dan- 
nosi al  nostro  corpo  se  avvenga  di  provarli  in  mezzo 
al  verno  od  alla  state. 

Quantunque  il  medico  dato  alla  pratica  dell'arte 
fìsso  debba  tenere  Io  sguardo  sugli  infermi  o  sulle  cose 
che  più  da  vicino  li  circondano  ,  e  portare  la  mente  [ri- 
flessiva e  meglio  ancora  la  mano  esperta  sulla  località 
affetta,  piuttosto  che  rivolgersi  alle  comete,  o  alla  luna 
e  consultare  gli  almanacchi,  non  dovrà  però  sprezzare 
le  osservazioni  meteorologiche,  quelle  cioè,  che  gli  in- 
dicano Io  stato  e  le  variazioni  dell'  atmosfera  in  cui  vi- 
viamo ,  ed  ebbe  assai  torto  il  Ramel  di  così  assoluta- 
mente negare  la  utilità  di  tali  osservazioni  (Apercu  et 
doutes  sur  la  meteorologie  appliquée  à  la  médecine 
Aix,  1787),  non  che  il  Rasori  di  farvi  ec.  (  op.  cit., 
p.  260).  Il  calore  o  la  di  lui  mancanza  nell'aria  in  cui 
siamo  e  che  respiriamo  ,  1'  umidità  e  il  peso  della  me- 
desima, non  sono  un  etere  ,  non  un'  emanazione  plane- 
taria, non  uno  spiritus  lunae^  ma  sono  altrettante  fisiche 
circostanze,  che  hanno  una  vera  e  diretta  azione  sulla 
macchina  animale,  ed  un'  influenza  sullo  stato  di  salute 
o  di  malattia  della  medesima. 

Egli  è  vero  che  molto  ci  resta,  ad  onta  de' lavori 
meteorologici  applicati  alla  medicina  da  Iluxham  ,  da 
Penada  ,  da  Brera  e  da  altri  molti,  perchè  giungiamo 
a  conoscere  li  rapporti  quanto  più  minuti  ,  altrettanto 
più  utili,  che  hanno  le  atmosferiche  modificazioni    colle 


i93 

diverse  malattie,  ma  l'osservazione  prolungata  di  chi  cori 
pazienza  e  criterio  vi  si  applicherà  ci  guideranno  alla 
fine  ad  ottenere  de'  risultati  assai  soddisfacenti  :  «  La 
difficoltà,  dicono  opportunemente  Halle  e  Thillaye 
(  D/'ct.  des  sciences  méd.  art.  Meteorologi) ,  di  unire  gli 
elementi,  che  devono  comporre  un  tale  risultato  defi- 
nitivo è  per  verità  il  maggiore  ostacolo  che  ci  presenta 
questa  specie  di  ricerche,  e  non  sarà  che  a  forza  di  per- 
severanza, che  si  riuscirà  a  spargere  luce  su  di  un  og- 
getto ,  che  li  medici  più.  celebri  de'  giorni  nostri  ri- 
guardano come  uno  de'  più  utili  ,  opinione  che  pur  li 
medici  dell'  antichità  hanno  professata,  e  ripetiamo  che 
se  l'immortale  Trattato  delle  arie^  delle  accjue^  e  de" luo- 
ghi è  la  prima  opera  di  topografia,  è  pur  anche  il  più 
antico  libro  di  meteorologia.  ?> 

(5)  Risulta  da  quanto  qui  dice  Ippocrate  non  che 
in  altri  luoghi  (  Aphor.  I,  i5,  18)  ch'egli  considerava 
il  ventre  come  la  parte  da  cui  emana  il  fisiologico  e  il 
patologico  dell'  organismo  animale. 

(6)  Ben  riflettendo  sulle  asserzioni  emesse  e  sulle 
conseguenze  dedotte  da  Ippocrate  circa  la  dipendenza 
di  certi  effetti  da  cause  relative  alle  posizioni  topogra- 
fiche, alla  temperatura  ecc.  ,  facilmente  si  potrà  con- 
vincersi come  sarebbe  irragionevole  il  pretendere  che 
quanto  egli  dice  sia  da  ritenersi  equivalente  ad  altret- 
tanti aforismi,  ma  come  debba  in  vece  accorgersi  eh'  ei 
non  dava  che  una  topografia  de'  luoghi  che  conosceva. 
In  fatti  qui  dice  che  li  venti  caldi  sono  quelli  che  pro- 
vengono dallo  spazio  limitato  tra  li  due  punti  dell'  o- 
riente  ed  occidente  invernali,  sentendo  eglino  V  influenza 
del  mezzodì.  Ciò  veramente  non  può  ammettersi  per 
massima  generale,  poiché  noi  sappiamo,  che  li  venti 
appunto  del  sud  son  freddi  per  la    Svevia   e  per  la  Ba- 


*?4 

viera,  perchè  passano  sulle  Alpi.  Così  gli  stessi  venti  au- 
strali, che  passano  sull'Atlante  coperto  di  neve  son  del 
pari  freddi  per  l'Affrica  cisatlantica.  Lo  stesso  avviene 
a  Parigi  per  quelli  che  passano  sui  monti  dell'Alvergna 
(Malte-Brun.,  Geogr.,  1.  XXXIX  ).  Anche  presso  gli  an- 
tichi  trovasi  che  secondo  gli  scrittori  ,  i  tempi  e  le  si- 
tuazioni cousideravansi  diversamente  li  venti,  così  men- 
tre per  lo  più  V  austro  si  riteneva  caldo  ed  umido,  Ga- 
leno (ad  III  de  morb.  vulg.,  Comment.  3  )  asserisce  che 
qualche  austro  è  secco  ed  auzi  freddo  ,  e  Giunone  in 
Omero  impetra  da  Vulcano  l'austro  secco  e  freddo. 

(7)  Ad  onta  dell'  attraente  aspetto  di  cui  godono  i 
siti  esposti  a  mezzodì  ,  pare  avermi  V  esperienza  mo- 
strato che  nei  villaggi,  nelle  case,  e  nelle  città,  le  quali 
non  hanno  se  non  il  sole  ed  i  venti  da  meriggio,  es- 
sendo prive  de' venti  settentrionali  o  per  natura  de1  luo- 
ghi ,  o  per  inconsideratezza  degli  uomini  ,  ivi  ,  dico  , 
gli  abitanti  uè  abbiano  nel  loro  abito  esterno  quelle  vi- 
vaci tinte  ,  né  nelle  forme  quello  sviluppo,  che  lasciano 
scorgere  godersi  da'  medesimi  di  funzioni  digerenti  e 
sanguificanti  ,  quali  veramente  sono  necessarie  ad  una 
buona  salute  e  ad  una  lunga  vita.  Credo  che  chi  avrà 
scorsi  con  medica  attenzione  alcuni  paesi  situati  come 
sopra  ho  detto,  avrà  fatti  da  aggiungere  in  favore  delle 
mia  asserzione. 

(8)  Egli  è  un  predominio  linfatico  nella  macchina  e 
nelle  affezioni  del  fegato  e  della  milza,  sì  comuni  tanto 
come  malattie  primitive  che  secondarie  nei  climi  bassi 
umidi  ed  australi  ,  che  rendono  facili  e  pertinaci  le  ul- 
ceri specialmente   degli   arti   inferiori. 

(9)  Nei  climi  e  paesi  caldi ,  e  particolarmente  poi 
negli  umidi  gli  uomini  mangiano  meno  ,  ed  anche  u- 
sano   di    istanze    vegetabili    piuttosto    che   di    animali. 


>7r, 

Sui  monti  si  mangia  più  che  alla  pianura  ,  ne'  paesi 
freddi  più  che  nei  caldi.  Già  Raglivi  ci  diceva  che  a 
Roma  si  mangia  poco,  e  che  tal  uso  per  stare  bene  de- 
vono adottare  i  forestieri.  A  Trento  invece  si  fanno  non 
meno  di  quattro  pasti  al  giorno.  Il  primo  de'  quali  di 
buon  mattino  ,  e  1'  ultimo  appena  prima  di  coricarsi. 
E  la  diversità  dei  clima  fa  sì  che  gli  abitatori  sieno  vi- 
gorosi e  ben  nutriti  non  meno  a  Roma  che  a  Trento. 

(io)  Piuttosto  che  all'opinione  di  Coray  ,  il  quale 
vorrebbe  che  lppocrate  qui  alludesse  strettamente  alla 
epilessia  ossia  morbo  sacro  ,  io  mi  accosto  a  quella 
di  Chailly ,  al  quale  sembra  invece  che  il  greco  me- 
dico parlare  intenda  in  generale ,  e  chiami  sacre  le 
convulsioni  e  le  difficoltà  di  respiro  che  assaliscono  li 
fanciulli.  In  fatti  noi  vediamo  a  quante  convulsioni  sieno 
eglino  soggetti,  esclusa  anche  la  epilessia,  la  quale  anzi 
è  in  ess  imeno  frequente.  E  tali  sono  l'eclamsia  ed  al- 
tri fenomeni  nervosi  derivanti  da  dentizione  ,  da  ver- 
mini e  dalle  indisposizioni  fìsiche  e  morali  delle  nu- 
trici. Anche  le  malattie  delle  quali  è  sintoma  principale 
ed  imponente  la  difficile  respirazione,  sono  pur  troppo 
frequenti,  ed  anzi  fatali  ai  bambini  e  teneri  fanciulli,  e 
tali  sono  la  tosse  convulsiva  (  se  non  pei  tempi  d' lppo- 
crate almeno  per  noi),  le  angine  ,  le  tracheiti  ,  e  le  la- 
ringiti anche  sotto  quella  terribile  loro  forma  che  di- 
cesi croup. 

Quelle  malattie  pertinaci ,  lunghe  ,  di  oscura  ori- 
gine ,  penose  sin  anche  a  vedersi  e  per  Io  più  fatali  , 
chiamavansi  tutte  sacre  ,  da  ciò  che  iera  o  sacre  dice- 
vansi  da  Greci  le  cose  orrende  (Keuchen.  ad  Samonic, 
p.  2/J6,  285  —  Amaltheum  etc.  ad  veib.  Hieros),  ese- 
crabili (Virgil.  e  Serv.),  grandi  ,  onde  Celso  (1.  Ili,  c.a3) 
chiama    la  epilessia    anche  morbus  major  ^  si  vede  nel 


i^6 

trattato  ippocratico  de  morbo  sacro  (  dì  chiunque  poi 
sia)  che  sacra  nomavasi  tale  malattia  per  l'ammira- 
zione che  destava,  per  nou  sapersene  indicare  la  ca- 
gione e  dietro  appunto  quest'  idea  la  cura  consisteva 
in  incantesimi  ed  espiazioni.  E  però  parere  di  Platone 
(  Oper  omn.,  trad.  Mars.  Ficini  ,  t.  Ili  ,  p.  606  )  che 
tal  nome  l'avesse  dall'  attaccare  il  capo,  parte  del  corpo 
in  cui  v'ha  qnalche  cosa  di  divino.  L'imponenza  di  que- 
sta affezione  e  la  sua  caparbietà  ,  replico  ,  1'  avranno 
fatta  chiamar  sacra,  quando  ciò  non  fosse  dal  ritenerla 
un'  invasione  di  qualche  superiore  emanazione  ,  o  un 
castigo  divino  ,  in  fatti  Areteo  (  Morb.  diutur.,  L.  I  , 
e.  IV)  riferisce  che  per  superstizione  dicevansene  presi 
coloro  che  peccavano  contro  la  luna  ,  e  lunatici  chia- 
maronsi  per  vero  dire  gli  epilettici  nelle  Sacre  Carte 
(  Matth.  Cap.  IV,  a45  27  ).  Che  da  un  demone  fossero 
gli  epilettici  invasi  nort  è  poi  opinione  assai  estranea  a 
noi  ,  ove  non  è  remoto  il  tempo  in  cui  essi  ,  come  le 
donne  isteriche  e  li  furbi  che  simulavano  convulsioni  , 
venivano  in  certi  giorni  solenni  ,  ed  in  certi  santuarj 
celebri  condotti  ,  ammirati  e  soccorsi  di  elemosine. 

(11)  Assai  di  poco  merito  ritengo  la  fatica  del  Co- 
ray  diretta  a  farci  credere  doversi  intendere  1'  incubo 
per  V  epiale  d'Ippocrate.  Bensì  quello  sarà  per  me  non 
F  epiale  ma  Y epialtes  o  ephialtes  che  Plinio  (L.  XXV, 
e.  io)  chiamò  altresì  ludibrium  Faunorum.  L'  epiale , 
secondo  l'autore  ippocratico  del  lib.  IV  degli  Epidemj, 
e  secondo  questo  passo  d'ippocrate,  era  una  malattia 
de'  siti  caldi  ed  umidi,  e  dietro  Galeno  (de  dif.febr., 
L.  Il,  e.  6  )  epiali  chiamavansi  le  febbri,  nelle  quali 
il  calore  era  misto  al  freddo.  E  siccome  questo  feno- 
meno morboso  è  appunto  proprio  delle  febbri  intermit- 
tenti larvate,  e  delle  subcontinue,  comuni  ai  climi  caldi 


m 

ed  umidi,  così  ben  confermasi  che  una  specie  di  febbre, 
e  non  un  sintonia  nervoso  piuttosto  raro  ed  a  qualun- 
que clima  proprio  ,  indicar  volle  Ippocrate  con  tal  vo- 
cabolo. 

(12)  Concorrono  i  medici  antichi  e  moderni  a  rico- 
noscere nelT  epinittide  d'  ippocrate  una  malattia  in  cui 
compariscono  nella  notte  delle  pustole,  le  quali  poi  sva- 
niscono nel  giorno.  Un  tal  morbo  fu  da  me  veduto  più 
coi  caratteri  dell'  esseva  di  Vogel,  che  con  quelli  del- 
l' epinyctis  di  Celso  (L.  V,  e.  28,  s.  1  5  ).  Con  quesful- 
timo  autore  ne  ho  verificata  la  cagione  nell'  allatta- 
mento e  nell'  abuso  dei  cibi  acri. 

(i3)  In  questa  occasione,  di  essermi  servito  in  ita- 
liano del  vocabolo  dissenteria  ,  dirò  che  oramai  chiara- 
mente rilevasi  1?  utilità  d'  introdurre  nella  nostra  lingua 
vocaboli  di  tutte  le  altre,  quando  questi  valgano  a  me- 
glio precisarne  il  senso  ,  ossia  darne  un'  idea  adequata 
e  chiara  ,  e  che  perciò  sarà  bene  nell'  indicare  le  ma- 
lattie servirsi  di  quelli  scientifici,  onde  porre  i  medici 
d'  accordo  col  popolo  nell' esprimersi  e  nell' intendersi, 
A  meglio  ciò  ottenere  sarà  però  necessario  ,  che  nelle 
definizioni  sieno  unanimi  e  precisi  prima  di  tutto  gli 
stessi  dell'arte  (sul  che  vi  ha  ancor  molto  a  desiderare), 
onde  togliere  quelle  contestazioni  che  terminare  pos- 
sono non  soltanto  nel  rendere  ridicoli  i  medici  ,  come 
quelli  che  non  s'  accordano  tra  di  loro  nemmeno  nel 
linguaggio  e  nelle  idee,  ma  possono  cagionare  immensi 
danni  (  v.  la  nota  seg.).  In  vista  di  quanto  ho  detto  di 
sopra  non  ho  creduto  usare,  invece  della  parola  dissen- 
teria, le  espressioni,  da  altri  adoprate  ,  di  termini  di 
ventre,  di  difficoltà  d?  intestini,  e  per  la  ragion  mede- 
sima ho  usati  vocaboli  ottalmia  in  luogo  di  lippitudine, 
SulV  aria  ?  ecc.  grattato,  1  2 


e  catarro  in  luogo  dì  flussione ,  assai  poco  corrispon- 
dendo le  espressioni  di  tormini  di  ventre  ,  di  difficoltà 
d?  intestini,  di  lippitudine  j  di  flussione  ai  più  precisi 
vocaboli  di  dissenteria  ,  di  ottalmia  e  di  catarro. 

Col  nome  di  epidemie  indicò  Ippocrate  le  malattie 
comuni  che  in  maggior  numero  regnano  nel  popolo  o 
per  li  cambiamenti  naturalmente  pedissequi  del  mutarsi 
delle  stagioni,  o  per  gli  accidentali  avvenuti  nell'atmosfera 
o  nelle  stagioni  medesime,  o  finalmente  anche  pel  modo 
di  vivere  degli  abitanti  (a).  Galeno  pose  tra  gli  epide- 
mici anche  i  morbi  pestilenti.  Si  passò  in  seguito  a  chia- 
mar epidemiche  quelle  malattie  che  ritenevausi  dipendere 
da  qualità  speciali  dell'aria,  da  principj  nocivi,  o  da 
vizj  in  essa  ,  né  ciò  soltanto,  ma  si  andò  innanzi  al  se- 
gno di  dare  tale  qualificazione  anche  a  quelle,  le  quali  da 
tutt'  altro  conoscevansi  aver  origine  che  da  cangiamenti 
atmosferici  o  da  vizj  nelP  aria.  Ammesso  che  veramente 
anche  a  tempi  nostri  si  fa  uno  strano  e  dannoso  uso  del 
vocabolo  epidemia,  per  meglio  combinare  i  pareri  e  to- 
glier confusioni  sì  nelP  esprimersi  ,  che  nell' intendersi, 
e  ciò  per  onor  de'  medici  ed  anche  dell'umanità,  come 
dissi  altrove  (  v.  nota  antecedente),  sarebbe  a  mio  de- 
bole parere  più  opportuno  l'applicare  il  ripetuto  nome 
a  quelle  malattie  che  dominano  straordinariamente  in 
un  luogo,  assalgono  nello  stesso  tempo  e  con  uniforme 
carattere  una  grande  quantità  d'individui,  indi  cessano, 
sia  poi  la  loro  qualunque  cagione  nota  e  comune  ,  sia 
sconosciuta  e  forestiera.  Sta  in  seguito  nell'acutezza  non 


(a)  Appoggiandosi  alcuni  a  quanto  si  trova  nei  trattati  de  Jla- 
tibus  e  de  natura  fiumana,  vogliono  che  Ippocrate  non  veda  la 
causa  delle  malattie  epidemiche  se  non  nell'aria.  Ma  secondo  Ga- 
leno ed  i  critici  posteriori  questi  trattati  non  sono  genuini. 


J79 
solo  ,  ma  altresì  nella  coscienza  del  medico  il  sapere 
ben  classificare  le  malattie  epidemiche  ,  quali  cioè  da 
contagio  ,  quali  dall'  aria  dipendano  ,  quali  sieno  pro- 
dotte da  cibi  o  bevande  o  da  accidentali  e  sin  anche 
da  morali  cagioni  5  e  in  quest'  opera  affatto  dovuta  al 
medico  sta  la  maggiore  importanza  ,  poiché  da  un  er- 
rore di  classificazione  immenso  danno  può  avvenire  alle 
popolazioni  (V.  le  mie  Considerazioni  sulle  epidemie  e 
sulle  infiammazioni  di  petto,  Milano,  i83o  ). 

(i5)  Corrisponde  pienamente  all'odierna  generale  os- 
servazione, che  ne'siti  bassi,  umidi  e  caldi  reguano,  come 
diceva  Ippocrate,le  emorroidi,  le  idropisie,  le  ulceri  depa- 
scenti, diarree,  ec.  nello  stesso  modo  che  in  siti  di  op- 
posta natura  e  dominati  da  venti  freddi  sono  proprie  le 
malattie  acute,  le  costipazioni  di  ventre,  le  emorragie  , 
le  pleuriti,  le  peripneumonie,  le  bronchiti,  alle  quali  o 
per  trascurata  cura  ,  o  per  cattiva  couformazione,  o  fi- 
nalmente per  disposizione  ereditaria  tengono  dietro  ta- 
lora le  tisi.  Vediamo  vicino  a  no»  nella  parte  alta,  asciutta 
della  Lombardia  regnare  frequenti  e  gravi  le  accennate 
infiammatorie  malattie,  ed  invece  nella  parte  bassa  le 
febbri  da  irritazione  ,  o  le  flogosi  lente  de1  visceri  del- 
l' addome  ,  non  che  le  conseguenze  delle  diuturnità  ed 
irresolvibihtà  di  queste.  Non  diversamente  sappiamo  ac- 
cadere per  la  Toscana,  per  lo  Stato  romano  B  per  il 
regno  di  Napoli  in  Italia  ,  per  1'  Alvergna  ,  la  Sologna 
e  la  Eresse  (a)  in  Francia  ,  quando  paragonar  si  vo- 
gliano le  loro  parti  basse,  australi,  colle  alte,  montuose 
e  settentrionali. 


(a)  Mém.  de  la  Soc.  roy.  de  méd.  1782,  1783,  p.  II,  p.  3 16 
e  017.  —  Monlfalcou,  Hist.  méd.  des  marais  ,  Paris  j8ì6  ,  2.e 
edition. 


Anche  una  parte  dì  una  città  (  e  ciò  serva  di  nota 
ad  un'osservazione  dell'autore,  che  vedrassi  al  §  XXII) 
più  esposta  al  nord  o  alta  è  soggetta  a  malattie  infiam- 
matorie, mentre  la  parte  bassa  della  stessa  la  è  alle 
lente  ,  ciò  si  osservò  a  Montpellier  (a)  ed  a  Provins  (b)y 
nella  cui  parte  alta,  come  verificò  Naudot  ,  regnano  li 
mali  di  petto  e  soffrono  i  tossicolosi,  mentre  nella  bassa 
sono  comuni  le  febbri  intermittenti.  Fece  già  notare  il 
dottor  De  Renzi,  (e)  ed  ora  lo  ripete  il  professore  Bar- 
zellotti  (d) ,  che  la  vastità  di  Napoli,  l'ineguaglianza  del 
suolo  ov'  è  fabbricata  ,  la  direzione  di  certi  venti  che 
vi  spirano,  offrono  invece  di  un  clima,  una  varietà  di 
climi;  giusta  le  diverse  situazioni  diversa  n' è  la  tem- 
peratura ,  e   diverse   anche  le  malattie  popolari. 

(16)  Se  dalle  diversità  morbose  tra  gli  abitanti  dei 
paesi  esposti  al  mezzodì  e  quelli  che  lo  sono  a  setten- 
trione passiamo  alle  fisiologiche  e  tra  queste  non  dimen- 
tichiamo le  morali,  bisognerà  in  questo  argomento  con- 
venire con  Ippocrate.  In  fatti  tra  li  montanari  ,  che  tra 
noi  attesa  1'  altezza  in  cui  son  posti  equivalgono  a'  set- 
tentrionali presi  in  considerazione  da  Ippocrate  ,  do- 
mina maggior  secchezza  e  rigidità  di  corpo,  robustezza, 
maggior  appetito  e  lunghezza  di  vita.  Gli  abitanti  degli 
Abruzzi  sono  intraprendenti  ,  coraggiosi  ed  aspri  non 
solo  secondo  Virgilio  (e),  ma  altresì  secondo  Richard  (f) 

(a)  Rècueil  (Vobs.  de  méd.  des  hóp.  mìlitaires,  t.  1,  p.  5  e  16. 

(b)  Journ.  de  méd.,  Juillet  ,  1^85. 

(e)  Osservazioni    sulla  Topografia-medica    del    Regno  di    Na- 
poli. Napoli,  1829,  p.  II,  cap.  IV  e  XIX,  $  5. 

(d)  Avvisi  agli  stranieri  che  amano  di  viaggiare  in  Italia  o  di- 
morarvi,  ecc.  Firenze,    1 838  ,  pag.    176. 

(e)  Genus  aere  virum  Marsos,  pubetnque  Sabcllum.  Georg., 
li,    167. 

(/')  {listi  de  l'air  et   des  méteor.  T.   VI. 


151 
e  per  le  prove  che  se  ne  ebbero  nella  loro  resistenza 
alP  ultima  invasione  francese.  Ad  onta  di  essere  meri* 
dionali  ,  sono  li  Provenzali  e  li  Guasconi  più  bellicosi , 
e  ciò  vuoisi  dipenda  dall'  essere  eglino  esposti  ai  venti 
Volturno  e  Coro  degli  antichi.  L'  altezza  o  bassezza  di 
un  paese  induce  anche  nel  morale  degli  abitanti  una 
diversità  non  solo  in  un  ampio  tratto  di  paese  ,  ma  ac- 
cade di  ciò  verificare  anche  riguardo  ad  una  città.  Si 
notò  dal  P.  Cotte  che  a  Montmorency  vi  è  un  luogo 
più  alto  ove  gli  abitanti,  e  specialmente  i  fanciulli  hanno 
uno  spirito,  una  perspicacia,  che  non  si  trova  tra  gli 
abitatori  della  vera   città  (a). 

(17)  Quanto  dice  intorno  ai  costumi  Ippocrate  in 
questo  paragrafo  non  che  nei  seguenti  XXIII,  LXXVI, 
LXXXIV,  LXXXV,  CX VI,  CXX,  CXXVI  depongono 
contro  Raymond  ,  il  quale  nella  sua  bella  Topografia 
di  Marsiglia  (b)  aveva  detto  ,  che  in  quest'  opera  il  me- 
dico di  Coo  non  ha  trattato  che  le  fisiche  influenze} 
mentre  si  vede  che  non  vi  ha  perduto  di  vista  le  mo- 
rali ,  e  così  anche  a  questo  riguardo  l'antichissimo  può 
servir  d'  esempio  ai  moderni  scrittori   di  statistica. 

(18)  La  pubertà  e  con  questa  la  tendenza  tra  i  sessi 
e  la  facoltà  generativa  compariscono  prima  ne'  luoghi 
caldi,  bassi,  meridionali,  e  ritardano  ne'siti  alti  freddi  a 
settentrionali,  e  ciò  per  regola  generale.  Sarebbe  tanto 
facile  quanto  seccante  il  trarre  da  ciò  che  scrissero  i 
viaggiatori  ed  i  naturalisti  una  quantità  grande  di  fatti 
comprovanti  questa  asserzione.  I  costumi  per  altro,  le 
letture,  le  conversazioni    possono    far  anticipare  la  pu- 

(a)  Meni,  de  la  Soc.  roy.  de  mèd.   Anno   1779,  p-  II,  p.  85. 
{b)  Menu  de  la  Soc.  roy.  de  mèd.  Anno   1777,   1778,  p.  11, 
pag.  66. 


182 
berla.  A  Parigi  si  vede  assai  più  precoce  lo  sviluppo 
nelle  fanciulle  che  non  in  molti  paesi  della  Francia  po- 
sti più  a  mezzo  giorno.  Li  Samoiedi  che  vivono  a  70 
gradi  di  latitudine  nord  dovrebbero  essere  puberi  più 
tardi  che  li  Russi  e  gli  Svedesi,  ed  invece  lo  sono  quanto 
gli  abitanti  del  mezzodì,  a  cagione,  come  osserva  1'  ab. 
Chappe  (  T^oy.  eri  Sibèrie,  i.  I,  p.  1  ),  dell'  estremo  li- 
bertinaggio cui  dà  ansa  il  loro  modo  di  convivere  nelle 
capanne. 

(19)  Secondo  quanto  qui  dice  Ippocrate  ed  in  altri 
luoghi  (XXV  e  LXXXIV  )  Paria  umida  rende  la  voce 
ruvida  e  bassa.  L'esser  ella  troppo  acuta,  rauca  ed 
aspra  sembra  derivi  tanto  dal  troppo  caldo  ,  che  dal 
troppo  freddo,  in  fatti  tale  è  quella  degli  Arabi  (Ri- 
chard, Op.  cit.  t.  II  ),  e  tale  quella  de' Lapponi  e  Groen- 
landesi (Buffon  Hist.  nat.^  t.  III).  In  vece  ili  clima  tem- 
perato, intermedio,  com'è  degli  Asiatici  e  degli  Ita- 
liani, la  voce  è  più  dolce  omogenea,  gradita  e  sonora. 
Gbelin  è  d'  opinione  che  li  climi  abbiano  avuta  influenza 
nel  far  nascere  i  varj  dialetti  ,  e  li  suoni  della  parola 
che  trovansi  sulla  terra.  Il  caldo  dell'aria  facilitando 
Taprimento  della  bocca,  e  coli' agire  rilassando  le  fi- 
bre dello  stromento  vocale,  ed  il  freddo  colT  operare 
in  senso  contrario,  si  ha  ne'  paesi  caldi  un  suono  dolce, 
più  largo,  più  smanioso,  e  l'opposto  nei  freddi  (  Puc- 
ci notti,  Sapienza  d "Ippocrate ,  pag.  5i).  Il  linguaggio 
cammina  colla  stessa  regola*  che  abbiamo  detto  per  il 
tuono  della  voce.  Quello  de' settentrionali  abbonda  di 
consonanti  e  riesce  duro,  aspro,  difficile,  il  contrario  è 
de'  meridionali.  Una  prova  la  si  può  avere,  come  osserva 
Coray  dal  paragonare  i  primi  versi  dell' Iliade ,  della 
Gerusalemme  liberata.  dell' Euriade,  e  del  Paradiso  per- 


i83 
dnto,  acquali    io  aggiungerei  anche  il  primo   verso   del 
primo  e  del  secondo  libro  dell'Eneide. 

(20)  Il  padre  Lamberti  nella  sua  Relazione  della 
Colchide  oggi  detta  Mingrelia  (Napoli,  i654,cap.  19J, 
ove  domina  l' umidità  e  son  pessime  le  acque  così 
dice.  «  In  quel  paese  o  sia  la  robustezza  del  corpo,  o 
la  quantità  degli  umori,  se  le  medicine  si  danno  al  peso 
della  nostra  Italia,  non  oprano  cosa  alcuna.  Pertanto  è 
necessario  replicare  e  triplicarci  pesi,  affinchè  sortano 
il  loro  effetto.  Anzi  sino  i  nostri  Italiani  dopo  avere  di- 
morato per  qualche  tempo  in  quelle  parti,  bisogna  con 
gagliardi  purgativi,  al  modo  del  paese  ,  purgarli.  »  Ne' 
luoghi  umidi  veramente  l'alvo  è  per  lo  più  rilasciato,  e 
ciò  sarebbe  in  contraddizione  a  quanto  ha  osservato 
il  P.  Lamberti.  La  cattiva  qualità  di  quelle  acque  può 
essere  però  tale  da  produrre  stitichezza,  come  quelle  di 
Parigi  e  d'  altri  luoghi  operano  in  contrario. 

(21)  Le  malattie  ,  che  ci  enumera  Ippocrate  in 
questi  paragrafi,  siono  quelle  che  si  scorgono  regnare  in 
qualunque  parte  del  mondo,  ove  sonovi  acque  paludose} 
se  si  eccettuino  i  paesi  molto  alti  sul  livello  del  mare, 
o  molto  settentrionali.  In  fatti  il  Brocchi  notò  che 
certe  acque  stagnanti  per  lo  trovarsi  su  di  un  monte  di 
Calabria  presso  Cosenza  non  producevano  febbri  inter- 
mittenti. Il  che  accade  pure  per  le  paludi  della  Polonia 
o  della  Filandia.  Eco  ad  Ippocrate  fecero  li  citati  P. 
Lamberti,  e  Montfalcon  ne!  descriverci  uno  la  Colchide, 
l'altro  la  Sologna  e  la  Bresse,  il  già  prefetto  Bosio  nella 
statistica  del  dipartimento  dell'^zw,  il  Lancisi  e  chiun- 
que altro  nel  parlarci  della  campagna  romana  ,  delle 
paludi  Pontine,  delle  maremme  toscane  ,  delle  pianure 
ove  coltivasi  il  riso,  o  delle  acque  stagnanti  ove  si  ma- 
cera canape  e  lino.  Ippocrate  però  ed  altri  ancora   sono 


i84 
di  parere  ,  che  tali  malattie  dipendano  dal  beversi  fa 
que'  luoghi  le  acque  palustri.  Quando  però  si  rifletta 
che  pur  coloro,  i  quali  non  le  bevono,  vengono  anch'es- 
si presi  da  febbri  periodiche  con  tutte  le  conseguenze 
di  ingrossamenti  di  milza  ,  di  idropisie  ecc.  ,  come  non 
di  rado  avviene  a  chi  è  passato  per  que' luoghi,  p.  e.,  tra 
le  paludi  Pontine,  o  tra  le  risaje  vercellesi,  devesi  piut- 
tosto conchiudere  che  il  miasma  paludoso  nato  per  la 
corruzione  di  sostanze  organiche  e  promesso  dal  caldo  o 
dall'umido  sia  veramente  il  produttore  di  simili  malat- 
tie, le  quali  da  prima  e  per  lo  più  si  svolgono  sotto 
forma  di  febbri  periodiche  di  diverso  tipo  e  gravezza  , 
ma  qualche  volta  di  altro  aspetto  e  sotto  più  fiera  na- 
tura a  norma  dei  climi  e  degli  individui. 

(22)  L'  Haller  aveva  rimproverato  Ippocrate,  perchè 
avesse  avvilite  le  acque  di  roccia  (  Art.  med.  princi- 
pes,  t.  I,  Prcef).  Non  sembra  per  altro  che  la  critica  sia 
molto  giudiziosa,  poiché  da  prima  devesi  osservare  che 
il  medico  greco  parla  comparativamente  e  le  dice  infe- 
riori ad  altre  senza  dirle  cattive,  e  così  interpretò  que- 
sto passo  Avvicenna  dicendo  atamen  quae  (aquae)  ex 
pura  sinceraque  terra  meliora  sunt  iis  quae  ex  saxis 
prorumpunt.  D'  altra  parte  non  puossi  escludere  ,  che 
alcune  rocce  sia  per  la  loro  composizione  ,  sia  per  es- 
sere immediato  lo  scioglimento  delle  nevi  ,  non  danno 
delle  acque  troppo   buone. 

(23)  Per  Ippocrate  e  gli  antichi  erano  diverse  le  ma-    ». 
terie,  alle  quali  da  Celso   e  da  Plinio  venne    dato  il  no- 
me di  alumen.  Esse,  secondo  crede  Beckmann  Comm. 
Soc.  R.  Scient.  Gottinga  V.  I,  p.  ni  )  erano  altrettante 
sostanze   vitrioliche. 

Trovasi  rammentato  da  Celso  ,  da  Dioscoride  ,  da 
Plinio  e  da  altri  V  allume  dell'  isola  di  Milo    nella  Gre- 


i85 

^ia,  della  Macedonia,  dell'  Egitto,  e  da  Diodoro  quello 
dell'  isola  di  Lipari.  L'  allume  ossia  solfato  di  allumina 
di  potassa  o  di  ammoniaca  ,  quale  è  da  noi  sotto  tal 
nome  conosciuto  ed  usato,  chiamasi  di  rocca,  o  rupeum 
assai  malamente  in  latino,  non  già  come  vuole  il  Mer- 
cati (  Metallotheca,  p.  54  )  perchè  cavato  eoe  praerupto 
monte,  ma  perchè  il  primo  allume  e  sino  al  secolo  XV 
fu  tratto  dagli  Italiani  da  Edessa  di  Soria,  che  secondo 
Niebuhr  chiamavasi  un  tempo  Roha,  Rhue,  Oifu  ed  an- 
che Rocca.  Giovanni  da  Castro  fu  il  primo  a  scoprire 
il  minerale  alluminoso  della  Tolfa  nello  Stato  romano, 
ed  a  prevalersi  del  metodo  eh'  egli  aveva  appreso  in 
Siria  per  fabbricare  l'allume.  Lo  si  cava  pure  alla  Sol- 
fatara vicino  a  Napoli,  ed  a  Montioni  presso  Piombino. 

(24)  La  sostanza  che  gli  antichi  chiamavano  nitro,  se- 
condo il  Micheli,  non  è  la  stessa  di  quella  che  sotto  un 
ugual  nome  ora  si  conosce  da  noi.  Egli  vuole  che  quello 
di  Plinio  fosse  il  natron  o  carbonato  di  soda  ,  e  quello 
degli  Ebrei  il  carbonato  di  potassa. 

(25)  Non  è  tanto  all'  esposizione  che  hanno  le  sor- 
genti verso  questo,  piuttosto  che  verso  quel  punto  car- 
dinale, cui  devesi  la  buona  o  cattiva  qualità  delle  acque. 
Le  sostanze  per  le  quali  passano  prima  di  venire  in 
contatto  dell'  aria,  e  quelle  alle  quali  immischiansi  dopo 
possono  farle  diversificare.  Ciò  è  dimostrato  in  grande 
dalle  molte  e  diverse  acque  minerali,  e  dal  trovarsi  mi- 
gliori le  acque  de'  fiumi  che  rapide  scorrono  su  ter- 
reni ghiajosi  e  sabbiosi  ,  che  non  quelle  lente  ,  serpeg- 
gianti su  di  un  fondo  impregnato  di  materie  organiche. 
Le  acque  di  fonte  e  di  pozzo  di  certi  paesi,  p.  e.,  di 
Bergamo  contengono  maggior  quantità  di  selenite,  che 
quelle  dei  due  fiumi,  il  Brembo  e  il  Serio,  che  passano 
alla    distanza   di   alcune  miglia  da  quelle  città,  giacché 


i8G 

le  prime  traggono  seco  delle  materie  proprie  del  ter- 
reno per  cui  scorrono ,  e  le  seconde  risultano  per  la 
maggior  parte  di  acque  prodotte  da  neve  squagliala  o 
da  pioggia.  Le  acque  di  Pavia  e  di  Milano  contengono 
minori  sali  calcari,  poiché  pel  corso  di  moltissime  mi- 
glia filtrano  per  un  suolo  ghiajoso  ,  siliceo  ,  sabbioso  , 
com'è  per  lo  più  la  nostra  pianura  a  sinistra  del  Ti- 
cino e  del  Po.  Le  acque  finalmente  delle  grandi  città 
sono  impure  per  le  sostanze  organiche  ,  che  vi  s' im- 
mischiano. Alcune  in  vece,  p.  e.  nell'Alvergna,  sono  pure 
quasi  come  P  acqua  distillata,  perchè  attraversano  lave 
che  nulla  loro  comunicano. 

Le  acque  migliori  noti  devono  avere  ne  colore  né 
odore,  nessun  sapore  ,  ma  dare  al  palato  quel  giusto 
senso,  che  li  bevitori  d'acqua  e  dotati  di  gusto  normale, 
vi  sanno  riscontrare  il  migliore.  Devono  contenere  del- 
l' aria  atmosferica,  sciogliere  bene  il  sapone  e  cuocere 
i  legumi.  Quando  Pacqua  sia  cruda,  cioè  contenga  della 
selenite,  non  è  atta  a  sciogliere  il  sapone,  giacché  P  olio 
di  questo,  unendosi  alla  calce  del  solfato  ,  si  aggruma 
(  Dici,  des  sciences  med.  t.  Ili,  p.  225) ,  né  a  cuocere 
i  legumi  secchi  ,  giacché  le  sostanze  alcaline  che  essi 
contengono,  decompongono  il  solfato  calcare  dell'acqua, 
e  la  calce  forma  colla  materia  vegeto-animale  di  que' 
legumi  un  composto  indissolubile  [Dict.  cit^  t.  X,  p.  491)* 

(26)  Secondo  li  calcoli  di  Halley  dal  solo  mare  Me- 
diterraneo s' innalzano  iti  i[\  ore  almeno  cinquemila 
duecento  e  ottanta  milioni  di  tonnellate  d'  acqua  \  la 
quale,  attraversando  in  istato  di  vapore  l'atmosfera  e 
passando  in  una  più  fredda  temperatura,  cade  poscia  in 
pioggia  o  in  neve,  e  questa  sulle  alte  montagne  serve 
a  mantenere  i  fiumi  e  le  sorgenti  che  riducono  al  mare 


i8; 
l'acqua  in  sostituzione    della  giornalmente   perduta  per 
1'  evaporazione  (  Encicl.  méthod,  Eau  ). 

Si  crede  che  il  mare  sia  più  salato  nei  climi  caldi  a 
cagione  della  maggiore  evaporazione  che  vi  succede 
(Richard  ,  op.  cit.,  V.,  p.  85).  E  per  la  stessa  ragione 
può  essere  più  salata  in  estate  che  in  inverno  come 
credevano  gli  antichi  (  Plutarc.   Quaest.  natur.). 

(27)  Tutti  concorrono  nel  ritenere  le  acque  di 
pioggia  come  le  più  pure,  ma  altresì  come  le  più  fa- 
cili a  guastarsi  se  raccolgonsi  in  cisterne  senza  avere 
prima  usate  delle  cautele.  Onde  V  acqua  di  pioggia  sia 
pura  e  si  conservi  sarà  necessario  raccoglierla  dopo 
qualche  tempo,  che  ha  cominciato  a  cadere  avendo  così 
già  lavato  V  atmosfera  delle  materie  eterogenee  che  può 
contenere.  In  fatti  dalle  recenti  osservazioni  e*d  analisi 
di  Daubery,  di  Zimermann  e  di  Witting  risulta  che  la 
pioggia,  la  neve,  la  rugiada  contengono  talora  piccole 
dosi  di  ferro  ,  di  nikel  ,  di  manganese  ,  di  muriato  di 
potassa,  di  acido  fosforico,  muriatico  e  nitrico  ,  e  final- 
mente una  materia  organica  detta  da  poco  pynina,  da 
Ehrenberg  attribuita  a  uova  di  una  classe  particolare 
di  animali  infusorj  poligastrici  (  Bibl.  di  farmacia  ecc. , 
del  dott.  A.  Gatteneo,  Die.  i838,  p.  356).  È  necessario 
che  li  recipienti  ove  raccogliesi  l'acqua  di  pioggia  sieno 
netti.  E  perciò  si  eviti  che  in  essi,  come  sono  le  cisterne, 
s'introducano  le  materie  che  l'acqua  seco  trae  dai  tetti 
o  dal  suolo  o  dai  canali.  A  Cadice  (  Dict.  eh.,  t.  X, 
p.  4^3  )  ed  a  Venezia  ,  città  costretta  a  bere  quasi  af- 
fatto acque  di  pioggia  o  de'  fiumi,  ma  versate  da  prima 
nelle  cisterne  ,  conoseesi  1'  arte  di  ben  costruire  questi 
ricetti  ,  ed   a   depurare  le  acque  che  vi   s'  introducono. 

(28)  Alle  acque  risultanti  dalla  neve  hanno  molti 
voluto  attribuire    alcune    speciali    malattie    tra  le    quali 


i8i 

particolarmente  il  gozzo.  Una  estesa  osservazione  non 
conferma  un  tal  modo  di  vedere  rispetto  a  questa  ma- 
lattia. Non  si  può  per  altro  negare  che  V  acqua,  che  si 
ha  dal  ghiaccio  o  dalla  neve  fusi,  mancando  di  aria,  se 
sia  bevuta  o  usata  in  certa  quantità  possa  essere  dannosa; 
in  fatti  Forster  (  Comm.  in  rebus  in  seleni,  natur.  et 
med.  gestis.,  v.  XXIV,  p.  224)  descrive  gli  incomodi 
sopraggiunti  a  tal  bevanda. 

(29)  L'  esperimento  o  fatto  che  pone  qui  in  campo 
Ippoerate  della  perdita  che  soffre  1'  acqua  a  cagione 
degli  agghiacciamenti  ,  non  che  la  spiegazione  che  egli 
ne  dà  sono  arrecati  dal  Rasori  per  provare  l'ignoranza 
d'  Ippoerate  non  solo  perchè  non  sapesse  di  fisica  ,  ma 
perchè  con  buona  dose  di  arditezza  e  di  stupidezza  di- 
sputar volesse  su  di  ciò  che  non  sapeva.  Dice  Ippoerate 
adunque  che  la  diminuzione  dell'acqua,  dopo  che  era 
stata  resa  solida  pel  gelo ,  dipende  dal  perdere  essa 
una  parte  tenue  e  leggiera  ,  ma  Rasori  rimprovera  la 
rozzezza  del  Greco  sperimentatore  che  non  si  avvide 
ciò    dipendere    dalle  evaporazioni. 

A  questa  critica  del  medico  moderno  io  mi  farei 
lecito  il  fare  le  seguenti  osservazioni. 

O  Ippoerate  inteudeva  parlare  di  diminuzione  di 
acqua  da  acqua,  della  quantità  cioè  anteriore  alla  con- 
gelazione o  di  quella  posteriore  \  ovvero  dal  diminuito 
volume  dell'  acqua  ottenuta  da!  ghiaccio  in  confronto 
del  volume  di  questo,  al  che  è  assai  più  probabile  al- 
ludesse Ippoerate  come  a  cosa  ,  che  assai  sensibile  si 
offriva  agli  occhi  senza  dubbio  più  rozzi  in  qne'  tempi. 
Quando  in  vece  la  differenza  in  primo  luogo  notata  , 
cioè  da  acqua  ad  acqua,  è  assai  meno  percettibile. 

Nel  primo  caso,  quantunque  il  Medico  di  Coo  non 
abbia  usato,  come  pretendeva    Rasori,  il   vocabolo  èva- 


i89 
porazione  (  vocabolo  che  per  altro  esprimerebbe  an- 
ch'esso un  complesso  di  fenomeni  )  nulla  si  trova  in 
contrario  al  fatto  s'  egli  ci  dice  che  nel  passare  allo 
stato  concreto  l'acqua  perde  parti  tenui.  In  fatti  nel 
diacciarsi  non  perde  essa  il  suo  calorico  libero  ,  ed  il 
latente,  come  dimostra  1'  aumento  della  temperatura  de' 
corpi  circostanti  allorché  succede  la  congelazione  (  Mo- 
ratelli,  lez.  XV.  —  Libes  Trattato  di  fisica,  §  l\  16).  Come 
che  rapite  dal  calorico  svolgentesi  adunque  sensibilmente 
non  vi  avrà  pure  dispersione  di  mollecole  acquose  ?  di- 
spersione che  maggiore  si  farà  quando  sia  l'aria  più 
rara  e  meno  calda  (Belli,  corso  ehm.,  Sez.  Ili,  p.  366). 
Questa  perdita  per  evaporazione  non  si  fa  ella  forse 
anche  quando  1'  acqua  è  allo  stato  di  ghiaccio  (Poli, 
fisica,  §  1 3 1 3.  —  Morat.  I.  e.  ).  La  maniera  divedere  e 
d' interpretare  il  fatto  sarebbe  adunque  la  stessa  da  Ra- 
sori  usata  ,  e  soltanto  diversa  quella  dallo  esprimersi. 
Che  se  poi  Ippocrate  intese  di  fare  un  confronto  del 
volume  dell'acqua  in  istato  di  ghiaccio  con  quello  di 
essa  ottenuta  per  la  di  lui  fusione  ,  egli  è  certo  che  la 
diversità  de'  volumi  essendo  reale  è  però  apparente 
quella  dell'acqua,  asserendo  i  fisici  che  questa  anzi  di- 
minuisce di  volume,  perchè  diviene  più  densa  agghiac- 
ciando, ma  sotto  forma  di  ghiaccio  tiene  maggior  spa- 
zio :  ciò  dovendosi  sì  all'aria  nell'acqua  rinchiusa,  la 
quale  in  quella  mutazione  occupa  8oo  volte  più  spazio 
di  prima  (Dict.  de  chimie,  par.  e.  i,  Cadet ,  Eau)  ,  sì 
a  quella  disposizione  particolare  che  prendono  i  cri- 
stalli dell'  acqua  lasciando  de'  vacui  tra  di  loro  (Belli , 
lib.  C). 

La  spiegazione  adunque  di  quest'  ul  lima  maniera  di 
varialo  volume  dell'  acqua    sarebbe    stata    mal    data  da 


i9o 

Ippocrate  non  solo,  ina    pur    anche    da  chi   a3oo  anni 
dopo   credette  veder  meglio. 

(3o)  Tutti  i  pronostici  che  trarre  si  possono  dagli 
antecedenti  o  presenti  stali  dell1  atmosfera  a  riguardo 
di  quanto  in  questa  può  aver  luogo  in  seguito  ,  sono  in 
generale  assai  incerti  ed  ingannevoli  ,  pure  quando  essi 
partano  da  osservazioni  diligentemente  ed  a  lungo  ri- 
petute in  un  dato  luogo  aver  possono  qualche  maggiore 
realtà  ed  essere  pronunciati  ed  applicati  con  certo  fon- 
damento, sempre  però  in  quel  luogo  ove  tali  osserva- 
zioni furono  fatte,  poiché  e  le  distanze  dai  poli,  e  le  al- 
tezze, e  le  esposizioni,  e  i  monti,  e  le  acque,  e  i  venti, 
e  tante  altre  cose  devono  indurre  le  più  grandi  diver- 
sità nel  dominio  delle  stagioni,  nel  caldo,  nelP  umido, 
nel  freddo,  nelle  piogge  per  li  diversi  paesi  ,  sicché  gli 
aforismi  meteorologici  di  un  osservatore  ,  non  combi- 
neranno mai  con  quelli  di  un  altro  che  abita  una  di- 
versa regione.  Cosi  mentre  si  dovrà  ammirare  in  Ippo- 
crate il  più  antico  e  diligente  osservatore  ,  anzi  il  vero 
precettore  in  questo  argomento  ,  non  potremo  a  lode 
della  verità  ritenere  da  noi  adottabile  quanto  viene  dal 
sentenziare.  Il  clima  delle  isole  della  Grecia,  della  Tes- 
saglia o  dell'Asia  minore,  ove  Ippocrate  esercitava  P  arte 
sua,  ben  diverso  essendo  da  quello  di  Lombardia,  sa- 
rebbe ingiusta  pretesa  il  voler  vedere  verificate  le  sen- 
tenze di  lui.  Quanto  per  altro  sarà  innegabile  il  profitto 
che  molti  medici  trarre  sapranno  dalle  proprie  osserva- 
zioni e  riflessi  sulla  meteorologia  del  proprio  paese,  po- 
sta essa  in  rapporto  colle  malattie  dominanti ,  e  lode- 
vole la  sana  riserva  con  cui  se  ne  gioveranno  per  P  eco- 
logia, per  il  pronostico  e  per  la  cura,  altrettanto  non 
potrà  essere  che  biasimevole  P  impudenza  colla  quale 
alcuni,  facendo  punto  fisso  sulla  propria  ignoranza,  voi- 


!9> 

ranno  attribuire  all'  umido  ,  al  secco  ,  a!  caldo  o  al 
freddo  certe  malattie  come  il  vaiuolo  ,  la  petecchia  ,  il 
cholera  e  simili. 

(3i)  Già  da  qualche  tempo  i  medici  intendono  per 
paraplegia  la  paralisi  delle  inferiori  estremità  accompa- 
gnata talora  anche  da  quella  di  qualche  viscera  dei 
basso  ventre.  Ippocrate  e  Galeno  in  vece  intendevano 
per  paraplegia  la  paralisi  di  una  parte  del  corpo  (V. 
Septala  Comment.  ad  lib.  IV).  Né  questa  il  Medico  di 
Coo  indicava  con  tal  vocabolo  soltanto,  ma  altresì  con 
quello  di  apoplessia,  come  vedesi  nelle  Coace  (477)? 
ove  parlando  delle  paralisi  parziali  che  accadono  dietro 
ferite,  dice  apoplettici  della  parte  destra  o  sinistra  del 
corpo. 

(32)  Secondo  alcuni ,  tra  quali  il  Gadaldino  ed  il 
Martin,  lo  sfacelo  del  cervello  sarebbe  1'  apoplessia  ,  e 
questa  opinione  troverebbe  un  appoggio  nelT  accordo 
che  passa  tra  la  sentenza  d'  Ippocrate  e  la  descrizione 
che  il  Baglivi  ci  lasciò  della  costituzione  che  precedette 
ed  accompagnò  le  apoplessie  epidemiche  d'  Italia  del 
1694  e  1695.  Borsieri  in  vece  ritiene  essere  quella  ma- 
lattia la  cefalite  associata  a  particolari  sintomi  e  che 
termina  rapidamente  in   insensibilità. 

(33)  La  dottrina  delle  crisi  meriterebbe  molte  pa- 
role, come  quella  che  ebbe  un  lunghissimo  e  tirannico 
dominio  in  medicina,  ma  in  un  libro  anche  ai  non  me- 
dici destinato  il  discorrerne  sarebbe  per  la  maggior  parte 
fuor  di  luogo  *,  se  debbo  però  dire  ciò  che  sento,  e  che 
può  anche  da  chiunque  essere  inteso,  si  è  eh'  egli  e  in 
in  gran  parte  alla  diminuita  fede  nelle  crisi  enei  giorni 
critici,  ed  al  non  più  cieco  e  grande,  ma  al  ragionato  e 
ristretto  valore  dato  oggidì  alla  forza  medicatrice  della 
natura  ,   è    dovuto    il    fatto    innegabile    di    vedere ,    in 


10,3 

un  dato  numero    cP  infermi    curati ,   morirne    meno    n\ 
presente  che  non  per  lo  passato. 

(34)  Il  nome  di  Asia  secondo  Omero  ,  Erodoto  ed 
Euripide  era  proprio  di  un  paese  della  Lidia  ,  irrigato 
dal  Caistro,  ed  ancora  posteriormente  all'  epoca  loro 
vi  si  conosceva  una  tribù  di  Asioni  ed  una  città  detta 
Asia.  Da  Omero  dividevasi  la  terra  in  due  parti  ,  una 
settentrionale,  1'  altra  meridionale  mediami  i  mari  Nero, 
Egeo  ,  e  Mediterraneo  ,  non  che  col  fiume  Fasi  (  Ar- 
riani  ,  Peripl.  Pont.  Euxin.  ).  Più  tardi  da  Anassiman- 
dro furono  applicati  i  nomi  alla  prima  di  Europa  ,  alla 
seconda  di  Asia.  Ippocrate  (  V.  §  LXXVII  )  poneva  la 
palude  Meotide  qual  coufine  fra  l'Asia  e  1'  Europa }  e 
sì  questi  che  Erodoto  pare  ammettessero  una  terza 
parte  del  mondo  nella  Libia  (  Malte-Brun,  1.  Il,  III,  IV), 

(35)  *  Ciò  che  Ippocrate  dice  dell'Asia  in  generale 
fa  osservare  Malte-Brun  (  XLVIII) ,  deve  certamente 
applicarsi  all'Asia  minore:  »  Ed  Erodoto  insegnava 
che  la  Ionia,  la  quale  era  pure  nell'Asia  minore,  era 
ad  un'eguale  distanza  dal  freddo  e  dal  caldo  (  lib.  I, 
142).  Attribuivate  adunque  alla  parte  della  terra  col 
nome  d'  Asia  chiamata  poche  variazioni,  e  dolcezza 
nella  temperatura.  Se  cosi  però  era  per  essi,  ben  di- 
versa è  la  cosa  per  noi,  che  al  presente  consideriamo 
l'Asia  con  altri  limiti  e  in  una  grandissima  estensione. 
Noi  troviamo  in  essa  li  più  opposti  climi  sia  per  la  vi- 
cinanza all'  equatore  o  al  polo,  sia  per  l'  altezze  diverse 
sul  livello  del  mare.  Ben  diceva  in  proposito  il  più  gran 
geografo  moderno  :  «  L'Asia  meridionale  ,  1'  India  ,  si- 
mile ad  un  magnifico  giardino  sul  quale  furono  dal- 
l' arte  e  dalla  mano  coltivatrice  concentrati  i  raggi  del 
sole,  riparata  dai  venti  gelati  del  settentrione  dalle  mon- 
tagne del   Tibet  5  declina    fortemente  verso  i    tropici   e 


i93 
T  equatore.  Quel  ricco  terreno  irrigato  da  larghi  e  nu- 
merosi fiumi  è  sempre  riscaldato  dal  sole  e  s'impregna 
delle  esalazioni  di  un  mare  non  mai  incatenato  dai  ri- 
gori del  verno.  Quale  contrasto  fra  quelle  regioni  e  le 
triste  solitudini  dell'Asia  settentrionale,  di  quella  vasta 
Siberia  che ,  tutta  pendente  verso  il  polo  e  verso  il 
mare  Gelato,  non  respira  mai  il  dolce  soffio  de'  venti 
del  tropico ,  e  la  cui  atmosfera  non  riceve  da' vicini 
mari  che  particelle  pregne  del  freddo  polare»  (Malte- 
Brun,  1.  XLVI  ). 

(36)  Sembrami,  che  con  assai  fondato  criterio  Coray 
e  Zwinger  ammettano  delle  lacune  in  questo  luogo. 

(3^)  Li  paesi  per  certa  estensione  e  grado  piuttosto 
montuosi  che  piani  hanno  essi  medesimi  un'influenza 
sulle  stagioni  e  sulla  temperatura.  L' altezza  e  forma 
stessa  con  cui  terminano  le  montagne  :,  la  loro  nudità 
e  piuttosto  li  boschi  che  le  coprono  }  la  profondità  e  di- 
rezione delle  valli:  le  pianure  estese,  piuttosto  umide 
che  secche,  con  una  o  tal  altra  inclinazione  :  la  qualità 
del  terreno,  sono  tutte  circostanze  che  rendono  il  caldo 
e  il  freddo  nell'  atmosfera  o  precoce  o  tardivo,  minore 
o  maggiore;  abbondante  o  scarsa  l'umidità.  Così  sotto 
gli  stessi  gradi  di  latitudine  vi  avrà  un  paese  più  freddo 
o  più  caldo  ,  sterile  o  ferace  ,  si  troverà  in  uno  que' 
frutti  che  iti  altro  mancano.  Le  stagioni  poi  unitamente 
alla  qualità  degli  alimenti  somministrati  dal  suolo,  ed 
alla  specie  d'opera,  che  esige  per  ottenerli,  imprime- 
ranno una  costituzione  particolare  al  fisico  ed  al  mo- 
rale degli  abitatiti  del  monte  ovvero  del  piano.  Quelli 
delle  vallate  o  pianure,  e  specialmente  poi  se  ubertose , 
furono  in  generale  sempre  ritenuti  per  meno  perspicaci, 
meno  agili  e  forti,  di   più    dolci  modi  e  miti   costumi, 

SulV  aria ,  ecc.  Trattato.  1 3 


*#4 

di  corpo  molle,  nell'ugual  modo  che  quelli  de' monti 
soglionsi  riguardare  come  acuti  d' ingegno  ,  aspri,  deli- 
berati, franchi  ,  magri  e  robusti.  Se  ne  potrebbero  ar- 
recare mille  prove  tratte  dalle  osservazioni  geografico- 
fisiche  ed  etnografiche.  Sin  Erodoto  (1.  IX,  e.  122)  e 
Plutarco  (  Apoft.  )  ci  raccontano  che  Ciro  distoglieva  i 
Persiani  di  trasportarsi  nella  Media  facendo  loro  vedere 
che  un  terreno  molle  snerva  e  ammollisce  gli  uomini. 
Nò  diversamente  vedeva  il  più  grand' epico  italiano  (Gè- 
rusal.  Canto  I.  —  62). 

Ma  cinque  mila  Stefano  d^Ambuosa, 

E  di  B lesse  e  di  Turs  in  guerra  adduce. 
Non  è  gente  robusta,  o  faticosa, 
Sebben  tutta  di /erro  ella  riluce. 
La  terra  molle  e  lieta  e  dilettosa, 
Simili  a  se  gli  abitator  produce; 
Impeto  Jan  nelle  battaglie  prime, 
Ma  di  leggier  poi  langue  e  si  reprime. 

Una  nazione  può  contare  diversa  natura  fisica  e 
morale  de'  suoi  abitanti,  se  nei  paese  da  lei  abitati  v'  ha 
irregolarità  nella  superficie  del  suolo,  Il  coltivatore  delle 
huertas  di  Valenza  in  Spagna  è  ben  diverso  dall'Ara- 
gonese, 1'  abitatore  della  Valle  Brembana  in  Lombardia 
da  quello  de'  piani  lodigiani,  il  montanaro  ligure  o  sa- 
vojardo  dal  contadino  di  Lomellina  o  del  Vercellese 
negli  stati  di  Piemonte,  i  Maratli  dell'India,  dagli  abi- 
tanti intorno  al  Delta,  del  Gange   ecc. 

(38)  Forse  Ippocrate  avrebbe  potuto  nella  slessa 
Grecia  ed  Asia  minore  da  lui  conosciute  trovare  molti 
esempi  delle  varietà  degli  uomini  a  seconda  della  di- 
versità de' luoghi  o  della  natura  di  questi,  ma  col  pas- 
sare eh'  egli  fa  a  descrivere  certe  varietà  che  nel!'  uomo 


i95 

dipendono  da  usanze,  come  è  pei  macrocefali,  mi  sem- 
bra abbia  voluto  fare  una  digressione,  e  sotto  questo  ti- 
tolo solo  è  compatibile,  non  già  se  avesse  preteso  tro- 
vare coerenza  di  un  tal  fenomeno  con  quanto  aveva  da 
prima  asserito  riguardo  all'  influenza  delle  stagioni  o  del 
clima.  Poiché  quand'anche  fosse  vero ,  che  tale  mo- 
struosità, indotta  dall'  arte  ,  avesse  terminato  col  farsi 
ereditaria,  ciò  sarebbe  forse  avvenuto  perchè  si  può 
in  fatti  verificare  che  alcune  mostruosità  si  propagano 
alla  progenie,  ma  ciò  non  accaderebbe  mai  per  effetto 
del  clima.  Né  questo  aveva  influenza  a  propagare  il  ses- 
digitalismo  o  1'  aderenza  delle  dita  fra  loro  in  qualche 
famiglia  che  ho  veduto  ,  né  la  calvizie  che  osservò  il 
professor  Mangili. 

(39)  In  riguardo  ai  Macrocefali  o  uomini  a  testa 
lunga  Ippocrate  in  questo  luogo,  Plinio  (1.  VI,  e.  4  )> 
Pomponio  Mela  (  1. 1,  e.  1  ),  e  Strabone  (1.  XI ,  e.  16  ) 
combinano  nel  porli  in  una  tale  parte  dell'Asia  ,  ed  il 
citato  Strabone  indica  veramente  essere  i  Sigini  che 
ivi  ad  arte  rendono  prominente  la  fronte  de'  bambini. 
Nessun  viaggiatore  moderno,  per  quanto  io  so,  ha  par- 
lato di  una  tale  mostruosità  nei  contorni  della  città  di 
Cerasus  da  Plinio  indicata,  o  al  mezzodì  del  mar  Nero. 
Vi  ha  però  Pallas  che  nel  suo  viaggio  in  Russia  ecc. 
(t.  II,  p.  i56  )  dice  avere  trovata  qualche  orda  di  Tar- 
tari montanari  a  testa  allungata.  Se  per  altro  non  gli  si 
può  negar  fede  in  ciò  sia  perchè  viaggiatore  cosi  veri- 
tiero, sia  per  essere,  come  dirò,  per  nulla  strana  una 
tale  procurata  mostruosità,  sarà  però  a  rigettarsi  quel- 
1'  opinione  del  russo  osservatore,  che  tal  gente  sia  deri- 
vata da'  Genovesi  passati  ad  abitare  nella  Tauride  ,  e 
che  secondo  lo  Scaligero,  serbavano  il  costume  de'  Mori 
loro  progenitori   di    comprimere   le    tempia  ai  bambini 


i96 
(I.  V,  e.  IX,  p.  287):  ho  detto  sarà  a  rigettarsi,  per- 
chè popoli  con  tal  vero  o  preteso  difetto  erano  già  stati 
descritti  da  citati  antichi  srittori ,  in  epoca  cioè  in  cui 
li  Genovesi  non  conoscevano  ancora  que'  paesi ,  né 
parmi  siasi  mai  notata  tale  usanza  tra  i  Liguri  antichi, 
né  tra  i  moderni,  e  perchè  finalmente  i  Genovesi  che 
le  speculazioni  mercantili  portarono  ad  abitar  l'Asia  non 
devono  essersi  immischiati  in  modo  coi  Tartari  da  com- 
municare  loro  particolari  proprietà  o  mostruosità,  quan- 
d'  anche  ne  avessero  avute. 

È  cosa  notevole  che  l'usanza  di  dare  una  partico- 
lare forma  al  capo  con  mezzi  violenti ,  pressioni  ma- 
nuali, legature,  stromenti ,  trovasi  sparsa  in  parti  mol- 
tissime e  tra  loro  lontane  della  terra  ,  il  che  farebbe 
supporre  ciò  si  facesse  per  darsi  i  popoli  una  forma 
nazionale,  atta  a  farli  distinguere  nel  loro  stato  di  bar- 
barie e  di  continua  guerra.  Non  solo  in  fatti  li  Tartari 
succitati,  ma  pur  anche  gli  abitanti  di  Aracan  nell'Asia 
{Hist.  génér.  des  voyages,  t.  IX,  p.  67  )  e  certuni  del- 
l' isola  di  Sumatra  appiattiscono  le  teste  de'  bambini,  lo 
stesso  fanno  in  America  gli  Semiti  indigeni  della  Gior- 
gia, i  Vaxfuwi  della  Carolina,  li  Peruviani ,  gli  Omagni 
(Malte-Brun,  1.  XLIV),  i  Caraibi  (Humboldt  et  Bon- 
plant  (  V^oy.  auoc  régions  équinooc.  Relation  historiqn 
V.  Ili  )  ;  nelle  isole  di  Sandewich  si  dà  in  vece  alle  te- 
ste la  forma  di  pan  di  zucchero.  Dalle  espressioni  usate 
nel  luogo  citato  dallo  Scaligero  in  proposito  de'  Geno- 
vesi sembra  che  egli  abbia  voluto  piuttosto  motteggiare 
che  discorrerla  da  naturalista,  ad  ogni  modo  però  tro- 
viamo che  il  Bodin  (  Meth.  adjacil,  hist.  cognita  e.  V) 
assicura  che  i  Francesi  usavano  di  fare  allungare  dalle 
mammane  la  testa  dei  teneri  fanciulli,  perchè  riguarda- 
vano come  più  belle  le  teste  lunghe. 


(4o)  Questa  dottrina  è  sviluppata  in  un  particolare 
trattato  (de  generatone)  che  non  è  d' Ippocrate,  quan- 
tunque facente  parte  delle  così  dette  di  lui  opere.  De- 
mocrito ed  Epicuro  riguardano  il  seme  come  un  estratto 
di  tutte  le  parti  del  corpo  ,  e  Buffon  a  tempi  moderni 
ha  dato  nuova  vita  a  tal  sistema. 

(4i)  Il  fiume  Phasis  corrisponde  al  moderno  Rioni, 
prende  la  sua  sorgente  ali1  est  del  monte  El-brouz ,  at- 
traversa L' Imerethi  (Iberia),  separa  la  Mingrelia  (  Col- 
chide  )  dal  Gouriel  ed  entra  nel  mar  Nero  non  lungi 
da  Poti  (Balbi,  Abregé  de  géograph.,  i834,  p.  784).  Narra 
Strabone  (  1.  XI  ,  e.  i4)  che  si  passava  sopra  cento- 
venti ponti  a  motivo  della  sua  tortuosità.  Secondo  que- 
sto autore  era  rapido,  e  ciò  viene  confermato  anche  da 
Procopio  e  da  Chardin  (  Voy  en  Perse ,  Voi.  I  ).  Se 
Ippocrate  in  vece  dice  essere  lento  egli  è  perchè  questi 
parla  di  esso  quando  è  dilatato,  formante  stagni,  e  dopo 
di  avere  ricevuto  i  fiumi  da  Strabone  detti  Glauco  ed 
Ippo.  In  fatti  il  p.  Lamberti  scrive  di  esso  «  ....  Ma 
poi  calato  al  piano,  così  soavemente  cammina,  che  ap- 
pena scorgere  si  può  in  quale  parte  scorra  »  (  I.  C, 
e.   29,  p.  203  ). 

Questo  fiume  che  si  versa  ,  come  si  disse  nel  mar 
Nero,  ed  il  Kur  (Ciro)  che  si  scarica  nel  Caspio,  e  di- 
stanti tra  loro  quattro  giorni  di  un  viaggio  fatto  su  carri 
come  dice  Strabone  (1.  XI,  e.  3  ) ,  erano  quelli,  che 
servivano  a  far  tenere  agli  Europei  le  mercanzie  delle 
Indie,  mentre  dopo  le  loro  invasioni  i  Maomettani  del- 
l' Oriente  non  spedivano  per  le  solite  vie  le  merci  in- 
diane alle  città  mercantili  del  Mediterraneo.  E  questa 
via  commerciale  così  ci  viene  descritta  dal  Robertson 
(  Ricer.  storiche  sulV  India  antica.  T.  I ,  p.  74  )•  *  La 
difficoltà  che  faceva  d'uopo  vincere  a  tal  oggetto  sono 


i98 
la  più  robusta  proya  del  gran  conto  che  si  faceva  in 
que'  tempi  delle  merci  orientali.  Si  comperava  la  seta 
della  China  nella  provincia  di  Cheusi,  che  è  la  contrada 
più  occidentale  di  quell'  impero,  e  di  là  una  carovana 
la  trasportava  per  un  cammino  di  80  e  talvolta  di  100 
giornate  fino  alle  sponde  dell' Oxo,  d'onde  era  spedita 
per  il  letto  di  questo  fiume  fino  al  mar  Caspio.  Dopo 
un  pericoloso  viaggio  a  traverso  questo  mare,  e  rimon- 
tando il  Kur  ,  fino  all'  ultima  sua  parte  navigabile  .  la 
seta  veniva  condotta  per  terra  per  il  cammino  di  cin- 
que giornate  fino  al  Fasi  ,  fiume  che  mette  foce  nel- 
l'Eussino  o  mar  Nero,  sul  quale  per  una  strada  cono- 
sciutissima  arrivava  a  Costantinopoli.  ??  Come  narra 
Strabone  (  1.  XI,  e.  3  e  4)  il  Fasi  si  navigava  contro  la 
sua  conente  dalla  sua  foce,  ove  trovavasi  una  città  detta 
Fasi,  emporio  de^  Colchi,  sino  a  quella  di  Sarapana  , 
oggi  rovine  di  Schoraban. 

(4^)  La  descrizione  che  a  tempi  poco  loutani  diede 
della  Colchide  il  più  volte  citato  p.  Lamberti  pare  una 
copia  di  quella  qui  fatta  da  Ippocrate.  Malle-Brun  par- 
lando poi  dello  stato  presente  così  dice  (1.  XLVII  )  : 
(*  La  Mingrelia  è  ancor  umida,  calda  e  febbrifera,  come 
ai  tempi  in  cui  la  descrisse  Ippocrate.  »  Un  tempo 
dava  lino  e  canape  ,  ora  riso  e  miglio  ,  il  miele  riesce 
amaro,  come  diceva  Strabone,  per  la  presenza  dell'^- 
zalea  pontica  in  que'luoghi.  55 1  Mingrelj  sono  ladri,  com- 
merciano di  schiavi,  di  seta  ,  di  pellicce  ,  specialmente 
di  castoro,  sono  superstiziosi  e  sempre  in  guerra  tra  di 
loro.  55  Alla  Colchide  non  va  meno  congiunta  adunque 
V  idea  di  un  infelice  paese,  come  1'  altra  del  celebrato 
vello  d'  oro.  Senza  approfondirsi  in  ricerche  atte  a  svol- 
gerci la  verità  in  questo  argomento,  dirò  soltanto  che 
Strabone  (  1.  XI,  e.  3  )  chiama  questa    una  favola  nata 


'99 
dal  esserci  in  que' luoghi   torrenti  die    portano  oro,  il 
quale  i  barbari    raccoglievano    in   cestelle   forate    o  in 
pelli  lanose. 

(43)  Nella  situazione  in  cui  siamo  oggidì  di  esten- 
dere meglio  l'  occhio  sulla  vastissima  parte  del  globo 
che  costituisce  l'Asia  ,  non  potremmo  considerare  con 
Ippocrate  tutti  li  suoi  abitanti  come  imbelli  ,  molli  , 
inerti,  ed  a  ciò  fare  ne  induce  V  offrirci  ella  il  Druso 
frugale  ,  il  feroce  Malese  ^  il  guerriero  Circasso,  1?  in* 
domabile  Maratto.  Non  si  può  ommettere  per  altro  di 
confessare  che  molte  nazioni  asiatiche  conservarono  da 
remotissimo  tempo  certa  uniformità  tra  loro,  che  per 
nulla  uguale  la  cercheremmo  tra  quelle  d'Europa,  dove 
una  uniformità  di  tal  specie  non  ha  mai  esistito,  e  dove 
li  costumi  stessi  orientali  devono  scomparire  finalmente, 
come  avvieue  di  animali  o  vegetabili,  che  originarj  della 
zona  torrida  non  possono  resistere,  perpetuarsi  ne'climi 
freddi  e  quasi  né  meno  ne'  temperati  :  una  prova  ne 
fanno  li  cangiamenti  già  successi  nel  viverej  uelle  leggi 
e  nella  tattica  degli  Ottomani.  Ed  egli  è  degno  di  rife- 
rire le  sagge  e  belle  considerazioni  che  Malte-Btun  fa 
su  questo  argomento  (  lib.  XLVI  )  :  «  Si  converrà ^ 
die'  egli  ,  che  i  popoli  d'Asia  van  debitori  ad  alcune 
geografiche  circostanze  d'idee  politiche  e  morali  assai 
diverse  da  quelle,  che  regnano  in  Europa.  La  vita  no- 
made e  patriarcale  è  prescritta  dalla  natura  stessa  a 
molte  nazioni  d'Asia  }  il  potere  illimitato  del  padre  di 
famiglia  diventa  dunque  per  necessità  il  tipo  del  potere 
monarchico.  La  mancanza  di  grandi  città  popolate  da 
un  industriosa  cittadinanza  fa  che  non  nasca  fra  quelle 
nazioni  alcuna  idea  di  patto  sociale  o  di  libertà  poli- 
tica. Nelle  altre  regioni  dell'Asia  la  fertilità  uniforme 
del  suolo,  e  la  costaute  dolcezza  del  clima^    troppo  ra- 


200 

pidamente  premiando  il  più  leggiero  travaglio ,  soffoca 
quasi  nel  nascere  suo  1'  energia  dell'uomo,  che  per  non 
ritentarsi  deve  essere  stimolata  dal  bisogno  e  dagli  osta- 
coli. L'  una  e  l1  altra  maniera  di  vita  trae  l'  animo  ed 
il  corpo  ad  un'  inerzia,  che  divenuta  ereditaria  sembra 
indicare  frale  nazioni  asiatiche  una  generale  inferiorità 
di  attività  e  di  coraggio.  Questa  lentezza  di  mente  men- 
tre rende  perpetue  alcune  massime  virtuose,  pacifiche 
ed  ospitali,  rende  eterno  del  pari  l'impero  delle  super- 
stiziose religioni,  sotto  il  cui  giogo  vedesi  principalmente 
languire  l'Asia  orientale  e  centrale}  mentre  il  Cristianesi- 
mo della  chiesa  greca  penetra  lentamente  pel  nord,  e  il 
maomettanismo  è  ancora  in  fiore  nelle  regioni  occidentali. 
La  poligamia  conservata  in  tutta  l'Asia  dallo  stesso  si- 
stema abitudinario,  eccettuato  il  solo  Giappone,  avvilisce 
i  vincoli  di  famiglia  e  fa  svanire  tutto  il  prestigio  della 
vita  togliendo  al  bel  sesso  influenza  e  considerazione, 
mentre  opponendosi  poi  alle  leggi  di  natura  fa  decrescere 
la  popolazione  e  degenerare  le  razze.  Ma  questa  immo- 
bilità di  carattere  non  è  già  un  fenomeno  particolare 
all'Asia,  per  tutto  ove  la  natura  sopraffa  l' industria  in 
bene  o  in  male,  1'  uomo  riceve  dal  clima  un'  invariabile 
ed  irresistibile  impulso.  I  pastori  dell'Alpi,  il  pescatore 
dell'Arcipelago,  il  nomade  Lappone,  V  agricoltore  di  Si- 
cilia hann'  essi  cangiato  di  carattere?  Se  in  Asia  i  feno- 
meni della  civiltà  e  barbarie  ci  colpiscono  di  vantag- 
gio ciò  nasce  dalla  maggiore  estensione  che  occupano 
le  nazioni.  ?> 

(44)  Bodin,  l'Ab.  da  Bos,  Montesquieu  ed  altri  pen- 
sarono e  sostennero,  che  il  genio  e  l' indole  di  una  na- 
zione dipendano  quasi  unicamente  dalla  qualità  dei 
cibi,  dall'  aria,  dai  suolo  ed  anzi  di  quell'  ultimo  filosofo 
francese  si  disse ,  che  come   Malebranche  vedeva   ogui 


201 

cosa  in  Dio,  così  egli  vedere  ogni  cosa  nel  clima.  Ma- 
chiavelli, Davide  Hurne,  e  Sismondi  ritennero  in  vece, 
che  la  qualità,  la  fortuna,  il  carattere  di  una  nazione  ven- 
gano dalle  cause  morali  e  dalla  qualità  del  governo  che 
la  regge.  Neil'  appigliarsi  così  esclusivamente  ad  un  prin- 
cipio non  peccò  ,  come  fecero  li  citati  autori,  il  nostro 
Ippocrate,  il  quale  le  morali  non  meno  chele  cause  fisiche 
annesse  al  clima  chiamò  in  campo.  E  per  avere  PAIgarotli 
imitato  nelP  osservare  e  nel  riflettere  il  greco  Medico, 
circa  la  grande  questione  se  le  qualità  varie  de'  popoli 
originate  sieno  dall'  azione  del  clima,  ovvero  dalla  legisla- 
zione, con  assai  buon  senso  disse  (  Opere.  Cremona  , 
1779,  t.  IV,  p.  240).  «  In  somiglianti  questioni  il  sistema 
temperato  è  di  tutti  il  migliore.  Che  a  formare  P  indole 
e  il  genio  delle  nazioni  influiscono  le  cause  fìsiche  non 
meno  che  le  morali,  benché  lo  influsso  di  queste  ultime 
sia  senza  dubbio  di  maggior  efficacia  e  virtù  :  »  Né  di- 
versamente la  intendeva  Malte-Brun  (  lib.  XLV):  «  Il 
carattere  generale  di  una  nazione ,  soggiunge  ,  risulta 
da  tutte  le  circostanze  fisiche  in  cui  ella  si  trova ,  e 
dalle  istituzioni  politiche  che  modificano  tali  circostanze. 
E  dunque  assurdo  il  far  dipendere  un  tal  carattere  dal 
solo  clima.  Certamente  che  V  estremo  freddo ,  come 
P  estremo  caldo  ,  comprimono  gli  slanci  di  un  popolo 
indebolendone  la  costituzione,  ma  le  istituzioni  ed  i  co- 
stumi combattono  vantaggiosamente  contro  il  clima  ; 
l'Egitto  sotto  il  tropico  e  la  Scandinavia  sotto  il  circolo 
polare  videro  nascere  egualmente  gP  ingegni ,  i  saggi  e 
gli  eroi.  » 

Ciò  che  pensa  il  Coray  si  è  veduto  al  §  35  del  di- 
scorso preliminare. 

(45)  Menandro  presso  Stobeo  fa  dire  ad  un  Ate- 
niese che  «  le  rocce  producono  abbastanza  per  alimen- 


202 

tare  in  tempo  di  pace  l'uomo  che  le  coltiva.  Quando 
in  vece  la  guerra  distrugge  l'abbondanza  ne' più  fertili 
campi.  ?' 

(46)  È  opinione  di  Strabone  (I.  XIV,  e.  2)  che  da 
principio  con  la  voce  barbari  siansi  per  oriomatopeia 
chiamati  coloro  che  parlavano  con  difficoltà  ed  in  modo 
rozzo  ed  aspro  :  e  siccome  ciò  parve  di  riscontrare  in 
chi  non  era  ellenico  ,  così  barbari  si  dissero  gli  stranieri. 
Onde  quel  vocabolo  che  prima  usossi  come  scherno  o 
in  vista  del  difetto  della  pronuncia^  lo  si  usò  in  seguito 
come  un  nome  etnico  comune  per  indicare  i  popoli  che 
non  erano  elleni.  Ài  Carii  poi  che  erano  sparsi  per 
tutta  T  Eliade  come  soldati  mercenarj  ,  ed  erano  i  più 
conosciuti  e  notati  per  lo  stentato  modo  di  parlare  il 
greco,  si  applicò  ,  come  fece  Omero  ,  il  soprannome  di 
barbarofoni. 

(/J7)  Dai  confini  delP  ìndia  sino  al  Danubio  v*  avej 
vano  popoli,  a'  quali  davasi  il  nome  di  Sciti  (Erod.,  I.  IV, 
§§  48,  4q,  5i,  99.  —  Strab.  1.  XI,  e.  1,  8).  Que'di  là  del 
mar  Caspio  conoscevansi  solto  il  nome  di  Daii,  di  Mas- 
sageti  e  di  Saci  (Strab.,  Il  X,  e.  1 1  ),  e  la  Scizia  asiatica 
de'Greci  era  a  levante  del  detto  mare  ne' paesi  ,  ove 
scorrono  l'Osso  e  V  Iassarte  (  Malte-Brun.  L.  XLVII  ). 
Tra  il  Caspio  e  il  Don  (  Tanai  )  abitavano  i  Celto-Sciti 
(  Strab.  1.  XI,  e.  8  ).  Degli  Sciti  poi  d'  Europa  alcuni 
stavano  intorno  al  Ponto  Eussino,  crudeli  sì  che  sagri- 
fìcavano  li  forestieri,  ne  mangiavano  le  carni,  e  ne  face- 
vano tazze  de'  cranj  (Erod.,  1.  IV,  §  65.  —  Strab.,  1.  Vii, 
e.  2  ),  altri  di  questa  medesima  nazione  come  gli  Abii 
erano  in  vece  da  Omero  chiamati  giustissimi  (Strab., 
1.  VII,  e.  2)  e  come  dice  Giustino  (1.  II  )  più  per  prin* 
cipio  ,  che  forzati  dalle  leggi  professavano  la  giustizia. 
Molti  erano  i    nomi    che    loro    davansi    (Strab.,  1.  XI, 


2o3 
e.  n  ).  Dislinguevansi  tra  di  essi  i  famosi  Ippomolglii, 
i  Galattofagi  (Strab.,  I.  VII,  e.  2,  1.  XI,  e.  2),  gli  Amas- 
sici abitanti  sui  carri  (  Strab.,  1.  VII,  e.  1,  2.  — 1.  XI, 
e.  2),  i  Georgi  o  aratori  o  agricoltori  (  Erocl.,  1.  IV  , 
§§  17,  18,  52,  54.  — Strab.,  1.  VII,  e.  4)  e  tralasciando 
di  rammentarne  molti  altri,  non  possonsi  dimenticare  i 
Nomadi  da  tutti  ricordati.  Forse  fu  con  la  prima  loro 
invasione,  che  gli  Sciti,  penetrando  in  Europa  dalla 
parte  del  mar  Caspio,  soggiogarono  e  dispersero  verso 
il  settentrione  e  verso  V  est  della  Russia  que'  Finii  e 
quegli  Slavi  ,  i  quali  ,  obbedendo  al  moto  d1  oriente  in 
occidente  seguito  nella  diffusione  dell'uman  genere  da 
un  punto  dell'Asia ,  eransi  da  gran  tempo  innanzi 
stabiliti  i  primi  sul  Tanai ,  i  secondi  sul  Boristene 
(Malte-Brun,  l.  Ili,  XII,  CXXV  ).  Con  altre  scorre- 
rie scacciarono  i  Cimmerii  o  Treri  da'  contorni  dello 
stretto  di  Caffa  (  Strab.,  I.  VII ,  e.  3,  4.  —  Erod.,  I.  I, 
§  i5);  ai  Traci  ed  ai  Triballi  fecero  passar  l' Istro 
(  Strab.,  I.  VII,  e.  2  )  ;  penetrarono  nell'Asia  superiore 
togliendo  il  dominio  ai  Medi,  e  per  anni  28  signoreg- 
giandolo (  Erod.  ,  1.  I,  §§  io3,  104  ,  1.  IV,  §  11,  12  ) } 
discesero  sino  nella  Palestina  a  spaventare  i  re  d' E- 
gitto  e  la  depredarono  (Erod.,  1.  I,  §  io5).  «  Gli  Sciti, 
dice  Malte-Brun  (1.  XLVI  ),  affrontarono  la  potenza  eli 
Dario }  diedero  una  grande  e  sublime  lezione  ad  Ales- 
sandro il  grande  }  udirono  lo  strepito  delle  armi  vitto- 
riose di  Roma  ,  ma  non  ne  sentirono  il  peso.  Più  di 
venti  volte  conquistarono  essi  l'Asia  e  l'Europa  orien- 
tale ,  e  fondarono  stati  in  Persia  ed  alla  China ,  in 
Russia  ed  alle  Indie.  Gl'imperi  di  Tamerlano  e  di 
Gengls-Ran  abbracciavano  metà  dell' antico  continente.  « 
Di  Scitica  origine  erano  pure  i  Sauromati  ed  abi- 
vano  il  Caucaso,  estendendosi    tra    il   Tanai   ed  il  Ca- 


204 

spio  (  Slrab.,  I.  XI,  e.  2,  3,  8.)  ed  intorno  alla  palude 
Meotide  forse  misti  alle  Amazzoni  o  donne  vedove  e 
disperse  d'altra  Scitica  tribù  (Erod.,  1.  IV,  §§  ai,  n6), 
o  a  Medi  prigionieri  degli  Sciti  conquistatori  ivi  mandati 
(  Diod.,  1.  II,  §  4^).  Ma  un  maggior  numero  di  essi 
passò  il  Tanai,  entrò  in  Europa  ad  instigazione  di  Mi- 
tridate ,  tal  movimento  cominciato  verso  V  anno  8i.° 
prima  di  G.  G.  durò  più  di  un  secolo.  Allora  il  numero 
degli  Sciti  scemò,  anzi  si  estinse  (Malte-Brun,  I.  VI 
e  CXXXIV  )  e  primeggiò  quello  de'  Sarmati.  Il  nome 
de'  quali  al  tempo  dei  Romani  secondo  Plinio  e  Tacito 
si  diffuse  con  il  loro  progredire  per  la  Lituania  e  la  Prus- 
sia sino  al  Baltico,  che  chiamossi  anche  Oceano  sarma- 
tico  (  Malte-Bruu,  1.  VI,  XII,  XIV,  CXVI).  E  fu  poco 
dopo  Strabone,  come  si  sa  vivente  ai  tempi  di  Tiberio, 
che  li  Sarmati  principiarono  a  scendere  de'  loro  carri , 
e  lasciata  la  vita  vagabonda  si  stabilirono  nella  Lituania 
e  vicinanze,  dove  poi  servirono  di  stipite  a  nazioni  del 
tutto  estranee  alla  stirpe  schiavona.  Né  i  Polacchi  sono 
discendenti  de'  Sarmati ,  come  una  vanità  malintesa  , 
dice  Malte-Bruu  (LXXXIV),  loro  vorrebbe  far  cre- 
dere. 

Altri  popoli  Sciti  e  di  razza  finnica  vennero  poste- 
riormente conosciuti  sotto  li  nomi  di  Tartari,  di  Hunni, 
di  Hunugari  o  Hungri  (  Malte-Brun,  1.  CXXIII  ).  E  gli 
ultimi  anni  dello  scorso  secolo  ed  i  primi  lustri  del  pre- 
sente videro  la  Lombardia,  la  Svizzera,  la  Germania,  e 
la  stessa  Parigi ,  uomini  di  tal  razza  sotto  il  nome  di 
Cosacchi  nelle  guerre  contro  la  Francia  ,  uomini  che 
appunto  al  presente  abitano  al  settentrione  del  mar 
Nero,  ove  avevano  sede  gli  antenati  loro  ,  e  sotto  quel 
nome  conosconsi ,  aboliti  quelli  di  Sciti  e  di  Sarmati. 
Quantunque  Costantino  Porfirogenito  faccia  menzione 


ao5 

di  un  paese  tra  il  mar  Nero  ed  il  Caspio  al  piede  del 
Caucaso  e  detto  Kosacchia ,  e  che  secondo  gli  storici 
russi  Mistislaf  figlio  del  gran  Valdomiro  principe  di 
Trautarakan  abbia  nel  1021  combattuto  un  popolo  chia- 
mato Rosaki,  sembra  però  che  il  nome  di  Cosacco  sia 
d'  origine  tartara,  e  significar  voglia  uomo  armato,  chia- 
mandosi cosacchi  li  contadini  destinati  a  far  parte  della 
milizia  del  paese  da  essi  abitato.  L'origine  poi  de1  Co- 
sacchi della  piccola  Russia  è  dall'  epoca  della  conquista 
di  Kiow  fatta  da  Gedemino  granduca  di  Lituania 
nel  i320.  Il  terrore  da  lui  incusso  fece  nascere  questa 
militare  repubblica  da  Sciami  di  fuggitivi,  che  abban- 
donarono la  loro  patria.  Fermatisi  all'  imboccatura  del 
Don  si  unirono  e  si  diedero  una  costituzione  guerriera 
onde  difendersi  dai  Tartari  e  dai  Lituani  (  Malte-Brun, 
1.  XX).  Crebbero  di  più  quando  Kiow  fu  presa  e  sac- 
cheggiata dai  Tartari  nel  i^^j  e  ancor  meglio  quando 
questo  principato  fu  unito  alla  Lituania  ed  alla  Polonia 
e  si  estese  sino  al  Bug  ed  al  Dniester.  Il  re  Sigismondo 
nel  i54o  cedette  per  sempre  ai  Cosacchi  i  paesi  posti 
superiormente  alle  cateratte  del  Dnieper,  e  Stefano  Ba- 
thory  1'  ordinò  in  regolare  milizia  dando  loro  un  capi- 
tano o  etman.  Soggetti  oggidì  alla  Russia ,  questo  loro 
capo  sta  nel  figlio  primogenito  dell'Imperatore. 

La  descrizione  che  Ippocrate  ci  dà  degli  Sciti  o  de' 
Sauromati  tra  di  essi,  assai  conviene  alla  razza  finnica, 
ai  Mongolli,  agli  Unni  ,  come  ben  osserva  il  riputato 
geografo  moderno  (  I.  CXXIII,  CXXV  ),  popoli  asiatici 
tutti  di  un  medesimo  stipite  e  che  ora  trovansi  sparsi 
dalla  nordica  Scandinavia  fino  al  settentrione  dell'Asia 
e  di  là  fino  al  Volga  ed  al  mar  Caspio. 

(48)  L'indole  guerriera  e  la  mancanza  di  una  mam- 


206 

niella  nelle  donne  degli  Sciti  Sauroraati  sono  in  que- 
sto passo  del  libro  due  circostanze  che  ce  le  devono  far 
vedere  come  discendenti  da  quelle  famose  Amazzoni , 
delle  quali  ci  parlano  Erodoto,  Diodoro  Siculo,  Stra- 
bone,  Plutarco,  Trogo  Pompeo  oltre  i  poeti.  E  di  fatti 
il  nostro  autore  altrove  alludendo  ad  altra  loro  strana 
usanza  (de  art.  edit.  Mercur.  t.  I  ?  3i4-  D.  9)  le  chia- 
ma Amazzonidi. 

Circa  le  Amazzoni  considerate  come  formanti  uno 
stato  di  sole  donne,  ed  aventi  molti  singolari  e  piutto- 
sto inammissibili  costumi ,  io  mi  pongo  dalla  parte  di 
Slrabone  (  I.  XI,  e.  6  )  e  di  tutti  quelli,  che  non  credono 
abbia  potuto  esistere  un  esercito,  una  città,  una  nazione 
di  donne  ,  né  loro  si  possono  attribuire  spedizioni  ed 
invasioni.  Quando  elleno  ritenere  non  vogliansi  come 
create  dalla  fantasia  de'  poeti,  si  potrà  ammettere  con 
Procopio  e  Malte-Brun  (1.  VII)  che  tra  le  diverse  tribù, 
di  scitica  origine  e  di  scitici  costumi,  date  alle  escur- 
sioni anche  lontane,  avvenisse  una  temporanea  separa- 
zione degli  uomini  dal  restante  delle  famiglie,  ma  che 
le  più  giovani  in  tali  spedizioni  prendessero  parte  a 
quelle  guerre  da  masnadieri.  Né  certo  voglio  negare  che 
pregio  acquistassero  nel  dimostrarsi  valorose  o  nelPab- 
battere  nemici,  ma  comunque  la  barbarie  dell'uomo 
abbia  esempi,  che  anche  contro  voglia  è  forza  il  cre- 
dere, pure  mi  sarà  lecito  il  dubitare  sulla  necessità 
delle  prove  che  Ippocrate  ed  Erodoto  (1.  IV,  §  117) 
asseriscono  dovessero  dare  quelle  giovani,  onde  passare 
a  marito.  Ancora  sul  merito  dell'  esistenza  di  questa 
femminile  repubblica  rifletterò  ,  che  scorgendo  discor- 
dare fra  loro  Erodoto,  Fréret,  Rlaprot  ed  altri  intorno 
alla  radice  etimologica  dei  vocabolo  Amazzone,  merita 


2.07 

riflessione  quanto  dice  Strabone  (1.  XII,  e.  2  e  XIV, 
e.  5)  che  vi  fossero  genti  scitiche  (  sulle  quali  regna 
moltissima  oscurità  ad  onta  che  sieno  rammentate  pur 
da*  Erodoto  (1.  IV,  §  17,  5a),  dette  Alazoni  o  Alizoni 
invece  di  Amazzoni  ,  e  che  veramente  non  abbiano 
data  vita  a  donne }  così  chiamate  unicamente  per  la  vita 
errante  e  intraprendente  di  tali  popoli  ,  le  loro  forme 
straordinarie,  ed  in  Gne  la  fervida  e  brillante  fantasia 
de'  Greci. 

Estesa  questa  qualunquesiasi  nota  ,  comparve  1*  o- 
peretta  del  signor  Francesco  Predari  —  Le  Amazzoni 
rivendicate  alla  verità  della  storia.  Milano,  1889.  — * 
Il  titolo  del  libro  mi  fé  sollecito  a  leggerlo,  onde,  ab- 
bisognando, emendare  le  mie  asserzioni.  Le  argomen- 
tazioni addotte  e  la  vasta  erudizione  spiegata  dal  dotto 
ed  egregio  autore  a  difesa  della  sua  tesi  non  poterono 
però  persuadermi  a  cangiare  su  questo  argomento  1'  o- 
pinione  che  io  aveva  da  prima  concepita  ed  esposta. 

(do,)  L' uomo  per  capriccio,  per  modo,  per  principj 
religiosi  ,  che  meglio  direbbonsi  superstiziosi  ,  giunge  è 
vero  ad  inveire  contro  la  propria  carne.  Ne  abbiamo 
esempi  nella  semicastrazione  in  uso  presso  varj  popoli 
africani  (Malte-Brun,  1.  LXXXIV.  —  Vaillant.  Viag- 
gi ecc.,  t.  IV,  p.  11 5,  ediz.  milan.  )  nell' incisione  del 
labbro  inferiore  praticata  nelle  isole  del  mar  Pacifico,  e 
nell'America  meridionale  (La  Perouse.  —  Àzara  Viagg. 
trad.  milan.  )  nella  tatuazione  da  troppa  quantità  di 
popoli  antichi  e  moderni  praticata  perchè  debbansi  que- 
sti enumerare  ,  nella  compressione  del  cranio  ,  già  di 
sopra  indicata,  o  in  quella  de'  piedi  presso  i  Cinesi  ecc. 
Ma  parlando  dell'  usanza  di  distruggere  alle  fanciulle 
scile  uua  mammella  ella  non    è  ammessa  da  rispettabi- 


208 

lissimi  moderni  critici  ed  antiquarii ,  né  Strabone  ne 
parla,  né  Erodoto  (a). 

(5o)  Ad  onta  che  Ippocrate  indichi  di  rame  lo  slro- 
mento  ,  con  cui  le  madri  abbruciavano  la  mammella 
alle  proprie  figlie,  pure  il  Calvo  ,  il  Foes  ,  il  Goray,  il 
Chailly,  e  il  Witsen  vollero  tradurre  di  ferro.  Io  però 
mi  sono  attenuto  all'autore,  imitando  in  ciò  il  Corna- 
rius,  il  Mercuriale,  il  Baldini,  il  Settala  ,  V  italiano  tra- 
duttore nel  Ramusio,  ed  appoggiato  alle  seguenti  consi- 
derazioni, senza  per  altro  ciò  fare  al  fine  di  confermare 
il  racconto. 

Sebbene  sì  antica  e  pregevole  sia  l'arte  di  lavorare 
il  ferro  che  non  solo  a  molti  popoli  antichissimi  si  volle 
attribuirla,  come  ai  Fenici  ,  ai  Cretesi,  ai  Calibi,  ai  Ci- 
clopi, ma  altresì  alli  semidei  Vulcano  e  Prometeo,  pure 
noi  troviamo  che  quelli  utensigli  e  quelle  armi  che  ora 
sono  di  ferro,  erano  in  vece  di  rame  presso  la  più  re- 
mota antichità.  Ciò  rilevasi  da  sacri  libri  (Gouguet } 
dell'Origine  delle  leggi,  delle  arti  ecc.  L.  II,  e.  IV),  da 
Esiodo  (Teogon.  —  Oper.  ) ,  da  Omero  (Iliaci.,  1.  IV, 
V,  XIII,  XV.  —  Odiss.,  lib.  V,  XXI),  da  Erodoto  (1.  I, 
§  21 5,  IV,  §  8i),  da  Ateneo  (Dipnosoph.  1.  VI,  e.  Ili, 
IV),  da  Pausania  (1.  Ili,  3),  da  Plutarco  (Teseo),  da 
Macrobio  (Saturn.^  1.  V,  e.  19),  da  Servio  (ad  Mneid., 
1.  I  ),  e  1'  occhio  nostro  medesimo  può  ciò  verificare 
esaminando  l' immensa  quantità  di  utensigli ,  di  sfo- 
rnenti e  di  armi  che  trovasi  raccolta  nel  R.  Museo  di 
Napoli  e  tratta  dagli  scavi  di  Pompei  e  di  Stabia.  Su 
quest'oggetto  cantava  pure    Lucrezio  (  1.  V,    v.  1287). 

(a)  Non  ho  potuto  rinvenire  il  passo  ove  ,  secondo  il  signor 
Predari  (  Op.  cit,  pag.  66,  l.  II  ),  Erodoto  indicò  il  fatto  della 
mancanza  della  mammella. 


ao0 

* 

Et  prior  aeris  erat  (/unni  ferri  cognitus  usus  : 
Quo  facills  rnagis  est  natura,  et  copia  maior. 
Aere  solimi  terme  fractabant,  aereaue  belli 
Miscebant  fluctus,  et  vulnera  vasta  serebant. 
Et  pecus,  ataue  agros  adimebant:  nani  facile  ollis 
Omnia  cedebant  armatis  nuda  et  inerma. 
Inde  minuta  tini  processit  ferreus  ensis, 
Versaaue  in  opprobrium  species  est  f aids  ahenae^ 
Et  ferro  coepere  solum  proscindere  terrae  : 
Exaequataaue  sunt  creperi  certamina  belli. 

Anche  il  P.  Soave  in  varj  luoghi  della  sua  tradu- 
zione delT  Odissea  amò  dire  di  ferro  ciò  che  Omero  in- 
dicò di  rame,  adducendo  in  appoggio  di  sua  licenza  , 
che  il  gran  Poeta  in  varj  luoghi  parla  altresì  del  ferro, 
e  che  Y  essersi  da  questo  detti  di  rame  gli  stromenti  o 
le  armi,  da  ciò  dipendesse  ,  eh'  eglino  essendo  stati  da 
prima  di  rame  ,  siasi  continuato  a  chiamarli  di  ferro  , 
benché  fossero  di  rame.  Ma,  comunque  la  cosa  sia,  an- 
che il  Soave  concorrerebbe  a  confessare  1'  uso  ante* 
riore  del  rame,  ed  a  confermare  r  opinione  che  Jppo- 
crate,  parlando  come  qui  fa,  di  popoli  antichi  e  molto 
addietro  nella  civilizzazione,  avrà  indicato  di  rame  ciò 
che  veramente  era  di  tal  metallo.  Ed  in  proposito  può 
giovare  quanto  diceva  Plinio  (Hist.  natur  ,  1.  VII,  e.  5?  ) 
Aes  con/lare  et  temperare  Aristoteles  Lydum  Scyten 
monstrasse^  Theophrastus  Delam  Phrygem  putat.  E 
PAjasson  a  questo  passo  manifesta  il  suo  parere  che 
nella  Scizia  siasi  rinvenuto  il  primo  rame  \  e  di  fatti  in 
Siberia,  ne'  monti  Aitai,  e  negli  Urali,  e  principalmente 
in  Turia-Wasilieskoi,  Froleskoi  e  Olgowskoi  vi  è  grande 
quantità  di  rame. 

(5i)  Riferisce  Strabone   (I.   VII,  e.  2)    che    i   con* 
SulP  aria  ,  ecc.    Trattalo.  là 


2IO 

torni  della  palude  Meotide  e  del  Boristene  (  Dnieper  ) 
erano  si  freddi,  che  i  fluidi  congelandosi  spaccavano  i 
i  vasi  che  li  contenevano  \  ed  il  braccio  di  mare  tra 
Fanagoria  sulla  costa  europea  ,  e  Ponticapea  sull'  asia- 
tica tal  ghiaccio  diveniva  che  carreggiare  si  poteva  :  fi- 
nalmente era  d'  uopo  seppellire  le  viti  per  conservarle 
vive.  Non  tace  però  il  greco  Geografo  che  in  quel  me- 
desimo sito  anche  il  calore  si  faceva  sentire  all'eccesso. 
11  Malte-Brun  (1.  CXV)  replica  la  cosa  stessa  nel  men- 
tre ne  adduce  anche  le  cause }  «  poiché  l'antica  Po- 
lonia, die" egli ,  sulla  drittura  di  Memel  ,  Pinsk  e  Cher- 
son  ha  quasi  nessuna  differenza  di  livello,  il  clima  delle 
coste  del  Ponto  Eussino  ,  e  quelle  del  Baltico  dovreb- 
bero differire  esattamente  in  ragione  della  loro  latitu- 
dine} ma  come  il  primo  è  più  prossimo  alle  terre  ele- 
vate dell'  Asia  ,  così  non  gode  di  tutti  i  vantaggi  della 
sua  latitudine.  Un'  altra  sezione  dell'  Europa,  presa  tra 
il  mar  Bianco  ed  il  Nero  ,  secondo  una  linea  tracciata 
per  Arcangelo  ,  Mosca  e  Cherson  ci  offre  una  pianura 
immensa  che,  alzandosi  insensibilmente  nel  mezzo,  non 
ha  neppure  una  sola  catena  di  colline  ,  di  modo  che  il 
freddo  aumentato  per  la  maggiore  elevatezza  del  suolo 
nelle  parti  centrali  si  propaga  liberamente  secondo  tutte 
le  direzioni.  Se  si  traccia  un  profilo  da  Pietroburgo  fino 
ad  Astracan  scorgesi  il  fenomeno  singolare  dell'  inferio- 
rità del  livello  del  mar  Caspio  di  circa  i5o  piedi  a  quello 
del  mar  Baltico  o  dell'  Oceano,  la  quale  differenza  però 
essendo  troppo  poco  considerevole  ,  non  può  avere  in- 
fluenza sul  clima  fisico.  Ciò  non  ostante  la  temperatura 
elevatissima  cui  è  soggetta  Astracan  in  estate  non  esi- 
sterebbe, se  questa  città  si  trovasse  allo  stesso  livello 
di  Mosca  e  di  Lember^a  .  né  il  freddo  eccessivo  ch-e  a 
tale   calore  succede  si   farebbe   pur    seutire  in    una  pia- 


21  I 

rima  sì  bassa  e  ad  una  latitudine  di  46  gifcldij  se  una 
catena  di  montagne  riparasse  queste  regioni  al  nord:  » 
ed  altrove  (  1.  CXXIV)  dice  che  nella  pianura  tra  il 
Dniesler  (Tyras)  ed  il  Dnieper  (Boristene)  mentre  il 
freddo  giunge  a  it\  gradi,  il  calore  all'estate  dissecca  i 
fiumi. 

In  questo  deserto  della  Scizia  o  almeno  in  alcune 
parte  di  esso  poco  mancò  non  perisse  Dario  di  sete  in 
una  di  lui  spedizione  contro  gli  Sciti,  e  da  questo  pure 
a  gran  fatica  si  trasse  Carlo  XII  di  Svezia  nel  1709 
dopo  l'infelice  battaglia  di  Pultawa. 

(5a)  Gli  Sciti  nomadi  non  meno  che  gli  Abii  ,  gli 
Amassobii  o  Amassici  e  i  Galattofagi  vivevano  anche 
per  testimonianza  di  Strabone  (  1.  VII,  e.  2  -  1.  XI,  e.  2) 
sotto  tende  di  feltro  piantate  su  carri  : 

Di  una  rivolta 

Verso  oriente,  in  seminati  campi 
Scorrendo  ,  giungerai  presso  gli  erranti 
Sciti ,  che  in  case  di  cotesti  vinchi , 
SA  girevoli  carri  alto   locate 
Stanno  ,  e  lungevibranti  archi  alle  spalle 
Portano  appesi.  A  (j nella  infesta  gente 

Non  €  accostar 

Eschilo  nel  Promet.  trad.  del  Belletti. 

E  secondo  Malte-Brun  (I.  VI  )  sol  poco  tempo  dopo 
Strabone  gli  Sciti  sarmati  principiarono  a  scendere  da 
loro  carri  ,  e  lasciata  la  vita  vagante  si  stabilirono  nella 
Lituania  e  nelle  vicinanze.  Li  Missionarj  mandati  nel- 
l'Asia  da  Innocenzo  IV  nel  1247  e  Marco  Polo  descri- 
vono queste  capanne  di  feltro  impermeabili  all'  acqua  e 
poste  sui  carri;  i  Calmucchi  oggidì  abitanti  il  centro  del- 
l  Asia  hanno  pur  simili  tende  ,  e  li  Tartari  non  meuo  4 


aia 
i  quali ,  tolte   dal  suolo,  le  caricano  sui  cavalli  (  Malte- 
Brun  ,  I.  LX  —  Pallas  ,  Viaggi  in  Russia  ecc.,  t.  I.   — 
Viaggi  del  Ramusio  ,   t.  II). 

(53)  Dovendo  i  carri  degli  Sciti  servire  per  case  mo- 
bili e  contenere  famiglia,  attrezzi,  arnesi  ecc.  in  quan- 
tità e  peso  certamente  non  lieve  ,  sarà  stato  necessario 
fossero  assai  lunghi  e  sostenuti  da  sei  ruote  ,  onde  riu- 
scissero più  solidi,  e  per  evitare  li  danni  di  un  rovescia- 
mento nel  rompersi  una  sala  o  una  ruota.  Anche  a* 
tempi  moderni  si  vide  talora  la  necessità  di  tali  carri,  e 
si  cercò  di  togliere  loro  alcuni  inconvenienti.  Così  Tarn- 
miraglio  Sidney-Smith  ottenne  un  brevetto  d'invenzione 
per  avere  pensato  a  legare  con  due  spranghe  o  due 
catene  V  estremità  destra  della  sala  anteriore  sinistra 
coli'  estremità  sinistra  della  posteriore.  Ma  ciò  può  farsi 
allorché  l'inflessione  della  sala  anteriore  è  piccola,  non 
così  se  grande,  succedendone  imbarazzo.  Il  signor  Dietz 
propose  un  mezzo  non  così  semplice  però  qual  era  quello 
dell'ammiraglio  inglese,  e  con  cui  si  conserva  un'ap- 
prossimata uguaglianza  nelle  diagonali  e  quindi  negli 
angoli  di  deviazione  ,  anche  allora  quando  questi  fos- 
sero considerevoli.  L'  Accademia  delle  scienze  di  Pa- 
rigi fece  esaminare  tale  invenzione  dai  signori  Prony  , 
Arago,  Poncelet  e  Cariolis,  e  questi  giudicarono  che  li 
carri  a  sei  ruote  di  Dietz  sono  appoggiati  a  buoni  prin- 
cipj  (Biblioteca  Italiana  ,  marzo,  i838).  Non  so  se 
sia  di  questi  carri  a  sei  ruote  e  capaci  di  ventiquattro 
persone  che  si  fece  prova  a  Parigi  nel  gennajo  1839 
come  riferì  V  Eco  della  Borsa  di  Milano  del  17  gen- 
najo 1839,  n.  3. 

(54)  Aristotele  (Stor.  Nat.,  li  III,  e.  3)  assicurava 
esistessero  in  Frigia  ed  altrove  de'  buoi  che  movevano 
le  corna  come  le  loro  orecchie:  Eliano  (  I.  IV,  e.  2/4) 


2l3 

(lice  altrettanto,  ed  Azara  (  op.  cit.)  assicura  averne 
veduti  de'  simili  al   Paraguai. 

Strabone  (  1.  VII  ,  e.  a  )  replica  ciò  che  dicono  Ip- 
pocrate  ed  Erodoto  (1.  IV,  e.  29)  incolpando  il  freddo, 
aggiungendo  però  che  si  tolgono  con  la  lima  perchè  mal 
potrebbero  resistere  al  freddo.  Malte-Brun  (1.  CXXVI  ) 
dice  che  li  buoi  condotti  dai  coloni  finni  in  Lapponia 
vi  perdono  le   corna   e    le  vacche   divengono   bianche. 

Tessier  (Diz.  d^Jgi'icolt.,  trad.  a  Padova,  t.  V,  p.  53) 
nomina  pur  egli  il  bue  senza  corna  ,  che  ha  invece  un 
cranio  sodo  con  una  prominenza  nel  mezzo  poco  ap- 
parente sull1  animale  vivo  ,  ma  sensibilissima  quando  si 
esamina  la  bestia  spogliata  della  pelle  e  della  carne. 
Egli  ritiene  sulla  fede  di  Arturo  Young  che  ve  ne  sieno 
anche  in    Inghilterra. 

(55)  Le  genti  vaganti  che  o  per  costume  o  per  non. 
aver  ancor  gustati  i  maggiori  comodi  della  vita  agricola, 
o  per  la  qualità  del  suolo  che  abitano,  o  perchè  dovreb- 
bero fuggire  troppo  spesso  da  pericolosi  vicini  e  così 
abbandonare  il  fruito  dei  campestri  lavori,  quelle  genti, 
dico  ,  traggono  1'  alimento  dagli  animali  che  loro  sono 
compagni  ,  onde  le  carni  di  bue  ,  di  pecora  e  di  ca- 
vallo (  Strab.,  1.  VII,  e.  2  e  3),  ed  il  latte  di  queste 
tre  specie  di  animali  formano  adesso  come  un  tempo 
(Erod.,  I.  IV,  §  186)  il  cibo  de'Nomadi  dell'Asia  e 
dell'  Africa,  de'  pastori  delle  Alpi  e  degli  Apennini,  che 
cangiano  dimora  dal  monte  al  piano  o  viceversa  a  nor- 
ma  delle  stagioni. 

(56)  Galattofagi  (mangiatori  di  latte)  chiamavansi 
gli  Sciti  di  una  particolare  tribù  (Strab.  VII,  2,4  — 
Omer.,  Iliad.  XIII);  ma  io  ritengo  che  i  Nomadi  pa- 
stori di  quella  vastissima  parte  dell'  Asia  e  dell'  Europa 
(la  Scizia)  avranno  tutti  fatto  uso  del  latte  sì  delle  vac- 


che  ,  clic  delle  pecore  e  delle  cavalle.  Alcuni  Sciti  fu- 
rono anche  detti  mungitori  di  cavalle  (  ippomolghi  ),  e 
V  uso  clie  quelli  in  generale  e  li  Tartari  moderni  fanno 
del  latte  di  cavalla  era  com1  è  tuttora  una  particolarità 
de1  popoli  di  que'  paesi  ,  infatti  tutti  i  viaggiatori  del- 
l' Asia  frequentemente  ne  parlano.  E  da  pochi  anni  il 
maresciallo  Marmont  (piaggio  ecc.,  t.  II,  p.  i3/J,  No- 
vara) ebbe  a  notare  che  li  Tartari  noghesi*,  quantunque 
divenuti  agricoli  per  le  cure  del  coute  di  Maison,  non 
abbandonarono  ancora   l'uso  del  latte  di  cavalla. 

Con  questo  medesimo  latte  già  fermentato  preparano 
i  Tartari  ^  i  Calmucchi  e  simili  genti,  il  kumis  ,  liquore 
spiritoso,  che  per  la  prima  volta  fece  conoscere  il  Ru- 
brnquis  dopo  i  suoi  viaggi  tra  i  Mogolli.  Così  pure  il 
semplice  latte  acido  metlevasi  a  profitto  dagli  Scili  qual 
companatico  (Strab.,  VII,  e.  /[)• 

Era  proprio  degli  Sciti  anche  il  formaggio  di  ca- 
valla ,  detto  ippace  dal  nostro  autore ,  da  Strabene  (l.VII, 
e.  2),  da  Dioscoride  {Materia  med.^  e.  80)  ,  da  Plinio 
(1.  XXVIII,  34),  ed  esso  è  ancora  in  uso  presso  i  Tar- 
tari ed  altri  popoli  Nomadi  dell'Asia,  a'quali  è  comodo 
alimento  nelle  loro  spedizioni   (Ramusio,  v.  II). 

Ippocrate  qui  non  accenna  il  butirro}  sappiamo  però 
da  Erodoto  (1.  IV,  e.  2  )  e  da  Polibio,  autore  del  li- 
bro delle  malattìe  attribuito  ad  Ippocrate  (  Mercurìal. 
Cariar,  lect^  1.  I,  e.  16,  Venet.  1 5^  1  )  che  il  butirro 
fabbricavasi  dagli  Sciti  non  diversamente  che  noi  fac- 
ciamo. E  in  vero  non  solo  del  latte  di  cavalla  ma  al- 
tresì da  quello  delle  renne  ottenerlo  si  può  ^  come  ve- 
rificasi tra  i  Lapponi  (Acerbi,  Viaggi  al  capo  Nord , 
e.  21  ).  Plinio  (  I.  XXX  ,  e.  3^,  1.  e.  39  ,  5  )  e  Diosco- 
ride (  Mater.  medie,  trad.  dal  Fausto.  Venezia,  1  54^  ? 
e.   8i  )  indicarono  pure  conoscersi  il  butirro  caprino  e 


perorino.  I  Greci  ed  i  Romani  non  conobbero  questa 
sostanza  che  assai  lardi,  e  Columella  sembrami  il  primo 
die  abbia  usato  il  vocabolo  butyrrum,  Que'  popoli  usa- 
vano come  condimento  piuttosto  V  olio  ebe  il  burro  (al- 
l'opposto  di  quanto  diceva  Strabone  (1.  Ili,  e.  3)  de' 
Lusitani).  Però,  secondo  Plinio  (1.  XXVIII,  35)  P  uso 
di  esso  barbararum  gentium  laudatissimus  cibus  faceva 
distinguere  dalla  plebe  i  ricebi,  e  perchè  forse  i  dotti  a 
questi  non  sogliono  ordinariamente  appartenere  ,  così 
Ateneo  non  ne  parla  nel  suo  convivio.  Circa  gli  Ebrei, 
Michaelis  dimostrò  che  quanto  dicevasi  nella  Bibbia 
(Job.,  e.  20,  v.  17,  e.  ii/J,  v.  6)  non  devesi  intendere 
per  butirro  ,  ma  per  latte  pingue.  Siccome  potrebbesi 
confondere  P  ìppace  col  cacio-cavallo  del  regno  di  Na- 
poli, è  a  sapersi  che  questo  si  fa  col  vero  latte  di  vacca, 
e  non  ottiene  tal  nome  se  non  perchè  fassi  stagionare 
e  conservasi  accavallato  ad  una  trave  della  dispensa 
(Gagliardi  Bibl.  di  Campagna.  T.  I,  p    177). 

(57)  Senza  dilungarci  in  indagini  la  cui  copia  forse 
produrrebbe  piuttosto  confusione  che  luce,  riferiremo  la 
rispettabile  opinione  del  chiarissimo  Malte-Brun  sui 
Rifei.  «  Questi  monti,  die' egli  (  lib.  II),  chiamati  Ripi 
da  più  antichi  autori,  non  erano  che  un  aggregato  im- 
maginario di  oggetti  reali  in  se  stessi.  I  monti  di  Tracia 
dove  lo  Strinatine  ha  la  sorgente  ,  le  parti  ove  nasce  il 
Danubio,  le  Alpi,  i  Pirenei,  i  monti  Ercinj ,  in  una  pa- 
rola tutte  le  montagne  conosciute  successivamente  in 
Europa,  perfino  il  Caucaso,  e  lo  stesso  monte  Tauro  in 
Asia,  furono  confusi  sotto  questa  denominazione  gene- 
rale, che  non  sembra  essere  che  un  termine  appellativo 
per  ogni  sorta  di  montagne  preso  da  qualche  idioma 
gotico  o  slavo.  Quando  si  cominciò  a  conoscere  i  Pire- 
nei, e  più  tardi  le  Alpi,  si  dovettero  confinare  verso  la 


2l6 

Scizia  i  monti  Rifei  e  tutto  il  loro  favoloso  corteggio.  « 

(58)  Il  quadro  che  qui  ci  dà  Ippocrate  del  paese 
degli  Sciti  non  si  adatta  a  quello  che  veramente  conver- 
rebbe agli  Sciti  stanziati  vicino  alla  palude  Meotide  tra 
li  gradi  5o  e  55  di  latitudine  nord  ,  poiché  ivi  in  fatti 
non  avviene  quanto  narra  il  medico  greco.  Egli  con 
l'induzione  fisica  ed  astronomica  estendevasi  coll'ima- 
ginazione  sin  dove  supponeva  inoltrarsi  tal  pianura  abi- 
tata dagli   Sciti. 

E  verissimo  d'altronde  ciò  che  qui  dice  Ippocrate 
(e  ciò  che  non  tutti  intesero,  ed  anzi  pare  prendessero 
cura  di  capovolgere  (  che  la  pianura  della  Scizia  pro- 
priamente detta,  o,  come  diremmo  noi,  della  Tartaria, 
Va  innalzandosi  anche  dal  nord  al  sud,  poiché  vi  vedia- 
mo nascere  fiumi  che  corrono  verso  il  polo,  e  non  è  poi 
men  vero  che  anche  da  mezzodì  si  salga  verso  di  essa, 
giacché  molti  altri  fiumi  si  versano  nel  mar  Caspio,  nel 
mar  Nero  ecc.  Montesquieu  chiamava  montagna  piatta 
la  Tartaria. 

(5cj)  Secondo  Aristotele  [de  t'ep.,  I.  I)  li  popoli  nomadi 
sono  per  sé  pigri ,  e  ciò  conferma  quanto  aveva  detto 
Ippocrate  ì  Pallas  (op.  cit.  ) ,  parlando  de' Calmucchi 
trova  ben  naturale  che  li  nomadi  liberi  e  senza  ambi- 
zione amino  T  ozio.  Se  ben  si  rifletta,  vedesi  che  v'  ha 
grande  diversità  tra  1'  agricoltore  ed  il  pastore,  quello 
deve  spremere  a  forza  di  fatica  dalla  terra  quanto  lo 
deve  sostenere  in  vita.  Il  pastore  in  vece  non  fa  che 
guidare  la  sua  greggia  ove  trova  naturalmente  da  pa- 
scolare, e  cibasi  del  latte  e  della  carne  di  quella. 

(6o)  Ippocrate  qui  nota  la  mancanza  di  peli,  Ero- 
doto pure  parla  di  Sciti  calvi  detti  Argippei  (  1.  IV, 
§  23  ),  a  naso  simo  e  mento  grande ,  di  un  linguaggio 
proprio  e  che  usavano  scitico  vestimento,  forse  i  nostri 


217 
Calmucchi.  Anche  Mela  (  lib.  I.  19)  aveva  detto  degli 
Sciti  et  feminis  et  maribus  nuda  suut  capita  ,  e  Plinio 
(  1.  VI,  e.  i4)  capillus  juxta  feminis  virisque  in probro 
existimatur.  Non  solo  i  popoli  settentrionali  (  se  se  ne 
eccettuano  alcune  tribù)  hanno  pochi  peli,  come  i  Chi- 
nesi ,  i  Samoiedi ,  ma  hanno  la  cura  ,  come  riferisce 
Pallas,  di  estirparli  forse  per  superstizione.  In  fatti  anche 
li  Saukis,  selvaggi  dell'America  (non  diversamente  de- 
gli Sciti  indicati  da  Plinio,  di  alcuni  Greci  e  Romani,  e 
de'  nostri  cavallari,  circa  la  criniera  de'  cavalli  )  credono 
che  ne'  capelli  o  ne'  peli  annidi  il  folletto  o  uno  spirito 
maligno,  e  se  li  estirpano  sin  dalla  gioventù,  ed  in  modo 
di  non  tenerne  sul  capo  che  un  ciuffo  ,  ed  avere  sul 
corpo  se  non  una  lanuggine  (  I.  G.  Beltrami.  La  décou- 
verte  des  sources  du  Mississipy  etc.  Nouvelle-  Orléans  , 
1824,  p.  56). 

L'  uniformità  poi  del  volto  è  propria  non  solo  dei 
Lapponi,  de' Samoiedi,  degli  Ostiaci  nell'antico  mondo, 
ma  altresì  si  estende  a'  Groenlandesi,  ed  agli  Esquimali 
nel  nuovo  ,  e  li  naturali  del  Canada  hanno  tratti  di 
volto  simili  ai  Tartari  orientali  (Buffon,  v.  III).  Malte- 
Bruu  (  1.  CXXV  )  offre  i  caratteri  seguenti  dei  Finni  che 
erano  di  razza  scitica,  o  per  altrimenti  esprimermi  de- 
gli Sciti  che  erano  di  razza  finnica.  «  Capelli  rossi  o 
giallo-bruni,  o  sia  dei  pomelli  protuberanti ,  guance  af- 
fondate, barba  rara,  colorito  bruno  sporco.  » 

(61)  Anche  oggidì  gli  Ostiaci  adoprano  quella  ma- 
niera di  abbruciatura  che  li  medici  chiamano  moxa 
fatta  con  un  pezzo  d'agarico  (Pallas,  v.  IV).  Erodoto 
(  1.  IV,  §  187)  aveva  già  detto  che  molti  nomadi  della 
Libia  cauterizzavano  la  testa  de'  loro  figlj  all'  età  di 
quattro  anni,  onde  distogliere  la  flemma  o  umidità  che 
-olava  dal  capo,  ed  in    fatti    riuscivano  sanissimi.  Pro- 

>4* 


2l8 

spero  Alpino  (de  med.  EgypL,  1.  Ili,  e.  12)  dice  che 
1'  uso  del  fuoco  per  guarire  da'  reumi  è  comune  tra  gli 
Arabi.  Presso  i  Cinesi  e  li  Giapponesi  questo  modo  di 
ustione  è  in  pratica  da  tempo  immemorabile,  e  sembra 
che  da  que'  paesi,  non  men  che  iì  nome  mooca,  sia  esso 
provenuto. 

Le  cauterizzazioni  fatte  o  colla  mooca  o  con  mezzi 
analoghi,  come  il  ferro  rovente,  le  radici  escarotiche  ecc., 
manifestarono  sempre  ottimi  risultamene  maneggiate 
da'  medici,  da  qualunque  vista  teorica  fossero  a  ciò  in- 
dotti, o  in  qualunque  modo  ne  rendessero  ragione ,  a 
norma  delle  professate  dottrine  ,  della  benefica  azione 
rivulsiva  di  tali  agenti  ,  capaci  altresì  di  por  fine  alle 
infiammazioni  lunghe  e  pericolose. 

(62)  Pare  che  gli  Greci,  eccettuati  per  altro  gli  Spar- 
tani ,  abbiano  usate  le  fasce  pei  bambini  (  Ippocr.  delle 
fratture.  —  Plutarc.  in  Licurgo  ).  Platone  (  legg.  VII  ) 
consigliava  di  fasciarli  sino  a  due  anni  d'età:  Aristotele 
al  contrario  (  della  repubbl.  VII  )  non  si  mostrò  cosi 
amico  delle  fasce.  Il  non  fasciare  i  bambini  ,  nella 
quale  usanza  molti  trovano  il  maggior  sviluppo  di  certi 
popoli,  e  come  avviene  appunto  tra  i  barbari  ed  in  tutta 
l'Asia  (Frank.  Poliz.  med.,  Sez.  II,  Art.  I,  i3)  è  dal 
nostro  autore  in  vece  riguardato  come  inconveniente 
a  cagione  della  lassezza  degli  Sciti.  Li  medici  ed  i  fi- 
lantropi scrissero,  parlarono  per  abolire  le.  fasce  ,  ma 
sino  ad  ora,  nei  paesi  ove  si  usavano  non  si  ottenne  in 
generale  il  desiderato  cambiamento,  ammettendone  ap- 
pena qualche  eccezione  in  alcuni  ospizj  di  maternità  , 
e  presso  singolari  privati.  Non  v'  ha  dubbio  che  i  bam- 
bini abbisognano  di  certe  coperture  ben  diverse  da  quelle 
degli  adulti  sia  per  ripararli  meglio  dal  freddo  ,  sia  per 
la  loro  maggior  nettezza,  sin   per  essere  senza  danno  e 


2I9 
con  più.  sicurezza  maneggiati,  ma  in  tali  casi  non  si  do- 
vrebbero adunque  invilupparli  affatto  nelle  fasce  al- 
l' eslate,  e  si  potrebbero  allacciare  tali  coperture  senza 
stringere,  come  ora  fassi,  le  membra  de'  teneri  bambini. 
Non  pare  che  le  fasce  sieno  necessarie  per  dar  forma  e 
forza  al  corpo  da  che  son  comuni  a  riscontrarsi  ove 
non  usansi,  persone  ben  sviluppate  ,  dritte  e  sane.  Che 
se  soggiungasi  che  si  vedono  tra  di  noi  uomini  e  donne 
ben  sviluppate  e  robuste  ,  non  sarà  diffìcile  lo  contra- 
porre che  v'hanno  moltissimi  casi  in  contrario,  ne  sino 
ad  ora  si  è  fatto  i!  calcolo  delle  mortalità  relative  ,  ac- 
cadute cioè  ove  non  adopransi  ,  e  dove  sì.  Che  in  vece 
le  fasce  sieno  innocue  ,  non  lo  possiamo  asserire  ,  poi- 
ché i  nostri  bambini  vanno  soggetti  ad  una  caterva  di 
malattie,  e  la  mortalità  tra  di  essi  è  assai  grande.  E  cer- 
tamente il  fasciare  appunto  con  certa  forza  coli'  idea  di 
tenere  dritto  il  tronco  e  le  estremità  ,  in  un  tempo  in 
cui  si  sa  accadere  un  grande  sviluppo  nel  corpo,  certa- 
mente si  accosta  a  quella  violenza  per  cui  presso  Certi 
popoli  si  vuole  conformare  diversamente  la  testa  de' 
bambini  ed  f  piedi  delle  donne,  si  può  dire  che  li  bam- 
bini si  trovano  meno  legati  nell'  utero  materno.  In  fatti 
molte  volte  anche  il  solo  pianto,  per  non  parlare  degli 
altri  mali  di  maggior  conseguenza  ,  il  pianto  ,  dico  ,  è 
prodotto  sì  certamente  dallo  stato  di  molestia  in  cui 
trovasi  il  bambino ,  poiché  appena  sfasciato  agita  le 
estremità  con  alacrità,  rasserena  il  ciglio,  si  fa  ilare  e 
manifesta  contento  e  soddisfazione.  Comunque  la  nu- 
trice porti  attenzione  ,  il  che  generalmente  è  ben  lon- 
tano dall'  accadere  nel  volgo ,  al  grado  di  strettezza 
ch'essa  dà  alle  fasce,  queste  non  potranno  ameno  che 
di  cagionare  un  più  o  men  grande  impedimento  sì  alla 
circolazione  escentrica  che  a   quella    del  polmone,  del 


220 

cuore  e  del  cervello.  Di  qui,  io  credo  ,  la  facilità  delle 
morti  repentine,  delle  asfissie  ecc. ,  cui  vanno  soggetti 
i  bambini  ,  e  che  comunemente  soglionsi  attribuire  ai 
vermi,  alle  convulsioni  ,  ed  a  simili  cose  insussistenti, 
come  cause  morbose  in  tali  casi.  Quanto  mai  un  tale 
impedito  sviluppo  del  torace  ,  e  perciò  altresì  degli  or- 
gani ch'entro  vi  stanno,  può  essere  cagione  della  faci- 
lità delle  malattie  de'  polmoni  e  delle  tisi  polmonari 
nella  gioventù. 

(63)  Erodoto  aveva  già  detto  (1.  IV,  §  109)  che  i 
Budini,  i  quali  corrispondono,  secondo  Busching  (Géogr., 
t.  Ili)  ai  moderni  Tartari  Budziaks  ,  avevano  colore 
diverso  da  quello  de' Greci.  Ciò  è  confermato  riguardo 
ai  Tartari  in  generale  da  Buffon  (V.  Ili)  e  da  Pallas 
(t.  I,  V),  descrivendoli  di  color  fulvo,  giallastro,  fosco. 

(64)  L' abbruciar  del  freddo  è  una  maniera  figu- 
rata di  esprimersi  usata  anche  da  altri,  e  p.  e.  da  Vir- 
gilio (Georg.  I,  93). 

Boreae  penetrabile  frigus  adurat. 

(65)  Quanto  qui  dice  lppocrate  circa  la  potenza  ge- 
nerativa degli  Sciti  sembra  essere  una  illazione  da  lui 
tratta  dalle  sue  idee  di  temperie  e  di  umori.  Ma  que- 
sti teoretici  principj  essendo  erronei,  deve  ritenersi  an- 
che assai  mal  basato  il  suo  giudizio  in  questo  argomento. 
e  noi  non  abbiamo  fatti  che  provino  la  poca  facoltà 
prolifica  de'  varj  Sciti  d'  allora  o  de'  varj  Tartari  de' 
tempi  nostri  :  se  non  vogliasi  supporla  o  dedurla  scarsa 
dalla  vita  vagante,  e  pastorale,  e  disagiata,  dalli  mezzi 
di  sussistenza  talora  mancanti  per  guerre,  spedizioni,  e 
forz'anche  dalla  poligamia.  Circa  l'equitazione,  il  no- 
stro autore  ritenendola  capace  a  spegnere  V  ardore  a 
Venere,  trovasi  in  opposizione  a  quanto  credeva  Ari- 
stotele (  Probi  Sect.  W), 


11\ 

(66)  L' esistenza  di  alcuni  tra  gli  Sciti  mancanti 
della  virilità  e  ridotti  all'  apparente  stato  di  femmine 
non  solo  è  riferita  dal  nostro  autore  e  da  Erodoto 
(LI,  §  io5,  1.  IV}  §  67  )  ,  ma  è  confermata  dai  mo- 
derni riguardo  ai  Tartari  e,  p.  e.,  Giulio  Klaproth  par- 
lando {Voy.  en  Geòrgie  et  au  Mont  Caucase ,  Pa- 
ris, i823)  dei  nomadi  Nogay  per  natura  dotati  di 
pochissima  barba,  riferisce  che  o  per  vecchiaia  o  per 
certa  malattia  ,  chiamata  Choss  ,  la  pelle  loro  si  rag- 
grinza ,  cadono  i  peli ,  divengono  impotenti ,  ed  assu- 
mono un  aspetto  affatto  femminile  ,  fuggono  gli  uomini 
e  immischiansi  colle  donne  ,  delle  quali  prendono  an- 
che 1'  abito  e  sembrano  vecchiacce  stomachevoli.  Que- 
sta testimonianza  annulla  adunque  P  ipolesi  di  Coray 
(  t.  II,  nota  pag.  334),  cne  tale  malattia  non  fosse  che 
un1  affezione  ipocondriaca  ,  nervosa,  la  quale  col  tur- 
bare P  immaginazione  avviliva  gli  Sciti,  e  faceva  loro 
credere  di  essere  cangiali  in  donne. 

Mentre  questi  esseri  infelici  sono  detti  da  Ippo- 
crate  anandri  ossia  senza  maschilità  (  Ramusio  ),  uo- 
mini femmine  (  Mustoxidi ,  ad  Erod.,  lib.  IV,  §  67  ) , 
Erodoto  li  chiama  enarei ,  é  ne  offre  la  seguente  ori- 
gine (a). 

Quando  gli  Sciti  nomadi  d'Europa  passarono  in 
Asia  (1.  I,  §  i5,  1.  IV,  §  11  )  e  ne  tolsero  il  dominio 
ai  Medi,  s'avviavano  verso  l'Egitto.  Ma  Psammetico  re 
di  questo  paese    venne    loro  incontro    sino  nella    Pale- 


(a)  Assai  male  Coray  e  Chailly  tradussero  èffeminès\  che 
meglio,  come  riflette  il  Mustoxidi  ,  si  riferisce  al  morale.  Il  vo- 
cabolo evirati  adoprato  dal  Calvo  e  da  altri  traduttori  latini  può 
usarsi  forse  in  italiano  sull'  esempio^  se  non  mi  tradisce  la  me- 
moria, di  qualche  buon  poeta  ? 


111 

stina  e  con  suppliche  e  doni  ottenne  non  s1  «avanzas- 
sero. Passando  nel  ritorno  per  Ascaìona  città  della  Si- 
ria, alcuni  degli  Sciti  ivi  posero  a  sacco  l'antichissimo 
tempio  di  Venere  celeste  ,  ma  la  Dea  que'  spogliatoi*! 
non  solo  ,  ma  i  discendenti  loro  percosse  del  morbo 
femminile ,  e  sosteneva  Erodoto  (1.  I,  §  io5)  che  in 
fatti  vedevansi  gli  enarei  tra  gli  Sciti,  i  quali  per  quella 
maledizione  ritengono  infermare. 

Aggiunge  lo  storico  d^Alicarnasso  (ivi)  che  risguar- 
davansi  tra  quel  popolo  gli  enarei  come  indovini ,  ve- 
nivano consultati  sin  anche  nelle  malattie  ,  il  che  com- 
bina con  quanto  dice  il  nostro  autore  d'  essere  eglino, 
cioè,  venerati.  E  di  tal  fatto  sembranmi  due  poter  es* 
sere  le  ragioni. 

Primieramente,  perchè  delle  malattie  oscure  la  cui 
causa  non  è  palese  o  la  guarigione  difficile  ,  ed  anche 
impossibile,  non  solo  si  amava  attribuire  V  origine  alla 
divinità  e  perciò  chiamavansi  divine  o  sacre ,  ma  si 
acquistava  altresì  certa  devota  ammirazione  per  coloro 
che  ne  erano  affetti.  Né  ciò  solo  avveniva  tra  gli  anti- 
chi, ma  pur  anche  i  cretini  nel  Vallese  sono  riguardati 
come  esseri  favoriti  dal  Cielo  ,  e  soglionsi  chiamare 
anime  buone,  anime  senza  peccato  (Coxe,  Lettres  sur 
la  Suisse.  P.  II  ).  Li  Turchi  sì  barbari  e  fanatici  hanno 
un  rispetto    portato  sino  alla  venerazione  per  gl'idioti. 

In  secondo  luogo  si  sa  che  furono  sempre  riguardati 
con  rispetto,  meraviglia,  ed  ossequio  coloro  che  si  asten- 
gono da  piaceri  carnali.  Li  sacerdoti  quasi  tutti  d'  ogni 
età  e  di  ogni  nazione  con  questo  sacrifìcio  per  tutta  la  loro 
vita  o  per  certo  tempo}  o  soltanto  prima  delle  sacre  fun- 
zioni (Frank,  Polizia  meo7.,  Sez.  1,  art  i.)  acquistavano 
maggiori  riguardi  dal  popolo.  In  un  supplemento  al  codi- 
ce de'  Calmucchi  si  legge,  «  I  sacerdoti  offenderanno  la 


21i3 

propria  dignità  avendo  commercio  coìP  altro  sesso  » 
(Pallas,  op.  cit.  V.  I).  La  contemplazione,  l'astinenza 
del  vitto  e  quella  del  coito  fece  nascere  la  vita  degli 
cremi  e  quella  de'  conventi.  E  quantunque  i  Bonzi  nel- 
l'India, e  nei  primitivi  tempi  della  Chiesa  tra  noi  i  due 
sessi  vivessero  assieme  (V.  Ronchetti,  Mem.  ist.  della 
Città  e  chiesa  di  Bergamo.  T.  V,  pag.  62),  pure  sì 
astenevano  da  ogni  carnale  commercio,  e  da  ciò  accre- 
scevasi  il  pregio  di  loro  vita» 

Così  pure  fu  già  ascritto  a  merito  il  privarsi  anche 
degli  organi  virili,  il  che  facevano  i  sacerdoti  di  Cibele 
o  di  Cerere,  i  Cureti  o  Coribanti,  e  li  fanatici  di  alcune 
sette  cristiane,  alla  qual  pratica  però  si  opposero  forte* 
mente  alcuni  Concilj. 

Poiché  si  accennarono  i  Cureti  egli  è  degno  di  os- 
servazione: 1 .°  come  essi  mantengano  certa  analogia  cogli 
indovini  o  sacerdoti  degli  Sciti  detti  Enarei.  I  Cureti  che 
furono  i  primi  sacerdoti  vati  e  medici  della  Grecia, 
oriundi  del  Caucaso  e  della  Colchide  (Strab.  1  X,  e.  6), 
si  stabilirono  nella  Tessaglia  e  nella  Tracia,  e  final- 
mente passarono  in  Creta.  Eglino  vestivano  abiti  mu- 
liebri. 2.0  Come  nella  Tracia  dirozzata  da'  Cureti  sia 
nata  la  musica.  Traci  sono  slati  Orfeo  ed  Euolpo  ,  e 
tra  noi  gli  evirati  furono  5  sino  a  pochi  anni  or  sono  , 
pregiati   cantori  per  la  loro  voce  femminile. 

(67)  TI  quid  diviniim  (  to  Su'*»)  d' Ippocrate  è  una 
parola  comunissima,  un  detto  misterioso  ,  cui  trovano 
comoda  cosa  il  ricorrere  que' medici,  che  non  volendo 
o  non  sapendo  far  le  necessarie  ricerche  in  caso  di  do* 
minanti  epidemie,  celano  la  propria  pigrizia  ed  igno- 
ranza sotto  il  velame  di  quel  vocabolo,  e  intanto  ingan- 
nano i  magistrati  addetti  alla  pubblica  salute  e  rovinano 
le  popolazioni.  Questi   tali    che  pronunciano  con  tanta 


facilità  e  sì  magistralmente  il  quid  divinimi  meritano  il 
giudizio  seguente  dato  dall'  autore  del  trattato  della  ma~ 
lattici  sacra,  «  Del  resto  coloro,  che  pei  primi  chiama- 
rono questa  (  la  epilessia  )  malattia  sacra  ,  sembratimi 
esser  quali  sono  i  magi  j  gli  scongiuratori ,  ed  i  ciarla- 
tani, ed  anzi  ben  arroganti,  siccome  quelli  che  vogliono 
imporre  colla  loro  simulata  pietà  e  far  credere  di  sa- 
perne più  di  chicchessia.  Costoro  non  potendo  arrecare 
de'  fatti,  col  trarre  in  campo  !a  divinità  procurano  na? 
scondere  la  loro  scarsezza  d' intelletto  e  di  criterio  ,  e 
così  ,  perchè  la  propria  ignoranza  chiara  non  risulti  , 
sacra  chiamarono  tale  affezione.  ??  Né  men  bene  è  adat- 
tata la  sentenza  di  Gicerone  (  De  divinai.  1.  II,  e.  26). 
Omnino  enim  magna  stultitia  est  earum  rerum  (  quas 
natura  offert)  Deos  facere  effectores ,  caussas  rerum 
non  queerere.  Dal  presente  passo  e  dall'  altro  al  §  CXI 
si  scorge  che  Ippocrate  qual  causa  divina  delle  malattie 
riguardava  un'  influenza  per  nulla  affatto  soprannatu- 
rale o  astratta,  ma  dipendente  da  cause  naturali,  ed  a 
tale  opinione  faceva  poi  eco  Cicerone  (ivi  e.  18)  di- 
cendo: Quidquid  oritur  qualecumque  est,  caussam  a  na- 
tura  habeat  necesse  est,  ut  edam  si  praeter  naturam 
tamen  non  possit  existere.  Caussam  igitur  investigato 
in  re  nova,  atque  admirabili,  si  potes.  Si  nullam  repe- 
ries,  illud  tamen  exploratum  habeto,  nihil  fieri  potuis  se 
sine  caussa  :  eumque  errorem  quem  rei  novitas  attulerit, 
naturae  ratione  depellito.  ?? 

Che  se  alcuno,  poco  valutando  quanto  di  sopra  ho 
detto  e  troppo  strettamente  interpretando  le  cose  dirà 
che  Ippocrate  si  contraddice,  giacche  in  altri  luoghi  dis- 
se: gran  potere  aver  sugli  uomini  la  divinità  (ro  &/«*) 
(  de  nat.  muliebr.,  §  1  ).  —  E  se  v*  ha  nelle  malattie 
alcun  che  di  divino,  anche  di  ciò    deve  il   medico  aver 


22D 

preconoscenza  (  Prognost.,  §  i  )^  farò  riflettere  eirca  al 
primo  passo  con  lo  Schultz  (  Hist.  med.  period.  I , 
Sect.  3,  e.  3  )  che  quel  libro  non  appartiene  ad  Ippo- 
crate;  riguardo  al  secondo  Galeno  stesso  nel  commen- 
tarlo (  Class.  IV,  Venet.  apud  Junt.  i  54 1 5  pag.  192  ) 
si  mostra  contrario  all'opinione  di  chi  crede  ivi  allu- 
dersi dal  Vecchio  di  Coo  al  potere  degli  Dei  ,  ed  anzi 
conchiude  che  questi  in  nessuna  opera  sua  abbia  at- 
tribuita la  cagione  delle  malattie  agli  Dei.  Che  se  mai 
questo  Ippocrate  secondo  fosse  egli  stesso  1'  autore  del 
libro  de  morbo  sacro,  abbiamo  veduto  come  in  questo 
egli  attribuisse  a  ciarlataneria  e  ad  ignoranza  il  dare  il 
nome  di  sacra  all'epilessia,  e  facesse  vedere  che  non  si 
deve  ricorrere  a  cose  astratte,  ma  bensì  a  materiali,  vi- 
sibili e  palpabili.  E  una  prova  di  ciò  si  ha,  quando  sog- 
giunge che  se  si  taglia  il  cervello  delle  capre,  che  vanno 
soggette  frequentemente  a  tale  malattia,  si  trova  il  cer- 
vello umido,  puzzolente  e  con  trasudamento,  ed  escla- 
ma: Da  questo  fatto  conoscerai  che  non  è  Dio,  ma  la 
malattia  che  affligge  il  corpo.  Lo  stesso  avviene  riguardo 
aW  uomo  (§  i3). 

(68)  Che  1'  eccessivo  rimanersi  sul  cavallo  possa 
essere  nocivo,  ella  è  cosa  ,  che  da  nessuno  sarà  posta 
in  dubbio,  e  quando  ciò  non  fosse,  potrebbe  altresì  ser- 
vire d' appoggio  il  riferirsi  da  Pallas ,  che  li  Tartari 
Kirguis  divengono  curvi  nelle  gambe  per  quel  motivo} 
da  Mawe  (  Viagg.  al  Brasile,  t.  Il,  p.  280)  che  al 
Brasile  è  frequente  la  sciatica  specialmente  per  chi 
viaggia  troppo  a  cavallo  de'  muli.  Ciò  che  per  altro  non 
corrisponde  al  fatto  anatomico  e  patologico  si  è  quanto 
lo  stesso  nostro  autore  dice  qui  ed  altrove  (de'' luoghi 
neW  uomo)  sulle  conseguenze,  e  ripete  poi  l'autore 
del  trattato  della  generazione- 


226 

Sul  proposito  poi  della  cura  potrebbe  ripetersi  la 
medesima  eccezionej  come  basata  su  di  una  erronea  idea 
intorno  alle  vene  sì  di  lui  che  di  suo  genero  Polibio 
(delle  vene,  §  XII).  L'incisione  alle  orecchie  qual  me- 
todo curativo  della  malattia  in  discorso  o  della  sciatica, 
che  precisamente  indica  per  nome  più  sotto  al  §  GXII, 
e  che  è  rammentato  anche  dall'  autore  del  sesto  libro 
degli  epidemj ,  mi  fa  sovvenire  l!  abbruciatura  dietro 
all'orecchio  usata  anticamente  al  Giappone  e  riferita 
da  Zacuto  Lusitauo,  indi  posta  in  pratica  da  quel  prete 
ricordato  dal  dottor  Colla  di  Parma  (  Gior.  medico-* 
chirurgico,  voi  I  ). 


INDICE 


Al  lettore ,     Pag.  5 

Discorso  preliminare  di  Adamanzio  Coray »  y 

Parte  prima  -  Dell'influenza  del  clima  sull'uomo      .     »  ivi 
Parte  seconda  -  Analisi  del    Trattato  delle    arie,    delle 

acque  e  de'  luoghi »  36 

Parte  terza  -  Notizie  sui    manoscritti  e  sulle  edizioni  sì 

greche  che  latine,  che  hanno  preceduta  la  presente  »  79 

Annotazioni  del  traduttore  al  discorso  preliminare  di  Ada- 
manzio Coray     .     .     . »io5 

Sulle  arie,  sulle  acque  e  sui  luoghi,  Trattato  d'Ippocrate  »  127 

Capitolo  I.      -  Introduzione  . »  ivi 

Capitolo  II.     -  Dei  climi M  »^9 

Capitolo  III.  -  Delle  acque    .     ,     , »  1 55 

Capitolo  IV.  -  Delle  stagioni ,     .     .     »  i4o 

Capitolo  V.     -    Dell'Asia »  i4i 

Capitolo  FI.  -  Dell'Europa »  i/jcj 

Annotazioni  del  traduttore  al  lesto .     »  i5<j 


-5ìi-l 


SUL  CLIMA 

DELLA 

BASSA    LOMBARDIA 

RICERCHE 

POLITICO-MEDICO-STATISTICHE 

DEL    DOTTOR 

MEDICO  DIRETTORE 
DEGLI  SPEDALI  DI  BERGAMO 

Est  quo  dam  prò  dire  tenus, 
si  non  da  tur  ultra, 

Hoìiat.  Epist.  I. 


MILANO 

COI    TIPI    DI    PAOLO    EMILIO    GIUSTI 

i839. 


linde  nos  admonet  divina  providentìa ,  non  res  ìnsipienter 
vituperare,  sed  utìlitatem  rerum  diligenler  inquirere: 
et  ubi  nostrum  ingenium  vel  infirmitas  deficit,  ita  cre- 
dere occulta,  sicut  erant  quwdam  guaì  vix  potuimus 
invenire, 

D.  A.  Augustini.  De  civitate  Bei. 
Lib.  XI,  Gap.  xxi i. 


AVVERTIMENTO 

AL      LETTORE 


ib  egli  è  vero  che  la  salute  contare  si  deve 
come  il  maggior  bene  che  godere  si  possa  ,  sarà 
pur  vero  che  le  presenti  Ricerche,  considerando 
appunto  nel  Clima  della  Bassa-Lombardia,  quan- 
to a  quella  si  riferisce,  utili  devono  risultare. 
Importanti  per  il  ben  essere  del  popolo  sono  i 
punti  a'  quali  ho  diretto  le  mie  riflessioni.  Quan- 
tunque però  io  creda  eh'  essi  sin'ora  non  sieno 
stati  svolti  e  trattati  da  altri  in  quel  modo  che 
meritavano,  non  oso  dichiararmi  persuaso  d'es- 
sere giunto  io  stesso  a  tale  importantissimo  fine. 
Il  pubblico  giudicherà  s'io  ho  fatto  qualche  passo 
di  più  di  coloro  che  mi  precedettero.  Se  poi  ad 
alcuno  sembrassero  eccessive  le  autorità  alle 
quali  ho  appoggiato  quanto  veniva  esponendo, 
rifletta  che  nella  scienza  della  salute  non  sono 
veramente  mai  bastanti  le  prove  e  le  testimo- 


nianze  che  servir  devono   a   farci  accostare  o 
giungere  alla  verità. 

Ciò  che  meno  aveva  connessione  coli' argo- 
mento ,  ma  che  però  non  era  estraneo  o  inutile 
al  medesimo,  si  è  confinato  nelle  note.  Ivi  quan- 
to io  ho  saputo  esporre ,  sarà  fuori  del  caso  di 
riuscire  seccante  a  certuni ,  mentre  potrà  forse 
soddisfare  la  curiosità  di  altri. 


SUL     CLIMA 

DELLA 

BASSA     LOMBARDIA 

INTRODUZIONE 


lerchè  non  solo  a  soddisfazione  di  pura  curiosità ,  ma 
per  il  vantaggio,  che  a  tutti  ne  può  risultare ,  le  verità 
ascose  vengano  al  giorno,  credo  non  si  possa  far  di  meglio 
che  raccogliere  ed  unire  la  maggiore  possibile  quantità 
di  fatti ,  poscia  esaminarli ,  paragonarli  ed  avvicinarli  nei 
punti  ove  manifestano  tra  di  loro  relazione  ed  analogia. 
L'osservazione,  voglio  dire,  estesa  su  di  molti  oggetti,  il 
paragone  instituito  tra  i  medesimi,  ed  il  ravvicinamento 
de*  loro  rispettivi  rapporti  formeranno ,  a  mio  parere ,  il 
metodo  il  pia  conveniente  per  guidarci  a  migliori  risultati 
nelle  scientifiche  ricerche.  Sarà  per  mezzo  di  esso  che  la 
Natura  verrà  forzata  a  lasciare  a  poco  a  poco  cadere,  in 
£ran  parte  almeno,  quel  velo,  che  ricopre  le  innumere-* 
voli  e  misteriose  sue  bellezze,  e  sarà  col  di  lui  sussidio, 
che  il  filosofo,  quantunque  persuaso,  che  essa  qual  bel* 
la    sovrumana  non  si  mostrerà  mai  affatto  nuda  all'oc- 
chio dell'uomo ,  otterrà  almeno  in  premio  de' molti  suoi 
sudori  di  ammirarne  qualche  piccola  parte  ancor  nascosta. 


Finché  nelle  filosofiche  indagini ,  e  nello  studio  delle 
naturali  discipline  specialmente,  si  prefisse  allo  sguardo 
un  troppo  ristretto  orizzonte:  finche  si  innalzarono  ostacoli 
all'occhio  ov' esso  avrebbe  dovuto  spaziare  più  libero:  fin- 
ché si  sottoposero  alla  considerazione  isoiati  i  fatti,  non  si 
analizzarono  pienamente  i  fenomeni,  non  si  generalizza- 
rono i  particolari  e  singoli  caratteri  loro,  pochi  passi  si 
fecero  sul  sentiero  della  verità,  anzi  più  sovente  si  de- 
viò affatto  dal  medesimo  per  immergersi  con  soddisfazione 
e  diletto  in  ipotesi  quanto  brillanti  e  lusinghiere  altret- 
tanto insussistenti  e  fallaci  (a). 

La  storia  della  Medicina  e  quella  della  Geologia  collo 
schierarci  innanzi  un'innumerevole  serie  di  sistemi,  d'ipo- 
tesi e  di  teorie  talora  spregevoli,  qualche  volta  speciose, 
tal  altra  umilianti  il  buon  senso  e  sin  anche  dannose,  pos- 
sono ben  fornire  una  conferma  di  quanto  asserisco:  ma  tra- 
lasciando queste  prove  negative,  che  in  grande  copia  potrei 
addurre ,  e  che  tutte  ugualmente  dimostrerebbero  quale 
abuso  l' uomo  possa  fare  di  quell'  intelligenza  e  di  quella 
fantasia,  che  tanto  lo  fanno  andar  superbo,  amo  meglio  ri- 
volgermi alle  veramente  positive. 

Quale  diversità  non  esistette  per  secoli  e  tuttora  non 
esiste  all'occhio  del  volgo  tra  l'ambra  gialla  bel  oggetto  di 
lusso  e  di  galanteria ,  ed  il  fulmine  terribile  ministro  di 
spavento  e  di  morte?  Eppure  quando  lo  sgu  ardo  del  filoso- 
fo si  estese  su  di  una  quantità  d'analoghi  effetti ,  quando 
ben  diretto  dall'osservazione  fermossi  sulle  proprietà  della 
prima  e  su  quelle  di  quest'ultimo,  giunse  allora  a  scoprire, 
che  una  cagione  comune  anima  certi  fenomeni  che  ri- 
spettivamente manifestano.  L*  analitica  considerazione  di 
quegli  altri  fenomeni,  che  offre  il  fluido  galvanico,  l'elet- 


3 

trico  e  il  magnetico  ha  pur  fatto  vedere  la  loro  identità. 
Egli  non  è  che  allo  spirito  filosofico  moderno ,  il  quale 
geppe  scoprire  nel  vile,  nero  e  fragile  barbone,  e  nel  pre- 
zioso, splendente  e  durissimo  diamante  una  comune  prin- 
cipale proprietà  (la  combustibilità),  che  è  dovuta  la  dimo- 
strazione di  una  indentila  nei  principj,  che  compongono 
questi  due  corpi  apparentemente-  tanto  tra  loro  dissimili , 
e  dissimili  realmente  in  figura  e  in  pregio. 

Avendo  considerato  il  metodo  or'ora  da  me  lodato  quale 
fonte  de*  migliori  successi  nell'investigazione  del  vero,  non 
ho  saputo  da  esso  dipartirmi  nelle  Ricerche  che  mi  son 
proposto  di  fare  onde  scoprire  e  far  conoscere  a*  quali  ca- 
gioni veramente  attribuire  si  debba  quanto  di  pregiudi- 
zievole, per  non  ingiusta  universale  sentenza,  ha  seco  il 
Clima  della  Bassa-Lombardia.  Ad  ottenere  lo  scopo  mio 
ho  procurato  prima  di  tutto  farmi  una  chiara  idea  degli 
oggetti  intorno  ai  quali  è  richiesto  dalla  natura  dell'argo- 
mento lo  aggirarsi:  ho  cercato  far  servire  le  cose  note  allo 
scoprimento  delle  ignote .  di  addurre  fattr  senza  risparmio 
e  di  moltiplicare  le  prove.  Così  da  prima  dopo  averne 
analizzate  le  qualità ,  ho  creduto  conveniente  di  stabilire 
la  classe  cui  appartenere  può  il  clima  dell'accennata  re- 
gione e  far  conoscere  la  influenza  eh'  egli  esercita  sugli 
esseri   organici  che  lo  popolano.  Dopo  di    che1  giudicai 
necessario  di  passare  all'  esame  delle  circostanze  d'  altri 
analoghi  climi  e  degli  effetti  ad  essi  proprj,  onde,  contrap- 
posto poi  l'effetto  morboso  che  riscontrasi  nel  nostro,  dai 
vicendevoli  rapporti  venga  chiara  a  scaturirne  la  cagione. 
Trovai  poscia  opportuno  e  ragionevole,  che  dalla  consi- 
derazione dell'influenza  generale  del  clima  dovessi  di- 
scendere a  rintracciare  quelle  altre  cagioni  particolari,  le 


4 

quali,  o  fomite  dalla  natura  o  dall'uomo  procurate,  danno 
luogo  a  speciali  e  piti  limitati  effetti:  ne  le  mie  indagini 
credetti  al  loro  termine  giunte,  se  non  quando  coll'analisi 
per  ciascuna  instituita  di  tali  cagioni,  arrivare  potessi  con 
numerosi  esempi  a  dimostrare  la  identità,  che  le  collega  e 
stabilire  la  identità  degli  elfettl  che  ne  derivano. 

Siccome  per  dare  maggior  base  ai  principi  da  me  pro- 
posti, stimai  prevalermi  delle  logiche  induzioni  tratte 
dall'attenta  e  ripetuta  osservazione,  non  che  da  una 
scrupolosa  interpretazione  de'  fatti ,  così  onde  persegui- 
tare sino  nelle  più  oscure  originarie  latebre  certi  principj 
dannosi  all' abitante  del  suolo  basso-lombardo,  e  forzarli 
a  manifestare  la  intima  loro  natura  a  vantaggio  delle  igiene 
e  della  medicina,  colpa  sarebbe  stato  il  trascurare  i  sus- 
sidj,  che  porge  sì  quella  scienza  sublime,  che  tanto  in 
breve  tempo  penetrò  nella  cognizione  della  recondita  es- 
senza dei  corpi,  non  che  quell' altra  che  le  superficiali 
proprietà  e  le  modificazioni  ne  considera  e  misura  :  ed  io 
perciò  colla  scorta  della  chimica  e  della  fisica  mi  sono 
prefisso  di  spingermi  a  quel  lodevole  intento  sin  dove  esse 
mi  sapranno  guidare ,  non  dolente  per  altro  di  dovermi 
arrestare  a  quel  termine ,  oltre  al  quale  nell'  età  nostra 
non  è  lecito  il  passare 


CAPO    PRIMO 

Colpo   d'occhio  sulla  Bassa-Lombardia. 

Se  da  quelli  eminenti  luoghi  che  compongono  i  Monti 
Orofoii  o  le  Colline  Oltrepadane,  luoghi  tanto  favoriti 
dalla  natura  e  tanto  prediletti  dall'uomo  per  la  loro  ame- 
nità e  per  1'  aere  lieve  e  salubre ,  si  lascia  spaziare  lo 
sguardo,  questo  libero  percorre  la  lombarda  pianura  non 
arrestato  che  dagli  ultimi  scalini  delle  Alpi  a  settentrione 
ed  a  ponente,  e  da  quelli  degli  Appennini  a  mezzogiorno. 
Per  essa  che  a  levante  inclina  vedesi  scorrere  maestoso 
serpeggiando  il  Pò  sempre  torbido  e  ricco  delle  acque, 
che  tanti  fiumi  e  torrenti  versano  nel  suo  seno.  Per  le 
pioggie  abbondanti  o  per  le  squagliate  nevi  esso  s'innalza 
e  sorte  talora  dal  suo  letto;  ma  la  sua  piena,  come  quella 
del  Nilo,  né  invocano,  né  benedicono  gli  agricoltori,  poi- 
ché atterrisce  chi  vi  sta  vicino,  seco  trae  le  abitazioni  e 
gli  ubertosi  campi,  o  deponendo  sui  terreni,  che  allaga, 
sterile  arena ,  ne  sospende  per  molto  tempo  i  più  neces- 
sai  j  prodotti.  E  sotto  tale  aspetto  che  Lucano  lo  dipinse 
con  que'  versi  : 

Gonfio  così  sulle  sicure  sponde 
Sale  e  pe'  campi  il  Pò  libero  spazia. 
All'  urto  de'suoi  flutti  in  van  resistere 
Può  il  suolo  istesso  che  soccombe  e  frana. 
Allor  coli' ampio  suo  volume  scorre 
Per  nuove  strade  e  a  chi  1'  avito  campo 
Rapisce  e  chi  d'altro  fa  lieto  e  ricco. 

Il  Ticino,  fiume  del  Pò  il  più  ricco  tributario, percorre 


6 

puro  ampia  parte  della  pianura  stessa  e  colle  limpide 
sue  acque  arricchisce  l'industrioso  abitante  assai  più  che 
non  coll'oro  che  travolge  al  basso  tra  sue  selciose  arene. 

La  superficie  di  questa  gran  valle  italo-settentrionale 
óffresi  per  estesissimi  spazj  coperta  da  prati ,  che  il  bel 
verde  d'erba  orgogliosa,  ed  un  tapeto  di  fiori  rendono 
ameni  e  ridenti  la  maggior  parte  dell'  anno  :  ivi  l'acqua 
di  secondarj  fiumi,  di  canali,  e  quella  che  ad  arte  o  natu- 
ralmente sorge  dal  suolo  con  corso  or  rapido  or  lento,  ma 
sempre  ridondante ,  suddivisa  in  fossi  e  rigagnoli  apporta 
vita  e  copioso  nutrimento  ai  vegetabili  de'  campi  e ,  sui 
margini  di  questi ,  a  numerosi  salici  e  ad  ampj  ramosi 
pioppi. 

Quando  pure  la  neve  ha  nascosto  sotto  bianca  coperta 
tutto  il  suolo  lombardo  e  mentre  il  gelo  altrove  ferma  e 
rappiglia  ogni  umore,  qui  invece  allettano  lo  sguardo, 
quali  oasis  in  mezzo  a  libico  deserto,  verdi  campi,  pingui 
pascoli  sempre  irrigati  da  limpida  e  placidamente  scorre- 
vole acqua  :  e  ben  di  questi  può  dirsi 

Che  primavera  o  estate  ognor  qui  versa 
Bellezze  sue  nella  stagion  più  avversa. 

Ove  qualche  laguna  ritrovasi,  ha  coronata  la  sponda  da 
mobili  canne  e  ornate  le  fosc'  acque  dalle  ampie  foglie  e 
dal  fiore  or  giallo  or  candido  della  ninfea. 

Altre  lagune  poi  ben  più  numerose  ed  ampie,  che  l'arte 
ha  prodotte  e  regolarmente  disposte,  offrono  il  lor  grembo 
alla  vegetazione  del  riso. 

Posciachè  quelle  praterie  o  queste  risaje  pel  voluto 
tempo  hanno  dato  all'  agricoltore  i  loro  ampj  prodotti,  som- 
ministrano altra  volta  a  vicenda  or  frumento,  or  ravizzone, 


7 

or  grano  turco,  or  avena,  or  lino  assai  e  poca  canape ,  og- 
getti tutti,  che  compensano  con  abbondante  frutto,  potendo 
molti  tra  essi,  a  norma  del  bisogno,  venire  soccorsi  coir  ir- 
rigazione. 

Il  viaggiatore  osserva  maravigliato  scorrere  a  torme  i 
i  cavalli;  e  numerose  mandre  di  vacche  corpulenti  e  brune 
mandate  dalle  Alpi  svizzere,  bergamasche  e  bresciane  or 
pascolare  su  que'  verdi  prati  ed  or  raccolte  in  ariose  ed 
aperte  stalle  dare  in  "gran  copia  quel  latte,  che  per  la 
maggior  parte  cangiasi  nel  cacio  oltremonte  ed  oltremare 
assurdamente  chiamato  parmigiano.  In  altro  lato  vede 
colossali  buoi  ed  elvetici  cavalli  lenti  ed  appajati  trarre 
su  carri  e  treggie  le  copiose  raccolte  di  cereali,  di  fieni  e 
d' erba,  non  che  il  pingue  alimento  de'  campi.  Ma  s' egli 
cerca  le  abitazioni ,  queste  ascose  dalla  copia ,  altezza  e 
densità  degli  alberi  non  gli  verranno  indicate  che  dallo 
stridulo  e  ripetulo  canto  del  gallo  o  da'  vortici  di  fummo, 
che  a  stento  tentano  oltrepassare  la  pesante  atmosfera. 

Ivi  coperto  d' ampio  cappello  ed  appoggiato  a  lungo  ba- 
stone trovasi  il  fitta juolo  (che  ben  rari  sono  i  proprietarj), 
il  quale  or  attento  osserva  chi  munito  d'ampi  stivali  at- 
tende, perchè  le  acque  de' prati  o  delle  risaje  si  distribui- 
scano a  norma  del  bisogno,  ma  colla  maggiore  economia: 
ora  invigila  ,  onde  colla  più  grande  speditezza  lunghe  file 
di  contadini  discesi  dalli  alti  circostanti  luoghi  si  affretti- 
no a  coglier  la  messe  :  ora  perchè,  deposta  questa  sull'aja, 
venga  ben  battuta  dal  rullo  o  dal  calpestio  de' cavalli. 

Se  scarsa  vedesi  la  popolazione  rispetto  alla  superficie 
territoriale  ed  ai  bisogno  de' campestri  lavori ,  scorgonsi 
però  gli  abitanti  e  specialmente  coloro  che  attendono  alle 
mandre  vaccine ,  ed  al  lavoro  del  latte,  pingui ,  torosi ,  di 


8 

color  bruno  e  barbuti.  E  se  in  generale  tal  loro  aspetto 
dimostra  un  ben  essere  prodotto  dall'abbondanza  degli  ali- 
menti, dalla  sufficienza  de'necessarj  mezzi,  e  da  miti  fa* 
tiche:  quelli  altri  invece ,  die  nella  state  avanzata  e  nel- 
l'autunno o  vedonsi  squallidi,  tumidi  la  faccia  e  il  ventre, 
malfermi  aggirarsi  intorno  ai  loro  casolari ,  o  che  trovansi 
popolare  numerosi  in  quest'  epoca  gli  spedali ,  offrono  una 
triste  non  meno  che  indubitabile  prova  del  malefico  prin- 
cipio nell'  atmosfera  nascosto. 

Se  qui  gli  augelli  non  ci  sorprendono  coi  colori  de'quali 
fanno  bella  mostra  in  altre  parti  del  mondo,  è  qui  perb 
a  di  tigri  e  di  leon  la  rabbia  ignota  ».  Qui  non  ci  spaventa 
fiera  alcuna,  ma  vediamo  il  cervo  queto  moltiplicarsi  ne'feo- 
schi,  che  fanno  ala  al  Ticino  all'ombra  delle  leggi,  che 
ne  impediscono  la  distruzione  :  vive  il  tasso  vicino  ai  fon- 
tanili, e  la  sola  volpe  s'asconde  tra  noi  per  sortire  furtiva 
a  far  guasto  del  nostro  pollame.  Non  ha  il  serpente  a  so- 
nagli, non  ha  il  boa  la  Bassa-Lombardia  ,  ma  bensì  la  vi- 
pera, la  quale  però  pia  frequentemente  cagiona  spavento 
che  danno,  ed  ha  quegli  innocenti  serpi,  che  in  grandi  masse 
raccolgonsi  in  luoghi  abbandonati ,  o  s' introducono  nelle 
abitazioni  e  nuli' altro  destare,  che  ribrezzo.  Numerose  le 
talpe  sollevano  qua  e  là  la  bella  e  compatta  superficie 
de* prati  e,  col  danno  che  portano,  risvegliano  l'ingegno, 
onde  rinvenire  sempre  migliori  mezzi  alti  a  .distruggerle. 
Nelle  risaje  e  nellì  stagni  la  benefica  sanguisuga  male 
a  proposito  offende  lo  scalzo  piede  de'  pacifici  contadini 
o  dell'  industre  pescatore  e  qui  mentre 

le  querele 
Antiche  rinnovar  s'odon  cantando 
Le  roche  rane  entro  il  palustre  limo: 


9 

t'  assorda  pure  l'acuta  voce  del  grillo  nella  notte  e 
nelle  ore  più  calde  dell'estive  giornate 

la  cicala  col  nojoso  metro 
Fra  i  densi  rami  del  fronzuto  stelo; 

né  soltanto  l'orecchio  con  molesto  ronzio,  ma  la  pelle  pur 
anche  verso  sera  ti  ferisce  con  acuto  pungolo  immensa  la 
schiera  delle  zanzare,  rome  nel  più  caldo  della  giornata 
il  tafano  punge  acerbamente  e  fa  scalpitare  il  più  man- 
sueto cavallo. 

Vedonsi  sui  prati  colla  loro  viva  luce  numerosissime 
lucide  far  brillare  il  nero  manto  della  notte  e  di  giorno 
leggermente  alleggiare  sulle  acque  le  damigelle;  le  va- 
riopinte farfalle  spiegare  intorno  l' incerto  lor  volo,  ed  al- 
l'ombra  de' bianchi  salici  ci  ricrea  l'odorato  il  fragrante 
cerambice. 

Alla  fine  di  marzo  comparisce  giuliva  a  posare  qui  suo 
nido  la  rondine,  cui  tien  dietro  a  rallegrarci  col  suo  canto 
l'usignuolo.  Nell'estate  fa  di  sé  sacrifizio  alla  nostra  ta- 
vola la  quaglia  e  la  pavoncella,  come  all' autunno  la 
beccaccia  e  la  beccaccina. 

Non  il  cocodrillo,  non  l'ippopotamo,  ma  la  lontra  al- 
berga vicino  alle  nostre  acque  che  pia  numerosi  offrono  i 
granchi.  Danno  i  fiumi  finalmente  in  abbondanza  le  an- 
guille, il  pesce  persico,  la  trota,  il  temolo,  la  carpana,  il 
barbio,  la  tinca,  il  luccio,  ed  il  solo  Pò,  re  de' nostri  fiumi, 
ci  olire  il  re  de'  nostri  pesci  lo  storione. 


IO 

CAPO     II. 

Determinazione  del  clima  della  Bassa-Lombardia  die- 
tro le  circostanze  sue  topografiche  ed  effetti  fisiolo- 
gici di  tal  clima. 

I  fiumi  che  scorrono  dal  pendio  meridionale  ed  orien- 
tale di  quella  non  interotta  catena  di  monti  che  cingono 
al  nord-est  ed  all'ovest  la  Lombardia,  e  le  sorgenti  in 
gran  parte  perenni,  che  per  la  inclinazione  del  suolo  si 
versano  sugi' inferiori  piani  (f),  offrono  quell'abbondanza 
di  acqua ,  che  già  una  volta  (2),  rendeva  paludosa  questa 
eletta  contrada  di  Europa ,  ma  che  in  migliori  tempi  ha 
consigliata  e  favorita  la  irrigazione  de' prati  in  ogni  stagio- 
ne dell*  anno  e  quella  passaggiera  a  vantaggio  di  molti 
altri  prodotti  agrarj  :  non  che  ha  fatto  adottare  da  qualche 
secolo  la  coltivazione  del  riso  (3).  A  ragione  pare  si  possa 
ritenere ,  la  parte  superiore  della  valle  lombarda  che  si 
stende  da  Torino  a  Mantova  essere  al  presente  umida  e 
miasmatica  (4)  per  causa  dell'  arte,  mentre  la  parte  infe- 
riore che  va  avvicinandosi  all'  Adriatico  trova  esserlo  spe- 
cialmente per  naturale  necessità,  cioè  per  la  grandissima 
copia  delle  acque  che  vi  concorrono  (5),  per  le  innumere- 
voli divisioni  di  tanti  fiumi,  per  la  lentezza  del  loro  corso, 
quando  stanno  per  versarsi  in  seno  al  mare,  per  lo  sta- 
gnamento e  la  mistione  in  varie  paludi  dell'acqua  dolce 
colla  marina,  e  finalmente  per  i  facili  e  ripetuti  straripa- 
menti de' fiumi.  E  più  ancora  dovrebbe  essa  riesci  re  ino- 
spite e  fatale  se  l' arte  non  fosse  accorsa  con  colossali  la- 
vori a  contenerli ,  non  che  a  dirigerli  per  più  retta  e  fa- 
cile strada. 

Che  poi  il  noto  aumento  di  tali  procurate  e  naturali 


1 1 

circostanze  abbia  fatto  aumentare  ia  umidità  del  nostro 
paese  viene  confermato  anche  della  fisica  meteorologica. 
In  fatti  risulta  da  lunghe  osservazioni  dall'  astronomo  mi- 
lanese de  Gesaris  che  la  quantità  media  della  pioggia  la 
quale  dal  1764  al  1790  fu  di  pollici  33, 6,  dal  1791  al 
181 7  trovossi  di  pollici  37,2  (6). 

Un  vasto  tratto  di  paese  ove  l' acqua  abbonda ,  ove  cori 
ogni  sforzo  e  cura  se  ne  impedisce  il  rapido  corso,  la  s'in- 
nalza, raffrena  ed  arresta  a  norma  de' vai j  bisogni,  ove 
si  moltiplica  all'infinito  la  superficie  evaporante  della 
stessa  non  solo  per  un'immensa  rete  di  canali,  condotti  ad 
irrigare  innumerevoli  campi,  ma  per  quella  altresì  che  fuor 
di  essi  si  spande  onde  formare  vaste  lagune  artificiali  de- 
stinate alla  coltivazione  del  suindicato  cereale ,  un  siffatto 
paese,  io  dico,  certamente  deve  costituire  un  clima  che  a 
tutta  ragione  chiamerassi  umido. 

A  queste  cagioni  indigene  d'umidità  altra  non  puossi 
lasciar  d' aggiungere  che  dir  potrebbesi  esotica.  Il  bacino 
che  costituisce  questa  bella  parte  dell'Europa  meridionale 
è  bensì  chiuso  all'ovest  ed  al  nord  dalle  Alpi,  ed  al  sud 
dalla  catena  degli  Appennini  ma  trovasi  aperto  alla  di 
lui  parte  inferiore ,  voglio  dire  ad  oriente  ;  è  da  questa 
parte  appunto  per  cui  le  acque  che  lo  scorrono,  sboccano 
nell'Adriatico,  e  per  cui  entrano  nell'estate  specialmente 
malefici  venti  (7),  i  quali  gravidi  di  umidità  e  di  maligne 
esalazioni  pel  loro  passaggio  sul  golfo,  sulle  paludose  foci 
del  Pò,  sull'umido  suolo  del  Polesine,  del  Ferrarese  e 
del  Mantovano ,  sono  altresì  a  noi  apportatori  di  pioggia. 
E  quantunque  veramente  le  nubi  sciroccali  siano  attratte 
con  forza  dalle  alte  cime  de' monti,  che  ci  stanno  a  tergo, 
e  che  nelle  vicinanze  di  questi  maggiore  sia  la  quantità, 


12 

media  annuale  di  pioggia  ohe  non  nella  Bassa-Lombardia, 
pure  qui  ìa  mancanza  di  frequente  [ventilazione  per  le 
troppo  lontane  gole  montuose  e  per  gli  alberi  che  spessi 
ed  alti  ne  intersecano  la  superfìcie  fa  sì  che  l' umidità  si 
fermi,  ristagni  ed  abbondi  :  non  altrimente,  come  riferisce 
Volney,  là  dove  ha  corso  l'Ohio,  le  immense  foreste  che 
gli  sono  vicine  vengon  contrassegnate  da  un  fiume  aereo 
di  nebbie;  e  vide  Gautieri  (8)  tra, le  Alpi  godere  molti 
paesi  del  sole  mentre  i  boschi  vicini  ad  essi  e  posti  allo 
stesso  livello  di  quelli  erano  coperti  di  nebbie  e  di  nubi. 

Se  poi  umido  ci  indicano  il  clima  le  or  ricordate  cir- 
costanze, umido  ce  lo  dimostreranno  quelle  altre  di  vedervi 
regnare  frequentemente  la  nebbia,  di  trovare  molte  sostanze 
che  abbiamo  intorno,  coperte  di  muffa  ed  i  metalli  con  fa- 
cilità offesi  dalla  ruggine ,  di  sentire  le  vesti  nostre  ed  i 
capelli  quasi  costantemente  bagnati  ed  abbondantemente 
poi  nelle  ore,  che  un  abbassamento  di  temperatura  fa  pre- 
cipitare gli  acquosi  vapori  dell'atmosfera,  di  prosperare 
straordinariamente  i  vegetabili  e  quelli  tra  di  essi  che  o 
difficilmente  o  nuli' affatto  vivon  in  luogo  asciutto,  di  ab- 
bondarvi certi  animali,  come  le  lumache,  le  rane,  le  zan- 
zare (9)  0  simili  indigeni  abitatori  di  suolo  ed  aria  umida, 
di  esser  finalmente  di  un  sapore  scipito  tanto  i  frutti  e  li 
ortaggi,  abbenchè  di  gran  volume,  quanto  gli  animali  stessi 
che  ci  servono  di  cibo  (io). 

Ma  tra  gli  effetti  dell'umidità  dominante  nel  nostro, 
come  in  qualunque  paese,  devesi  specialmente  considerare 
quella  modificazione  eh'  essa  induce  nello  stato  naturale 
e  sano  dell'  uomo. 

Gli  abitanti  che  vi  soggiornano  godono  in  generale  di 
facoltà  mentali  meno  attive  ed  energiche:  la  immagina- 


i3 

zione  loro  è  ottusa:  la  riflessione  limitata  e  tarda:  le  sen- 
sazioni sono  per  essi  meno  vive.  Difatti  dagli  antichi  tro- 
viamo notata  la  diversità  esistente  tra  lo  spirito  degli  Ate- 
niesi e  quello  de'  Beozi  (i  i).  Nel  Dipartimento  del  Jura 
gli  abitanti  della  parte  montuosa  del  territorio  di  Luns- 
le-Saulnier,  la  quale  s'alza  all'est  della  città,  passano  per 
attivi ,  industriosi ,  quelli  invece  che  coltivano  il  piano 
consideratisi  quali  uomini  apati  a  nienf  altro  capaci  che 
all'agricoltura  (12).  Narra  T.  Livio  (i3)  che  i  Sanniti 
montanari  e  fieri  spregiavano  gli  abitanti  del  piano  e  delle 
maremme  e  venivano  a  saccheggiarli.  Sappiamo  che  i  co- 
loni dell'  alto-piano  dei  Messico  tengono  a  vile  quelli  della 
Vera-Cruz  e  che  già  un  tempo  i  fieri  e  carnivori  Pitti 
delia  montuosa  Caledonia  chiamavano  con  ischerno  Cruit- 
nich  0  mangiatori  di  frumeiito  li  Scoti  che  vivevano  al  piano 
(i4),  come  oggidì  li  montanari  della  Scozia  guardano  con 
certo  sprezzo  i  Low-Landres  ossia  i  pianigiani. 

E  poi  per  noi  facile  il  paragonare  lo  spirito  intrapren- 
dente del  nativo  della  Provincia  di  Como  attivo,  amante 
della  migrazione,  sempre  disposto  pei  più  lunghi  viaggi, 
per  le  pia  ardite  speculazioni  e  destro  nel  mercanteggiare, 
con  quello  del  contadino  pavese  e  lodigiano,  che  stassi 
aderente  al  grasso  (1 5)  suolo  che  lo  vide  nascere,  non 
pensa  a  cangiar  cielo,  né  desidera  miglior  stato  (16). 

La  statura  in  generale  di  chi  vive  nei  fertili  campi  della 
Bassa-Lombardia  d'ordinario  non  è  alta:  havvi  in  esso  in- 
clinazione ad  impinguare,  non  aride  e  pronunziale,  ma 
rotonde  e  piene  ne  sono  le  forme ,  da  ciò  forse  una  minor 
forza  ed  agilità;  e  difatti  i  faticosi  lavori  nelle  città  e  nei 
porti  come  a  Milano,  Mantova,  Livorno ,  Genova  e  Vene- 
zia son  sostenuti  da  uomini  provenienti  dall'alto  ,  non  già 
dagli  indigeni  (.ir,). 


Colui  che  dai  basso  si  trasferisce  sui  colli  alpini  od  ap- 
pennini  sente  un  appetito  piti  vivo,  digerisce  pia  presto  e 
meglio,  non  sente  stanchezza:  l'opposto  avviene  all'abi- 
tante de'luoghi  eminenti  se  portasi  al  basso.  La  digestione 
nel  clima  in  discorso  è  generalmente  pia  lenta  (18),  l'a- 
gricoltore trova  ìieir  uso  del  vino  un  reale  vantaggio ,  non 
il  danno  che  per  lo  più  n'ha  il  colono  dell'  alto;  la  nu- 
trizione e  la  sanguificazione  alteransi  con  facilità,  la  pu- 
bertà è  tarda,  la  fecondità  maggiore  e  la  cessazione  dei 
procreare  aniicipata  (Vedi  il  Quadro  A). 

La  salute  vi  è  più  frequentemente  lesa  (19),  maggiore 
numero  essendovi  di  cause  morbose.  L' Autore  della  parte 
medica  degli  Elementi  d'agricoltura  pratica  (20)  fa  notare 
che  i  malati  nella  valle  del  Ticino,  quasi  tutta  coltivata  a 
rieaje,  sono  circa  da  5o  a  60  per  mille.  Nelle  Provincie 
di  Milano  e  Pavia,  ove  esse  abbondano,  da  3o  a  35,  intorno 
a  Milano  da  20  a  25  e  che  la  cattiva  influenza  va  mino- 
rando coir  innalzarsi.  Thouvenel  faceva  ascendere  a  5o 
0  60  mille  per  anno  in  tutta  l'estensione  delle  coste  del 
continente  e  delle  coste  insulari  d'Italia  soggette  alla 
malaria,  le  vittime  delia  malattia,  che  loro  è  propria  (a  1  ). 
Ivi  però  r  uomo  vede  le  infermità  con  colori  meno  tetri  e 
spaventevoli,  senza  lamentarsene  sopporta  per  mesi  ed 
anni  una  febbre  intermittente;  non  altrimenti  nella  Cam- 
pagna di  Roma  0  nelle  Paludi  Pontine  si  offre  spesso  al 
viaggiatore  chi  sul  terreno  coricato  lasciapassare  l'accesso 
febbrile  per  poi  riprendere  i  lavori  consueti;  0  colle  parole 
di  Dante 

Qual  è  colui,  e'  ha  sì  presso  il  riprezzo 
Della  quartana,  e' ha  già  l'unghie  smorte 
E  trema  tutto  pur  guardando  il  rezzo  (a'aj. 


i5 

L'essere  la  durata  della  vita  sensibilmente  minore  (23), 
diede  luogo  all'osservazione,  che  la  mortalità  di  un  paese 
è  sempre  in  ragione  diretta  dei  gradi  dell' igrometro.  «La 
«  mortalità  nell'Olanda,  dice  Gioja  (24),  generalmente 
«  parlando,  è  superiore  a  quella  che  si  osserva  negli  altri 
«  paesi  d'Europa.  Nella  Mingrelia,  paese  umidissimo,  è 
«  cosa  rara  che  agli  abitanti  vivano  più  di  60  anni,  e  nelli 
«  Stati-Uniti  d' America  nelle  regioni  marittime  supera 
«  quella  che  si  osserva  nelle  ragioni  più  elevate  e  di- 
«  stanti.  »  (Vedi  i  Quadri  B  e  C).  Nel  Brabante  olandese 
l'acqua  che  imbeve  la  terra  giunge  sin  quasi  alla  super- 
ficie e  Pringle  (Mal.  d'arni.  71.  p.  5)  diceva  che  dalla  sola 
ispezione  de'  pozzi  si  può  giudicare  delle  febbri  intermit- 
tenti che  regnar  devono  in  un  villaggio. 

Tali  sono  que' pregi udizj,  i  quali,  non  diversamente  che 
in  altri  paesi  della  terra,  anche  nella  bassa  pianura  lom- 
barda derivano  dalla  predominante  umidità,  pregiudizj  che 
qui  non  fermano  comunemente  la  riflessione,  passando  ora 
inosservati  ed  ora  non  venendo  abbastanza  calcolati  quan- 
tunque e  per  la  lora  somma ,  e  col  decorrere  degli  anni 
abbiano  un  effetto  sensibilissimo  sui  singoli  individui  e 
sulla  popolazione  (25). 

Quali  eccezioni  a  questa  generale  situazione  di  cose,sono 
da  considerarsi  alcuni  luoghi,  i  quali  abbenchè  siano  posti 
sulla  linea  media  della  Bassa-Lombardia,  godono  un  clima 
più  asciutto,  ciò  che  però  devesi  0  all'altezza  loro  0  alla  lon- 
tananza delle  risaje  e  delle  acque  stagnanti;  tali  sono  le 
Colline  di  S.  Colombano  da  paragonarsi  ai  Colli  Euganei 
del  Veneto.  E  ciò  pur  deve  ripetersi  per  gli  uomini ,  de' 
quali  alcuni  tra  gli  abitanti  delle  vallate  del  Pò  0  dei  Ti- 
cino offrono  mole  corporea  erculea,  essendo  giunti  coll'as- 
fuefazione  (26)  a  sfidare  la  trista  influenza  del  clima. 


i6 


CD        E 

^        1 

♦*. 

o 

«        1 

4 

"^        P 

t~l 

S 

te 

6 

4 

^ 

.& 

g 

8 

3 

s 

•>»* 

R 

i» 

\ 

** 

© 

^ 

*w> 

*«J 

« 

••a 

O 

S 

<o 


»  §8l§ 

8l<£ 

»ofco 

-ICO         1 

.j,   e 

VO          s«f 

cs 

CS 

v*-     I 

ho  5 

«         cs 

CS 

CS 

CS 

ffjg 

CC          ce 

ce 

03 

ci 

« 

CS 

_ 

H 

. . 

. . 

••  ... 

U    e 

£,3 

tO        v^- 

4*" 

-c  Ice 

53 

>-«         r>» 

t> 

00 

lO 

<a 

co      to 

r>» 

CJì 

r^ 

o 

uo        e 

CO 

CO 

0> 

l  .s 

ct>      e 

co 

CO 

cs 

•— 

IO 

03 

a 

vj-      co   • 

O) 

O 

taf 

o 

io       co 

ItO 
IO 

CO 
CS 

& 

00         e 

o 

CS 

taf 

5 

v^-     vr> 

iO 

lo 

0 

o 

CS            CS 

tal 

(h 

CO 

&4 

„ 

r>     00 

r» 

co 

a 

CS          « 

CS 

cs 

3 

CO        00 

00 

ce 

•I-» 

<ì 

tal                     tal 

-" 

«-< 

ce 

03 

^ 

. 

o 

6 

I 

o 

k 

n 

CU 

H 

tajd 

«IfO 

►-,« 

OlOO 

«IS 

•  ri 

t-ln 

m|m 

«5|§§ 

*i  fi 

io 

Vj* 

co 

ih 

IO 

fao^ 

CS 

CS 

CS 

« 

CS  . 

•u^ 

ce 

CO 

ce 

ce 

ce 

03 

, , 

.  , 

. , 

, . 

n 

o)   ° 

COlci 

«213 

m 

0|"0 

folco 

C*|0O 

Bi  « 

IO 

v*- 

io 

fcO 

IO 

«7 


MI), 


s  I  - 


O     CiCO  kC«)     h   -^xO     tv  O 

cn  vttn  \o  co   11  <o   w    o^o 
co   qi?i  m  flcomioioto 

tv  6  CO    6'  CO     tv  tv  tv  tv  tv 


tO  O     tvO  CO    CS     G>  CTi 
tvO  xO     OCO  <0    CN   CO 

o  o   tvxd'  ciioin^ 


oico 


^ 

<U 

^ 

o 

H 

0 

8. 

H 

o 

CO  CO  W  i^CO  fO  fO  CT»0>CTi 
xO  O  OMO  ~3"0  -^xO  vf  O 
tv  tv   IVCO  xO  O  CO  vj-   m     i-c 

tV-sf   «T  CO      M    IO"     tV  m"  v^f  y^ 

CNCOcocOfOCOCO^xi-^i- 
CNcNCNCNiTICNCNCNCNCN 


xO  io  ivco  CTifO  v^-vO  O  tv 
mmmmm^CNMCNCS 
CO  CO  CO  CO  CO  CO  CO  CO  CO  CO 


CN      IVCO     M   >0  CO     Ol  O     tv  CT\ 

cn  xn   c^  ivcn    eneo  ^-^co 

OOO     t-M«     OCN     O  xO 


xO  O  tveo  CTiCO  ^J-xO  o  t- 
wmmwwiMcNCNCNM 
COCOCOCOCOCOCOCOCOCO 


cy\tvcs    t-  o  <o   o   mco  ■* 

CN        tVO>,l-l-IMV^->-.XOXC 

<o  co   o>  o   ©>  co   o^o  cn  oo 

O     »-<  xo"    6  OS  CO     CT\C^«-<     ©> 


ro 


cojco 
CN 


^  CN     i-i     OCOOm     tv  0>CO 

cn    o  co  o  cn   >-i  xo  vi-^}-xn 

O    O    CN^CO     O^   O  xO    O    w     t> 

oo  cn  co  ©\  o  ©>  ©>  o  ó 


O  VO   m  xO    tveo  ^f-  o  ^t-<o 

IVCO    CN    M     O    CN     O  CO     O^CO 

»  co  m  «M  io   ^^f*  o  xq  xo 

•<£  O     6"    Ó*  ^   ©    CN     NCÌfO 

ooooctii-iwwhicn 

co  co  co  co   CN  co  CO  CO  CO  CO 


CN  CN  ^t"  0>0  CO  CT\0  CO  XO 
0>  CN  CN  w  xO  CO  CO  O  CO  CN 
XO    CN   O     O^i-O     M  M5  CO    h 

?f  co  VO  m"  >?f  co  cs"  xn  CO  xO 
m  m  m  ►-(  m  cn  co  co  co  -3" 
fOCOCOCOcOfOcOcococo 


xO  «O  IVCO  OCO  vj-xo  O  t> 
mmhiihwCNCNCNCNCN 
COCOCOCOCOCOCOCOCOCO 


xO  O     t-CO    C\CO  *^-xO  O 
wmwwwcncNCNCNCN 

ce  co  co  co  co  co  co  co  co  ce 


i8 


Cx 


*§    s 


1  < 

1  < 

I  ^ 

I  "^ 
1     ctf 

"< 

a 

ed 
1  "So 

a: 

2Jg! 

OSSERVAZIONI                                                                    1 
va  dalla  Discussione  economica  sul  Dipartimento  d'Olona  di  M.  Gioja  (Milano  i8o3) 
ll'epoca  Lainate  contava  i356  e  Bissone  83g  abitanti. 

Nel  Comune  di  Bissone  Provinci 

JJV    CLIMA     UMIDO 

<  < 

« 
o 

'    O 

s 

CJ 

u 

co 

O 

to   r>(N  mco  oic<j-M  o 
e*   ~  cuo  <-<  ci  *o  vd-v^fto 

ci    0) 

ÌLI 

O     N 

c^  cr.QO   r-.ee   «  vf  «  <n  oc 
r>  c>»  c>  r>  ooo  co  co   rvo 

'2 
< 

~  «  io  vj-m  <©   r>co   Ci  o 
ooocoocococooooococo 

INel  Comune  di  Lainate  Provincia  di  Milano 
IN    CLIMA    ASCIUTTO 

lì 

1  rt 

«i  ! rt 

^  \  « 

p;   1  ai 

o    1  V 

§  K 

F-l      1    d) 

I     ^ 

1    o 
I  *«S 
1     ° 

IO 

£13 
to 

O    «    O  V^v^-  Ci  Oi  Ci  O    "-" 

r>  cr;m  io  «o  io  *o  ^o  r>» 

e-,© 

£'5 

O  tO    CiOO    «    (Jìif)    CT.^O    O 

Ci  cr.oo  oo  oo  o  h  « 

S  cnl 

a)  .5  1 

*  1 

'2 
e 
< 

«   «  fcO  vd-io  s£>    r>CO   Ci  o 
COOOCOOOCOCOQOCOCOOO 

V 

J9 
CAPO     111. 

Degli  effetti  morbosi  de*  climi  umidi  ossia  delle  malat- 
tie che  credonsi  avere  origine  dai  medesimi,  e  di  auella 
propria  del  clima  della  Bassa-Lombardia. 

Una  grande  quantità  di  malattie  si  attribuì  general- 
mente ai  climi  umidi  delle  varie  regioni  del  globo.  Sic- 
come però  molte  di  esse  non  sono  in  realtà  che  risultati  e 
conseguenze  di  vere  malattie  primarie,  p.  e.  le  idropisie  9 
gli  ingrossamenti  di  milza, di  fegato,  le  ulceri  alle  estremi- 
tà, certa  specie  di  scorbuto,  e  siccome  di  alcuni  altri  morbi 
affatto  erroneamente  sonosi  incolpati  o  tempi  o  luoghi  umidi, 
così,  volendo  ridurre  quest'argomento  alla  sua  semplicità 
ne  avvolgersi  o  perdersi  in  un  laberinto  di  apparenze  o 
di  contraddizioni ,  uopo  sarà  fissare  quelle  essenziali  affe- 
zioni che  non  sono  proprie  se  non  dei  climi  umidi  o  che 
dominando  anche  in  asciutti  sono  prodotte  da  quelle  stesse 
cagioni  morbose  le  quali  dominano  nei  primi;  ed  è  a  que- 
sto oggetto  che  ho  destinato  il  presente  capitolo. 

I.  Ai  tempi  nostri  Fodere  (27),  Fournier,  Begin  (28)  e 
Parise!  (29)  vollero  far  rivivere  V  antica  opinione  che  de- 
riva dall'  umidità  del  Basso-Egitto  la  peste  bubbonica. 
Anzi  quest'ultimo  volle  pure  considerarla  qual  febbre 
intermittente  perniciosa  (3o).  E  però  assai  probabile  che 
tal  morbo  eminentemente  contagioso  non  sia  originario 
dell'  umido  delta  del  Nilo,  quanto  non  lo  è  di  tante  salubri 
ed  asciutte  regioni  e  città  della  Siria ,  dell'  Asia  minore  , 
e  della  stessa  amenissima  Costantinopoli ,  siti  che  si 
frequentemente  ne  sono  molestati.  Io  spero  che  l'adot- 
tamento e  la  perfetta  osservanza  in  tai  paesi  di  quelle  sa- 


20 

nitarie  discipline,  mercè  le  quali  da  qualche  secolo  l'Eu- 
ropa si  è  sottratta  alle  visite,  che  da  prima  la  peste  vi  fa- 
ceva troppo  spesso ,  dimostreranno  l'erroneità  della  suc- 
ceunata  opinione.  Erano  pur  state  attribuite  all'  umidità, 
alle  pioggie,  alle  inondazioni  le  pesti,  che  dominarono  nel 
i348  in  Inghilterra,  nel  i^jS  e  1^6  in  Italia,  nel  1 346 
e  i35o  in  Germania  (3 1),  ma  quante  volte  dappoi  le  sta* 
gioni  dominarono  estremamente  piovose,  strariparono  fiu- 
mi in  quei  paesi  senza  che  mai  più  si  appalesasse  un  sol 
caso  di  peste  ? 

Ciò  che  per  altro  non  è  stato,  per  quanto  io  so,  da  al- 
cuno sostenuto ,  né  credo  sarà  mai  provato,  si  è  l' identità 
della  peste  colla  febbre  intermittente  perniciosa. 

Fu  stile  di  molti  che  presero  a  descrivere  una  malattia 
oppure  ad  estendere  le  loro  ricerche  sopra  una  causa  mor- 
bosa, 1'  andar  frugando  tra  le  suppellettili  mediche  0  sto- 
riche dell'antichità,  onde  trovare  0  quella  0  questa  già 
coperta  di  una  classica  veste  (3 2).  Se  la  critica  e  le  inda- 
gini, le  quali  ho  pur  io  messe  in  opera  per  ciò  che  spetta 
all'  argomento  che  sono  per  trattare ,  mi  condurranno  in 
seguito  a  battere  quella  stessa  strada,  al  presente  però  non 
mi  lascierò  imporre  dall'  autorità  di  Diodoro,  a  dichiarare 
cioè  e  ritenere  miasmatica  0  d' origine  paludosa  la  peste 
tanto  d'Atene  (33),  quanto  l'altra  che  afflisse  i  Cartagi- 
nesi in  Sicilia  al  tempo  di  Dionigi  (34)-  E  ciò,  perchè  ha 
per  me  assai  poco  valore  l'osservazione  del  siculo  storico 
che  causa  di  esse  sia  stata  la  putrefazione  dell'acqua  sta- 
gnante pei  forti  calori  estivi  non  diversamente,  per  servir- 
mi delle  sue  parole,  da  auanto  spesse  volte  succede  presso 
certe  paludi  pestilenziali. 

E  da  prima  riguardo  alla  peste  atienese  (quella  stessa 


ti 

descritta  con  tenta  e  forza  da  Tucidide  ed  elegantemente 
da  Lucrezio),  farò  osservare  che  questa  secondo  Diodoro 
medesimo,  non  fu  che  una  nuova  comparsa  della  malattia, 
la  quale  aveva  già  nei  precedenti  anni  molestati  gli  Ale* 
niesi,  sia  stretti  nella  loro  città,  vivente  Pericle,  sia  ali' as- 
sedio di  Potidea,  già  morto  questi.  In  secondo  luogo  farò 
riflettere  come  Tucidide  (35)  chiaramente  dica,  il  morbo 
essere  stato  originario  dell'Etiopia,  che  poi  passò  al   Bas- 
so-Egitto ,  indi  entrò  in  Grecia  pel  porto  del  Pireo  (36)  ; 
3.°  come    egli  stesso  ci  narri  avere  la  malattia  presa  la 
città  superiore,  e  ben  sappiamo  che  la  situazione  (37)  di 
Atene,  essendo  alta  ed  ariosa,  opportuna   era  a   renderla 
invulnerabile  alìi  miasmi  palustri;  e  4-° fittamente  come 
pia  volte  accenni,  che  il  morbo  si  propagava  dai   malati 
ai  sani  ed  ai  medici  (38).  Se  in  quella  pestilenza  chi  su- 
perata aveva  la  malattia,  si  credeva  immune  d'ogni  al- 
tra, noi  vediamo  invece  quale  iliade  di  mali,  e  quante  re- 
cidive tengono  dietro  ad  una  febbre  intermittente;  di  più 
in  questa  non  è  comune  0  frequente  né  l'infiammazione 
al  capo  (39),  che  in  Atene  era  uno  de' sintomi  principali , 
né  la  disperazione,  né  il  suicidio,  né  quella  sete  0  ardore 
che  al  riferire  di  ambidue  gii  ora  accennati  storici  spingeva 
l'ammalato  a  gettarsi  nelle  acque  0  ne' pozzi  (zfo);  e  que- 
sto  sintomo  invece  nella  peste  d'Egina   fu  pur    notato 
da  Ovidio  (40'  ^a  Procopio  in  quella  da  lui  descritta  (42) 
e  non  mancava  nella  peste  di  Francia  del  1482  e  i483 
ed  in  quella  di  Danimarca  del    i654  e  i655  (43).  Se 
poi  le  pustole,  papule  0  le  ulceri  (44)  comparse  alla  pelle 
possono  farci  dubitare  che  la  malattia  ateniese  costituisse 
un'epidemia  di  vera  peste ,  esse  possono  invece  assicurar- 
ci, che  non  trattavasi  di  febbre  intermittente. 


22 

Riguardo  alla  malattia  che  fece  strage  de*  Cartaginesi 
sotto  Siracusa  nella  96™  Olimpiade,  quantunque  Dio- 
doro la  faccia  derivare  dai  suolo  basso  e  paludoso  sferzato 
dai  raggi  dei  sole  straordinariamente  caldo,  non  puossi  am- 
mettere, eh'  essa  avesse  l'indole  della  febbre  palustre,  giac- 
ché comparivano  tumori  al  collo,  dissenteria,  pustole  per 
tutta  la  superficie  dei  corpo  e  comunicavasi  chiaramente 
ai  sani,  che  curavano  gli  ammalati. 

IL  Chiunque  ha  letto  almeno  parte  delle  infinite  scrit- 
ture alle  quali  diede  occasione  la  recente  irruzione  in 
Europa  del  C  ho  lerci-morbus,  avrà  ripetutamente  trovato 
esserne  indicata  quale  cagione  la  umidità  della  foce  del 
Gange  ec.  Panni  però  che  una  malattia  per  la  cui  vita  e 
progressione  non  è  necessario  un  clima  umido,  ma  che 
ha  trovato  favorevole  all'esercizio  della  sua  desolante  azione 
i  luoghi  i  piìi  ariosi,  secchi  e  salubri;  la  quale  piti  che  in 
questi  non  fece  permanenza  0  strage  nei  bassi,  umidi  e 
malsani,  la  quale  infuriò  ugualmente  nella  stagione  fred- 
da, nella  media  e  nella  calda,  nei  climi  equatoriali  e  set- 
tentrionali, entro  terra  e  sulle  coste  del  mare,  panni,  dico, 
che  tal  malattia  non  richieda  al  primitivo  suo  sviluppo 
l'umidità  del  saolo.  Essa  come  dissi,  ha  trovato  pascolo  in 
luoghi  posti  nelle  circostanze  telluriche,  e  nelle  relazioni 
cosmiche  le  più  opposte  ed  in  nessuno  (Fessi  (quale si  mo- 
strò ultimamente  in  Europa)  prima  di  quest'epoca  aveva 
mai  avuto  primitiva  origine  (45). 

III.  Alla  classe  delle  febbri  d'origine  paludosa^  dietro 
quanto  aveva  insegnato  Giovanni  Caio  (46),  Fodere  vuole 
che  appartenga  il  sudor  anglico  (47).  Molte  delle  ragioni 
qui  sopra  arrecate  parlando  del  Cholera-morbus,  fannomi 
trovar  pur  malbasata  questa  opinione.  Io  rispetto  anche 


ì]  giudizio  del  Dotr.  E.  Acerbi  ii  quale  dietro  esame  delle 
opere  in  proposito  credette  eh*  essa  partecipi  in  alto  grado 
dell'  indole  delle  perniciose  ,  ed  abbia  come  alcune  di 
quelle,  la  qualità  attaccaticcia:  la  mancanza  però  di  cer- 
te circostanze,  la  esistenza  di  qualche  altra ,  mi  fa  su  ciò 
molto  dubitare.  E  infatti ,  dico  io,  se  dessa  fosse  stata  una 
semplice  perniciosa,  come  si  sarebbe  quella  malattia  in 
pochi  anni  estinta  e  non  più  ricomparsa,  mentre  si  vedono 
febbri  intermittenti  perniciose  ancor  qua  e  là  nelle  epoche 
a  loro  favorevoli  ?  (48) 

IV.  Accennerò  soltanto,  come  ad  alcuni  sia  piaciuto  ve- 
dere neir  umidità  lombarda  la  cagione  della  pellagra 
{49),  della  petecchiale,  della  migliare  (5o)  e  della  dissen- 
teria (5 1)  poiché  l'insufficienza  cui  è  appoggiato  talpa-» 
rere  dispensa  dalla  fatica  di  combatterlo. 

V.  La  scrofola  e  la  rachitide,  affezioni  allo  sviluppo  delle 
quali  l'umidità  si  ritiene  generalmente  favorevole,  si  cre- 
dettero da  taluno  più  proprie  della  Bassa-Lombardia,  che 
non  di  altri  luoghi  d'Italia,  Su  questo  rapporto  io  credo 
però  potere  assicurare  i.°  che  in  generale  ivi  la  frequen- 
za di  esse  malattie  non  è  comparativamente  maggiore, 
poiché  assai  più  ampio  è  il  lor  dominio  altrove  ed  arreca 
stupore,  come  alcune  città,  che  in  Italia  appunto  godono  di 
bella  fama  di  salubrità,  abbondino  di  rachitici  :  2.°  che  sì 
nell'alta  che  nella  bassa-Lombardia  (ove  innegabile  esi- 
ste una  diversità  nello  stato  dell'  amosfera)  sonovi  luo- 
ghi tra  loro  vicini,  umidi,  bassi  ove  mancano  o  abbondano 
e  rachitici  e  scrofolosi ,  come  in  altri  ariosi  ed  asciutti.  E 
fatto  verissimo  che  i  scrofolosi  e  più  ancora  i  rachitici  tro- 
vano quando  passaggiero,  quando  permanente,  ma  sempre 
reale  vantaggio  in  un  clima  puro  da  umide  esalazioni,  rin- 


M 

frescata  da  venti,  profumato  dell'aroma  delle  erbe  e  decori, 
fornito  di  acque  e  di  cibi  saporiti,  ma  ciò  avvenire  deve 
per  U  ugual  motivo,  che  giovamento  qui  pur  ritrovano  co- 
loro, che  furono  travagliati  ed  a  mal  stato  condotti  da  ma- 
lattia che  abbia  bensì  disordinati ,  alterati ,  non  guasti,  gli 
organi  necessarissimi  del  respiro  o  della  nutrizione. 

VI.  Alle  acque  palustri  si  dolci  che  marine  si  attribui- 
sce generalmente  lo  sviluppo  della  febbre  gialla,  malat- 
tia ignota  agli  antichi  come  ignota  era  per  essi  l'America, 
Siccome  i  luoghi  delle  isole  e  delle  coste  orientali  del 
continente  americano,  ove  dominala  febbre  gialla,  tutti  in 
se  riuniscono  le  seguenti  circostanze,  color  grande  atmo- 
sferico y  suolo  umidissimo  o  paludoso  e  corpi  organici 
in  corruzione  ;  e  siccome  tutti  i  medici,  naturalisti  e  viag- 
giatori o  da  alcune  o  da  tutte  queste  circostanze  insieme 
combinate  ripetono  l'origine  di  sì  rio  morbo,  io  sono  ob- 
bligato a  fermare  particolarmente  su  di  questo  lo  sguardo, 
e  darne  altresì  una  compendiosa  cognizione  che  necessa- 
ria d'altronde  sarà  alie  ulteriori  nostre  illazioni. 

Fu  nelle  isole  dell'  arcipelago  orientale  del  Nuovo 
Mondo,  ed  appunto  tra  il  tropico  di  cancro  e  la  linea  equi- 
noziale ove  da  prima  gli  Europei  ebbero  a  provarne  fino 
dal  i494  (^2)  i  tristi  effetti,  ma  che  già  fosse  propria  di 
que'  paesi  viene  provato  dal  particolar  nome ,  col  quale  i 
Caraibi  la  distinguevano.  E  noto  come  questa  malattia 
domini  nei  mesi  pia  caldi,  e  come  colpisca  ben  assai  con 
maggiore  facilità  coloro,  che  non  sono  ancora  assuefatti  al 
clima,  di  quello  che  gli  indigeni  (senza  che  per  altro,  nel 
caso  di  un'  irruzione  epidemica,  sieno  questi  ultimi  rispar- 
miati) ed  è  noto  come  ami  meglio  assalire  gii  uomini,  che 
le  donne,  più  i  fanciulli,  che  i  bambini  ed  i  vecchi. 


il 

Ad  un  mal  essere  accompagnato  da  vertigini,  da  op- 
pressioni allo  fossetta  dello  stomaco  e  da  perdita  d*  appe- 
tito, tengono  dietro  di  mattina  brividi  alternati  da  calore , 
dolori  alla  fronte,  alle  tempia,  ai  lombi  ed  agli  arti  infe- 
riori: si  fanno  lucidi  e  lagrimanti  gli  occhi:  la  faccia  or 
rossa  assai  ed  ora  estremamente  pallida  esprime  un  ter- 
ribile soiFerimento.  Oppressa  è  la  respirazione,  si  mandano 
sospiri  e  lamenti,  grande  è  l'agitazione.  Avanzandosi 
il  male,  la  lingua  si  fa  sporca,  rossa  e  secca:  la  pelle  sem- 
pre calda  ed  arida:  la  sete  inestinguibile  con  ardore  grande 
interno:  i  polsi  crescono  in  frequenza,  il  dolor  di  capo  di- 
minuisce, ma  sensibilissimo  e  dolente  si  fa  lo  scrobicolo  del 
cuore  sin  sotto  le  false  coste  del  destro  lato.  Il  respiro  di- 
viene affannoso  e  l'addome  teso,  compariscono  rutti,  nau- 
sea, vomito  doloroso  delle  bevande  prese  o  di  materie  ver- 
di e  disgustose ,  e  manca  il  seccesso.  Il  bianco  dell'  occhio 
che  prima  era  di  un  rosso  carico,  indi  la  faccia,  si  fanno 
gialli,  ed  il  colore  giallo  più  o  meno  intenso  si  va  esten- 
dendo alle  altre  parti  del  corpo.  I  denti  e  le  labbra  si  co- 
prono di  una  sordidezza  nerastra,  si  vedono  macchie  nere, 
o  livide  or  larghe  ora  sotto  ferma  di  petecchie:  perdesi 
sangue  dal  naso,  dalle  gengive,  dalle  fauci,  dall'ano  e 
dall'utero:  col  vomito  in  questo  tempo  si  rigetta  una  ma- 
teria nera  simile  alla  fondata  dell'  infusione  di  caffè,  glu- 
tinosa e  di  odore  fetente,  ne  diverso  caratlere  ha  ciò,  che 
evacuasi  dell'  alvo:  le  orine  che  sono  difficili  hanno  un  co- 
lore pia  nero,  che  giallo  carico.  La  sensibilità  alla  bocca 
dello  stomaco  è  eccessiva  ed  ivi  acutissimi  sono  pure  gl'in- 
terni dolori:  si  fanno  tumide  le  parotidi ,  si  gangrenano  le 
piaghe  de' vescicanti,  sopraggiungono  sincopi  e  singhiozzi, 
il  polso  si  fa  irregolare,  la  faccia  ippocratica ,  le  estremità 


26 

diventano  fredde  e  violacee,  le  pupille  dilatate  e  la  morte 
chiude  la  scena.  Il  tipo  che  assume  la  febbre  in  questo 
morbo  è  quello  della  remittente.  E  vero  che  nei  caso  di 
somma  gravezza  e  rapidi  fa  del  male  le  remissioni  sono 
impercettibili ,  nel  corso  però  più  comune  di  esso  si  nota- 
rono distintissime  (53):  riè  soltanto  remissione,  ma  si  trovò 
spesso  anche  vera  intermittenza. 

Questa  malattia  gravissima  qualche  volta  rapi  gl'infer- 
mi in  poche  ore:  peraltro  1*  ordinaria  e  media  sua  durata 
è  di  circa  sette  giorni.  Se  a  quest'  epoca  i  sintomi  perdono 
d'intensità,  se  comparisce  sudore,  se  si  rianimano  le  forze 
il  pericolo  si  dissipa,  il  corso  del  male  amansato  nella  sua 
veemenza  dura  più  a  lungo,  vale  a  dire  per  circa  quattor- 
dici giorni  dopo  i  quali  il  malato  entra  in  convalescenza. 

Si  riscontra  nei  guariti  un  manifesto  accresciuto  volume 
del  fegato,  restano  i  segni  delle  enunciate  macchie  nere, 
la  mente  rimane  per  qualche  tempo  disordinata ,  si  scorge 
una  grande  disposizione  alla  dissenteria  e  il  color  giallo 
va  dissipandosi  più  o  meno  tardi. 

Furono  notate  le  recidive  e  queste  specialmente  in  co- 
loro, i  quali  dopo  superata  la  malattia  nei  paesi  equato- 
riali e  passati  in  clima  fresco  e  salubre,  ritornarono  di  nuo- 
vo in  quelli,  e  ciò  tanto  più  facilmente  se  avveniva,  che 
vi  dominasse  epidemica  la  febbre  stessa  (54). 

VII.  La  malattia  propria  e  comune  della  Bassa-Lom- 
bardia, e  la  cui  cagione  vedrassi  in  seguito  se  esista  nel- 
l'umidità, è  quella  che  or  vengo  a  descrivere  (55). 

Epoca  principale  del  dominio  delia  malattia  in  questa 
regione  si  è  l' estate  e  l'autunno  ,  dico  principale,  poiché 
non  mancano  alcuni  casi  d' intermittenti  anche  nel  mese 
di  marzo  e  d'aprile  (56).  Gli  abitanti  del  paese  ne  veri- 


a7 
gono  altresì  molestati;  i  forestieri  però  (e  per  essi  intender 
devonsi  pur  coloro  che  vivono  sull*  alto  ad  una  piccola  di- 
stanza) son  quelli,  che  porlandovisi  nei  tempi  più  avversi 
e  passando  ai  luoghi  piti  insalubri,  non  sono  pressoché  mai 
risparmiati. 

Talora  per  avervi  soggiornato  qualche  ora  o  qualche 
giorno,  talora  per  avervi  a  lungo  dimorato  e  talora  per 
avere  soltanto  attraversato  questi  luoghi,  V individuo  prova 
inappetenza,  nausea  ed  anche  vomito,  occupazione  gravez- 
za al  capo  e  dolore  frontale ,  non  che  quegli  altri  inco- 
medi, i  quali  dimostrano  offeso  e  disordinato  il  ventricolo 
o  li  visceri  che  servono  alla  digestione.  L'occhio  si  fa  lan- 
guido, il  colorito  smunto  e  giallognolo ,  le  forze  musco- 
lari si  perdono,  le  morali  si  avviliscono. 

A  questi  piìi  o  meno  durevoli  sintomi  qualche  volta  ri- 
media un  evacuante,  dopo  la  cui  azione  il  malato  trovasi 
presto  libero  e  sano.  Questa  felice  sorte  è  però  a  pochi 
riservata,  giacché  piti  frequentemente  soltanto  di  breve, 
o  anche  di  nessun  vantaggio  è  un  tale  soccorso;  i  sintomi 
accennati  si  fanno  pia  gravi ,  aggiungendosi  quegli  altri , 
i  quali  uniti  comporre  sogliono  lo  slato  morboso,  che  un 
cieco  spirito  d' imitazione  e  la  comodità  fecero  personificare 
e  chiamar  febbre  (67). 

Prosegue  la  febbre  talora  continua  ed  eguale  pia  0  me- 
no lungamente:  tal  altra,  dura  continua  sì,  ma  quando  pia, 
quando  meno  forte  ed  il  suo  corso  si  compie  sotto  una  cura 
negativa  e  sottraente  di  diverso  grado. 

Comunemente  avviene  però  nella  Bassa-Lombardia, 
come  in  generale  nei  climi  temperati,  che  la  febbre  invece 
di  un  tipo  continuo  0  appena  remittente,  quale  ora  si  ac- 
cennò, prende  quello  d'intermittenza  0  periodicità,  lascia 


»8 

cioè,  l'individuo  per  qualche  diverso  spazio  di  tempo  in 
uno  stato  di  quiete  e  di  libertà,  che  chiamar  si  potrebbe 
di  salute,  per  assalirlo  di  nuovo  mantenendo  sempre  un 
più  o  meno  regolare  periodo:  così  si  ha  quella  malattia 
detta  febbre  intermittente  o  periodica ,  febbre  sempre 
uguale  a  se  stessa  e  per  origine  e  per  essenza,  sia  che  ci 
si  offra  nel  suo  stato  di  maggiore  innocenza  e  semplicità, 
come  nelle  comuni  terzane  o  quartane,  sia  che  arrivi  al 
grado  più  elevato  di  violenza  come  in  quelle  di  lei  forme, 
che  assumono  il  nome  di  febbri  perniciose,  sia  che  la  pe- 
riodica apiressia  riscontrisi  appena  percettibile,  come  nelle 
ingannevoli  continue  remittenti,  subcontinue  ec.  oppure 
lunghissima  di  giorni,  di  mesi  e  d'anni  (58);  o  in  altri  ter- 
mini, sia  che  li  accessi  si  ripetano  ad  intervalli  vicinissi- 
mi, oppure  non  compariscono,  che  a  periodi  assai  distanti, 
sia  che  vesta  essa  malattia  le  apparenze  di  febbre  biliosa, 
nervosa,  di  pleuritide,  encefalitide,  artritide,  di  ottalmitide, 
<li  orticaria,  di  neuralgia,  di  paralisi  (5g)  ec.  tutte  inter- 
mittenti (6o),  sia  che  si  aggiunga  ad  altre  affezioni ,  come 
videsi  ad  una  violenta  lesione,  in  cui  prese  P aspetto  di 
tetano  (6i),  alla  petecchiale,  alla  migliare  ec.  (62)  sia  fi- 
nalmente col  tener  dietro  a  gravi  malattie  anche  infiam- 
matorie (63). 

Altro  carattere  proprio  e  non  meno  notabile  di  questa  ma- 
lattia si  è  quello  di  cedere  a  metodi  di  cura  affatto  empi- 
rici ed  anche  contradditorj  ai  principi  di  qualsivoglia  dot- 
trina 0  teoria  medica:  così  talora  un'emozione  d'animo, 
una  sorpresa,  un  divagamento,  una  paura ,  un  disordine 
dietetico  porteranno  la  palma  a  benefizio  dell'ammalato 
sulla  più  bene  ed  a  lungo  osservata  regola  di  vivere,  e  sul 
più  decantato  febbrifugo:  così  l'acqua  semplice  di  chiara 


29 

fonte  potrà  qualche  volta  giovare,  quanto  in  altra  il  più 
potente  veleno ,  chela  materia  medica  conti  nella  sua 
suppellettile.  Il  salasso,  gli  emetici,  i  purganti  potranno 
giovare  in  un  caso  (o  in  tal  epoca  di  un  tal  caso),  quanto 
le  sostanze  le  più  omogenee  e  nutrienti  in  un  altro.  Le  bat- 
titure,  le  legature  ed  altre  irritazioni  del  corpo  umano 
portarono  pure  il  loro  vanto  II  trasportare  il  domicilio  del 
malato  non  per  miglia ,  ma  per  centinaja  di  passi  servirà 
a  troncare  la  febbre  più  che  noi  poterono  i  più  valorosi 
rimedi  usati  per  molto  tempo  e  colla  maggior  costanza. 

Ma  se  questa  malattia  ha  il  carattere  (che  ben  puossi 
dire  vantaggioso  per  1'  uman  genere)  di  permettere  che 
non  un  solo  o  pochi,  ma  una  grandissima  quantità  di  sem- 
plici rimedi  dalla  natura  forniti,  e  molli  di  quelli  ancora, 
che  l'uomo  si  è  procurato  coli' arte,  concorra  ordinaria- 
mente a  ridonare  la  salute  agli  infelici  attossicati  dalle 
emanazioni  delle  risaje,  o  delle  paludi,  un  altro  ne  ha  as- 
sai molesto  e  luttuoso:  sta  questo  nella  facilità  con  cui  la 
malattia  ritorna  ad  assalire  l'individuo,  posciachè  una  o 
più  volte  è  stata  vinta  nei  proteiformi  aspetti,  sotto  i  quali 
repentinamente  si  è  mostrata  all'assalto.  E  questi  ritorni, 
o  recidive  talora  succedono  lasciando  tra  di  loro  se  non 
che  qualche  settimana,  ma  qualche  volta  lasciano  dei  me- 
si, il  che  facilmente  avviene  ritornando  in  primavera  quella 
febbre  intermittente,  che  era  guarita  in  autunno. 

Allorachè  poi  o  un  clima  migliore  o  il  cambiamento 
di  stagione  non  concorra  alla  cura,  o  il  metodo  adottato, 
onde  effettuarla,  non  sia  veramente  l' indicato ,  o  il  fisico 
dell'individuo  anche  precedentemente  fosse  alterato,  o  la 
lunghezza  e  ripetizione  della  malattia  abbiano  leso  l' or- 
ganismo ,  se  P  ammalato  non  è  sul  principio  rimasto  vitti- 


3o 

ma  di  qualche  accesso  pernicioso  della  malattia  ne  com- 
pariscono le  conseguenze,  seguono  cioè  ingrossamenti ,  si- 
li'anco  enormi,  del  fegato  e  della  milza,  ostruzioni  de' va- 
si linfatici,  de'lattei,  e  delle  ghiandole  mesenteriche,  per, 
cui  l'individuo,  e  impallidisce  e  dimagra.  Versamenti 
sierosi  si  fanno  nella  cavità  addominale  ,  seguono  poi  co- 
stipazione eccessiva  dell'alvo,  oppure  altra  volta  seccesso 
diarroico  e  dissenterico,  colore  veramente  itterico,  o  alme- 
no pallido  della  superfìcie  del  corpo,  edemaziaj  in  vario 
grado  delle  inferiori  estremità,  comparsa  di  macchie  livi- 
de sulla  superfìcie  cutanea,  insomma  con  taluna,  qualche 
rara  volta  e  pia  spesso  con  molte  di  queste  alterazioni  in- 
sieme unite,  il  malato  giunge  ai  fine  della  sua  vita.  La 
cura  seguita  da  guarigione  di  queste  febbri  ha  in  adequa- 
to la  durata  di  120  1 4  giorni.  Per  farci  strada  alla  ricer- 
ca di  quella  causa  morbosa,  che  rende  cosi  mal  sana  e  de- 
testata la  maggior  parte  de'  luoghi  umidi ,  sarà  bene ,  po- 
sciachè  abbiamo  or  ora  descritte  due  malattie  che  a  tutta 
ragione  possonsi  risguardare  come  proprie  di  quelli ,  ossia 
quai  loro  effetti,  sarà  bene  dico  ,  l' istituire  tra  di  esse  un 
confronto,  onde,  verificatane  l'identità  si  possa  coi  loro  ca- 
ratteri e  colle  circostanze,  che  le  fanno  corredo,  meglio  sa- 
lire al  loro  principio  motore. 

a)  La  febbre  gialla  nella  regione  sua  natale  non  do- 
mina, che  ne'  luoghi  umidi],  sempre  nel  tempo  del  caldo , 
ove  sostanze  organiche  s' imputridiscono  ed  i  suoi  tristi  ef- 
fetti non  si  fanno  sentire  che  a  certe  altezze.  Tutte  que- 
ste circostanze  si  adattano  al  dominio  delle  febbri  inter- 
mittenti sì  tra  noi  che  ovunque.  Siccome  però  nei  climi 
equatoriali  dotato  di  forza  0  virulenza  maggiore  è  il  ri- 
spettivo principio  morboso,  ivi  pure  la  malattia  paludosa  0 
miasmatica  che  ne  deriva,  è  più  violenta. 


3i 

b)  I  forestieri  tosto  arrivati  vengono  presi  dalla  febbre 
gialla  attraversando  soltanto  in  portantina  la  città  di  Ve- 
ra-Cruz, o  passando  per  la  pianura  tra  questa  città  ed  An- 
tigua, 6e   discendono  dall'  Alto-piano  del   Messico   (64). 

Non  altrimente  le  febbri  intermittenti  prendono  coloro, 
che  ne' tempi  piti  malsani  passano  rapidamente  da  Cisterna 
a  Terracina  per  le  Paludi  Pontine,  uè  mancano  esempi 
di  chi  percorrendo  la  pianura  Basso-lombarda  per  portarsi 
alle  colline  oltre-padane,  od  a  Genova  fu  preso  da  febbre 
periodica,  che  per  lungo  tempo  lo  travagliò.  La  morte  del 
celebre  botanico  Pollich  avvenuto  nel  suo  trentottesimo 
anno  non  fu  cagionata  da  una  febbre  acquistata  nel  pas- 
sare per  le  paludi  delPalatinato?  Riferisce  il  Dott.  De  Ren- 
zi che  tre  inglesi  passando  per  le  romane  paludi  nel  por- 
tarsi a  Napoli  discesero  di  vettura  per  cacciar  degli  uccel- 
li, che  loro  si  presentarono.  Uno  de'  cacciatori  restò  presso 
la  carrozza ,  e  gli  altri  inseguhon  la  preda  carponi ,  di 
questi  però  uno  fermossi  e  l'altro  proseguì.  Nel  rimetter- 
si in  calesse  tutti  e  tre  furon  presi  da  nausea,  e  quindi  da 
vomito,  il  quale  fu  violentissimo  in  quello  che  fece  mag- 
gior tragitto  carpone,  meno  grave  in  quello  che  erasi  fer- 
mato a  metà  della  strada  e  leggiero  in  chi  era  rimasto 
fermo  presso  la  vettura ,  la  febbre  che  tenne  dietro  segui 
la  stessa  gradazione  di  forza  e  di  durata  {Ossero,  sulla  To- 
pogr.  medica  del  R.  di  Napoli,  P.  I.  p.  61). 

e)  I  forestieri  che  nella  state  arrivano  ai  porti  delle 
isole  o  del  continente  d'  America,  oppure  a'  luoghi  per 
insalubrità  analoghi,  6ono  presi  dalla  febbre  gialla  con 
maggiore  facilità ,  se  non  vogliasi  dire  con  certezza,  di 
quello  che  lo  sieno  gli  indigeni.  Cimiterio  spagnuplo 
chiamavasi  Porto-bello  al  Perù,  perchè  vi  morivano  tutti 


3a 

gli  europei  che  vi  erano  trasportati  sui  galeoni.  In  una  sola 
settimana  perirono  seicento  nuovi  sbarcati.  Nella  febbre 
gialla  d' Antigoa  del  1816  i  soldati  scozzesi,  la  cui  patria 
è  esente  dalle  febbri  intermittenti ,  furono  i  più  malme- 
nati (65).  Li  Spagnuoìiei  Portoghesi,  dice  Humboldt,  sono 
meno  disposti  a  sentire  l'azione  del  miasma  della  febbre 
gialla,  che  gl'Inglesi  e  i  Danesi  assuefatti    ad  un  clima 
freddo.  Anche  il  Monfalcon,  nota  che  in  qualche  maniera 
gli  abitanti  dei  luoghi   paludosi   vengono  meno  affetti   dal 
miasma  delle  intermittenti,  che  non  i  forestieri  e  quelli, 
che  vivono  all'alto.  Né  ciò  solamente,  ma  si  sa  che  i  na- 
turali dell'isola  di  Cuba,  della  Giamaica  ec.  sordi  nella 
loro  patria  al  miasma  della  febbre  gialla ,  ne  vengono  of- 
fesi se  nell'agosto  0  settembre  vanno  a   Vera-Cruz.  Lo 
stesso  avviene  agli  abitanti   di  questa  città  se  passano  in 
quelle  isole,  a  malgrado  dell' analogia,  che  vi  ha  tra  il 
clima  di  queste  e  di  quella;  onde  acutamente  riflette  il 
viaggiatore  prussiano    a  essere  probabile  che  sotto  il  me- 
desimo parallelo  le  emanazioni  gazose  che  producono  le 
stesse  malattie,  sieno   pressoché  identiche,  se  non  che 
una  leggiera  differenza  basti  per  gettare  il  disordine  nelle 
funzioni  vitali ,  e  determinare  quella  serie  particolare  di 
fenomeni,  che  caratterizzano  la  febbre  americana  ».  Gli 
abitanti  del  Chili,  paese  saluberrimo,  appena  arrivano 
nella  state  a  Panama  0  a  Callao,  vedono  svilupparsi  in 
essi  la  febbre  gialla,  e  per  questo  credesi,  che  la  malattia 
sia  stata  portata  dai  Chiliani.  Ma  ciò  dipende,  che  al  pas- 
sar che  fanno  alla  zona  torrida  ed  in  un'atmosfera  pregna 
di  miasmi  palustri  (nella  quale  infatti  stanno  i  suddetti  due 
paesi)  i  medesimi  divengono,  qual  termometro, oqual  reat- 
tivo chimico,  atti  a  manifestare  la  presenza  di  essi  miasmi. 


33 

Non  diversamente  ai*vede  arvenire  per  la  febbre  inte  r- 
mittente  come  in  particolare  modo  fanno  triste  prova  gli 
eserciti.  Le  truppe  infatti  di  Federico  Barba  rossa  nella 
state  del  1 167  (66),  quelle  di  Enrico  VII  nella  medesima 
stagione  del  i3i2  per  la  trista  influenza  de' contorni  di 
Roma,  quelle  di  Alfonso  à9  Aragona  air  assedio  di  Cagliari 
e  Città  di  Chiesa  nella  state  ed  autunno  del  i323,  e 
quelle  infine  di  altro  Alfonso  d'  Aragona  (il  V)  nelle  ma- 
remme di  Piombino  nel  1 44^»  tutte  ebbero  a  provare  im- 
menso danno  dall'  insalubrità  de' luoghi  ov'  erano  accam- 
pate. Queste  febbri  coli' assalire  gli  assedianti  salva- 
rono Scuntari  nel  1 474  ^  musulmano  Beglierbeij,  Pisa 
nel  i499  dai  Fiorentini,  Padova  nel  1 5 1 3  difesa  dal  prode 
d'Alviano  contro  Raimondo  di  Cantane.  Le  truppe  e  il 
seguito  dell'iniquo  Pedrarias  Davila  ebbero  tanto  a  sof- 
frire dalle  paludi  che  circondavano  il  villaggio  di  S.  Maria 
di  Darien  in  America  (67).  Gli  Inglesi  e  Francesi  furono 
malmenati  dalla  malattia  di  Walchern  al  principio  dei 
nostro  secolo.  Il  62.0  Reggimento  inglese  fu  decimato 
dalla  febbre  paludosa  di  Milazzo  nella  valle  di  Demona 
in  Sicilia  (68)  ec.  ec.  E  danno  sicuro  riportano  gli  abitan- 
ti de' luoghi  alti  e  sani  delia  Lombardia,  della  Toscana, 
dello  Stato-Romano  e  del  regno  di  Napoli,  quando  discen- 
dono ai  lavori  campestri  delle  risaje  0  delle  maremme. 
*  d)  Si  nell'una  che  nell'altra  malattia  trovasi  vantaggio 
0  deciso  rimedio  col  solo  portarsi  in  clima  più  alto,  asciutto 
0  fresco.  Gii  abitanti  delia  città  di  S.  Blas  nella  Califor- 
nia ad  un' epoca  annuale  fissa  si  ritirano  nell'alta  città 
di  Tapia  e  così  sfuggono  alla  febbre  gialla  (69).  A  Car- 
tagena  delle  Indie  gli  europei  non  abituati  al  clima  si 
portano  a  Turbaco  sopra  una  collina  e  nell'  interno. 

3 


34 

Quest*  usanza  è  propria  della  Giorgia,  e  posta  a  profitto 
nella  Carolina  ed  a  Tampico  (70).  Racconta  Diodoro  Si- 
culo (71)  che  in  que' tempi,  ne' quali  gli  uomini  vivevano 
in  borgate ,  un  conquistatore  chiamato  Bacco  venne  dal- 
l'Occidente  nell'India  e  poiché  l'ebbe  invasa,  l'immen- 
so suo  esercito  fu  preso  da  una  malattia ,  che  uccideva  i 
soldati ,  e  che  non  cessò  di  molestarli ,  sinché  non  furono 
condotti  sui  monti.  E  questo  spediente  fu  pure  di  ristoro 
alle  truppe  di  Federico  Imperatore  nella  citata  circo- 
stanza. Durante  la  stagione  insalubre  gli  abitanti  delle 
sponde  del  Golfo  Persico  passano  all'  interno  del  paese 
(72)  e  quelli  di  Scanderona  0  Alessandretta  in  Soria  van- 
no a  Baijlan,  posto  sull'alto,  per  sfuggire  i  mali  prodotti 
dalle  paludi,  che  sono  vicine  a  quel  porto ,  né  altrimenti 
fassi  a  Bende r- Abassi  in  Asia. 

Neil'  isola  di  Corsica  si  spediscono  a  Vivano  ed  a  Viz- 
zovano, luoghi  posti  sui  monti,  i  soldati,  che  in  luoghi  palu- 
dosi hanno  acquistata  la  febbre  ;  ivi  quantunque  il  loro 
stato  sia  disperato  non  abbisognano  d' altro  rimedio  e  la 
malattia  non  resiste  più  di  undici  giorni  (7  3).  A  Già  va  i 
medici  mandano  nella  parte  interna  e  più  alta  dell'  isola 
coloro  che  infermarono  per  la  mala  influenza  delie  coste 
(74)-  Il  cav.  Matteucci  salvò  tanti  individui  di  Montigno- 
80  nel  1 809,  1 8 1  o  e  1 8 1 1  facendoli  abbandonare  nella 
state  le  loro  abitazioni  0  (com'egli  si  esprime  nel  suo  Rap- 
porto  del  1 3  Aprile  1808)  i  loro  sepolcri  Nel  mese  di 
maggio  riparano  al  monte  quelli  abitanti  del  Tirolo  che 
soffrire  possono  dai  miasmi  sviluppatisi  dopo  le  inondazioni 
dell'Adige  (75). 

e)  Ne' siti  ove  endemica  è  la  nominata  malattia   ame- 
ricana, domina  essa  ogni  anno  dal  maggio  ali*  ottobre  (76). 


35 

Ogni  anno  ugualmente,  trasportando  però  l'epoca  del  loro 
sviluppo  a  norma  della  situazione  geografica  ,  regnano  le 
febbri  intermittenti  nella  Bassa-Lombardia ,  ed  in  tutti  i 
luoghi  palustri  del  mondo;  in  fatti  la  sola  trista  esperienza 
ha  insegnato  al  cieco  volgo  a  precisare  il  tempo  in  cui 
è  dannoso  ad  esser  abitato  un  dato  luogo.  Quando  poi  al- 
cune circostanze  si  combinano  straordinariamente  in  tali 
siti  insalubri,  allora  imperversa  epidemicamente  (77)  il 
morbo,  assale  cioè  indistintamente  ed  in  gran  numero  in- 
digeni e  stranieri  e  ne  fa  strage.  Così  successe  nelle  epi- 
demie citate  dal  Lancisi ,  così  di  altre ,  che  io  arrecherò  , 
così  in  America  a  non  grandi  intervalli  di  tempo. 

f)  Sì  le  febbri  intermittenti,  che  la  gialla,  sia  che  do- 
minino come  d'ordinario  soglion  fare  ogni  anno,  sia  epi- 
demicamente, terminano  sempre  al  sopraggiungere  del 
freddo  e  nell'inverno  (78). 

g)  Le  febbri  della  Bassa-Lombardia,  le  toscane,  roma- 
ne ,  ec.  amano  meglio  assalire  le  persone  meno  coperte  , 
quelle  che  si  espongono  di  più  alle  vicissitudini  atmosfe- 
riche, quelle  che  mangiano  meno  0  male,  quelle  final- 
mente che  non  fanno  uso  di  qualche  liquore  tonico  0  spi- 
ritoso e  ciò  non  altrimenti  accade  per   la  febbre  gial- 

la  (79)- 

h)  Gli  uomini  sono  presi  a  preferenza  delle  donne;  i 
giovani  e  i  fanciulli  più  che  i  vecchi  ed  i  bambini;  con- 
ferma di  ciò  possono  offrire  gli  spedali  ove  si  curano  queste 
malattie  (80).  Anche  la  febbre  gialla  tiene  l'uguale  an- 
damento (81),  ed  a  Batavia,  clima  così  insalubre,  maggio- 
re è  il  numero  delle  donne  viventi  a  cagione  della  gran- 
de mortalità,  che  avviene  nell'altro  sesso  (82).  Sì  nelle 
febbri  nostre  paludose  che  nell'americana  accadono  casi 
di  morte  sopraggiunta  in  brevissimo  tempo. 


36 

k)  Se  molte  circostanze  estrinseche  appoggiano  V  opi* 
mone  di  ammettere  un*  analoga  fonte  d' ambedue  le  ma- 
lattie, tale  analogia  verrà  ancor  più  confermata  dall'esa- 
me della  loro  intima  natura  ,  ossia  col  considerarle  in  sé 
medesime.  E  primieramente,  parlando  del  tipo  che  assu- 
mono, dico,  che  si  ritenne  appartenere  la  febbre  gialla  ai 
genere  delle  rimittenti  da  Hunter,  Valentin,   Rush ,  De- 
vèz  e  da  altri  (83).  Ma  secondo  Pinkard,  il  quale  la  os- 
servò egli  stesso  alle  Indie  Occidentali  (84)  le  remissioni 
arrivano  sino  ad  una  completa  intermittenza»  Anche  nella 
febbre  gialla  di  Filadelfia  del  1 793  predominava  un  tipo 
intermittente  (85).  Jackson  (86)  la  vide  nelle  truppe  bri- 
tanniche ora  remittente ,  ora  col  tipo  di  terzana.  Bracroft 
dice  che  la  febbre  gialla  ha  tendenza  a  prender  il  tipo  re- 
mittente, ma  non  essere  molto  raro  eh'  essa  si  converta  in 
intermittente  (87).  Altresì  Tommaso  Ptomay  medico  allo 
spedale  dell'  Avana  osservò  in  essa  la  vera  intermittenza 
(88).  Harles  fece  notare  che  oltre  l'andamento  remittente 
prende  anche  quello  di  subentrante  (89).  Vedasi  finalmente 
in  Borsieri  (90),  come  fosse  già  noto  il  fatto  del  passare  la 
febbre  gialla  da  continua   remittente  alla  intermittente. 
Altre  prove ,  che  sembranmi  mettere  fuori  di  dubbio  T  i- 
dentiià  della  febbre  nostrale  colFamericana  sono  :  1 .°  che 
mentre  nelle  epidemie  di  febbre  gialla  i  nuovi  arrivati 
sono  presi  veramente  dalla  stessa  rivestita  della  solita  sua 
forma,  gli  schiavi  invece  ed  i  naturalizzati  lo  sono  da  feb- 
bre a  tipo  intermittente  (91);  2.0  che  coloro  i  quali  sono 
affetti  alla  costa  del  mare  da  febbre  gialla,  portandosi  eri-» 
tro  terra ,  ed  all'  alto  vedono  tale  malattia  cangiarsi  in 
•emplice  intermittente,  il  chep.  e.  fu  osservato  dal  Dott.Ver* 
goara  nell'epidemia   del   18 io  e   181 1   a  S.  Croca  di 


Teneriffa  (ga);  3.°  che  alcune  epidemie  di  febbre  gialla 
cominciano  sotto  l'  aspetto  di  febbri  intermittenti  e  sul  fi- 
nire prendono  quello  di  febbre  gialla  (g3),  e  il  Dott.  Coull, 
secondo  riferisce  Musgrave  (g4),  vide  nell'isola  Antigoa 
T  intermittente  passare  in  febbre  gialla.  Ed  ivi  pure  os- 
servò Ferguson  (g5)  che  mentre  nei  bassi  quartieri  della 
città  regnava  la  febbre  gialla ,  nel  restante  dell'  isola  do- 
minava la  febbre  remittente  benigna»  Dice  Monfalcon  (96) 
avvenire  nella  Eresse  e  nella  Sologne,  che  mentre  gl'in- 
digeni ammalano  delle  comuni  febbri  del  paese ,  i  fore- 
stieri, che  vengono  a  porsi  nello  stesso  luogo  e  nelle  stesse 
circostanze  sono  presi  da  febbri  perniciose  più  0  meno 
gravi.  Ed  io  ripeterò  quanto  ho  già  detto,  vale  a  dire  che 
le  febbri  della  Bassa-Lombardia  assumono  un  tipo  diverso 
dal  remittente,  cioè,  il  palesissimo  intermittente  ed  aggiun- 
gerò, che  fu  veduto  prender  il  piti  rapido  corso ,  il  pia  mi- 
naccioso grado  e  l' aspetto  sin'  anco  della  febbre  gialla  (97). 

/  )  Quelle  recidive,  che  tra  noi  sono  comunissime  nelle 
febbri  intermittenti  furono  osservate  nella  febbre  gialla  » 
la  quale  talora  recidivando,  prendeva  la  forma  delle  dette 
febbri  (98). 

ra)  Matthei  (99)  vuole  che  la  febbre  gialla  non  diversi- 
fichi dalle  febbri  comuni  remittenti  ed  intermittenti ,  se 
non  che  per  essere  dessa  contagiosa.  Io,  invece  di  entrare 
nella  questione  se  quella  terribile  malattia  sia  in  tutti  1 
luoghi  e  tempi  contagiosa  (100),  dirò  che  tra  di  noi  gene- 
ralmente le  febbri  intermittenti  di  qualunque  tipo  e  gra- 
vezza non  sono  contagiose;  ho  detto  generalmente ,  perchè 
qualche  fatto  a  me  occorso  mi  tenterebbe  a  credere  alla 
possibilità,  che  la  febbre  nostrale  paludosa  per  un  contatto 
replicato  e  grande  in  certe  epoche  della  malattia  potesse 


38 

farne  nascere  una  simile  in  altri.  Anche  Monfalcon(ioi) 
non  è  persuaso  della  contagiosità  delle  febbri  paludose 
nei  climi  freddi  e  temperati ,  ma  non  può  lasciare  di  ar- 
recare un  esempio,  che  lo  fa  vacillare  nella  sua  opinione. 
E  certo  valgano  a  tenere  me  pure  in  questo  dubbio  molti 
autori,  che  ammettono  la  possibile  comunicazione  di  que- 
ste febbri  (102).  Infatti  il  Lancisi  ed  il  Dott.  Giuseppe  Ma- 
ria Plasco  giudicarono  contagiose  le  febbri  epidemiche  di 
Bagnarea  del  1707  derivanti  da  miasmi  paludosi  (io3). 
Il  Dott.  Traversari  ritenne  contagiose  le  febbri  dominanti 
in  Pesaro  nel  1 708  per  l' influenza  delie  acque  paludose 
(ic»4)  Asseriva  il  Bodei  (io5),  che  i  miasmi  paludosi  pos- 
sonoybr^e  produrre  una  malattia  comunicabile  e  farsi 
cagione  dell9  orìgine  spontanea  di  un  contagio.  Gosse 
(106)  ammette,  che  le  febbri  intermittenti  possono  diven- 
tare contagiose,  e  cita  Borsieri,  Fodere,  Baronio  e  Gian- 
nini come  sostegni  della  sua  opinione.  Finalmente  Pietro 
Frank  credeva,  che  le  intermittenti  autunnali  trascurate 
e  mal  curate  prendere  potessero  l'aspetto  ài  febbre  con- 
tagiosa  acuta,  chiamata  putrida  (107).  Ciò  per  altro  dico 
non  già  perchè  io  voglia  farmi  il  difensore  di  questa  an- 
cora debole  opinione,  ne  perchè  io  pretenda  ridurre  a  cer- 
tezza un  semplice  dubbio  (il  quale  probabilmente  potrà 
più  facilmente  svanire ,  che  terminare  col  convincermi  ), 
ma  solamente  per  dimostrare ,  che  questo  è  un  punto ,  il 
quale  pare  possa  favorire  piuttosto  l'analogia  delle  due 
malattie,  di  quello,  che  servire  a  provarle  affatto  diverse 
come  opina  il  signor  Matthei. 

n)  Rispetto  alla  forma  ed  a  molti  de'  principali  sintomi 
delle  due  malattie  in  discorso  è  d'  uopo  ricordarsi  i.°  che 
Blane  dice  avere  veduto  in  una  febbre  tifoidea  epidemica 


h 

di  Edimburgo  il  colore  itterico  riscontrato  da  Clegorn  nel- 
le epidemie  di  Minorica  e  da  Jolisons  nei  febbricitanti  di 
Batavia  ;  2.0  che  anche  nelle  nostre  intermittenti ,  come 
in  quelle  d'ogni  parte  del  mondo  comparve  talora  chiara- 
mente questo  colore  :  così  ne  vide  un  caso  (accompagnato 
anche  da  altri  sintomi  di  tifo  itteroide)  il  prof  A.  Bodei  (108). 
A  me,  come  sarà  avvenuto  a  qualunque  pratico,  accadde 
il  vedere  itterizie  congiunte  a  febbri  intermittenti;  questo 
fatto  viene  confermato  dal  prof.Puccinotti  (109),  dallo  Stoll 
(no),  da Bailly  (r  1 1)  e  da  Johnsons  (112);  3.° finalmente 
che  il  colore  itterico  non  è  sempre  compagno  della  febbre 
gialla;  4«°che  il  vomito  di  materie  oscure,  del  quale  i  Spa- 
gnuoli  si  servirono  per  dar  il  nome  alla  febbre  americana 
(vomito  prieto),  in  questa  non  è  un  segno  costante,  unico 
e  caratteristico  della  malattia  (n  3)  e  invece  fu  veduto 
ad  Altona  nelle  febbri  intermittenti  epidemiche  del  1826 
(1  i4),e  da  Damiron  nello  spedale  di  Val-de-Grace  a  Pa- 
rigi (11 5);  5.°  che  l'anonimo  cui ,  per  l'epidemia  tifico- 
itteroidea  di  Filadelfia  del  1793,  allude  Thouvenel  (1 16) 
«  è  di  parere  che  le  febbri  intermittenti  e  remittenti,  bi- 
liose, putride  e  maligne,  sieno  0  non  sieno  esantematiche , 
costituiscano  presso  a  poco  una  sola  e  stessa  malattia ,  la 
quale  trae  la  sua  origine  da  vegetabili  corrotti  ».  Hum- 
boldt fa  osservare  (1 17)  che  alcune  volte  le  febbri  inter- 
mittenti della  Romagna  simulano  la  febbre  gialla.  Anche 
il  Dott.  Danieli  osservò  lo  stesso  per  quelle  prodotte  dalle 
paludi  di  Savanah  (118).  I  sintomi ,  che  accompagnavano 
le  citate  febbri  paludose  di  Altona,  e  quelle  di  Portogallo 
delle  truppe  inglesi  nel  1806  (119)  le  facevano  avvici- 
nare assai  alla  febbre  gialla.  Monfalcon  pone  (120)  ad 
un'  estremità  delle  malattie  prodotte  dalle  paludi  le  feb- 


4° 

bri  della  Eresse  e  della  Sologne ,  ed  all'  altra  le  febbri 
delle  Antille.  Musgrave  e  Ferguson ,  che  osservarono  le 
malattie  sul  luogo,  ritengono  che  le  intermittenti  e  la 
gialla  non  differiscano,  che  di  grado  (121)  e  così  avevano 
già  opinato  Pringle  (122),  Gilbert  (  1 23)  e  Nacquart  (1 2/f)- 

o)  Nei  cadaveri  di  coloro  che  soggiacquero  alla  febbre 
gialla  si  trovò  livida,  rossa ,  nerastra  la  superfìcie  interna 
dello  stomaco,  del  duodeno  e  del  restante  tubo  alimenta- 
re ,  le  loro  membrane  ora  dimostranti  semplicemente  uno 
stato  infiammatorio,  ora  ingrossate,  ora  corrose  e  distrutte , 
ed  ora  veramente  gangrenatc  (i25).  Sangue  nero  fetente, 
e  coagulato,  vermi  non  nel  solo  ventricolo,  ma  altresì  ne- 
gli intestini.  Il  fegato  ora  naturale,  ora  voluminoso  e  duro 
con  focolai  marciosi  ed  anche  gangrenato  (126).  La  ve- 
scichetta fellea  quando  ingrossata  nelle*sue  pareti,  e  quando 
flacida,  e  la  bile  in  essa  contenuta  nera,  e  spessa.  La  milza 
dura,  gonfia,  0  molle,  e  putrefatta. 

Per  istituire  un  confronto  delle  autopsie  eseguite  nei 
morti  di  questa  malattia  con  quelle  per  febbri  intermit- 
tenti ,  io  non  arrecherò  qui  i  risultati  necrologici  di  chi  a 
poco  a  poco  soccombette  ai  lenti  patologici  lavori  ossia  alle 
conseguenze  delle  nostre  febbri,  ma  bensì  di  chi  ne  rimase 
vittima  nel  loro  stadio  acuto;  tralasciando  poi  per  bre» 
vita  di  parlare  di  quanto  si  riscontrò  nel  capo,  nella  co- 
lonna spinale,  0  al  polmone  e  limitandomi  soltanto  ad  ac- 
cennare i  disordini  accaduti  nel  ventre  degli  estinti  dalla 
violenza  delle  febbri  intermittenti,  dirò  che  fu  trovato  es- 
sere il  ventricolo  e  gli  intestini  di  un  colore  ora  di  vino, 
ed  ora  rosso  in  generale  0  a  macchie  limitate:  nel  primo 
si  rinvennero  eruzioni  tubercolose  ,  negli  ultimi  dei  fora- 
trici ed  una  materia  simile  alla  polpa  di  cassia  :  fegato 


4» 

quando  color  di  corteccia  di  china,  quando  di  radice  di  ra- 
barbaro e  quando  nero,  più  o  meno  duro,  e  voluminoso.  Le 
lesioni  però  di  questo  viscere  nelle  acute  febbri  intermit- 
tenti sono  meno  frequenti  (ciò  che  pure  avviene  nella 
febbre  gialla  (127)).  La  vescica  del  fiele  piena,  di  un 
umor  nero,  spesso,  simile  al  catrame.  La  milza  molle  e 
sin  quasi  liquida.  Questi  che  furono  i  risultali  patologici 
che  replicatamente  furono  trovati  da  coloro,  che  posero  le 
loro  cure  nel  rintracciarli  sì  per  la  febbre  americana,  che 
nei  morti  di  febbri  intermittenti  (128),  ben  dimostrano 
come  la  sede  d'  ambedue  queste  forme  morbose  stia  nei- 
T  addome. 

p)  Finalmente  panni  essere  di  non  piccolo  peso  a  di- 
mostrare un' identità  si  nell'essenza,  che  nella  causa  delle 
due  malattie  in  discorso,  l'utilità  in  ambedue  non  già  di 
una  sostanza  medicamentosa  applicabile  con  egual  buon 
esito  ad  una  grande  quantità  di  malattie,  ma  bensì  di  una 
sostanza,  che  il  puro  caso  indicò,  e  della  quale  l'esperien- 
za replicata  per  tanti  anni  mostrò,  e  confermò  la  certa, 
non  meno,  che  eminente  virtù  nelle  malattie  periodiche 
in  generale  e  nelle  nostre  febbri  d'accesso  specialmente. 
E  se,  come  con  me  altri  ritengono,  questa  specie  di  febbri 
trova  la  sua  causa  remota  nel  miasma  paludoso,  l'utilità 
della  china  china  nella  febbre  gialla  dimostrerà  esser  que- 
sta identica  per  natura  con  quella  della  Bassa-Lombardia, 
e  colla  Romana ,  come  identica  ne  è  la  causa.  E  in  vero 
usarono  questa  corteccia  Valentin,  Devez,  Arejula  (129) 
e  Romay  (i3o):  la  mortalità  poi  che  nella  cura  della  feb- 
bre gialla  dell'  isola  d'  Antigoa  ebbe  Musgrave  nel  1 8 1  y 
depone  troppo  favorevolmente  in  favore  del  rimedio  in  di' 
•corso  ch'egli  usar  dovette  (  1 3 1  )- 


4a 

Dietro  questo  lungo  confronto  io  credo  adunque,  che 
propria  de'  luoghi  paludosi  naturali  o  artificiali,  sieno  am- 
bedue quelle  forme  morbose,  vale  a  dire ,  che  il  miasma 
paludoso  non  produca  che  una  speciale  malattia  irritativa 
degli  organi  digerenti,  quella  cioè  conosciuta  sotto  il  nome 
di  febbre  intermittente  e  volgarmente  di  febbre  della 
bassa  tra  noi,  come  in  Toscana  delle  maremme  ,  a  Roma 
di  malaria  ed  in  Sardegna  à*  intemperie  :  malattia,  che 
specialmente  in  qualche  luogo  dell'America  per  partico- 
lari circostanze  prendendo  una  particolar  forma,  vien  del- 
ta febbre  gialla, 

CAPO    IV. 

Quali  sorgenti  abbia  il  pregiudizio  pia  molesto  della 
Bassa-Lombardia  ,  cioè  la  malattia  ,  che  ne  è  pro- 
pria. E  delle  risajc  in  particolare. 

Come  già  dissi  (Capo  II),  nella  grande  pianura  for- 
mante la  Bassa-Lombardia  ricca  d'acque  e  di  vegetabili  non 
posson  a  meno,  è  vero,  di  succedere  qua  e  là  impaluda- 
menti e  corruzioni,  indi  per  necessità  forza  è  che  si  svi- 
luppino dannosi  principj  alla  salute.  Ormai  però  la  cre- 
scente popolazione,  l'acquisto  di  lumi  e  l'accresciuta  at- 
tività tanto  dei  proprietarj,  quanto  degli  agricoltori  fanno 
sì  che  questi  centri  malefici  siano  a  quest'  ora  i  minori, 
che  si  possano  avere.  Si  appianarono  le  irregolarità  del 
suolo,  si  resero  fertili  e  produttivi  infiniti  spazj  sterili  ed 
abbandonati,  si  guidarono  e  mantennero  entro  solide  spon- 
de o  elevati  argini  i  torrenti  ed  i  fiumi ,  che  prima  qua  e 
là  si  spandevano,  si  tolsero  innumerevoli  stagni  d'acque 


43 

corrotte,  si  coltivarono  o  si  otturarono  le  fosse  delle  città , 
o  de* caste! li,  che  l'abolizione  del  feudalismo  e  la  pace 
resero  inutili,  si  selciarono  e  munirono  d'acquedotti  le  con- 
trade delle  città  non  solo  ,  ma  de'  più  oscuri  villaggi.  Le 
pubbliche  strade  si  formarono  di  sostanze  capaci  a  lasciar 
trapelare  e  non  trattenere  l'acqua  di  pioggia,  si  diede  loro 
una  forma  la  pia  propria  allo  scolo  della  medesima  e  si 
vanno  con  cura  mantenendo  sgombri  i  fossi  laterali,  che  la 
guidano  a  sperdersi.  E  ben  può  dirsi  che  con  maggiore 
premura  e  dispendio  conservansi  tra  noi  le  strade  al  pub- 
blico comodo,  che  i  viali  ne'  giardini.  Non  leggi,  non  spe- 
se, non  studio  si  risparmiarono  a  tal  fine,  né  ad  inerzia, 
ma  piuttosto  ad  impossibilità  è  da  ascriversi  se  avvi  qual- 
che fiume,  il  quale  per  essere  soggetto  ad  escrescenza  e  a 
diminuzione  o  talora  a  traboccare  dalle  sue  sponde ,  col- 
T  allagare  i  luoghi  vicini  alla  sua  foce,  può  veramente  an- 
che oggidì  essere  cagione  dei  pregiudizj,  de'quali  si  ragio- 
na. Duolmi  per  altro  essere  costretto  dovere  attribuire  al 
miglioramento  stesso  dell'  agricoltura  lombarda  certe  fonti 
di  mali,  che  nonposson  a  meno  di  venire  contrapposte  al- 
l'utilità,  che  dessa  ha  procurato,  e  queste  sono  ìerisaje,  i 
fontanili  ed  i  macerato]  della  canape  e  del  lino. 

E  innegabile  che  agli  effetti  dell'  umidità  in  generale, 
quelli  delle  risaje  si  aggiungono  a  far  nascere  e  mantene- 
re, non  a  torto,  una  sfavorevole  opinione  per  ciò  che  spetta 
a  salubrità  nella  parte  bassa  delle  Provincie  di  Milano  e 
di  Brescia^  a  moltissimi  luoghi  della  Provincia  di  Pavia , 
di  Lodi  e  Crema,  di  Cremona  e  di  Mantova  nella  Lom- 
bardia austriaca,  di  Verona  e  di  Padova  nella  veneta  :  del 
Vercellese,  Novarese,  e  della  Lumellina  nella  Lombardia 
sarda',  del  Ravvennate,  Bolognese  nella  Lombardia  pon- 
tificia: del  Modonese,  del  Parmigiano  ec. 


M 

La  coltivazione  del  riso  mosse  gli  agronomi,  gli  econo- 
misti, i  magistrati,  i  medici  ed  il  popolo  ad  emettere  sì  in 
iscritto,  che  colle  parole  i  piti  contrarj  pareri.  Mentre  al- 
cuno non  rappresentò  il  riso,  che  qual  nuovo  massimo  bene 
pel  uomo,  come  atto  a  nutrirlo  per  eccellenza,  qual  pro- 
dotto capace  ad  ostare  alle  carestie  ed  a  formare  la  ric- 
chezza di  uno  Stato,  altri  non  dipinse  le  risaje  che  quali 
cause  della  corruzione  delie  arie  le  più  salubri ,  e  della 
distruzione  delle  più  floride  popolazioni  :  e  se  i  primi  pro- 
posero di  dilatare  ed  accrescere  la  coltivazione  di  questo 
cereale,  i  secondi  la  vollero  affatto  proscritta.  E  molte 
volte  si  videro  i  magistrati  stessi  tratti  più  dalla  diversità 
delle  opinioni  professate  da  questi  o  da  quelli ,  che  non 
dalla  perfetta  conoscenza  delle  circostanze,  e  de' fatti,  o 
de'  loro  rapporti ,  proibire  le  risaje  oppure  limitarle , 
indi  ritrattandosi  concederle  o  tollerarle ,  abbandonando 
allo  scherno,  all'insulto  o  all'infrazione  quegli  ordini 
che  prima  avevano  emanati.  Ma  s' egli  è  conforme  al 
vero,  che  la  coltivazione  del  riso  sia  da  un  lato  della 
più  grande  utilità ,  dall'  altro  cagione  di  danno  a  chi 
vi  attende,  certo  è  pure  che  tanto  dagli  assoluti  pa- 
negeristi,  quanto  dagli  assoluti  detrattori  non  si  usò  di 
quella  riflessione  e  di  quel  metodo  di  ragionare,  onde  ab- 
bisognavasi  in  questo  importantissimo  argomento.  Non  si 
cercò  di  penetrare  nell'oscurità  delle  cagioni  delle  quali 
scaturivano  i  danni ,  non  si  studiò  di  determinare  le  spe- 
cie di  questi,  non  si  praticarono  su  tutti  gli  oggetti,  de 'qua- 
li dovevansi  prendere  in  disanima  i  rapporti,  quelle  inda- 
gini e  que'  confronti,  che  erano  necessarj ,  e  per  tale  mo-» 
tivo  non  solo  non  si  raggiunse  la  verità,  ma  41011  si  trova- 
rono nemmeno  sussidiate  le  rispettive  idee  de' magistrati , 


4« 
de*  medici  e  del  popolo  in  un  oggetto ,  che  loro  moltissimo 
interessava. 

Se  fu  con  animo  sincero ,  leale  e  filantropo,  che  molti 
presero  particolarmente  a  considerare  tale  ramo  d'agricol- 
tura, alcuni  ne  limitarono  per  lo  piti  le  lodi  alla  parte  che 
risguarda  il  maggiore  prodotto  e  l' utilità  alimentare  (i  32); 
altri  non  tralasciarono  di  rappresentare  il  danno  che  dal- 
le risaje  generalmente  risulta  alla  salute  di  que'  lavora- 
tori ed  abitanti,  i  quali  ad  esse  sono  vicini  ( 1 33);  pochis- 
simi però  troviamo  essere  stati  quelli,  che  offesero  una 
verità  troppo  conosciuta  e  confessata  col  negare  tal  danno. 

Il  prof.  Biroli  più  di  trenta  anni  fa  (i 34)  e  l'ingegne- 
re Raccheto'  nel  1 833  (i  35),  ben  vedendo  quanto  sia  inu- 
tile l'attendere  da' fisici  e  dai  chimici  sperimenti  una  de- 
cisione sulla  controversia  della  salubrità  delle  risaje  eb- 
bero ricorso  all'  elemento  statistico  de'  nati  e  de'  morti,  co- 
me a  quello  che  somministrare  pub  la  prova  la  piùyyere/z- 
toria  sia  a  favore,  sia  contro  le  risaje  (i  36)  ;  e  perchè 
alla  strada  de?  soli  fatti  è  riservato  lo  scoprire  la  verità 
e  risolvere  cosi  importante  problema  (137). 

Riferisce  il  primo  (senza  però  offrire  il  Quadro  che 
dice  ottenuto  dalla  Commissione  dipartimentale  di  Sanità) 
che  nel  cx-Dipartimento  d' Agogna  in  certe  comuni  cir- 
condate da  risaje  e  credute  d'aria  pessima,  la  popolazione 
era  in  aumento,  mentre  in  altre  all'opposto  riputate  d'aria 
salubre  essa  andava  diminuendo  :  e  che  in  mezzo  alle  ri- 
saje avviene  di  trovare  persone,  che  conducono  una  vita 
lunghissima  avendo  qualcuna  toccato  il  secolo. 

Non  altrimenti  il  sig.  ingegnere  Racchetti  per  dimo- 
strare che  molti  villaggi  posti  sulla  costiera  tra  l'Adda 
e  il  Serio  hanno  maggiore  mortalità,  che  quelli  in  mez~ 


4$ 

zo  o  vicino  alle  risaje  (pag.  7) e  che  muore  meno 

gente  nelle  cascine  contornate  dalle  risaje,  dalle  acque 
stagnanti  e  dai  pantani,  che  in  quelle  ove  la  coltivazione 
del  liso  non  si  conosce  gran  fatto  (pag.  17),  ha  con  pa- 
zienza e  merito  (che  ben  conosco  fatiche  di  tal  genere  ) 
raccolte  minute  cognizioni  e  compilati  appositi  Quadri 
comparativi.  Di  questi  basterà  al  mio  oggetto  riferire  sol- 
tanto alcuno,  riserbandomi  a  soggiungere  in  seguito  com- 
plessivamente le  mie  riflessioni  all'opinione  de' rispetta- 
bili Autori. 


o   ^ 

.!  ? 

"*    SS 
I  2 

S 

SS      3     £> 

©    "    •*» 

§**   5 
*J    § 

«     ^   2 

O      ej       ** 
K      <N      ~ 

e    e    g 


<  ^   p 
w  ^3    5 


4? 


■5  ? 


e 

o 

■M 

"3 

« 

0J 

C3 

.^ 

S 
0 

o 
e 

t3 

o 

Qj 

BQ 

e 

V 

,m 

e 

co 

o 

&c 

e 

CO 

> 

o       O    [3 


xn 


CO    m 


c>.  in     «   in 


. 

s-iJS 

r»    CO 

r>    es 

l-« 

o 

*o 

a*13  s 

00      (Ji 

r>  00 

CO 

0 

CO 

n 

■    w 

r>    o 

io      r> 

M 

Vi- 

o> 

sLo 

ch      r> 

O      r> 

in 

to 

gì 

«°'« 

to    IO 

to   va- 

o 

00 

io 

Ph  J2 

•-1 

QJ 


o 
«a 


o  dS 


GB 

m  U  W 

^  S  o 

cu  a  "2 

tó  CO  PQ 


m 


-     e»    co    co    co    ìo 

a     «     w     «     -     - 


IO       - 

co    o 


0>  *•*  io     r* 

CS     *0      o     io 


co 

IO 


-     CO     CO      O      O 

o    vo     e    co    iO 


o    co 

IO     Vi"    Vfr   00     iO 


o 

i 


^  -=    «.  I  s  - 


8, 

o 
3 


e  ^ 


r<  a 


r>.  v± 


l'Js 

r> 

io 

vt 

xn 

IO 

00 

« 

^È 

r> 

in 

O 

e? 

CO 

o 

cr> 

VP 

cs 

W4 

M 

■  u 

« 

o 

M 

IO 

CSI 

OD 

co 

«=-.2 

r> 

IO 

IO 

co 

in 

r> 

Vi» 

- 

r> 

co 

r^ 

to 

83 


•a 


o 
s 
ed 

s 

QJ      •«      ^        C3 

■    tó  S  cj 


§  ^    2 

IP    «     Ss 

C/3 


w   fi 

fi     ,W 

C  ,rt 

C   T3 


fi- 
fi    a 

«  ,43 

4-  T3 
C    O 


^ 


<u 


•Sto 

fi  iti  r; 
•     fi         ? 

5  "  *  -^ 
h  •  »  S 

<J   v  fi  ."S 

"III 

i  !s 


'«  ^  ,4? 
Hi 

^  'a  2  ° 

q    o  v  2 
^t;  s 


S  ^  ° 

2  £  fi 

fi  *^  *• 

—  56 


4* 


Dall'antecedente  Quadro  adunque  risulta  ch« 

'senza  risaje ^  fi  8" 

^peryJmoAillig 


in  sette  villaggi 


con 


tpe 


4    /ia  >*«w**»M* 

'8/J        l« 


8. 


per  cento. 


Dalla  seguente  Tavola  apparisce  che  la  mortalità  fu 
la  stessa  ove  eranvi  ed  ove  non  eranvi  risaje. 

TAVOLA    (IV.*) 

di  confronto  pel  numero  dei  morti  di  cinque  anni,  cioè 
dal  1825  al  1829  fra  quattro  villaggi  situati  in  mezzo 
alle  risaje  ed  altri  dieci  che  non  hanno  risaje. 


Nomi 
dei  villaggi 


!  Campagnola  .  .  .  . 
Crederà 
Casaletto  Ceretano 
Rubbiano 

I 

S.  Bernardino  .  . 
Capergnanica  .  . 

Pianengo 

jRipalta  Guerina. 

Coltivati  J  Gabbiano 

senza  risaja^  Monte 

S.  Stefano 

Palazzo 

Vajano  ....... 

Bagnolo  


49 
Finalmente  dall'altra  Tavola  (la  VIl.a)  dello  stesso  si^ 
gnor  ingegnere  Bacchetti  risulterebbe  il  contrario  di  quan- 
to comunemente ,  e  credo  con  ragione ,  si  ritiene ,  e  di 
quanto  risulta  dai  miei  Quadri  BeG. 


TAVOLA    (VII.a) 

dì  confronto  pel  numero  dei  morti  di  cinque  anni  cioè 
dal  1825  al  1829  fra  undici  ville  del  territorio  di  Crema 
coltivate  a  risaje,  una  piccola  città,  tre  città  capitali  e 
cinque  provincie. 


Cinque  ville  coltivate  per  8/19  del 
loro  territorio  a  risaja    ,  ,  \  , 

Sei  ville  coltivate  per  l[l%  del  lo- 
ro territorio  a  risaja    .  ,  .  ,  , 

Crema   ...... 

Torino  ....,, 

Vienna  (i38)  .  ,  , 
Napoli   ...... 

'Milano  .,.>.. 

Pavia 

Provincie  di  <  Lodi  e  Crema    .  . 


Popo- 
lazione 


Città  di 


774* 

8556 
11 7987 

232000 

55^273 

47i85o 
1 50859 

*99659 


Cremona li  78025 

k  Mantova J248514 


Morti 


1286 


i389 
19960 
73000 
641  io 

8o475 

25250 

34x05 
3o45o 
579i5 


Morti 

per 
cento 


l6 
17 

3i 
18 

J7 

ll 

ll 

ll 
i5 


4 


5o 

L'intenzione  dei  due  citati  autori  è  tanto  lodevole  > 
quanto  è  forte  il  genere  di  prova,  eh'  essi  hanno  scelto  a 
sostegno  della  loro  tesi,  ma  siccome  è  forte,  sarebbe  altre- 
sì inconcusso,  se  a  niente  valessero  le  seguenti  considera- 
zioni : 

i.°  Che  il  fatto  del  trovarsi  in  aumento  la  popolazione 
de'  luoghi  coltivati  a  risaja  è  cosa  in  generale  consona  col- 
le leggi  della  natura,  verissima  e  non  possibile  a  mancare, 
che  per  particolare  accidente.  Ma  fatto  altrettanto  vero  si 
è,  che  l'aumento  in  tali  paesi  è  in  generale,  e  proporziona- 
tamente assai  minore  di  quello,  che  ha  luogo  negli  asciutti, 
e  che  non  portano  taccia  d' insalubri  ;  e  questa  veramen- 
te è  un'assai  sfavorevole  circostanza,  poiché  a  cagione  di 
così  tenue  aumento,  la  popolazione  non  può  trionfare  e  re- 
sistere ai  colpi,  coi  quali  di  quando  in  quando  le  malattie 
epidemiche  insorgono  per  abbatterla.  Tutto  ciò  verrà,  senza 
lasciar  dubbio,  dimostrato  nei  Quadri  che  seguono 


5i 


.    0      00  ^    |    CS  ««t-e©  v©                          :*-c©    h 

00     CO 

sa 

e©  uo    1          t»  O  vO    1    m  -3-vo    t^^t-  0               |  co       «0  1*0 

0 

VO 

^a 

«                              «   io                                              M     «                                                      XO 

co 

CO 

1     M 

co 

CI 

m/83 

«o>fl*»l*ci  ^-eo  vr>  m  m  co   t~^-c©  «  0  «  co  0  co  « 

co 

co 

co  cn    w    0  \o   ©•>  ©\c©    innm  ko«5   ©   «v©   ^m   ©■>  cn 

vO 

©  ;2 

H 

_^ 

CI     0  xl"Nj-vO  <*■>    w    w  CO    CN  ^CQ  «O  "*fO           w  «O    Ci  CO 

0 

e4      & 

a 

V 

»*                      « 

CT> 

4-» 

o 

£< 

e 

£  .9 

IO 

0 

©©oooooooooooooooooolo 

8 

M 

00 

O     tVCO     OCO     C^^j-^J-WDOO*©     ©>  CN     ©  >©  C©    CN  C©     ©     ©n   «O 

PI    tv^j-  sf--^»(TJ'>pMfó«rOfiieiCO<rO         {1    JIWC  k 

<; 

— 

0 

<< 

£ 

W                                                                                                                                                     Cs. 

e 

IO 

h 

i    £  x©    w  vf    1    ■*>  «O     1     tv***»*©   CN    «     tvvO  *    1   U5>^ 

w    mxO    w      1     CN    CN  vO    m«    fi  ^.r>  >*>«    «^^*«i©fO 

K 

^« 

0^ 

1 

E   3 

^.cr>«tr>x©-^'0    NOfo  £    t*«  «h  «ve©   ^s  ?    c-vp©    ve 

"5  «0 

co    tv  «  l©    «    ffne   «^-N«f|CJ-OMifi    >-*o-^-ìO 

*V 

0    ^ 

1-    ©>0  •<*»!©  v©  co    cy\>©  co  •«st'co    M  •*iO'£    tveo  00  io     ?l 

O 

IP      05 

w.g 

w  CO  CO    O    CN  CO  CO  v©    OCO     NO  eo     e— co  ~c  0    »-   -^*  CN     e© 

1  5 
.2  fei 

-e  O 

"Sf    t-^fO     Cvv©  v»    {*  •fytfSf&ì*)  V©     tv  IVCN  v©    vT^fO  v© 

cr> 

'5 

ti 

H    ^    M      fl       ©>CO       C^"«J-     ©ffl^'^JNfl         1      ^     O    ^"  "^f*  CO 

•3     J 

M           cSm            »-.            -fjw>-i                    l«M            M    m 

CT 

0 

4    ° 

*?  -  ° 

vtf"t>->©C*!v©vr>0O     O**     O1©     t-©    ©COCO     C«vCO  CO 
HO    mxJ»»    0    OCO    ►*  ^i-co    ©>  OMO    0    O  CO    ©    ©nCO    0 

0. 

J2 

fe.S  '5 

o> 

© 

&       E 

IO    v©    CT>       tXV^    CO      M       IN»    £      ©>>^t>'l-l      ©>C    "V  v©      ©>CO 

«*■ 

H 

tv 

Oh 

co     a» 

^-vO^-css©^©V©    CNvd-"**'f0>5Ì-»O^©>q-CN'SÌ-C0fOvO 

tv 

O 

s 

•    »•.,»»«• 

►     •     .   0     ' 

#    •     .  e 

"0 

._, 

,     ,     .     . 

•   t   f   ' 

.    t     .  §     . 

•    •    »  a 

© 

> 

p 

n3^ 

"0 

0 

•  •    \  0 

•  ?    (il    S  i 

;i|  : 

2  i  -5  S  £ 

»    .    •    .  s    . 

1  SfesC  g  g 

3  «s  a  s  ft  « 

gorzino    .  .  . 
Ila  Maggiore 
ivanasco.  .  .  . 
bido  S  Giacoi 

15 

e 

H 

© 
fi 

s 

3 
< 

CQ  CQ  C0(JC 

PJ        CO    i__,     i.^    1_j     u-4        ^       CTS       ti    L          L          1^        "       ^     "i-» 

.O        u-     m  CO  OO  CO  L©  vì-vtf-vfi  eo     tv^J- 

co 

CTn  O    O  vO     t>>  C^O  CO  CO    CN    cn  CN 

©% 

a 

«S 

t>VO    SP      «                                      H«      M«*fl 

co 

co 

^  -g   «US  US 

S?  io  w   0  co  v©   0  lo  n^-v£>   ©  '♦M  |oo 

09 

^MiCvO^st  O    CN     t-vO  ^©    M     CO 

in  ^3    3  .2    3 

Q  "*  'p       S 

'53 

S5 

1  « 

0 

1  «5 

va  . 

._,    N 

O      «0 

E* 

CN  >=d-  ^J-  t-^t"  CN  CO    o>o  co    t-oho 

CN       1-1      W                                                            M                            M     1     t— 1 

3 

©    ©CNvOeOvtf'C*    ©    «    t>t-0> 

2. 

n 

CO 

0   w  vo   o>  t^^t-vo  c>^f  cn  v©  e© 

"<*• 

—    fcn  0    e    t 

« 

l  a 

vO    ©NCO  vOCOMCN     C^O^CNCN     t>« 

bri 

rompongono  i 
i  più  salubri  1 
azione   presso 
inasco,  onde  : 
l'aumento   a> 

5^3 
J  3 

1     CNCOxOCNCN      iCOfO     t-'Ht     m 
COSJ-COOV©      1      M     fJSJ'^MNJ" 

^-   NiO    f    w     t»-  ©>vj-CO  O    w^t 

CN 
vO 

w!  CO 

t-CO  fO  CO»0    CN^d-cN    CNCO»^    tv 

O 

"S  * 

W.S 

N^-  MCOCl«0iO>OO    0>CO 

lo 

O    ©>^-   O  -3-C©    ftCOCO     n     m    O 

LO 

r2    ti 

CT>v^-vj-^-  m     M     «    cN  V©    m  *?J-v© 

tv 

g'ÓfflJi 

©    m    p.        5 

~3    fe; 
< 

.22        o> 

OCO  "*  O^VO    w     t-v©  e©  CO  «O    CN 

PJ 

0  .-    Ph^    «a 

WMWW                            MW                 CNWIH 

cs 

2>          O    N 

•?  „,y 

O     O  vO     O     tvv^-co    O    M  CO     t-v^- 

M 

'S  E  fi  s  S 

53  -3  t-1 

^C©  OO  CO  CO  CO  CO    CN   CO     ©>CO  **9" 

tv 

&       5 

V©     tXCN      tWi-CNCCCNtOCOCO      tv 

JV 

>-) 

3          Ai 

co    r! 

U?"-!     O     C7«CN(MCNCOv©MV©     t- 

H 

«       H       W                                                             M 

e* 

•      •      •      'ci 

...M 

^ 

5 

D 

8 

0 

« 

.'   '.   '.   •  £    !  tì  .0   !   !   !   ) 

•     ♦     •  ©  rv    m    n  '^    .  rt     .  •© 

.fH.^,M<nen«CÌ(H     '-'u     r-r- 

"3 

A^P.  Dei  26 

Saronno  si 
i8o5  avev 
quella  del 
chiara    la 
abitanti. 

52 


W 


«0 

.2 


s. 


o 


§ 

O 

o 
ri 

e 

•< 

D 


~ 


o 

H 

cd 

in 

^1 

M 

te 

(N 

o 

in 

co 

tì 

CD 

m 

co 

Gì 

S 

m 

<s 

co 

« 

fr       <D 

in 

v*- 

in 

1  co 

CO 

o 

v^* 

1  *H 

tal 

CO 

O 

00 

/ 

Mi 

Ci 

Gì 

m 

to 

s 

CN 

taf 

M 

CD 

c 

«S 

«0 

pq.  1  xn 

►«3 

K, 

-?  1  co 

CD 

o 

*o 

to 

►—i 

vr 

Q 

Gì 

fcO 

0) 

s 

fai 

3  i ! 

in 

i— i 

tal 

co 

i  s 

fcO 

t> 

v£ 

*# 

*<y 

•  F-l 

1    s 

« 

M 

in 

3 

^ 

*0 

•> 
p 

N 

H 

j 

* 

co 
O 

""3 

<ta> 

<u 

W 
Pi 

s 

o 

o 

o 

O 

H 

4-> 

2 

cs 
co 

o 

«3 

e 
1 

<V\ 

<4-3       l 

o 

1     11.11  II 

c/i    I 

s 

e 

H 

tal 

co 

CD 

CD 

w 

in 

tot 

CO 

(S 

in 

S 

« 

<N 

in 

o 

o 

ri    1 

?    1 

fcO 

»•« 

tal 

tal 

r> 

1 

r 

t- 

vi» 

O 

to 

CD 

to 

Sr-i  ■ 

72  L  ■ 

a» 

IO 

in 

o 

in 

CD 

% 

H 

— i 

co 

vj- 

to 

00 

Vj« 

tH  I 

H 

Ci 

tal 

tal 

CD 

1    ^ 

M 

M 

<5 

o 
co 

co 

o 

in 

o 

o 

1      •«-! 

hi 

o 

n 

« 

^5 

in 

CD^ 

eh 

3? 

"cu 

in 

to 

»JT 

IT» 

r> 

o 

i 

« 

6H 

M 

in 

o 

. 

. 

. 

CO 

i 

•2L 

©• 

V 
3 
.s 

O 

"13 
o 
H 

H 

ce 

2* 

&£> 

co 

■- 

» 

5 

taQ 

'ctD 

13 

S 

1 

< 

tt 

« 

s. 

ini 

Mnts  • 


a; 

"ed 

53 


o 


C5 


Gì 

d> 

Ci 


O 

o 

IO 

cS 


1» 

00 

vo 
td 


r» 

IO 


in 


<£> 


O 


O 
in 

d 


io 

O 

IO 


> 

o         -, 

4->  Co 


> 


ed 

£ 
53 

6 


o 
£ 


V 


o 

fcO 


*o 


O 
iO 


to 

00 
IO 

fcO 

to 


io 

fcO 


a 

co 

d 
o 

fcO 


co 

fcO 


o 
O 

vd 

co 


o 

s 

o 
U 


M 


.^ 


illi  nel 
e  deve 
:ta    dal 

Drtalità 
a  qual- 

ndo  vi- 
zione  è 

vi 

«  ^      et!        a   Oh 

tei 
o 

£L  co          gj    l          m  3 

B  "fi  ^       «  '8       S  ,2 

U 
W 

M 

«3 

o  0*3       „  &      ^    * 

§  s  0    -©•*    -.Si, 

«a 
O 

«*  a  =*       *  2  -?  «  'S 

n       £       >  a  £  ri -a 

Hactf      .Oh0)T!OO4) 

^  ,5  S  2  rt    .^««^3 
^  to  ni      •-!  *c       a  *3 

«  o>  ;»      'tì  o       tic  a 

tale 

Ile 

irti 

o 

vd-      to         Ci      00         « 

r*» 

*n 

OC          0          Ci       kO         C© 

kO 

E-<       » 

in 

N*                     M                                                »"<                     HX 

eg 

(     *r* 

s 

_2 .2 

o 

vi-                »o        f       CO 

a 

vi- 

IO                                      M                  W 

i 

<t 

CD 

> 

1 

o 

1 

w 

«& 

vi 

00          -          tx      00 

s  <■ 

+* 

to      vt-      o      ce 

<->  'S 

l'I 

<s 

M 

g 

s 

« 

« 

to 

*o       »o        o       r» 

0 

'sS-'S 

Ci 

fcO      *n  -     .  *•*       ss 

8 

H 

<s 

v    — 

o 

00       co       ^-       O       CO 

<o 

M 

r>     00        o     co        e 

«n    v 

*r> 

©>       ■»»                 »o        cs 

fcO 

»| 

« 

. 

a         ©          *         rt 

e?       t»o       *       e 

a        e        o        ce        <u 

a        <u        w      *s        a 

et 

s 

| 

ed 
È 

|     S     8     È   .sp 

0 

m 

«     Z     sS      2     S 

ce 

<u        co       £      ^ 

CJ 

t/3        Ph       P5       </3       > 

o  c-ao  vt«  «00  i>  i><o  cvod 

M 

« 

o 

o 

gì  o  o  o  Ci  o  vt*n  «ko  o>t 

<D  CD  io  CO  co    r>CO  CO  CO  CO    r»  r-* 

K- H    r-H 

rHi^^»-H|-Hi--JI-H— H»-J»-J 

H 

cu   ed 

CSCOCOCoCOCOCOCQCCiCS 

•G 

'O        T3        13        'O        'O 

iS 

i.d  Glie  la  popolazione  di  molti  Comuni  dell'alto-Nova- 
rese  diminuisse,  come  asserisce  il  prof.  Biroli,  è  cosa  contra- 
ria sì  alla  favorevole  opinione  in  cui  sono  tenuti  di  clima 
salubre  Borgo-Sesia,  Domodossola,  ed  altri  borghi  di  que* 
contorni ,  non  che  alla  legge  naturale  che  invigila  alla 
conservazione  del   genere  umano.  E  certamente  se  vera 
(i 38*)  fosse  stata  l'asserzione  emessa  dal  signor  professo- 
re, cioè  se  avesse  dovuto  realizzarci  la  trista  condizione  da 
lui  a  questi  luoghi  attribuita  di  dovere,  per  lo  stato  loro 
contrario  a  quello  delle  risaje,  andar  essi  di  genti  sceman- 
do; già  dopo  trentanni  (voglio  dire  al  presente)  dovrebbe- 
ro essere  quasi  deserti.  In  que'Comuni  comunque  salubri, 
una  diminuzione  temporanea,  parziale  ed  accidentale  può 
benissimo  essere  avvenuta;  quando  però  l'Autore  si  fosse 
approfondito  nella  cosa  avrebbe  trovato,  che  altre  cagioni 
potevano  dar  luogo  a  questo  semplice  accidente  e  se  Ira 
queste  non  fuvvi  qualche  fortuita  malattia  epidemica,  cer- 
tamente vi  era  la  migrazione  comune  inque'meno  uber- 
tosi paesi,  onde  col  lavoro  procurarsi  altrove  il  sostenta- 
mento, non  che  il  servizio  militare  assai  esigente  in  quel- 
l' epoca.  Ma  in  generale,  e  preso  come  far  si  deve  in  que- 
ste ricerche,  un  giusto  lasso  di  tempo,  l'aumento  di  popo- 
lazione succeder  deve  necessariamente,  e  questo  in  gene- 
rale abbiamo  veduto  dai  Quadri  D,  E,  F  aver  luogo  pur 
ne'  paesi  a  risaja  ed  umidi,  quantunque  per  altro  minore, 
che  non  negli  asciutti;  e  se  negli  umidi  abbiamo  verificata 
la  possibilità  di  una  diminuzione  cagionata  appunto,  come 
ho  detto,  dall'azione  di  qualche  funesta  causa  operante  sul 
debole  regolare  aumento,  che  vi  è  proprio  e  naturale,  negli 
asciutti  invece  si  è  veduto  sempre  e  grande,  e  innaltera- 
bile  tale  aumento  per  gli  inutili  sforzi  di  contrarj  accidenti. 


56 

3.°  Che  s*egli  è  vero  ciò,  che  viene  asserito  dal  sigtiof 
ingegnere  Racchetti,  che  muore  meno  gente  nelle  cascine 
poste  in  mezzo  a  risaje,  a  pantani*  ad -acque  stagnanti,  che 
tìei  luoghi  alti  e  dove  non  havvi  coltivazione  del  riso  (p.  1 7), 
si  dovrà  conchiudere,  che  falso  è  il  timore  di  chi  preferi- 
sce T  abitare  0  il  villeggiare  sull'  alta  parte  della  Lom- 
bardia, che  nella  bassa,  0  in  mezzo  alle  risaje  :  sarà  affatto 
supposta  la  difficoltà  di  non  potersi  coltivare  e  popolare  le 
Maremme  Toscane,  0  le  Paludi  Pontine  :  saranno  figlie  di 
pregiudizj  le  opinioni  de'  dotti ,  ugualmente  che  del  volgo 
sull'insalubrità  de' luoghi  palustri,  e  fuori  di  luogo  le 
migrazioni  successe,  onde  sfuggire  in  questi  le  malattie  e 
la  morte. 

Se  sono  fatti  quelli  che  secondo  lo  stesso  Autore,  dimo- 
strano minore  od  uguale  la  mortalità  sì  de'luoghi  asciutti, 
che  degli  umidi  0  delle  risaje,  fatti  son  pur  quelli  da  me 
arrecati  nei  Quadri  B  e  C,  e  comprovanti  il  contrario;  £ 
fatti  finalmente  gli  altri  che  seguono» 


51 


>H 


•I 


e 

w 

0 

€ 

*« 

4 

•«a 

« 

3 

'5T 

•3 

QJ 

K 

sx. 

« 

a 

0 

kj 

«O 

e 

0 

CL 

^ 

Q> 

w 

s< 

<ÌJ 

ft 

<o 

>» 

OJ 

rC2 

*> 

*8 

O 

W 

Si 

.? 

« 

s. 

»»<> 

a 

* 

^ 

e 

s 

so 

Q3 

■  ^ 

s 

^O 

fc. 

e 

tì- 

ss 

£ 

.sì 

O 

rt 

Q 

* 

D 

O^ 

U 


•s  €  1 

2  -  ^ 

3    g  « 

&  sa  J3 

p   2  9 

J  .2  £ 

•**     y  3 

«    a  &« 

«  *P  "^ 

.£  3  ^ 

1 .2  « 


*3    eli 

CS      y 


0  s 

o  JS 

a  <a 

a>  a 

s  .5 

»  o 

*1  l 


co 


£  •- 


ce 


ci 


s  a 


.2  ra 

o  ~ 
a  o.is  « 
"fi    a    *•  =5 

•~     t,     y  H3 

2  l'I  u 

3     O   ,iì    ._ 

C*p  3  t. 

y    p         2 
*s    y    re    p 

!■«  s-s 

^•«  i  ss 

y     Ef   P     co 

U  «         CO 

«    e    3  \p 
g  —    o-  5 

'P     a>  £ 

2  o  -a  .g 

.»  o    "S    ì 


.5 

o  13  p 

C     -S  CU 

P    hH  3 


p    6    *"• 

3     co      Cu ( 

tots  ir 

£    p  -2 

■?    .P       co 


a       2 


ei  O 

P  -Q. 

J3  e* 

«  ca 

co  n3 

(0  y 

y  o 

2  co 


3,3     » 

p 


■S.a 
'I  « 

0  p 
^  8 

tu     p; 


.  ~a 


P   "Sé 


■a  S 

e 


-     y 

•5    £3 


S     Cu    A. 


-      O 

I   §  3 

«   §3 
§    o,  * 

y      «      > 

•"O   -P     o 

=  u.2 

.5.    o        O 

*  «  I 

o 

Ih 


y      U 

2  S 

te*. 
2    „ 

p  ^3 


Cu   Ù 

■e  *a 

G    trj 

e*  p 


o    p 
P    o 

il 

CO 

CO 


y     u 

CO        D4 

*y  X-     y 

y    ? 
*  .      J» 

S    E    o 

|  C-ra 


•-I  CN  «  ^  NM 


es     «     «     m. 


«   ve   o     o    òv^cooóo.t>. 

"<t  vf  in    (5    co   w     «     «    »o    (o 
^t  ^t  ^  ^  vt  vj"  w    io    m   vn 


D    O      m     fi    w    vt«1    ^      r>»<30 
COQOQOOodoQOQOCOQOOO 


58 
►4 


I 

CU 

o 

•8 

§ 


5    « 

O 

0* 


O 


6 

e    o 
°    e 


« 

o 

_2  .  Jf  -  ì  -  M 

O      M      <*£      t^ 

• 

ire  al- 

j 

■fi 

o 

g-  J  l  -a .- 

S    e 

Cd 

Cd 

a    m    S  ._    _r 

O    CO      rt      co      W 

"  -  's  ,;  '-3 

13          « 
o         ? 

CO       w 

s  ° 
•s  | 

"3 
ni 

2    5  •-    4    1    « 
1  -o  3   s   °  3 

1*    ed 

•E  > 

K 

'Cd 

o 

fi 

o 

co 

•a    fi    S  ca    *  '3 

,,      «      «      S      «    — 

L  «•  5    *  ^   S 

«     fi    ^    .*     3     3 

1*      «Ti    ^     ^   e 

•a     "^   «  ° 

"  <.^  s 

■r§«§ 
g  ^   iv  § 

5g  -s  -z  s 

4S  « 

«  41 

tei 
o 

'E 

5      «      O      ed      «J      5H 

^   -d   ns    3 

^      XBJ      'Ctì     ^ 

N     "oJ 
fi       fi 

0) 

fi 
o 

ed 

^.2    §    <u    o    a 

a.  .fc  -a  s  -  | 

O         U          ">          n-                      O 

e           o     £    o     <ì> 
B     ed     *     >  -«     « 

C    ,+J    ,+J    •£ 

5     o     o  13 

.2  a  s  « 

«     fi      3     tjj 

-a    fi    fi    cT 

2    &-■ 

«fi    a 

e  "* 

co       S 

0      OJ 

o 

,±i 

4)     S      *     3      fi    -Tj 

C    1— < 

o 

o 

ed 
01 

co 

o 

CO 
V 

.     m     D    <h-i     o   i-, 
-5   "fi   ni     cu     fi   S 

?  42    5  U    2    | 
8   S   o\2   g1  «j 

*   Sh   ^     a     s    2 

.*  1  *  i  1  •. 
8  3  -s  -s  i.  s 

§  £  .2  .* 

«     S     fi    § 

§  g  s  a 

■fi  45  JJ  "* 
o  ^         2 
fi  °.  °-  *« 

e  „  —    ep 
?n  «    «-1    ° 

42    S, 

*    5 
^    fi 

OJ       c 

«    S 

co 

^  5  -a  1  a  S 

5                °                 co       Ch 

S  .-.  .rt  ^ 
2    fi    c  ° 

^       fi          A         M 

.«     ««  ed 

««   «    0 

~  ^  fi 

0  '«»  .5 

V 

1 1 3  1  '5 1 

o    "*  "**■    « 

o 
H 

o     S    2  o 

5  ^  - 

«  •.   2 

va     fi 

3        g        |    S 
.3       S      1  3 

fi   fi 

fi                co 
O                h 

5 

***- 

^O     «     r>.    r> 

<s    xo     Ci 

Ci     •- 

o 

fcO 

W        kO           «            H 

cs      «      ~ 

M          « 

M 

H 

& 

vd- 

o   y*-    ai  •* 

«      Ci  00 

co      « 

«J 

l^.   C£>     tO        «      bO 

»o    io    o 

r^»    Ci 

<5 

iO 

vi   m   in    >n 

IO    io    io 

to    vo 

M 

C 

o     «-»     «    to 

vt  in    w 

r>  00 

te 

>■* 

CS       tN       tN       « 

«      «      e* 

«     n 

te 

00 

00     OD     00     00 

00   co   co 

co   co 

" 

'si 

5 

^ 

a 

^f 

R 

cn 

O 

o 

SS 

<u 

5. 

»s«i 

<ìi 

s 

ff 

"S 

«si 

s 

R 

8 

o 

•si 

^v 

"8 

s 

s 

s 

■si 

o 

■"■* 

<si 

V5 

a 

s»i* 

•si 

& 

"x 

Ci 

<S 

O 

•sì 

V 

h 

o 

SR 

5 

© 

ci, 


© 

O 

fri 

fH 

to 

p*| 

•si 

O 

o 

ir\ 

So 

« 

*Ù 

Si 

"■* 

o 

<b 

>-t 

^* 

Eh 

<v> 

CD 

*§ 

cu, 

© 

0H 

53 

C3^ 

fa 

N3 

a 

s 

s« 

IT) 

*SJ> 

J" 

•   — ■! 

*© 

Eh 
4-> 

O 

<D 

tì 

0 

<U 

< 

> 

D 

C3 

rt     3 


ss 


a  ti 

m    c 


n    rt 


E3     3     0>    E 

■s  <£  .2  c^s  ,5 

02  -r    ~  TI  ^  rq 


•È  5  2  £  « 


+3  C 


©    2  *J    cu  ,rt 

sa  E.  S>'3 


4=.o  £ 
rf  £  *" 


«  Js   5   «  _5 


£=:.•£  ^   o   e 


S  &  £  e  q;*S  *o  5  "°  * 

tic  4-    OD  aj  ^    rt    2  TJ    d    e 


0) 


<d     O 


M  '•£   fl  «    £  co   o  '$,  "■*  § 

"5  r3       e       S-'S       Ph 


rii 

o     I    ■« 

-  !   | 


COQOCOOCjOCi'-'-'-'kO  m 
<C  fl  m  q  a.^O  «  Ci  rveo  o 
Ci 


v-fOO^J-cO   fl   O   f»   «   o  co  k) 

co  co  eoo  c^  e.  o  -  c-.co>    o 

-  -  loo 


1  5  v±to    Ci  r>CO 

■a  !  5  Ito  e.»oao  CO 

I-te 


r^CO   C    r^CO 
Ciò  oo  co  V) 


li 


00  *0    «  sO 


vr  «  <N  o 
io  d  o  vo 


r>.  C  vj-vrt-  C  r»  *-   ^    ^  M- 
00  c  ^  co  r»co  t>oo  eoo 


co 


X)  co  co  co  co 


Ci  -    - 

oc.oo 


co 


CkOC  Gif  m  i>f)00  | 
o  «  >o  e.  r>^rio  oc  ^  I 
v^-co  vr  cs   es   -  to   -«         | 


00    | 


59 


B.S1 


oj  _c 


O 

oo  : 


X0-COOCNCSCO-^  | 
-  co  o  ce  o  vj-  r>co  X  I 
io  to  to   cs  to  to  io  ito  IO  to    I 


»o  >o  vn-co  co  rO  ^rm  ir.-    r>  | 
Ci  -  «O   O  v^-ìo   «  co    eco    I 

«    «WKÌ    «    «    «    n  CSI 


meo  «  e  ovj-*ooocooo    l 
io    r»io    r>io  CO   Ci  Ci  cs    Ci  1 


co 
oo 


«    «  kO  Vd-io  co    c~>00    e  o    « 

oocoooooo»~ 

OOOCOOOOOOOOQOOOOOOOOO 


6o 

Lodando  il  Testi  la  salubrità  di  Venezia  mette  innanzi 
agli  occhi  gli  ottuagenari  ed  i  nonagenarj  che  vi  si  trovano. 
Ma  il  Dott.  Federigo  (  1 3g)  fa  notare  come  il  citato  Au- 
tore non  abbia  calcolato  il  numero  grande  dei  bambini, 
che  muojono  dal  primo  giorno  di  nascita  fino  al  primo  an- 
no ec.  Muret  fa  vedere  (i4o)  che  di  venti  bambini  che 
nascono  in  montagna  uno  arriva  alli  ottantanni,  ed  in  una 
regione  paludosa  ve  ne  arriva  uno  in  trenta  o  trentasei. 
Condorcet  nella  Gazette  de  sanie  del  177 5  racconta  che 
verso  la  fine  del  XVII  e  principio  del  XVIII  secolo  il  Parla- 
mento di  Francia  avendo  fatta  ricerca  presso  una  parrochia 
posta  in  luogo  paludoso,  onde  accertarsi  di  un  accidente  av- 
venuto quarantanni  prima,  non  si  potè  trovare  alcun  indivi- 
duo che  ne  fosse  stato  testimonio.  Nella  Georgia,  nella  Virgi- 
nia, nell'Egitto  quelli  che  vivono  presso  le  acque  stagnanti 
non  oltrapassano  il  %o.m0  anno  (i40*  Johnson  crede  che 
l'età  media  nelFumido  delta  del  Gange  sia  generalmen- 
te di  un  ottavo  pid  corta,  che  in  Europa.  Ed  ivi  seconda 
Julius  (i42)  raro  è  trovare  un  uomo  che  arrivi  ai  sessan- 
tanni. Di  più  Jackson  dice,  che  a  Peterborough  nella  Vir- 
ginia un  indigeno  non  giunge,  che  di  rado  al  2i.rao  anno. 
L'abate  Rozier  (i43)  assicura  che  nella  Bassa-Brettagna 
l'età  pili  avanzata,  a  cui:  possa  giungere  un'uomo  è  quella 
di  cinquant' anni. 

Secondo  il  sig.  marchese  di  Condorcet 


Nelle 
Parrochie 
paludose 

La  vita  media 
dell'uomo  è 

16% 

La  vita  media 
della  donna  è 

19  v4 

La  vita  media 

comune 

18 

Nelle 

Parrochie 

non  paludose 

22  3/4 

23  74 

23 

§1 

A  Montpellier,  città  celebre  per  il  suo  clima  salubre, 
secondo  Mourgues  è  la  vita  media 


Dell'uomo    Della  donna 
anni     24       anni     28 
mesi       3       mesi       3 
giorni  1 5  V3  giorni  28  % 


Termine  medio 
26  anni,  3  mesi,  20  giorni  3/7 


Rilevò  il  sig,  Muret  clie  su  quarantatre  Parrochie  dei 
Distretto  di  Vaud ,  che  è  considerato  come  il  pia  salubre 
d'Europa,  la  metà  degli  abitanti  arriva  all'età  di  qua-» 
rant'  anni. 

Secondo  Riccardo  Price  (  1 44) Sl  conta 

nel  paese  di  Vaud  1  vecchio  di  80  anni  su  21  Va  persone 


a  Montpellier  .  .  1 
nella  Marca  di  Bran- 
debourg  .  .  j 
a  Breslavia  .  .  .  1 
a  Berlino  ,  .  .  .  1 
a  Parigi  .  :  ♦  .  .  1 
a  Londra  .  .  .  .  1 
a  Vienna  .  .  .  .  1 
a  Madrid  .  .  .  .  1 
in  Provenza  .  .  .  1 
nei  luoghi  paludosi  1 


))  i5  % 
»  22  Ya 

a  36  — 
»  37  -— 
»  39  — 

»  4°  — 

»  4j  — 
»  4'  'A 

»  i3o  — » 
6000  — 


6% 

TAVOLA 

indicante  il  numero  degli  individui  di  60  anni  e  più, 
che  esistono  su  mille  abitanti  (del  sig,  de  Condorcet^. 


Numero  di  sessagenarj  e  più 
su  mille  abitanti 


iù  I 

2 


poste  in  riva  all' Oise 
sull'alto  piano 
non  paludose 
paludose 

In  somma,  dice  Julia  (i45),  è  dimostrato  dall'osserva- 
zione e  dal  calcolo  che  nei  luoghi  paludosi  il  termine 
medio  della  vita  è  da  cinque  a  sei  anni  pia  corto  che  nei 
luoghi  asciutti. 

N 

Quadro  tolto  dall'opera  sulle  Marcite  del  sig.  avv.  Beerà, 
da  cui  risulta  la  proporzione  in  cui  stanno  i  morti  ai  nati* 


Negli 
Anni 

In  cinque  distretti 

Nel  Distr.  X 

OSSERVAZIONE 

asci   tti 

adacquati 

a  risaia 

Nati 

io3o8 
10059 
io456 

I  Il52 

10091 
10754 

Morti 

Nati 
2922 
544o 
5o43 

5i5o 
5784 
325o 

Morti 
2855 

5o47 
3559 

2557 

25ll 

2566 

Nati 

Morti 

1816 
1817 
1818 

1819 
1820 
1821 

854o 

9I09 
7600 

7663 

8io5 
85i8 

525 
529 

522 
549 

54  r 
54i 

852 

979 

556 

459 
555 
527 

Si   farebbe  de- 
siderato in  questo 
Quadro  il  numero 
de'  rispettivi  abi- | 
tanti. 

Dott.  Gapsoni. 

Sten 
i  morti 
come  2 

no 

li  nati 
>a  3a 

Sta 
i  morti 
come  2 

ino 

ai  nati 
5  a  3i 

Sta 
i  morti 
come  1 

nno 
ai  nati 
6  a  i3 

63 
Bossi  nella  Statisticjue  du  Departement  de  l'Airi  per 
rilevare  meglio  V  influenza  delle  località  sulle  morti,  sui 
matrimonj  e  sulle  nascite  divise  il  suddetto  Dipartimento 
in  quattro  parti  e  dietro  i  documenti  degli  anni  1802 
i8o3  e  1804  ebbe  i  seguenti  risultati: 


Una 

Una 

Un 

nascita 

morte 

matrimonio 

annua  su 

annua  su 

annuo  su 

Comuni  di  montagna 

34,8abit. 

38,3  abit. 

1 79  abitanti 

»     di  riviera 

28,8    » 

26,6      5> 

i45      » 

»     di  pianura 

27,5    » 

24,6      » 

i35      » 

»     di  paese  paludoso 

26, 1    » 

20, 8     » 

107      » 

In  un  paese  X  che  sempre  aveva  a  ragione  goduta  la 
fama  di  salubre  od  ove  soltanto  si  contavano  tra  le  malat- 
tie popolari  (nelle  stagioni  loro  opportune)  le  infiamma- 
zioni polmonari,  le  dissenterie,  la  pellagra  e  sue  conse- 
guenze, non  mai  le  febbri  intermittenti,  le  quali  appena 
servivano  a  castigo  di  colui  che  i  propri  salubri  campi  ab- 
bandonando per  speranza  di  maggior  guadagno,  portavasi 
ai  lavori  delle  risaje,  in  tal  paese,  dico ,  più  per  diletto  di 
una  singolare  coltivazione,  che  da  viste  d'interesse,  si  pen- 
sò a  giovarsi  di  una  raccolta  d'acqua  di  pioggia  per  stabi- 
lire una  piccola  risaja  6u  di  un  terreno  argilloso  a  nessuna 
coltura  sottoposto.  Ma  subito  una  malattia  epidemico-mia- 
smatica  si  sviluppò  avente  tutti  i  caratteri  di  una  remit- 
tente ed  intermittente  grave  e  pertinacissima ,  ed  il  cui 
esito  si  rileva  dal  Quadro  L  contrapposto  all'altro  I.  Un 
caso  analogo  vien  riferito  dal  Dott.  Facheris. 

«  Una  risaja  venne  allestita  sono  sei  anni,  scrive  egli,  in 
qualche  distanza  da  Malpaga.  Neil*  estate  dell'  anno  sua- 


64 

seguente  vi  scoppiò  una  tale  endemìa  di  febbri  periodiche 
perniciose ,  che  i  circostanti  villaggi  ne  furono  a  un  trat-» 
to  compresi  e  molti  di  que*  contadini  ne  rimasero  vittima. 
Assicurata  la  cospicua  famiglia  posseditrice  della  risaja 
suddetta  dipendere  da  essa  sola  le  insorte  febbri ,  non  ne 
ebbe  appena  variato  1*  economico  uso  del  terreno  che  piti 
non  ricomparvero  in  progresso  i  consueti  malori  »  (1^6). 
Ma  se  si  ammette  (dietro  però  le  asserzioni  deisig.  in- 
gegnere Rocchetti,  poiché  così  non  risulta  dalle  prodotte, 
mie  ricerche),  che  una  mortalità  uguale  avvenga  sì  nei 
luoghi  a  risaja  0  paludosi,  che  negli  asciutti,  si  deve  riflet- 
tere, che  qualora  quelli  sieno  abitualmente  paludosi  0  usati 
a  tale  coltivazione  tutto  il  danno  non  viene  espresso  dal 
numero  de*  morti  avvenuto  sul  sito ,  giacché  gli  abitanti, 
che  vi  vivono,  acquistano  sino  a  certo  punto  dall'abitudine, 
se  non  una  insensibilità  a  provarne  il  danno,  almeno  una 
eerta  vantaggiosa  tolleranza  all'azione  del  miasma  palu- 
stre, e  perciò  possono  alcuni  (non  molti)  campare  anche 
una  lunga  vita  in  mezzo  ad  essi  (i47)>  non  meno  che  in 
carceri  ed  in  umide  caverne.  Invece ,  il  maggior  numero, 
che  viene  offeso  da  questo  terribile  fomite  morboso  è  quel- 
lo de'  forestieri  e  per  tali  sono  da  considerarsi  gli  abitanti 
dell' Alto-Novarese ,  dei  Biellese,  dell'Alto-Milanese, 
delli  Appennini  liguri,  piacentini,  e  parmigiani,  i  quali 
se  non  discendessero  nel  Basso-Novarese,  nella  Lumellina, 
nel  Basso-Milanese,  nel  Cremonese,  nel  Lodigiano  fareb- 
bero a  meno  di  ritornare  alle  loro  famiglie  quasi  tutti  pre- 
si dalla  malattia  delle  basse,  la  quale  oltre  il  danneggiare 
anche  per  molti  mesi  alla  loro  economia  domestica  colla 
cessazione  del  lavoro,  e  colla  spesa  di  cura,  li  fa  penare  a 
lungo  e  finalmente,  cagionando  loro  la  morte,  cagiona  un, 


6S 

aumento  nella  mortalità  delle  loro  Parrochie,  norv  già  in 
quella  de*  luoghi  ove  assorbirono  il  fatale  veleno.  Questo 
è  un  fatto  che  verificasi  pure  nelle  montagne  delle  Ca- 
labrie, e  dello  stato  Pontificio,  e  può  venir  dimostrato  dal 
Quadro  M.  E  se  la  mortalità  generale  di  questa  malattia 
tra  noi  ed  a  giorni  nostri,  è  poca  (i48)>  qualora  la  confron- 
tiamo con  quella  di  altre;  essa  però  non  è  nulla  e  può  ve- 
nire comprovata  dagli  Spedali,  i  quali  servirebbero  pure  a 
dimostrare  il  danno  che  nella  relativa  stagione  apportano 
all'interesse  de' luoghi  pii  i  numerosi  ammalati  di  tale 
specie  col  venire ,  e  ripetutamente  ritornare  ad  ingom- 
brarli (i49)« 

La  fatica  del  sig.  cav.  Angeli  (i5o)  per  dimostrare  che 
r  acqua  delle  ben  costrutte  risaje  non  è  ne  in  parte  né 
tutta  stagnante,  ma  che  é  corrente  e  cangiasi  tutta ,  sem- 
brami affatto  gettata,  poiché  le  malefiche  esalazioni  delle 
risaje ,  non  succedono  ,  allorché  sono  coperte  dall'  acqua  , 
ma  bensì  quando  questa  viene  tolta,  e  il  suolo  resta  se  non 
che  semplicemente  inzuppato.  Le  leggi  idrauliche  chia- 
mate in  soccorso  dal  sig.  Cavaliere  sono  matematicamente 
vere,  quanto  sono  veri  in  fatto  i  tristi  effetti  cagionati  da 
queste  artefatte  paludi.  Deboli  anzi  insussistenti  sono  poi 
altre  ragioni  (i5i)  alle  quali  Y  Autore  si  appoggia  per 
sostenere  il  suo  assunto:  p.  e.  ammette  che  uopo  la  mieti- 
tura del  riso  non  restano  piante  palustri,  né  radici  che  in- 
fracidiscono,  poiché,  come  egli  dice,  ogni  erba  viene  svelta 
dal  suolo  prima  della  seminagione  del  riso.  Ma  se,  poscia- 
chè  in  tal  modo  è  nettato  il  terreno,  nasce  il  riso,  perché, 
chiedo  io,  non  potranno  ugualmente  nascere,  crescere, 
maturare ,  perire  e  infracidila  altre  erbe  indigene  e  di 
vita  annuale,  i  cui  semi  sono  nascosti  nel  terreno,  ed  allo 

5 


66 

sviluppo  de'  quali  la  presenza  dell'  acqua  è,  quanto  a  quel 
esotico  cereale,  favorevole  ?  Non  occorre  egli  frequente  il 
bisogno  di  far  mondare  il  riso,  mentre  vegeta,  dalle  erbe  che 
lo  ingombrano  ?  non  offresi  agli  occhi  di  chiunque  coperto 
di  rimasuglj  vegetabili  il  fangoso  suolo,  posciachè  si  è  mie- 
tuto il  riso  ?  Credendo  FAutore  al  principio  già  professato 
da  Pringle,  che  un  suolo  paludoso  perda  della  sua  malefica 
potenza  col  ricoprirsi  d'acqua,  la  quale  assorbe  il  gas  mefi- 
tico,  applica  questo  principio  alle  risaje,  le  quali  in  tal 
modo,'  come  supponevi,  perdono  ogni  insalubrità.  Ma  poi- 
ché è  falsa  la  presenza  del  gas  mefitico,  e  falso  il  di  lui 
assorbimento  per  parte  dell'  acqua,  non  sarà  ella  parimente 
falsa  questa  teoria  di  risanamento  ?  non  6arà  egli  caduto 
anche  questo  puntello  alla  singolare  opinione  dell'  Auto- 
re ?  Egli  è  incontrastabile,  che  l'allagamento  può  far  per- 
dere ad  una  palude  la  sua  malsania,  ma  altre  ne  sono  le 
cagioni,  come  si  vedrà  in  seguito.  Forse  la  difesa  di  questa 
tesi,  piuttosto  che  una  veritiera  confessione  de'  propr j  sen- 
timenti, fu  un'esperimento  di  acutezza  e  di  diatetica ,  ed 
a  un  tale  giudizio  mi  spinge  la  confidenza  in  cui  tengo  il 
buon  senso  del  quale  l'Autore,  come  medico,  deve  essere 
fornito,  non  che  ciò ,  che  trovai  annunziato  nel  Giornale 
di  Medicina  pratica  del  prof.  Brera,  avere,  cioè,  il  cav. 
Angeli,  in  certa  Memoria,  mostrato  all'evidenza  ì  danni 
di  altre  risaje  (102). 

Nel  mentre  che  io  non  nego  la  grande  comparativa  uti- 
lità della  coltivazione  del  riso  sotto  l' aspetto  economico , 
nel  mentre  che  riconosco  la  eminente  facoltà  nutritiva,  la 
bontà  e  la  salubrità  di  questo  cereale,  che 

Condendolo  così,  che  in  cento  e  cent® 


67 
Usi  del  vitto  umano,  e  in  varie  guise 
Con  l'aita  del  sole,  e  di  sals'onde 
Di  aromati ,  di  fiamma  a  Y  uom  divenne 
Medicina,  ristor,  bevanda  e  cibo  (i  53) ; 

non  posso  però  che  compiangere  l' indubitato  sacrifizio 
che  esso  richiede  dell'  altrui  salute.  Senza  pretendere  né 
di  bandirlo,  ne  di  amatenizzarlo,  dirò  soltanto  ch'egli  è 
desiderabile,  che  la  legge  vigili ,  onde  dalle  città  e  dagli 
abitati  vengano  sufficientemente  allontanate  le  risaje  e 
con  cuore  materno  impedisca,  che  taluno  o  per  inesperien- 
za, o  per  proprio  vantaggio  attenti  alla  vita  di  tanti  citta- 
dini: e  eh'  egli  è  del  pari  desiderabile  che  con  premi  e 
distinzioni  si  animino  gli  agronomi  a  possibilmente  toglie- 
re e  modificare  quelle  circostanze  dalle  quali  deriva  il 
danno. 

Non  devesi  però  negare,  che  talora  lo  stabilimento  di 
certe  risaje  possa  avere  una  utilità  locale  relativa ,  cioè 
possa  togliere  il  maggior  danno,  che  quasi  tutto  l' anno  ar- 
recavano immonde  ed  insalubri  paludi  colle  loro  pessime 
esalazioni.  A  tal  riguardo  le  risaje  che  furono  introdotte 
dopo  il  principio  dello  scorso  secolo  nel  Temeswar  sono  da 
considerarsi  assai  meno  nocive,  che  le  paludi,  che  infetta- 
vano da  prima  quei  luoghi.  Così  quel  tratto  di  paese,  che 
sta  tra  1'  Agogna  e  la  Sesia  ove  non  vi  erano  e  non  vi  po- 
trebbero essere  che  dannose  paludi  secondo  il  Caroelli , 
sono  assai  utilmente  coltivate  a  riso  (i  54)-  H  Bevilacqua 
si  doleva  (i55),  è  vero;  della  smania  di  tutti  ridurrei  ter- 
reni a  risaja,  ma  in  proposito  faceva  eccezione  pei  paesi 
vallivi,  zerbidi  ed  incolti,  che  trovava  meno  dannosi  nello 
stato  di  risaja  che  in  quello  di  paludi  o  di  novali*  Gioja 


68 

(i  56)  fa  osservare  «che  l'influsso  nocivo  dei  terreni  pa- 
ludosi non  d'altro  prodotto  suscettibili  che  di  riso,  sarebbe 
maggiore,  ee  rimanessero  incolti.  »  Parlando  il  sig.  Che- 
rubini (157)  delle  risaje  del  Distretto  di  Ostiglia  nella 
Provincia  di  Mantova  soggiunge.  «  Di  queste  risaje  che  per 
la  coltivazione  loro  sogliono  essere  in  ogni  parte  del  mon- 
do nocive  all'  umana  salute ,  può  dirsi ,  che  siano  qui  ne- 
gativamente utili  ad  essa,  giacche  essendo  vallivo  e  palu- 
doso per  se  stesso  il  terreno,  in  cui  esse  ritrovansi,  ai  dan- 
nosissimi efflluvj  delle  paludi  incolte,  che  ivi  sarebbero, 
sono  sottentrati  gli  assai  meno  dannosi  della  regolata  col- 
tivazione del  riso.  »  Cosi  certo  Dott.  L.  A.  che  nel  1 790 
ha  pubblicato  una  Memoria  sulle  risaje,  non  toglie  a  que- 
ste la  taccia  di  essere  dannose  ma  dimostra,  che  lo  sono 
meno  delle  paludi  delle  valli.  E  il  sig.  B.  de  Humboldt 
accennando  la  coltivazione  del  riso  nel  delta  formato  dai 
fiumi  Alvarado,  S.  Juan  e  Guasaicualco  dice  che  «  non  si 
può  temere  che  dalla  irrigazione  delle  risaje  venga  ad  ac- 
crescersi T  insalubrità  di  un  paese  che  è  già  ripieno  di 
paludi  e  di  pozzanghere  »  (i58).  Dello  stesso  parere  si 
mostra  il  celebre  Melchiorre  Delfico  parlando  della  colti- 
vazione dei  riso  nella  Provincia  napoletana  di  Teramo. 

Ma  le  risaje  della  Bassa-Lombardia  sono  le  sole  dan- 
nose ?  Le  risaje  delle  altre  parti  del  mondo ,  se  sono  no** 
cive,  cagionano  altre  malattie  ? 

Sulle  rive  del  Gange  le  risaje  producono  febbri  per- 
niciosissime ogni  anno,  e  nel  1771  queste  regnarono  in 
modo,  che  un  milione  di  abitanti  ne  fu  vittima  (159), 
Nelle  persiane  provincie  di  Luristan  0  Kurestan  le  risaje 
concorrono  all'  insalubrità  del  clima  e  dei  luoghi  che  stan- 
no intorno  agli  avanzi  dell'antica  residenza  dei  Re,  la 
città  di  Susa  (160). 


Quando  i  numerosi  ed  attivi  Egizi  lavoravano  il  suolo, 
spurgavano  i  fossi ,  davano  corso  alle  acque ,  l'Egitto  era 
salubre  assai  più  che  dopo  V  invasione  degli  Arabi  guer- 
rieri e  dei  Turchi  indolenti.  Quando  poi  dice  Paw  (161) 
ivi  si  coltivò  il  riso  in  modo  di  asportarne  quattrocento 
mila  sacchi,  si  generò  un'infinità  di  malattie  (162),  il 
dominio  per  altro  presso  che  costante,  che  per  tanti  motivi 
ha  la  peste  in  questi  luoghi  fece  sì  che ,  rivolto  Y  occhio 
del  viaggiatore  a  quella  terribile  malattia ,  le  febbri  pro- 
dotte dalle  risaje ,  0  non  fossero  calcolate  0  per  cosi  dire 
confuse  nelle  epidemie  e  nelle  febbri  pestilenziali.  È  però 
da  osservare,  quanto  dice  Sonnini,  cioè,  (i63)  non  aversi 
nel  Basso-Egitto  dalla  coltivazione  del  riso  i  danni  soliti, 
atteso ,  che  dominano  ivi  forti  venti ,  e  il  suolo  veramente 
non  è  per  se  paludoso ,  né  viene  tenuto  tale  scorrendovi 
acqua  di  fiume  e  facendola  poi  scolare  quando  non  fa  più 
bisogno.  Inoltre,  tolto  il  riso,  succede  un  tapeto  di  verdura, 
che  assorbe  ogni  umidità,  e  deve  essere  salubre. 

Nelle  basse  pianure  dell'Ungheria  e  nel  Bannato ,  ove 
coltivasi  riso  dominano  le  febbri  intermittenti  e  lo  scor- 
buto. 

Il  sig.  Pouqueville  dice  (i64)  che  le  emanazioni  delle 
risaje  del  vallone  d'  Argo  sono  dannose  agli  abitanti. 
«Appena  uno  straniero  va  a  fissarsi  a  Napoli  di  Romania, 
posto  sulla  viva  orientale  del  golfo  d' Argo  ei  paga  il  tri- 
buto della  quartana ,  da  cui  non  vanno  esenti  gli  abitanti 
medesimi,  A  vederli  tinti  di  giallo ,  con  gozzi  e  malattie 
scrofolose,  si  può  giudicare  dell'aria  e  della  sua  maligna 
influenza.  Quindi  è  che  generalmente  a  Napoli ,  e  in 
tutta  la  valle  d'Argo  gli  abitanti  hanno  il  ventre  obeso,  ed 
i  visceri  addominali  sono  sovente  ingorgati.  Il  sistema  lin- 


7° 

fatico  predominante  fa,  che  trovisi  qualche  persona  affetta 
da  elefantiasi,  ed  un  gran  numero  d'  idropici.  »  Lo  stesso 
dicasi  pure  dei  contorni  d'Aita  in  Albania  (r65). 

Dopo  il  principio  del  Secolo  XVIII,  epoca  in  cui  si 
estese  la  coltivazione  del  riso  alla  Carolina  meridionale  , 
il  clima  divenne  insalubre  e  le  febbri  intermittenti  ven- 
nero ad  accrescere  infinitamente  Y  infelicità  dei  negri  che 
si  destinano  a  coltivarlo  (166).  Così  risaje  e  febbri  inter- 
mittenti trovansi  nella  Virginia,  nella  Luigiana,  nel  ba- 
cino del  Mississippi.  Anche  a  mezzodì  della  linea  equato- 
riale troviamo,  che  alla  Colombia  nella  Provincia  di  Soc- 
corro, ove,  oltre  la  canna  da  zucchero  ed  il  cotone ,  colti- 
vasi il  riso ,  dominano  il  gozzo  e  le  febbri  intermittenti 
alle  quali  nei  vecchi  tengono  dietro  le  idropisie  (167). 
Così  è  pure  a  Santo  nella  Provincia  brasiliana  di  S.  Pao- 
lo (168). 

In  mezzo  a  quel  poco  che  si  sa  dell'Affrica  troviamo , 
che  lo  stabilimento  di  Albreda  otto  leghe  circa  dali'imboc* 
catura  del  Gambia  e  le  sue  vicinanze ,  sono  malsane  per 
le  risaje,  ciò  che  è  pure  della  Casamania  (169). 

descrivendo  il  signor  Bally  (170)  la  pianura  di  Va- 
lenza in  Spagna ,  ove  vi  sono  trenta  0  quaranta  mila  ju- 
geri  di  terreno  coltivato  a  risaja,  dice:  «  Lo  stato  misera- 
bile degli  abitatori  delle  Huertas  (foreste  di  gelsi,  di  aranci, 
di  olivi,  di  carrubbii  che  circondano  varj  bei  villaggi  e 
magnifici  conventi  )  pub  anche  dirsi  sopportabile  confron- 
tato a  quello  della  popolazione  delle  risaje  :  i  primi  alme- 
no gioiscono  di  una  salute  vigorosa ,  mantenuta  dalla  loro 
sobrietà  e  da  un  buon  umore  inalterabile:  ma  la  miseria 
dei  coltivatori  delle  rive  dell'  Albufera  è  aggravata  an- 
cora dalle  malattie  cagionate  dalle  emanazioni  malsane 


7* 
delle  paludi  in  mezzo  alle  quali  vivono:  eppure  essi  hanno 
la  medesima  rassegnazione,  essendo  persuasi,  che  un  cani* 
biamento  nella  loro  situazione  è  cosa  impossibile.  » 

Anche  in  una  recente  lettera  di  Spagna  del  28  maggio 
1837  (Journ.  des  dèbats  etc.  2 3  Juillet)  ove  si  de- 
scrive la  huerta  di  Valenza  si  legge:  «  Di  tempo  in  tempo, 
specialmente  sul  pendio  del  Xujar  si  vedono  campi  inon- 
dati che  formano  specie  di  lagune;  sono  risaje  che  infeli- 
cemente compensano,  ed  al  di  là,  coll'insalubrità  delle 
esalazioni,  che  spandono,  le  risorse  di  cui  arricchiscono  il 
paese...  Questo  paese  sì  bello  all'occhio,  sì  seducente  per 
la  verdura  e  per  l'abbondanza  è  appestato  dalle  acque,  le 
cui  esalazioni  miste  ai  vapori ,  che  il  sole  attira  continua- 
mente da  quel  suolo  umido  5  producono  febbri  perniciose. 
Su  49 io  ammalati  ricevuti  nel  i83o  negli  spedali  di  Va- 
lenza ,  tre  quarti  avevano  tali  febbri  e  la  mortalità  sulla 
cifra  de'  febbricitanti  fu  di  un  quinto.  Il  labrador,  0  abi- 
tante della  campagna,  ha  il  volto  terreo,  l'occhio  languido: 
la  sua  fisionomia  è  melanconica  e  senza  espressione.  » 

I  fatti  da  me  in  questo  capo  riferiti ,  sembranmi  sof- 
ficienti a  dimostrare  essere  fondata  la  taccia  d'insalubrità , 
che  ovunque  si  è  data  alla  coltivazione  del  riso  (171). 

CAPO    V. 

Continuazione  dello  stesso  argomento.  E  in  partico- 
lare dei  fontanili  milanesi  e  della  macerazione  della 
canapa  e  del  lino. 

Eccoci  da  prima  ad  un'  altra  fonte  abbondante  di  prin- 
cipi pregiudiciali  alla  salute  nella  Provincia  di  Milano,  e 


7* 

sulla  quale  credo  non  siasi  ancora  fermato  lo  sguardo  in 

tal  proposito. 

I.  La  pendenza  del  suolo  lombardo  verso  Sud  e  Sud-Est 
e  le  acque  che  per  esso  scorrono  sotterranee,  tenendo  pure 
la  stessa  direzione,  hanno  suggerito  agli  agronomi  milane- 
si (onde  ottenere  mezzo  d*  irrigazione  sempre  maggiore  e 
coltivare  generi  più  utili)  di  scavare  recipienti  più  o  meno 
vasti ,  più  o  meno  profondi ,  i  quali  chiamar  potrebbonsi 
pozzi ,  ma  che  aperti  essendo  al  loro  fondo  verso  Sud  e 
Sud-Est  e  lasciando  scorrere  continuamente  (se  la  polla 
non  esiccasi)  le  acque  sulle  inferiori  campagne,  diconsi 
fontanili  (172).  Per  avere  uno  di  questi  al  fine  di  irri- 
gare un  tratto  di  asciutto  terreno,  si  scieglie  la  di  lui  parte 
più  settentrionale:  Ed  ove  si  sa  esistere  superficiali  sorgen- 
ti, ivi  si  scava  allora  la  così  detta  testa  del  fontanile ,  cui 
si  dà  ordinariamente  la  figura  di  una  racchetta,  ed  un'e- 
stensione più  0  meno  grande  a  norma  della  quantità  mag- 
giore 0  minore  d'acqua  che  si  vuole  ottenere.  Nel  fondo, 
ove  vedesi  zampillare  l'acqua,  si  seppelliscono  perpen- 
dicolarmente dei  tini  senza  fondo  alti  da  cinque  a  sei  pie- 
di, più  larghi  al  basso,  che  all'alto.  All'orlo  superiore 
di  questi  altrettanti  pozzi  ed  alla  parte,  che  riguarda  il  ca- 
nale si  fa  un*  incavatura,  per  la  quale  possa  scorrere  l'ac- 
qua. Di  tali  tini  si  pone  un  numero  proporzionato  all'  e- 
stensione  della  testa.  Ne  solamente  si  vede  sorgere  l'ac- 
qua dal  fondo,  ma  questa  scaturisce  talora  anche  dalle 
sponde,  le  quali  come  verrebbero  facilmente  a  franare,  si 
sostengono  con  assi  0  travi ,  oppure  con  pareti  di  muro  0 
cubi  di  pudinga  (chiamato  ceppo)  che  danno  a  tali  pareti 
V  aspetto  di  mura  ciclopee  ;  questo  laghetto  artificiale  si 
fa  scaricare  per  mezzo  dell'  asta,  la  quale  si  prolunga  nel 


eanale ,  cbe  prendendo  la  direzione  de'  luoghi  piti  bassi 
conduce  le  acque  alle  inferiori  campagne.  Se  si  eccettui 
il  fontanile  di  Casa  Borromeo  a  Giussano  lontano  dieci- 
sette miglia  da  Milano ,  quello  della  Casa  Annoni  presso 
Greco  alla  sinistra  della  Regia  strada  che  conduce  a 
Monza,  quello  a  Geranzano  pochi  passi  lontano  dalla  Re- 
gia strada  di  Varese ,  ed  altro  a  mezzodì  di  questo  villag- 
gio vicino  all'  antica  Chiesa  di  S.  Giacomo,  lo  spazio  terri- 
toriale della  Lombardia ,  o  per  parlare  più  precisamente , 
delle  vicinanze  di  Milano ,  ove  sono  in  grande  quantità  i 
fontanili,  può  essere  rinchiuso  da  una  linea  semicircola- 
re che,  partendo  ad  otto  miglia  circa  da  Milano  dalla  sini- 
stra sponda  del  Naviglio  Grande ,  tagliasse  la  R.egia  stra- 
da Vercellina  superiormente  a  San  Pietro  all'Olmo,  ascen- 
desse passando  la  Regia  strada  del  Sempione  poco  oltre 
Rho,  indi  attraversando  la  Regia  strada  di  Varese  alla  Tor- 
retta vicino  a  Castellazzo-Arconate,  terminasse  incontran- 
do la  Regia  strada  di  Como  sotto  Cascina  Amata. 

Comunque  Y  idea  di  acqua  corrente  propria  ai  fonta- 
nili male  si  combini  con  quella  d'  insalubrità,  il  fatto  però 
prova  pur  troppo  il  danno  eh*  essi ,  producendo  le  febbri 
intermittenti,  arrecano  a  chi  vi  abita  vicino. 

La  trista  influenza  dei  medesimi  si  affaccia  a  chiunque 
al  solo  osservare,  come  sotto  una  linea  stessa  parallela  al- 
l' equatore  sieno  infestati  dalle  suddette  febbri  a  setten- 
trione Castellazzo-Arconate ,  Cascina  Traversagna  frazio- 
ne dei  Comuni  di  Senago  e  di  Bollate  ed  Arese,  luoghi 
tutti  che  hanno  a  se  vicini  i  fontanili ,  e  ne  vadano  imuni 
(perchè  da  questi  lontani)  a  ponente  Passirana  e  Barba- 
jana,  a  levante  Cusano,  Cormano  e  Paderno  quantunque 
villaggi  posti  più  al  mezzodì  e  che  spetterebbero  quasi  ai 


74 . 

paesi  della  bassa.  Lo  stesso  dicasi  di  Cornaredo ,  di  Pre- 
gnana  e  di  Rho  assaissimo  più  salubri  di  Terrazzano ,  di 
Mazzo,  di  Pantanedo,  i  quali  sono  assai  più  alti  dei  tre  pri- 
mi, ma  sono  insalubri  avendo  fontanili  in  vicinanza. 

A  quanto  ho  qui  asserito  sulla  emanazione  malefica 
de* fontanili  sembrerebbe  fare  eccezione  quello  in  Rho 
ove  dicesi  al  Pasque,  che  non  può  incolparsi  di  arrecare 
sensibile  danno  agli  abitanti,  che  vi  sono  vicini;  ma  osser- 
visi, che  a  cangiare  il  di  lui  modo  di  essere  ed  a  moderar- 
ne T  insalubrità  concorre  il  torrente  Lura,  che  appunto 
mette  foce  con  ampio  tributo  di  sabbia  quarzosa  nella  di 
lui  testa.  Questa  circostanza  soltanto  formerebbe  la  ecce- 
zione, poiché  io  ho  veduto  invece  venire  presa  dalla  ma- 
lattia in  discorso  ed  assai  pertinacemente  tutta  una  fami- 
glia nella  prima  state  (quella  del  1829),  in  cui  si  traspor- 
tò ad  abitare  presso  il  temporario  fontanile  che  sta  fuori 
d' Origgio,  villaggio  situato  in  luogo  salubre  della  Provin- 
cia di  Milano  e  da  ben  altra  malattia  dominalo  fuorché 
dalle  febbri  paludose. 

Il  cambiamento,  rispetto  alla  salubrità,  avvenuto  in  certi 
luoghi  appunto  della  Provincia  milanese,  devesi  attribuire 
agli  fontanili,  che  vi  si  scavarono;  per  esempio,  noi  sappia- 
mo (173)  che  il  Petrarca  amava  vivere  alla  sua  villa 
presso  Milano,  cui  diede  il  nome  di  Linterno  in  memoria 
del  Linternum  di  Scipione  Affricano,  ed  al  presente  la 
stessa,  ridotta  a  rustica  abitazione,  più  forse  per  l'aria  sua 
insalubre,  che  per  corruzione  di  lingua  chiamasi  V Inferno: 
Sappiamo  altresì,  che  entro  il  semicerchio  da  me  tracciato 
esistevano  anticamente  Monasteri  delle  più  celebrate  so- 
cietà religiose ,  ed  anche  ville  delle  più  illustri  famiglie 
della  capitale,  ed  infatti  un  antico  e  civile  palazzo  detto 


75 
Mazzino  alla  sinistra  della  strada  del  Sempione  che  con- 
duce a  Milano,  da  cui  dista  circa  sette  miglia,  ora  è  affat- 
to abbandonato  per  il  danno,  che  suole  arrecare  il  fonta- 
nile, che  vi  sta  vicinissimo.  Sulla  pessima  influenza,  ossia 
sulla  proprietà  de'  fontanili  lombardi  a  generare  le  febbri 
intermittenti  io  sono  abbastanza  convinto,  e  spero  lo  potrà 
essere  chiunque  si  porti  ad  osservare  la  cosa  in  luogo:  ve- 
drà egli  come  non  le  loro  acque  bevute  siano  V  origine 
della  malattia,  poiché  coloro  che  vi  abitano  al  dissopra , 
cioè  al  nord,  purché  non  molto  ne  siano  distanti ,  ne  ven- 
gano presi  ugualmente;  sentirà  come  sinistramente  decla- 
mano i  vicini,  che  non  ne  bevono  pur  goccia,  e  potrà  for~ 
s'anco  ei  stesso  provarne  i  tristi  effetti.  Ma  delle  cagioni 
di  ciò  si  parlerà  a  piti  opportuno  luogo. 

II.  In  un  paese  tra  i  cui  migliori  ed  abbondanti  prodotti 
si  annovera  il  lino,  e  in  qualche  parte  anche  la  canape, 
ben  certi  si  può  essere  di  trovare  un*  ampia  fonte  di  mia- 
sma paludoso  nella  macerazione,  che  si  fa  subire  a  queste 
piante,  onde  ridurle  al  comune  uso  cui  sono  destinate.  La 
realtà  di  un  tal  danno  è  stata  confermata  dall' osservazio- 
ne di  tutti  i  tempi.  Già  Avicenna  aveva  detto  (174)  che 
«  tra  le  cagioni  capaci  di  generare  putredine  dovevasi  an- 
noverare l'aria  degli  stagni  e  di  que' luoghi  ne*  quali  si 
macerano  il  lino  e  l' asfalto.  » 

Il  Lancisi  destina  un  capitolo  della  celebre  sua  Opera 
(1  7'5)  appositamente  a  dimostrare  la  trista  influenza  di  tale 
macerazione,  e  dopo  avere  enumerati  tutti  gli  autori  (176), 
che  la  confermano,  attribuendo  ad  essa  V  origine  non  solo 
delle  febbri  pestilenziali,  ma  altresì  della  stessa  peste,  ag- 
giunge quanto  la  stessa  sua  sperienza  gli  ha  presentato. 
Datale  cagione  egli  vide  dipendere  l'epidemie  di  febbri, 


76 

che  per  alcuni  anni,  sino  cioè  al  1 705 ,  infestarono  la  sa- 
lubre città  di  Orvieto,  onde  nel  suo  Consiglio  a  Clemen- 
te XI  propone  di  allontanare  le  fosse,  ove  si  macera  la  ca- 
napa, di  farle  spurgare  in  gennajo  e  febbrajo  e  di  non  per- 
mettere che  si  porti  in  città  la  canapa  se  non  asciutta  , 
poiché  dice  (177)  essergli  stato  narrato,  che  a  Costantino- 
poli ogni  anno  generansi  febbri  perniciose  per  la  canapa 
e  il  lino  che  ancor  umidi  vengon  ivi  trasportati  dal  Cairo. 
Messi  in  fatti  in  esecuzione  i  consigli  eh'  egli  diede ,  nel 
seguente  anno  non  si  ebbero  più  febbri.  E  parlando  di 
questa  città  d'Orvieto  non  si  può  ommettere  di  far  osser- 
vare, che  la  sua  bella  ed  alta  situazione  non  mi  avrebbe 
sul  sito  mai  dato  a  credere,  che  essa  soffrir  potesse  malat- 
tie proprie  de* luoghi  palustri,  eppure  ora  si  sa  di  certo  (178) 
che  i  maceratoj  della  canapa  che  ivi  chiamansi  sorghe  e 
le  cui  acque  non  vengono  mai  rinovate ,  quantunque  si 
trovino  poste  nella  pianura  ed  alla  distanza  di  uri  miglio  a 
due  dalla  città,  sono  ricchi  focolaj  di  miasmi  febbriferi  sì 
nella  state  senza  la  presenza  della  canapa ,  che  dopo  la 
metà  d'agosto,  dopo  cioè  che  essa  vi  fu  deposta.  E  per  ve- 
rità, proporzionatamente  alla  popolazione,  il  numero  delle 
febbri  vi  è  straordinario. 

Gran  danno  altresì  sia  dalla  macerazione  di  que' vege- 
tabili ,  sia  dalle  alluvioni  de'  fiumi  si  ebbero  nel  1  709  a 
Frosinone,  Ferentino  ed  Agriani  (179).  Ramazzini  pure 
descrive  (180)  le  fatali  conseguenze  della  macerazione 
della  canapa  e  del  lino.  Limerraann  (181),  P.Frank  (182), 
Pozzi  (i83)  e  A.  Chevallier  (184)  non  dimenticarono  di 
presentare  anch'  essi  questa  causa  morbosa  e  riguardarla 
identica  a  quella  che  hanno  con  se  le  risaje  e  le  paludi. 
Un  fatto  degno  d' essere  riferito  ci  narra  in  proposito  il 


77 
Monfalcon  (i85):  «  Gli  abitanti  di  una  Cascina  usavano 
di  porre  la  loro  canapa  in  un  lavatojo  posto  a  mezzodì  del- 
l'abitato, e  quasi  tutti  venivano  molestati  pressoché  ogni 
anno  da  una  febbre  intermittente  autunnale. 

Tale  malattia  endemica  sembrava  straordinaria  e  tanto 
più  era  di  sorpresa,  in  quanto  che  ciò  succedeva  su  di  un 
elevato  terreno  sabbioso,  e  che  que'  contadini  erano  agiati 
relativamente  a  quelli  de'  villaggi  vicini.  Interrogato  sulle 
cagioni,  che  potevansi  supporre  dar  luogo  a  tale  malattia, 
il  signor  Bourges  rispose,  che  la  principale  gli  sembrava 
derivare  dalle  emanazioni  che  da  tal  lavatojo  vi  portavano 
i  venti  di  mezzodì.  Consigliò,  che  in  avvenire  si  facesse 
macerare  la  canapa  in  acqua  corrente  ;  ciò  eseguito  la 
malattia  piti  non  comparve.  Così  passarono  due  anni ,  ma 
un  contadino  avendo  di  nuovo  posta  la  canapa  nel  lavato- 
jo ,  si  rinnovò  la  febbre  e  di  nuovo  essendo  stato  impedito, 
la  malattia  non  comparve  più.  » 

A  questa  mi  sia  lecito  aggiungere  una  mia  propria  os- 
servazione. In  un  villaggio  situato  in  aria  sana  e  tra  le 
cui  malattie  popolari  endemiche,  certamente  non  potevan- 
si annoverare  le  febbri  intermittenti ,  si  videro  invece  do- 
minare queste  abbondantemente  nel  luglio  e  agosto  del 
1827.  Il  loro  aumento  straordinario  avendo  in  me  destata 
giusta  riflessione,  dovetti  credere,  che  tale  nuova  malattia, 
(più  frequente  altresì  in  un  dato  quartiere),  avesse  origine 
da  poco  lino  posto  a  macerare  in  un  lento  rigagnolo  :  nel 
seguente  anno  1828  e  nella  stessa  stagione  dominò  pure 
ivi  una  malattia,  che  quantunque  fosse  accompagnata  pri- 
mitivamente e  notabilmente  da  sintomi  gastro-enterici, 
senza  dubbio  flogistici,  pure  e  il  tipo  remittente  e  V  inter- 
mittente, che  in  special  modo  assumeva  sul  suo  terminare, 


78 

e  il  bisogno  e  utilità,  che  si  aveva  a  malattia  inoltrata  dalla 
china,  e  le  recidive,  che  avvennero  talora,  dimostravanmi 
a  chiare  note  V  indole  periodico-larvata  della  dominante 
malattia  e  la  sua  derivazione  mi  asmatico-paludosa.  E  tale 
causa  veramente  non  mancava,  poiché  anche  in  quest'an- 
no ponevasi  a  macerate  qualche  po' di  lino,  ed  erasi  in 
que'  caldi  mesi  spurgato  uno  stagno  servibile  a  pubblico 
lavatojo:  ed  ombreggiato  da  folti  pioppi  a  mezzo  giorno. 
Tralasciatesi  tali  nocive  pratiche  non  si  videro  piìi  com'- 
parire  malattie.  Né  ciò  solo,  ma  avvenne  altresì ,  che  nel 
mese  di  luglio  del  1 83 1  scopersi  qualche  fascio  di  lino  in 
un  piccolo  stagno  all'  estremità  meridionale  del  medesimo 
Comune.  Da  quel  momento  diressi  la  mia  attenzione  ad 
osservare  se  nei  pia  vicini  abitanti  si  manifestasse  qualche 
febbre  intermittente:  sebbene  in  quella  state  non  ne  oc- 
coresse  alcuna,  pure  dopo  alcuni  giorni  ne  fu  preso  un 
giovine,  che  appunto  abitava  l'estrema  casa  e  la  pia  vicina 
al  macerato  lino.  Ciò,  sia  colpa  del  miasma  sviluppatosi , 
sia  del  caso,  come  fatto,  è  innegabile. 

Questi  fatti  e  le  autorità  degli  uomini  che  ho  citato  in 
questo  capitolo: 

i .°  Possono  avere  maggiore  valore  che  i  ragionamenti 
e  le  inconcludenti  sperienze  del  Dott.  Matteo  Zacchiroli 
( 1 86)  il  quale  si  sforzò  di  attestare  la  innocuità  non  solo, 
ma  la  virtù  medicinale  dell'acqua,  in  cui  si  macera  lino 
o  canapa  e  crede  identico  l'odore,  che  essa  spande  a  quello 
delle  concie  delle  pelli  o  delle  macellerie. 

2.°  Possono  equivalere  aìfaits  bien  constatès  che  V  A- 
baie  Tessier  (187)  desidererebbe  per  poter  credere  che 
la  macerazione  della  canapa  è  la  cagione  delle  febbri  rè- 
glées,  eh'  egli  per  altro  non  nega  accadere ,  ma  che  non 


79 

sa  se  dipendano  piuttosto  dalla  canapa  macerata  ,  o  dal 
combinarvisi  le  esalazioni  delle  paludi. 

3.°  Possono  facilmente  mostrare  quanto  siano  deboli  le 
conclusioni  che  il  sig.  Parent  Duchàtelet  ha  creduto  di 
poter  trarre  da  sperienze  eseguite  entro  le  stanze  (188) 
cioè  «  che  non  esiste  alcuna  connessione  tra  gli  effetti 
supposti  della  macerazione  e  le  costituzioni  dei  mesi  di  ago- 
sto ,  settembre ,  ottobre  e  novembre  :  tra  la  quantità  più  o 
meno  grande  della  canapa,  e  il  numero  de' malati;  e  che 
le  alterazioni  morbose  che  si  osservano  a  quest'epoca  non 
prendono  mai  un  carattere  epidemico ,  ma  sono  malattie, 
che  talvolta  riconoscono  per  causa  dei  modificatoli  esterni, 
le  vicissitudini  atmosferiche ,  l\uso  immoderato  dei  frutti 
ancora  immaturi  ec.  ec.  »  (189) 

I  fatti,  replico,  da  me  citati  sono  opposti  a  quelli  ri- 
feriti dal  sig.  Girandet  (190),  ma  se  io  non  nego  la  loro 
realtà,  vedo  però  ch'essi  sono  ristretti  ad  una  sola  località, 
ove  facilmente  le  correnti  aeree  0  altre  particolari  circo- 
stanze locali  possono  dissipare  0  distruggere  l' azione  di 
quelle  emanazioni. 

CAPO     VI. 

Fatti  storici  e  geografici  che  confermano  V  azione  no- 
civa delle  acque  paludose ,  e  dimostrano  la  specie  di 
malattia  che  ne  deriva. 

I  dannosi  eifetti  delle  paludi  (191)  sulla  salute  umana 
furono  conosciuti  sino  dalla  più  remota  antichità,  e  noi  ne 
troviamo  ovunque  numerose  testimonianze.  Alcune  di 
queste  ce  ne  fornisce  anche  la  greca  mitologia  celebrando 


8o 

tra  le  prodezze  di  Ercole  1*  asciugamento  della  mortifera 
palude  Lernea  figurata  in  un'  idra  vorace  (  1 92):  né  tra  i 
meriti ,  che  influirono  all'  apoteosi  del  figlio  d' Alcmena , 
piccolo  fu  quello  di  avere  con  ampia  fossa  procurato  lo  sco- 
lo alle  acque,  che  vicino  a  Tempe  formavano  dannosa  pa- 
lude, e  così  avere  donati  all'agricoltura  ed  alla  salubrità 
gli  amenissimi  campi  della  Tessaglia  lungo  il  fiume 
Peneo  (193). 

I  Chinesi  venerano  l' antichissimo  loro  Imperatore  Yao 
per  i  benefici  da  esso  lui  arrecati  al  loro  paese  coli'  asciu- 
gare paludi,  scacciar  belve,  coltivare  il  deserto  terre- 
no (194). 

Quell'  uomo  poi  che  per  lodevole  sentimento  di  grati- 
tudine ha  posto  per  lo  pia  nel  novero  degli  Dei  chi  lo 
aveva  beneficato,  avendo  trovato  talora  più  comoda  e  spe- 
dita cosa  ripetere  le  sue  disavventure  da  un  supremo  de- 
stino, e  dalla  collera  de' Numi  (195),  di  quello  che  con- 
vincersi, che  esse  derivar  potevano  dagli  errori  e  dalla  in- 
dolenza propria,  ha  cercato  col  creare  nuovi  Numi,  0  col- 
F  esternare  verso  d' altri  omaggio  e  adulazione  di  sottrarsi 
a  quelle  0  rendersi  questi  propìzj  (196).  Così  temendo  le 
malattie  delle  paludi  i  Greci  innalzarono  altari  a  Diana 
Limnatide  (197)  tra  la  Laconia  e  la  Messseniain  un  luo- 
go detto  alle  paludi.  E  tra  i  Romani  uno  de'  primi  tempj 
ad  essere  eretto  fu  quello  della  Dea  Febbre  sul  Monte 
Palatino  che  fu,  per  così  dire,  il  nocciuolo  dell'  eterna 
città.  Certamente  Deità  pia  opportuna  non  poteva  vene- 
rarsi in  un  luogo  che  dovette  venire  abbandonato  dagli 
Aborigeni  e  dai  Pelasgi  molto  tempo  prima  per  il  danno, 
che  le  acque  corrotte  dai  calori  estivi  arrecavano  (198)  e 
in  un  luogo  circondato  da  canneti  e  dalle  acque  stagnanti 


8i 
del  Velabro  (199)  e  del  lago  Curzio  ,  che  asciugate  poi 
da  Romolo  e  da  Tazio  diedero  luogo  al  foro  Romano  (a 00). 
Onde  il  Cantor  de*  Fasti 

Vedi  ora  il  Foro  ove  fùr  già  paludi  : 
Sparge  d' intorno  1*  acque  traboccanti 
Il  Tebro,  e  dove  arido  suol  gli  altari 
Or  regge  a'  estendea  di  Curzio  il  lago  : 
E  salci  e  fragil  canna  un  di  copria 
Quel  Velabro  che  calca  ora  festivo 
Corteggio  cittadin. 

Coli'  aumentarsi  delle  Città  e  pel  dominio  di  quelle 
malattie,  die  furono  sempre  proprie  del  clima  romano,  al- 
tri tempj  s'innalzarono  alla  stessa  Dea  Febbre  (201)  e  pro- 
babilmente colla  medesima  intenzione  alla  Dea  Mefite  si 
consacrarono  altari  sì  nella  valle  d' Amsanto  (202),  che 
in  Cremona  (2o3),  ove  certamente  per  Tumido  clima  le 
febbri  dovevano  in  quel  tempo  dominare  :  non  che  alle 
falde  del  Monte  Esquilino  luogo  malsano ,  puzzolente  e 
destinato  alle  sepolture  della  plebe  romana  (204). 

Se  ci  faremo  a  rintracciare  nelle  diverse  contrade  del 
globo ,  ove  trovinsi  paludi ,  ivi  troveremo  avere  pur  sede 
costante  come  malattia  popolare,  la  febbre  intermittente, 
qualora  però  (attesa  la  qualità  del  clima  dal  nostro  tem- 
perato assai  diversa),  non  vi  tenga  le  veci  qualche  pia  ter- 
ribile malattia ,  la  quale  quantunque  non  mostri  il  feno- 
meno del  periodico  accesso,  abbia  però  con  quella  una 
vera  patologica  analogia,  avendo  pur  essa  sede  negli  orga- 
ni medesimi. 

Al  Brasile  gli  abitanti  di  quella  pianura  corrispondente 
alla  Baja  di  Tejucus  |o  Dos-Goachos,  che  viene  inondata 

6 


32 

dai  fiumi  Inferminho  e  Zigreno  ed  è  coperta  di  macchie 
ed  incolta ,  sono  infestati  dalle  febbri  intermittenti ,  dai 
moscherini  e  da  altri  più  incomodi  insetti  che  chiamano 
buracalaj  (20 5).  La  città  di  Santos  nella  Provincia  di 
S.  Paolo ,  e  la  pianura  di  S.  Sebastiano,  essendo  basse , 
umide ,  circondate  da  boschi  ed  allagate  da  ruscelli  che 
vi  si  spandono,  sono  molestate  dalie  febbri  e  dai  moschitL 

Lagrimevole  è  il  quadro  che  fa  il  capitano  Stedman 
(206)  (quasi  vittima  di  ripetute  febbri  intermittenti)  della 
salute  generale  e  principalmente  di  quella  del  forestiero 
al  Surinam  ove  il  terreno  è  sovente  allagato  dai  fiumi  non 
che  del  mare,  che  vi  lasciano  acque  stagnanti. 

Negli  stati  della  Repubblica  di  Colombia  V  aria  viene 
infetta  dalle  acque  delle  risaje  e  delle  paludi  del  fiume 
Suarez  nella  Provincia  del  Secorro  (207). 

La  Provincia  di  Valladolid  nella  Nuova-Spagna  è  sa- 
lubre all'alto,  ma  discendendo  dall'altura  di  Ario,  quanto 
più  si  va  avvicinandosi  alla  costa,  l'umidità  del  suolo  fa 
sì  che  gli  indigeni  e  i  forestieri  vengano  presi  da  febbri 
intermittenti  (208).  Quando  i  venti  di  Nord-Ovest  e  di 
Ovest  fanno  ritirare  le  acque  della  laguna  di  Tampico , 
restando  il  fango  allo  scoperto,  si  manifesta  sì  il  vomito 
prieto,  che  la  febbre  intermittente;  allora  tutti  i  negoziai 
ti  fuggono  all'  alto  p.  e.  ad  Aitami ra  dodici  leghe  lontana. 
Tali  malattie  e  tale  cagione  fanno  pur  provare  un*  ugual 
sorle  alla  città  di  Alvarado.  Così  sulle  rive  dell'  Orenoco, 
sulla  costa  che  stendesi  da  Cumana  al  Capo-Codera,  nella 
Valle  del  Rio  della  Magdalena  regnano  pure  con  P  umi- 
dità e  la  mancante  coltivazione  le  febbri  intermittenti.  Ad 
Acapulco  gli  abitanti  respirano  un'  aria  infuocata,  essi  per 
una  gran  parte  dell'  anno  non  vedono  il  sole  se  non  fra 


83 
mezzo  ad  un  velo  di  vapori  di  tinta  olivastra.  Tali  vapori  si 
sollevano  da  una  laguna  ogni  anno  asciugantesi,  chiamata 
la  denega  del  Castlllo  all'  oriente  della  città  e  portano 
in  grembo  miasmi  febbriferi. 

Vedasi  la  descrizione,  che  ci  offre  il  B.  de  Humboldt  del 
celebre  focolajo  della  febbre  gialla,  il  porto  di  Vera-Cruz, 
e  si  troveranno  acqua,  calore,  putrefazione  e  malattia  cam- 
minare insieme  (209}. 

In  un  viaggio  di  trecento  leghe  tra  i  fiumi  e  laghi  degli 
Stati-Uniti,  dice  Volney,  non  avere  trovato  venti  case  che 
fossero  esenti  perfettamente  delle  febbri  intermittenti  (2 1  o). 

Lungo  il  fiume  Savannah,  che  separa  la  Carolina  dalla 
Giorgia  vi  sono  luoghi  paludosi  e  risaje  in  molti  luoghi 
più  bassi  delle  acque  del  fiume,  ivi  le  tempeste  e  le  inon- 
dazioni accumulano  molta  materia  vegetabile,  la  cui  de- 
composizione dà  luogo  allo  sviluppo  del  miasma  vegeta- 
bile. Parlando  di  questi  luoghi  l'americano  Dott.  Waring, 
dice,  che  i  bianchi,  i  quali  vi  si  stabiliscono ,  muojono  per 
flemmassie  gastriche  0  epatiche ,  0  almeno  prendono  una 
tinta  pallida,  si  fanno  gonfij,  deboli,  non  altrimenti  che 
gli  abitanti  delle  Paludi  Pontine:  alcune  volte  quelle  feb- 
bri, pel  carattere,  che  assumono,  stanno  tra  le  febbri  inter- 
mittenti comuni  e  la  febbre  gialla ,  ed,  oltre  che  endemi- 
camente, talora  vi  dominano  altresì  epidemicamente,  come 
avvenne  p.  e.  nell'anno  1825  (211). 

Nella  Carolina  pure,  intorno  alla  grande  Dismal-Swamp, 
che  occupa  uno  spazio  di  cento  cinquanta  mille  acri ,  in- 
torno alle  salse  paludi  del  Sund-Pamlico,  che  hanno  dalle 
quattro  alle  sei  leghe  di  larghezza  e  trentatre  di  lunghez- 
za, e  intorno  alli  Sund  di  Àlberrnale  e  di  Currituk;  palu- 
di tutte  tra  di  loro  comunicanti,  non  che  nella  Giorgia  in- 


84 

torno  all'Ekanfanoka,  palude  tra  i  fiumi  Flint  eOakmulge, 
che  ha  ben  cento  leghe  di  circonferenza  ;  ed  in  altri  luo- 
ghi bassi  e  pantanosi  della  Virginia  dominano  le  febbri 
intermittenti  tra  l' estate  e  l' autunno,  febbri,  che  alle  co- 
ste marittime  e  sui  forestieri  assumono  maggior  forza  e 
prendono  l'aspetto  di  febbre  gialla.  Per  tal  motivo  in 
quelle  stagioni  gì'  indigeni  abitanti  riparano  sulle  alture , 
o  nelle  isole  vicine  (2 1 2). 

La  colonia  tedesca  che  nel  181 7  partì  da  Heibronn 
sotto  la  guida  di  Bàumler,  nella  sua  felice  situazione  in 
cui  si  collocò  a  Zoàr  nello  stato  di  Ohio,  dovette  provare 
la  trista  influenza  delle  paludi  (21 3), 

L' isola  di  S.  Lucia  una  delle  Antille  è  infestata  dalle 
febbri  periodiche  perchè  piena  di  paludi.  La  Giamaica,  che, 
secondo  Reynal,  era  funestissima  a  chi  passava  ad  abitar- 
vi, sinché  era  ingombra  di  acque  stagnanti ,  posciachè  fu- 
rono queste  asciugate,  perdette  della  sua  insalubrità  (2 1 4). 
Le  paludi  dell'isola  di  Antigoa  sono  cagione  delle  febbri, 
che  talora  prendono  la  sembianza  di  febbre  gialla;  e  li  sta- 
gni appunto  del  Quartiere  di  S.  Giovanni  furono  quelli, 
dalli  quali  incominciò  l'epidemia  dell'anno  1816(21 5). 
Prima  che  la  Barbada  venisse  coltivata  v'  esistevano  bo- 
schi, paludi  e  febbri  intermittenti  (216), 

Passando  ali'  Affrica  troviamo  che  mortifere  ai  Negri 
sono  le  febbri  generate  dalle  paludi  intorno  al  Gambia  ed 
al  Senegal.  Tanto  Geba,  che  Bissao,  stabilimenti  portoghesi, 
per  le  acque  stagnanti  e  le  maremme  sono  miserabili  ed 
insalubri  possedimenti  (2  7  7), 

La  laguna  vicino  a  Sierra-Leona,  e  le  paludi  che  stan- 
no ai  lati  del  Bouliam,  nel  gran  caldo  cagionano  le  febbri, 
che  spopolano  quel  mal  ideato  stabilimento   (218).   Le 


85 

inondazioni  del  fiume  Bengo  nel  regno  di  Angola  lasciando 
niolt'  acqua  stagnante  ne'  dintorni ,  nascere  fanno  febbri- 
fere  esalazioni  (219).  L'umidità  cagionata  dai  fiumi  intorno 
a  Malaghetta  nella  Guinea,  e  che  è  intrattenuta  dalla 
grande  quantità  di  alberi ,  rende  quel  luogo  assai  insalu- 
bre. Le  caravane  che  partono  da  Tripoli  di  Barberia  schi- 
vano il  paese  di  Tavarga,  che  s'interna  nell'Affrica  a  ca- 
gione del  danno  il  quale  fanno  loro  provare  le  esalazioni 
paludose  che  ivi  hanno  luogo  (220).  L'aria  nell' isoletta 
di  Mozambico  è  talmente  corrotta  da  miasmi  palustri  che 
gì!  infelici  trasportativi  dai  Portoghesi  non  giungono  a 
camparvi  più  di  cinque  0  sei  anni. 

Alessandria  in  autunno  era  (221)  ed  è  molestata  da 
febbri  intermittenti,  e  noi  sappiamo,  che  oltre  l'umidità 
grande  del  delta  del  Nilo ,  in  cui  è  posta  questa  città ,  vi 
sono  altresì  canali,  ove  l'acqua  di  quel  fiume  si  putrefa 
(222).  Le  pioggie  annuali  al  Sennaar,  diceva  Brocchi,  ca- 
gionano umidità  tale,  che  innumerevoli  insetti  si  generano, 
non  che  miasmi  produttori  di  febbri  (223). 

Se  si  viene  all'Asia  troviamo,  che  non  è  il  clima  equi- 
noziale che  rende  così  celebre  l'insalubrità  dell'isola  di 
Giava,  ma  bensì  le  paludi  delle  sue  coste ,  poiché  entro 
terra  ed  all'alto  l'aria  e  sanissima.  Il  banco  formatosi  nel 
1 706  per  un  terremoto  rendendo  ferme  e  paludose  le  ac- 
que del  fiume  e  de' canali  nella  città  di  Batavia,  per  le 
molte  piante  in  corruzione  e  per  la  trascuranza,  questa  città 
divenne  insalubrissima  (224).  Inoltre  in  questa  stessa  isola 
il  porto  della  città  di  Bantam,  ridotto  per  il  crescente  co- 
rallo e  l' imobilità  delle  acque  a  palude ,  dovette  essere 
abbandonata. 

Malsana  era  pure  l' isola  di  Bombay,  ma  gli  Inglesi  la 


86 

risanarono  distruggendo  i  boschi  di  bamboli  e  di  cocco ,  o 
levando  le  paludi  col  dar  scolo  alle  acque  (225).  Pestilen- 
ziale chiamasi  1'  aria  maremmana  della  costa  occidentale 
dell'isola  di  Samatra  (226).  Una  buona  coltivazione  dice 
Malte-Brun  renderebbe  la  salubrità  all'  aria  delle  umide 
e  calde  coste  di  molte  isole  di  cui  risulta  l'Oceanica  (227). 
Tra  ilio0  e  il  5o°  di  latitudine  boreale  nelle  Isole  An- 
damane  incolte  e  coperte  di  moltissimi  vegetabili,  dopo  la 
stagione  delle  pioggie  succedono  le  febbri  intermittenti , 
che  fanno  strage,  e  sono  accompagnate  da  una  gonfiezza  e 
durezza  di  milza,  che  gl'Inglesi  dell'  India  chiamano  boss 
(228).  Ben  è  noto  come  un'  ingrossamento  di  quel  viscere 
sia  comune  ai  febbricitanti  degli  umidi  luoghi  della  Bas- 
sa-Lombardia. Le  umide  boscaglie  dell'isola  di  Ceylan 
danno  un*  aria  assai  cattiva  e  sono  la  cagione  di  febbri 
d'accesso  (229). 

«  Nel  continente  dell'Asia,  dice  Zimmermann  (23o), 
l'aria  estremamente  calda  ed  umida  di  Bender- Abassi 
(23 1)  per  i  suoi  terribili  effetti  è  passata  in  abbominazio- 
ne:  i  forestieri  vi  muojono  in  brevissimo  tempo ,  ed  i  suoi 
abitanti  naturali  portano  in  fronte  i  segnali  della  morte  : 
perciò  nel  tempo  più  pericoloso  scappano  essi  sulle  mon- 
tagne ,  ed  ogni  dieci  giorni  danno  la  muta  a  quelli  che 
custodiscono  le  loro  abitazioni.  » 

Alle  radici  delle  montagne  del  Butan  verso  il  Bengala 
vi  è  una  pianura  larga  circa  trenta  miglia.  Ivi  le  acque, 
che  scendono  ad  irrigarla,  non  essendo  regolate  ne  adope- 
rate, ristagnano ,  ed  imputridendo  in  essi  i  vegetabili  na- 
sce un  dannosissimo  miasma,  che  fu  fatale  agli  Inglesi  nel 
1772  e  lo  è  a  qualunque  viaggiatore  (232).  L'incolto  ter- 
reno della  penisola  di  Malacca  è  assai  malsano  (233). 


87 
Medina  è  posta  nella  parte  più  bassa  del  paese  ed  è  sog- 
getta alle  inondazioni  dei  torrenti,  che  gonfi  sgorgano  nelle 
stagioni  piovose  e  vi  producono  numerose  paludi;  a  ciò  ag- 
giungendosi F  impedita  circolazione  dell'  aria  per  le  folte 
piantagioni ,  ne  avviene  secondo  il  sig.  Burckhardt  che  vi 
dominano  febbri  di  pessima  natura  (Voy,  en  Arabie  ir  ad, 
par  Eyrìés.  Paris  i835). 

I  grandi  fiumi  delle  Indie  Orientali ,  specialmente  alle 
loro  foci,  lasciando  delli  stagni  dopo  le  frequenti  piene,  ca- 
gionano anche  oggidì  grande  quantità  di  febbri  intermit- 
tenti, malattie  che  sono  proprie  delle  coste  asiatiche  da 
Moka  fino  a  Tunquin. 

Quinto  Curzio  e  Strabone  già  notarono,  che  la  Gilicia 
era  malsana  a  cagione  delle  acque  stagnanti  e  maremme, 
non  che  pei  venti  caldi,  che  passano  su  di  esse  e  vengono 
ripercossi;  tutto  ciò  è  ripetuto  dai  moderni  (2 34).  L' umi- 
dità naturale  della  Mingrelia  e  la  coltivazione  del  riso  la 
fa  risultare  insalubrissima  (235). 

Le  acque  stagnanti  nelle  sabbiose  e  cocenti  pianure  del 
deserto  di  Mesopotamia  esalano  noce  voli  miasmi  (236). 
Tabaria,  l'antica  Tiberiade,  circondata  da  montagne,  che 
impediscono  l'azione  de'  venti,  ha  nella  state  febbri 
intermittenti  in  copia  per  li  effluvii  del  lago  di  Gene- 
sareth. 

Secondo  Mariti  (237)  tutta  la  costa  meridionale  del- 
l' isola  di  Cipro  è  soggetta  a  frequenti  intemperie  d' at- 
mosfera, e  per  le  acque  salmastre  che  vi  abbondano  è  poco 
sano  il  paese;  Infatti  il  Montano  parlando  di  Famagosta 
aveva  detto  che  per  V  aria  corrotta  dalle  emanazioni  delle 
paludi  nascevano  febbri,  delle  quali  restavano  vittime 
infiniti  uomini  (2  38).  E  l'Ariosto  cantava 


88 

e  certo  non  dovei 
Natura  a  Famagosta  far  quel  torto 
D*  appressarvi  Costanza  acre  e  maligna, 
Quando  al  resto  di  Cipro  è  si  benigna. 
Il  grave  odor  che  la  palude  esala 

Non  lascia  al  legno  far  troppo  soggiorno. 

Orlando  Fur.  C.  xviii  St.  i  36.  1 37. 

Innoltrandoci  verso  l'Europa  troviamo,  che  tra  Astrakan 
e  il  mar  Caspio  le  moltiplici  ramificazioni  del  Volga,  non 
che  i  suoi  straripamenti  danno  luogo  alla  formazione  di 
paludi,  che  impregnano  V  aria  di  miasmatiche  esalazioni, 
cagioni  poi  di  febbri  intermittenti  (239).  Così  esse  pur 
dominano  nel  paese  di  Kischtimskoi  e  nella  provincia  bassa 
di  Isetsk  in  mezzo  a  molti  laghi  e  paludi ,  come  riferisce 
Pallas  (24°)'  I  sals*  marazzi  della  penisola  di  Crimea 
spargono  sino  sul  continente  i  loro  febbriferi  miasmi ,  e 
questo  paese  viene  riguardato  come  il  cimitero  delle  trup- 
pe, che  la  Prussia  vi  spedisce  (^4i).  Febbri  intermittenti, 
prodotte  parimente  dall'  umidità  miasmatica  delle  nebbie 
nei  vulcani  intorno  al  Kuban,  infestano  i  Cosacchi  Tcher- 
pomorski  0  del  mar  Nero ,  come  quelli  del  Don  soffrono 
per  le  paludi  di  Tcherkask. 

La  Valacchia  nella  sua  parte  bassa  ha  paludi ,  ed  il 
fiume  Baklui  abbandona  acque  vicino  a  Tassy.  In  questa 
regione,  cui  si  deve  aggiungere  la  Bessarabia  e  Taurica 
Chersoneso,  domina  quella  malattia  che  da  prima  il  sig. 
consigliere  Giuseppe  Frank  aveva  chiamato  emìtriteo 
della  Dacia  e  die  poi  verificò  essere  una  vera  intermit- 
^nte  (2^2). 


«9 

Neil*  Ungheria  effluvj  palustri  dannosissimi  vengono 
sparsi  da  una  superficie  paludosa  di  trecento  leghe  qua- 
drate, che  risultano  dal  lento  corso  o  dagli  straripamenti 
del  Danubio,  della  Theiss,  della  Drava  e  della  Sava 

(243). 

Prima  che  il  conte  Metzi  raccogliesse  le  acque  impa- 
ludate intorno  a  Temeswar  e  desse  loro  il  corso,  questa 
città  era  estremamente  insalubre,  anche  al  presente  però 
le  fosse  necessarie  alla  fortezza  non  le  lasciano  godere  aria 
innocente. 

L'isola  di  Milo  nell'Arcipelago  deve  la  sua  insalubri- 
tà non  tanto  ai  vapori  sulfurei,  che  manda  il  suo  suolo  vul- 
canico, quanto  ai  miasmi,  che  s'innalzano  dalle  sue  paludi 

(*44). 

Molti  luoghi  della  Grecia  comedi  paludi  e  di  risaje  ab- 
bondano di  febbri  intermittenti  (^45)  e  le  truppe  francesi 
e  bavaresi ,  che  ultimamente  soggiornarono  in  vicinanza 
di  quelle,  ne  furono  assaissimo  molestati  (246).  Celebre 
era  l' insalubrità  dei  luoghi  paludosi  dei  dintorni  del  fiume 
Feneo  (247). 

Nella  Macedonia  la  maggior  parte  degli  abitanti  della 
florida  città  di  Serres  è  obbligata  nella  state  a  passare 
sulle  vicine  montagne  attesa  V  aria  guastata  dalle  emana- 
zioni dello  Stimone  0  del  Ponto  ora  detto  Karasu. 

Neil'  Albania  le  terzane  e  le  quartane  sono  endemiche 
intorno  al  lago  presso  cui  sta  Giannina,  nell'  Etolia  ed  al- 
trove (248).  La  fortezza  di  Essek  in  Schiavonia  posta  sulla 
Drava  in  mezzo  a  paludi  è  molestata  da  febbri  intermit- 
tenti. 

La  celebre  Pola  vittima  dell'  odio  di  G.  Cesare ,  e  che 
Augusto  riedificò  ad  istanza  della  figlia  Giulia ,  ora  rima- 


9° 

ne  deserta  per  le  febbri,  alle  quali  danno  origine  le  cir- 
costanti paludi,  quelle  poi  della  Narenta ,  sì  vicino  a  Mo- 
star,  che  a  Stagno,  diffondono  aria  febbrifera  e  molti  luoghi 
per  lo  stesso  motivo  insalubri  si  trovano  sulle  coste  della 
Dalmazia  sino  a  Lepanto  (249). 

In  Inghilterra  nelle  Contee  di  Essex,  Cambridge,  e 
Lincolnshir  le  paludi  danno  luogo  a  febbri  intermittenti, 
per  le  quali  in  autunno  vi  muore  piìi  gente  di  quello  che 
vi  nasca,  ed  a  Hurstperpoint  nella  Contea  di  Sussex  prima 
che  si  asciugassero  le  acque  stagnanti  dominava  l' ugual 
malattia. 

L*  isola  di  Walchern  in  mezzo  al  clima  umido  delia 
Zelanda  abbonda  sempre  nella  state  di  febbri  intermittenti 
ed  una  straordinaria  e  fatale  epidemia  di  esse  molestò 
nel  1808, 1809  e  18 io  le  truppe  inglesi  e  francesi  (a5o). 

1/  Olanda,  come  si  sa,  è  sottoposta  a  frequenti  inonda- 
zioni, a  ciò  aggiungasi,  che  la  temperatura  si  abbassa  rapi- 
damente, e  talora  ad  un  freddo  umido  succede  gran  caldo: 
ciò  è  cagione,  che  vi  regnino  le  intermittenti ,  e  ciò  po- 
trebbe dar  luogo  ad  epidemie  miasmatiche  più  frequente- 
mente di  quanto  in  realtà  avviene,  se  l'agiatezza  in  cui 
trovansi  gli  abitanti  e  le  buone  prescrizioni  igieniche  in 
proposilo  non  venissero  in  soccorso.  Ad  onta  di  ciò  Gro- 
ninga  ne  ebbe  a  soffrire  nel  i6a3,  i635,  1727?  1779,  e 
nel  1826  pel  calore  di  tal  anno  e  per  le  piene  dell'an- 
tecedente (25 1).  In  quella  circostanza  la  malattia  mia- 
smatica comparve  pure  nella  Frisia  nell'Overyssel,  nelle 
regioni  marittime  dell'Olanda,  del  Ducato  d'Holstein  e 
della  Francia  stessa  :  A  Dunkerque  si  svilupparono  efflu- 
vj  febbriferi  dalle  fosse  della  città ,  e  dalle  paludi  vicine 
all'Isola  Genty. 


91 

Le  paludi  de'  Paesi-Bassi  e  della  Fiandra  olandese  ca- 
gionano febbri  d'un  indole  assai  perversa;  e  l'acqua  mor- 
ta che  lasciava  il  Lena  sparsa  e  stagnante  nelle  fosse  e 
nella  città  stessa  di  Gottinga  era  cagione  di  quelle  inter- 
mittenti, che  Zimmermann  ebbe  a  provare  lungamente  su 
se  stesso  (252). 

Così  nelle  pianure  della  Svizzera  lungo  i  fiumi  ed  i 
laghi  le  febbri  in  discorso  sono  stazionarie  tutta  la  sta- 
te (a53). 

Pel  Portogallo  rammentata  da  geografi  è  1'  influenza 
de*  malefici  paduli  di  Lagos ,  delle  saline  di  Silves  e  di 
Marcos  d' Asserra:  nell*  Alente jo  quelli  di  Silveiras  e 
Monte-Moro-Nuovo:  nell' Estremadura  di  Almeirim,  e  di 
quasi  tutta  la  sponda  meridionale  del  Tago  dal  Rio  Al- 
manzor  fin  presso  a  Lisbona  :  nella  Provincia  di  Beira  dei 
declivii  meridionali  della  Estrella  delle  rive  del  Mondego 
da  Coimbra  sino  a  Figuerra,  e  finalmente  nel  Tra-los- 
Montes  di  Pezzo-de-Regoa ,  di  Chaves,  di  Braganza  e  di 
Miranda  (254). 

Insalubre  è  i!  aria  di  luoghi  umidi  dell'  Andalusia  non 
men  che  in  vicinanza  di  Cadice,  di  Malaga ,  e  di  Gibil- 
terra per  le  materie  vegetabili  ed  animali  che  si  putre-» 
fanno  sulle  spiaggie  del  Mediterraneo  (255).  La  Spagna 
però  in  generale ,  se  vi  mancasse  la  coltivazione  del  riso , 
circa  la  salubrità,  godrebbe  il  buon  nome,  che  aveva  ai 
tempi  di  Giustino  (256). 

Sappiamo,  che  gli  stagni  e  le  paludi  della  Francia  si 
valutano  in  estensione  a  400,000  ettari  e  piti  (257).  Dalla 
Relazione  che  Mauduyt,  Halle  ,  Fourcroy,  Vicq-d'Azir, 
Saillant  fecero  sin  dal  1786  sul  progetto  di  Boncerf  circa 
l' asciugamento  delle  paludi  della  Francia,  si  scorge  come 


9* 

ovunque  ne  esistevano ,  danni  alia  salute  ne  risultassero 
(258).  Così  è  delle  paludi  dei  contorni  di  Douay,  del 
Laonese ,  così  degli  immensi  stagni  di  Beauvoir  sul  ma- 
re, di  Lucon  (25g),  così  delle  maremme  di  Aunis ,  di 
Brouvage  e  di  Rochfort  (260).  L'Argens  che  sbocca  nel 
Mediterraneo,  quantunque  corra  tra  rive  alte  e  sasso- 
se ,  spesso  esce  dal  suo  letto  e  forma  estese  paludi  pesti- 
fere (261).  La  popolazione ,  tanto  minore  di  un  tempo,  di 
Frejus  lotta  contro  gli  effetti  di  un  terreno  paludoso.  Le 
plaghe  paludose  all'  imboccatura  del  Tech  nel  Diparti- 
mento de' Pirenei  Orientali  nuocono  colle  loro  emanazio- 
ni a  molti  circondarj  (262).  Le  paludi  marine  che  sommi- 
nistrano tanto  sale  ricercato  dagli  Inglesi  alla  foce  della 
Gironda  nel  Dipartimento  della  Ckarente  spandono  esala- 
zioni pestifere ,  e  cagionano  ne'  loro  contorni  malattie  e 
morti.  Lo  stesso  dicasi  per  quelle  di  Marennes.  Il  Marais, 
parte  del  Dipartimento  della  Vandea  sulla  costa  occiden- 
tale della  Francia,  quantunque  fertile  ed  abitato,  è  un 
territorio  assai  malsano  (263).  Lione  soffre  per  le  paludi 
della  penisola  Perache  e  soffriva  ancor  più  prima  che  ne 
fossero  asciugate  alcune  altre  al  confluente  della  Saóne 
e  del  Rodano ,  e  tanto  fu  sempre  tenuto  per  insalubre  il 
Delta  di  quest'ultimo  fiume,  che  si  pretese  sin' anche  es- 
sere ivi  nata  la  famosa  peste  di  Marsiglia  del  1720.  To- 
lone e  principalmente  il  Quartier-vecchio  è  molestato 
di  febbri  intermittenti ,  che  derivano  dalle  paludi  poste 
all'  Est  ed  all'  Ovest.  «  Narbona  ha  al  SES  e  nella  parte 
più  bassa  del  suo  territorio  una  palude  conosciuta  sotto  il 
nome  di  Cercle;  i  medici  di  questa  città  conobbero  sì  be- 
ne la  parte  eh'  essa  ha  per  la  produzione  delle  malattie, 
che  regnano  in  quella  città,  che  nelle  loro  Relazioni  fatte 


93 

al  Consiglio  Municipale  il  29  Messidoro  dell'anno  IX  e 
nel  Fiorile  dell'  anno  X,  1'  hanno  dichiarata  come  un  fo- 
colajo  d' infezione  per  i  suoi  abitanti.  Quando  le  febbri 
intermittenti  vi  dominano,  la  parte  di  essa  città  detta  La- 
mourier ,  che  è  sottovento  di  tal  palude ,  viene  molto  più 
molestata»  (264)- 

Ma  ciò  che  può  essere  presentato  come  il  vero  prototipo 
delle  paludi,  e  ciò  che  può  offrire  il  più  triste  quadro  del- 
l'influsso  di  esse  sull'umana  salute,  sta  nelle  celebri  pa- 
ludi della  Bresse ,  della  Sologne  e  del  piano  di  Forez  , 
uè  migliore  descrizione  può  trovarsene  di  quella  che  il 
Dott.  Monfalcon  ne  fece  nell'  opera,  colla  quale  riportò  il 
premio  proposto  dalla  Società  delle  scienze  di  Orleans 
(265).  Nel  Dipartimento  dell'  Ain,  la  Bresse  ha  la  sua 
parte  bella,  asciutta,  sana  e  popolata,  ma  ne  ha  altresì, 
una  umida,  abbandonata  ed  insalubre.  Una  superficie  di 
quaranta  leghe  quadrate  è  coperta  di  stagni ,  e  le  paludi 
propriamente  dette  hanno  un'estensione  di  55oo  ettari, 
perciò  l' aria  viene  infettata  da  queste  acque  stagnanti. 

Quando  Bourg  Capo-luogo  del  Dipartimento  era  cir- 
condato da  fosse  piene  d' acque  ferme  e  corrotte ,  almeno 
la  metà  degli  abitanti  trovavasi  per  due  terzi  dell'  anno 
in  preda  ad  ostinate  febbri  intermittenti,  ora  che  tali  fosse 
furono  cangiate  in  giardini ,  la  città  è  sana  e  nel  suo  spe- 
dale non  curansi  che  i  febbricitanti  provenienti  da  Dombe. 

La  Sologne,  la  quale  occupa  una  considerevole  parte 
dei  Dipartimenti  del  Loìret,  di  Loir-et-Cher  e  dei  Cher 
costituisce  un  bacino  dell'estensione  di  25o  leghe  qua- 
drate: essa  è  un  paese  in  generale  umido  per  il  suo  poco 
declivio,  per  la  qualità  del  suolo,  e  per  la  grande  quantità 
di  piccioli  fiumi  e  ruscelli  che  vi  scorrono.  È  sterile  e  mi- 


y4 

serabile,  coperta  di  paludi  e  di  stagni  specialmente  all'  in- 
torno di  Orleans  e  di  Romoraniin.  Ben  è  facile  l'indo- 
vinare che  ivi  regnano  le  febbri  miasmatiche  non  meno 
che  altre  malattie  derivanti  da  nocivi  cibi. 

Nel  Dipartimento  della  Loìre  havvi  il  piano  di  Forez 
ove  contansi  45o  stagni  e  la  superficie  del  terreno  inon- 
dato oltrepassa  li  2700  ettari.  Questo  gran  tratto  di  paese 
è  assai  insalubre  e  Monbrisson  sempre  flagellato  dalle 
febbri  intermittenti  ottenne  gran  vantaggio  alla  salute 
dall'otturamento  delle  fosse,  che  contenevano  acqua  sta- 
gnante. 

Nel  Dipartimento  dell'  Jndre  quel  territorio,  che  è  po- 
sto tra  questo  fiume  e  la  strada  di  Limoges ,  ove  per  la 
sua  figura  di  bacino  poco  inclinato  si  riuniscono  le  acque 
di  pioggia,  che  non  hanno  scolo,  né  possono  permeare  il 
terreno  di  natura  argilloso,  ed  ove  esse  formano  più  di  400 
stagni,  è  un  paese  molestato  dalla  malattia  in  discorso  du- 
rante i  calori  della  state. 

Anche  le  paludi  formate  dal  fiume  Dive  rendono  ina- 
bitabile per  la  maggior  parte  dell'  anno  la  bella  vallata 
KAuge  in  Normandia. 

CAPO    VII. 

Continuazione  dello  stesso  argomento.  Paludi  d'Italia. 

Se  noi,  aggirandoci  alla  ricerca  di  questa  specie  di  cau- 
se morbose  dopo  aver  percorsi  tutti  gli  altri  paesi  del  mon- 
do, passeremo  all'Italia,  pur  anco  il  corpo  di  questa  bella 
favorita  dalla  natura  troveremo  deturpata  da  simili  fètide 
ulceri*  E  cominciando  dalle  isole  vediamo  che  in  quella 


95 
di  Malta  Casal-Curmi  posto  in  sito  paludoso  è  soggetta  a 
febbri  intermittenti.  Ha  i  suoi  luoghi  palustri  e  malsani 
la  Sicilia,  e  per  le  numerose  acque  stagnanti  ha  la  Sar- 
degna la  sua  intemperie  (266):  e  tal  era  di  questa  antica- 
mente, come  ci  lasciarono  scritto  Strabone,  Tacito,  Cice- 
rone e  Cornelio  Nipote.  Le  paludi  nella  pianura  di  Pula- 
Teulada,  quelle  tra  Capo-Terra  e  Cagliari  spandono  mia- 
smi febbriferi. 

La  d'altronde  salubre  isola  di  Corsica  vede,  secondo  Vol- 
ney ,  i  soldati  infestati  dalle  febbri  intermittenti  al  porto 
diS.  Fiorenzo,  ove  una  maremma  di  72  arpens  d'  esten- 
sione spande  i  suoi  miasmi  insalubri.  La  città  di  Calvi,  quan- 
tunque posta  sopra  una  rocca  granitica  alta  da  4°  a  5o 
metri  sul  livello  del  mare  sente  l'influenza  malefica  di 
una  palude  che  ha  600  metri  all' incirca  di  superficie 
quadrata  eie  sta  al  SE;  E  nella  state  va  soggetta  a  febbri 
accessionali  che  si  fanno  anche  perniciose.  Da  Bastia  a 
Porto-Vecchio  su  2 5  leghe  di  litorale  pestilenziali  paludi 
spargono  le  febbri. 

Nel  Regno  delle  Due  Sicilie  vi  sono,  lungo  le  cinque- 
cento miglia  di  coste  di  qua  del  Faro,  tremila  miglia  qua- 
drate di  terreni  6otto  l'influenza  delle  acque  stagnanti  e 
tutti  spopolati,  in  parte  incolti  e  in  parte  coltivati.  Osserva 
in  proposito  il  signor  commendatore  Carlo  Ofan  de  Ri- 
vera che  nel  caso  che  se  ne  ricuperasse  la  metà  soltanto , 
6i  accrescerebbe  di  un  milione  e  mezzo  di  moggia  il  ter- 
reno produttivo  in  pianura ,  ma  perla  sua  coltivazione  ab- 
bisognerebbe l'aumento  di  almeno  cinquecento  mila  pic- 
cole famiglie  di  agricoltori  (267).  Il  cavalier  Monticelli 
dopo  aver  rammentato  come  già  la  Magna- Grecia  e  il 
Sannio  fossero  fertili ,  sani  e  popolatissimi ,  dimostra  che 


g6 

all'epoca  della  seconda  guerra  punica  perdettero  que' pae- 
si della  loro  salubrità  per  l'oblio  in  cui  si  posero  le  saggie 
antiche  instituzioni  circa  l'economia  delle  acque.  Queste 
allora  corsero  ad  invadere  quelle  pianure,  le  quali  ben 
presto  si  trasmutarono  in  pestifere  tombe  di  chi  osava  abi- 
tarle, e  fu  duopo  che  que'  popoli  si  rifuggissero  sulle  mon- 
tagne (268).  Chi  oggidì  va  curioso  e  devoto  delle  antichi- 
tà vagando  tra  gli  avanzi  di  Sibari  e  di  Possidonia  trova 
insalubri  e  fetidi  effluvj,  invece  della  fragranza  degli  un- 
guenti e  delle  rose. 

La  città  di  Brindisi  ai  bei  tempi  di  Roma  contava  tren- 
tamila cittadini,  e  godeva  di  un  celebre  e  frequentato  porto 
da  cui  sortivano  tante  flotte.  Quando  per  il  sistema  erro- 
neo di  difesa  adottato  contro  l' armata  veneziana  dal  Prin- 
cipe di  Taranto  nel  secolo  XV  quel  porto  fu  ridotto  ad 
insalubre  stagno ,  le  febbri  andarono  decimando  a  poco  a 
poco  la  popolazione  sino  a  ridurla  a  sei  mila  abitanti. 

Nell'Abruzzo  Citra  le  contrade  bagnate  dal  Sangro 
sono  molestate  neir  autunno  da  febbri  intermittenti  portate 
talora  al  grado  di  perniciose  e  complicate  da  antraci  (269). 

Né  gì'  incantevoli  contorni  di  Napoli  sono  immuni  da 
nocivi  stagni.  A  questi  dovette  in  gran  parte  la  sua  distru- 
zione il  numeroso  esercito  francese  spedito  da  Francesco  I 
comandato  dai  Lautrec,  il  quale  pure  nella  state  del 
i5a8  vi  dovette  soccombere  con  altri  distinti  personaggi 
(270)  onde  l'Ariosto  (Canto XXXIII.  57), 

Ecco  Fortuna  come  cangia  voglie , 
Sin  qui  a'  Francesi  si  propizia  stata; 
Che  di  febbre  gli  uccide,  e  non  di  lancia, 
Sì  che  di  mille  un  non  ne  torna  in  Francia* 


97 

Il  Jago  Lucrino,  quello  d'Averno,  l'altro  d'Agnano, 
e  la  palude  Acherusia  tolgono  al  presente  la  salubrità  ai 
famosi  lidi  di  Baja  (271)  e  di  Pozzuoli;  ed  il  solo  aspetto 
malsano  degli  abitanti  indicò  questa  verità  a  me,  come  già 
a  Thouvenel.  In  questi  luoghi  relegato  Montpensier,  ge- 
nerale di  Carlo  Vili ,  dopo  la  capitolazione  di  Atella ,  vi 
morì  nella  state  del  1496  in  seguito  ad  una  febbre  marem- 
mana con  45oo  de' suoi  5ooo  soldati  (272). 

Le  febbri  paludose ,  che  regnavano  ai  primi  tempi  di 
Roma  e  che  certamente,  come  alcuni  pensano  (273),  co- 
stituirono quelle  quindici  epidemie ,  così  dette  pesti ,  le 
quali  prima  del  4^9  infestarono  Roma,  regnavano  pure 
nei  floridi  tempi  della  Romana  Repubblica  (274)  e  del- 
l'Impero,  come  sappiamo  da  Orazio  e  da  Galeno  (275). 
La  grande  popolazione  e  ¥  agricoltura  però  dovevano  ren- 
dere certamente  minore  questo  endemico  flagello. 

Li  straripamenti  del  Tevere,  che  accadevano  frequente- 
mente nella  città  stessa  (276)  influivano  allo  svilupparsi 
di  tali  malattie.  Di  ciò  può  essere  prova  quanto  racconta 
Giovanni  Diacono  (277),  che  ai  tempi  di  Pelagio  Papa  una 
inaudita  piena  del  Tevere  allagò  le  campagne ,  impedì  lo 
sgorgo  ai  fiumi ,  alle  cloache  ed  ai  torrenti ,  e  fu  susse- 
guita da  una  lunga  pestilenza  che  mietè  tante  vittime,  tra 
le  quali  lo  stesso  Pontefice. 

Il  trasporto  però  della  sede  dell'  Impero  da  Roma  a  Co- 
stantinopoli deve  essere  riguardato  come  una  delle  prime 
e  principali  cagioni  dell'  accresciuta  insalubrità  del  suolo 
romano  (278).  E  difatti  quei  campi  che  già  gli  stessi  il- 
lustri cittadini  non  sdegnavano  colle  proprie  mani  coltiva- 
re, deposto  pur  anco  un  comando  dittatorio ,  abbandonati 
ed  incolti  per  la  migrazione  e  lo  scemamento  della  popò- 

7 


9*> 

lazione,  dovettero  necessariamente,  anche  per  la  naturale 
geologica  ineguaglianza  della  loro  superfìcie,  trattenere  le 
acque  di  pioggia  e  quelle,  che  il  Tevere  colle  sue  escre- 
scenze portava  su  di  essi.  A  ciò  si  aggiunsero  i  barbari  col 
rompere  i  magnifici  acquedotti,  e  collo  sviare  que'  ruscel- 
li ,  che  tanto  adornavano  le  superbe  ville  dei  grandi,  ne 
irrigavano  i  spaziosi  giardini,  ed  animavano  le  perenni 
fontane. 

Questo  dannoso  e  lagrimevole  cangiamento  a  poco  a 
poco  proseguendo,  soltanto  dopo  il  mille  divenne  rilevan- 
tissimo, come  fa  vedere  T  illustre  Cancellieri  in  una  let- 
tera al  sig.  KorefF  di  Berlino. 

Le  continue  aspre  vicende,  alle  quali  soggiacque  insie- 
me a  tutta  T  Italia  anche  lo  Stato  Romano  nel  medio  evo 
vi  mantenne,  se  non  accrebbe ,  tale  insalubre  condizione , 
e  questa  panni  non  potere  essere  meglio  descritta ,  che 
colle  parole  di  un  celebre  scrittore,  il  quale  dipinge  viva- 
mente que' tempi  ricchi  d'inquietudini.  «  Le  frequenti  ed 
acanite  guerre ,  che  facevansi  tra  di  loro  illustri  famiglie 
romane,  avevano  assolutamente  scacciati  gli  agricoltori 
dalla  campagna.  Tutti  gli  abitanti  vivevano  nei  castelli 
fortificati;  essi  non  potevano  trovare  sicurezza  pei  loro  greg- 
gi ,  per  le  loro  raccolte ,  e  per  le  stesse  loro  persone,  che 
racchiudendosi  in  quelli.  Tutto  quanto  avessero  lasciato 
in  una  casa  isolata  sarebbe  stata  preda  dei  soldati:  nessun 
profitto  potevano  sperare  da  qualunque  oggetto  coltivato 
che  richiesto  avesse  lunga  permanenza  nel  suolo.  Nelle 
crudeli  devastazioni ,  alle  quali  erano  sì  frequentemente 
esposti ,  le  loro  viti  sarebbero  state  schiantate ,  ed  abbrac- 
ciati i  loro  oliveti  ;  così  erano  forzati  a  non  ricercare  dai 
loro  campi,  che  gli  uniformi  ed  annuali  prodotti  dei  pa«* 


99 

scoli  e  delle  messi .  In  tal  modo  andava  estendendosi  la 
desolazione  nelle  campagne  romane  :  la  terra  senza  abi- 
tanti, senz'alberi,  senza  ornamenti,  senza  recinti  non  dif- 
ferivano da  un  deserto ,  che  per  i  fuggitivi  lavori,  che  al 
termine  di  un  anno  non  lasciavano  più  traccia  di  se.  In- 
tanto il  villaggio  fortificato,  il  cui  abitante  con  un  lavoro 
brevissimo  alimentavano  di  una  debole  vita  i  circostanti 
campi,  non  poteva  venire  assalito  o  distrutto  senza  che  da 
prima  l' intiero  circondario  cessasse  di  essere  coltivato. 
Spesse  volte  posciachè  un  villaggio  era  stato  abbrucciato 
e  li  abitanti  massacrati,  i  loro  eredi  si  trovavano  ancora  in 
stato  d'inalzare  le  mura,  di  mettersi  in  difesa,  ma  se  a 
ciò  fare  loro  mancava  il  danaro  o  la  forza,  se  le  breccie 
restavano  aperte,  o  se  non  erano  in  caso  di  sottrarsi  a  col- 
pi di  mano,  non  potevano  pia  lusingarsi  di  godere  essi  me- 
desimi dei  frutti  dei  loro  sudori  :  tutte  le  raccolte  loro  ve- 
nivano rapite,  così  o  perivano  di  miseria  o  abbandonando 
delle  proprietà  rese  ormai  pesanti  andavano  a  portare  il 
loro  lavoro  in  un  paese  ove  potessero  procurarsi  una  sicura 
sussistenza.  A  un  tratto  la  cattiva  aria  del  deserto  s'im- 
possessava dei  campi  abbandonati,  e  se  in  un  tempo  di  cal- 
ma i  loro  antichi  abitanti  giungevano  a  ritornarvi ,  vi  pe- 
rivano per  le  febbri  prodotte  dalle  paludi.  Sino  a  che  , 
egli  è  vero,  i  gentiluomini  abitarono  que'  castelli  fortificati 
in  mezzo  ai  loro  vassalli ,  essi  facevansi  una  particolare 
premura  di  riparare  i  danni  della  guerra  ,  e  finche  loro 
restava  qualche  fortuna  andavano  inalzando  di  nuovo  le 
abbattute  mura.  Così  conservavano  nei  loro  feudi  qualche 
industria ,  qualche  popolazione  e  qualche  ricchezza.  Ma 
quando  in  un  tempo  più  tranquillo  passarono  a  stabilirsi 
nella  Capitale,  gli  ultimi  efletti  delle  guerre  dei  loro  an- 


IOO 

tenati  si  fecero  sentire  sulla  prosperità  ed  il  restante  della 
popolazione  scomparve  dalla  campagna  di  Roma.  » 

Arrivando  alla  città  eterna  si  trova  l' unico  esempio  di 
un  fertilissimo  terreno  abbandonato  intorno  ad  una  metro- 
poli. Passando  per  Baccano  il  tristo  aspetto  degli  abitanti , 
i  stagni  che  qua  e  là  si  offrivano  alla  mia  vista ,  o  che , 
quantunque  nascosti ,  manifestavano  con  fetide  esalazioni 
la  loro  presenza,  m'indicavano  chiaramente,  che  io  poneva 
il  piede  nel  regno  delle  febbri ,  e  quando  la  curiosità  e 
l' amore  di  apprendere  mi  facevano  vagare  per  quelle  ab- 
bandonale campagne,  onde  ammirare  gli  avanzi  del  Cir- 
co di  Caracalla,  e  il  Sepolcro  di  Cecilia  Metella ,  io  tro- 
vai quella  fonte,  che  si  vuole  avere  Numa  (279)  dedicata 
alle  Camene,  0  dove  prendeva  i  consigli  da  Egeria,  non 
offrire,  che  un  nero  limacioso  stagno  tramandante  molesto 
gas  epatico:  e  trovai  quel  ruscello,  ove  i  Sacerdoti  lavavano 
il  Simulacro  di  Cibele  (280)  cangiato  in  altro  stagno,  che 
non  so  se  più  il  tristo  aspetto,  che  una  corruzione  d' antico 
nome  (28 1)  fa  chiamare  al  presente  l'acquatacelo.  Qaan- 
do  ad  ogni  tratto  su  quegli  ineguali  e  deserti  dintorni  ar- 
restavano i  miei  passi  acque  corrotte  affatto  stagnanti  0  len- 
tamente correnti  e  sempre  corrotte  tra  le  palustri  canne , 
quando,  dico  questo  tristo  quadro,  mi  si  offriva  allo  sguar- 
do, io  trovava  una  giusta  ragione  alla  mancanza  di  abitan- 
ti, neir  abbandono  e  rovina  di  case  anche  moderne ,  ed 
alla  rinomanza  sfavorevole  del  cielo  romano  (282). 

Un'  altra,  forse  ancor  maggiore,  fonte  di  miasmi  febbri- 
feri  infesti  a  quella  Capitale  sono  le  maremme  p.  e.  quelle 
intorno  ad  Ostia,  città  che  ai  tempi  antichi  contava  cin* 
quanta  mila  abitanti ,  ed  ora  non  conta  che  trenta  nella 
miglior  stagione.  Racconta  di  questo  luogo  il  Lancisi  (283), 


101 

die  di  trenta  persone,  che  vi  si  portarono  a  diporto,  venti- 
nove vennero  prese  da  terzana.  L'opinione  di  chi  ha  at- 
tribuita l'insalubrità  di  Roma  alle  Paludi  Pontine (284) 
trovasi  fondata  e  ragionevole  riflettendo  che  la  situazione 
di  Roma  è  tale ,  che  mentre  al  nord-ovest  non  si  vede  la 
palla  della  cupola  di  S.  Pietro  se  non  se  alla  Storta ,  po- 
che miglia  lungi  dalla  città,  invece  a  sud-est  si  giunge  a 
vederla  sin  da  Capo  Circello  oltre  Terracina,  e  da  questa 
circostanza  dipende,  eh'  essa  infelicemente  trovasi  esposta 
al  vento  scirocco,  il  quale  le  porta  i  febbriferi  miasmi  che, 
vanno  generandosi  da  quella  instancabile  officina  morbosa 
tra  il  solstizio  d' estate  e  l' equinozio  d' autunno. 

In  quest'  epoca  le  febbri  intermittenti  infuriano  su  tutto 
il  cammino,  che  percorre  il  detto  vento ,  non  che  su  certi 
quartieri  della  città.  Quando  giunsi  in  Roma  sul  principio 
di  giugno  del  1822  eranvi  nell'Arcispedale  di  S.  Spira- 
to n.°  1 5 1  malati,  quando  vi  ritornai  al  finire  di  luglio  se 
ne  accrebbe  il  numero  a  368:  e  seppi  che  nell'antece- 
dente anno  1821  dal  numero  di  200  opoco  più  che  se  ne 
contavano  al  principio  di  giugno  salirono  a  quasi  900  nel 
settembre.  Costì  adunque  la  stagione  più  propria  alla  ge- 
nerazione de'  miasmi  palustri  è  costantemente  pur  quella 
delle  febbri  intermittenti.  Ciò  che  non  altrimenti  avvie- 
ne per  le  risaje  0  paludi  di  qualunque  paese  ed  anche 
della  Lombardia.  Non  mancano  però  annate,  nelle  quali 
particolari  circostanze  danno  luogo  ad  uno  straordinario 
numero  di  tali  febbri,  regnano  cioè  anche  epidemicamen- 
te, come  abbiamo  veduto  essere  già  un  tempo  successo  e 
come  accadde  nella  così  detta  città  Leonina  nel  1695 
per  le  acque  corrotte  nelle  fosse  di  Castel  Sant'Angelo 
e  sue  vicinanze  (280).  Racconta  Domenico  Panatolo  (286) 


I  OSI 

che  nel  1601  1*  acqua  Mariana  sortita  dal  proprio  Ietto 
fuori  di  Porta  Celimontana  ristagnò  nelle  prossime  valli  ed 
ivi  imputridì.  I  vapori  che  sorsero  per  1' azione  del  sole  ca- 
gionarono la  morte,  0  la  fuga  degli  abitanti.  Opposero  al- 
cuni, che  se  fossero  i  miasmi  delle  Paludi  Pontine  che  spin- 
ti del  Sud-Est  offendessero  Roma ,  ne  sarebbero  ancor 
pia  offesi  Velletri  e  Albano ,  perchè  esposti  al  passaggio 
di  tal  vento.  Colla  cognizione  che  ho  appreso  sul  luogo  mi 
credo  in  grado  di  poter  fare  osservare,  primieramente  che 
quelle  città  deviano  alcun  poco  dal  vero  Sud-est  verso 
Est,  in  secondo  luogo,  ch'esse  sono  assai  pia  alte  che  Ro- 
ma e  scendendo  da  Albano  a  cielo  sereno  vedesi  T  antica 
metropoli  del  mondo  co' suoi  sette  colli  quasi  indiscerni- 
bile nella  pianura,  perchè  seppellita  alla  mattina  ed  alla 
sera  entro  la  nebbia  che  generasi  fors'  anco  in  luogo ,  ma 
ma  che  vi  è  altresì  spinta  dal  lato  delle  maremme  e  pa- 
ludi che  le  stanno  a  scirocco  e  ad  austro. 

Le  Paludi  Pontine ,  dalle  quali  (quantunque  lontana 
quasi  quaranta  miglia)  ripete  Roma  gran  parte  della  sua 
insalubrità  e  che  per  la  loro  celebrità  in  questo  genere 
possono  risguardarsi  come  intimamente  legate  air  eziolo- 
gia delle  febbri  intermittenti ,  si  estendono  in  lunghezza 
metri  4^000,  cioè  miglia  trentatre  da  Cisterna  a  Terra- 
cina,  ed  in  larghezza  17  ed  anche  18  mila  metri.  La  loro 
superficie  inclina  verso  SEE ,  circostanza  la  quale  unita 
all'  altra  di  essere  quel  suolo  fatto  a  strati  di  torba  nera 
su  di  un  terreno  composto  di  frammenti  di  testacei  marini, 
ben  dimostra  che  questo  terreno  0  è  stato  abbandonato  dal 
mare  ritiratosi  dalla  parte  di  Terracina ,  0  che  le  spoglie 
de'  vicini  monti  di  Sermoneta,  di  Sezza ,  di  Piperrio  ec. 
itrascinate  dalle  acque  hanno  formato  e  innalzato  un  ter- 


io3 
reno,  che  il  mare  dovette  abbandonare  i  e  così  la  celebre 
isola  di  Circe  trovossi  unita  al  continente  (287). 

Questa  grande  superficie  di  terreno,  che  può  valutarsi 
da  i5o  a  200  miglia  quadrate  (288),  e  che  risulta  ottimo 
alla  coltivazione,  viene  bagnata  dalle  numerose  acque  che 
discendono  dai  suddetti  imminenti  monti  ;  ed  esse  sono 
quelle  che  sia  per  non  esser  tutte  ritenute  e  guidate ,  sia 
per  l'elevazione  dell'orlo  del  bacino  pontino,  che  confina  al 
mare  ed  impedisce  il  lor  libero  scaricarsi,  son  quelle,  dico, 
che  danno  luogo  a  stagni  innumerevoli  e  nocivi.  Né  tale  in- 
conveniente al  certo  avveniva  quando  i  Volsci  vi  abitava- 
no>  poiché  in  quel  tempo,  secondo  ci  racconta  Plinio  (289) 
sulla  fede  del  Console  Muciano,  vi  si  contenevano  tren- 
tatre città.  Dopo  che  i  Romani  a  nuli'  altro  intesi  che  alla 
guerra  ed  ancora  ignari  d' ogni  altra  utile  disciplina  sog- 
giogarono que'popoli,  certamente,  che  la  spopolazione,  e  la 
trascuranza  dell'  agricoltura  avrà  permesso  l' impaluda- 
mento di  un  suolo,  che  era  bisognoso  di  braccia  onde  mo- 
strare la  sua  grande  ed  innata  fertilità  (290). 

Appio  Claudio,  44a  anni  dalla  edificazione  di  Roma, 
ne  cominciò  il  bonificamento,  ma,  impaludatosi  di  nuovo, 
i3o  anni  dopo,  Cornelio  Cetego  (291)  ne  rinovò  l'asciu- 
gamento. Giulio  Cesare  aveva  concepiti  vasti  progetti  in 
tal  proposito  ma  per  la  sua  morte  restarono  senza  esecu- 
zione. Augusto  però  gii  riprese  con  idee  ancor  più  ampie 
(392).  Anche  Teodorico  Re  de'  Goti  vi  rivolse  le  sue  cure 
(293).  Dalla  fine  del  secolo  XIII  sino  alla  metà  del  XVIII 
furono  dieciotto  i  Pontefici  che  assunsero  consimili  lavori 
tra  quali  Bonifazio  XIII,  Martino  V,  Leone  X,  Cleme- 
te  VII,  Pio  V,  Clemente  XI,  Sisto  V;  Ma  fu  Pio  VI,  che 
col  maggior  calore  si  dedicò  al  medesimo  fine  senza  però 


io4 

che  ne  ritraesse  utilità  proporzionata  al  coraggio  ed  alla 
spesa.  Finalmente  nel  breve  dominio  suo  il  Governo  Fran- 
cese non  aveva  trascurato  di  ideare  e  disporre  cose  molto 
favorevoli  al  miglior  essere  di  cotesto  infelice  paese  (294). 
Queste  vicende  sono  a  mio  giudizio  assai  ben  epilogate 
nelle  parole  che  V.  Monti  fa  da  Giove  diriggere  alla  Nin- 
fa Feronia  (2t)5) 

Tempo  verrà,  che  largamente  reso 

Tel  vedrai, non  temerne,  e  i  muti  altari, 

E  le  cittadi  e  i  campi,  e  le  pianure 

Dai  ruderi,  e  dall'onde,  e  dalla  polve 

Sorger  piìi  belle  e  numerose  e  colte. 

D' Italia  in  questo  i  piìi  lodati  eroi 

Porran  l' opra  e  l' ingegno.  Io  non  ti  nomo 

Che  i  pili  famosi/:  e  in  prima  Appio  che  in  mezzo 

Spingerà  delle  torbide  Pontine 

Delle  vie  la  regina.  Indi  Cetego: 

Indi  il  possente  fortunato  Augusto 

Esecutor  della  paterna  idea  : 


,    Ècco  venirne 

Poscia  il  lume  de'  regi,  il  pio  Trajano 
Che,  domata  con  l'armi  Asia  ed  Europa, 
Col  senno  domerà  la  tua  palude  : 
E  le  partiche  spade  e  le  tedesche 
In  vomeri  cangiate  impiagheranno 
Meglio  d'assai  che  de' Romani  il  petto, 
Le  glebe  rTometine.  E  qui  trecento 
Giri  ti  volve  d'  abbondanza  il  sole, 
E  di  placido  regno,  infin  che  il  Goto 


IO!) 

Furor  ti?  Italia  guasterà  la  faccia. 
Da  boreal  tempesta  la  mina 
Scenderà  de'  tuoi  campi:  ma  del  pari 
Un'alma  boreal  calda  e  ripiena 
Del  valor  d' Occidente,  altro  bel  regno 
Porterà  la  salute,  e  poi  di  nuovo 
(Che  tal  de'  fati  è  il  corso)  alto  squallore 
Lo  coprirà:  né  zelo,  arte  o  possanza 
Di  sommi  sacerdoti  all'onor  primo 
Interamente  il  renderai:  che  l'opra 
Immortai,  gloriosa,  ed  infinita 
Ad  un  più  grande  eroe  serba  il  Destino, 
Lo  diran  Pio  le  genti  e  di  quel  nome 
Sesto  sarà. 

In  quei  luoghi  un'orgogliosa  vegetazione  somministra- 
rebbe  abbondanti  prodotti,  se  impunemente  potesse  essere 
abitato  e  coltivato,  ma  i  miseri  lavoratori,  che  vi  sono  con- 
dotti dalla  speranza  di  guadagno ,  tosto  vengono  avvelena- 
ti da  quell'  aria  per  cui  o  vi  periscono  o  si  ritirano  nel 
loro  paese  nativo  a  condurre  per  molto  tempo  una  misera 
vita  (296).  Io  vidi  fuggire  da'  que'  luoghi  nella  state  i  pa- 
stori: vidi  le  guardie  militari,  i  postiglioni,  i  pochi  mise- 
rabili tavernai,  gente  forzata  ad  abitarvi,  sparuti  in  volto  0 
qua  e  là,  quasi  ombre,  aggirarsi,  0  abbandonarsi  sul  suolo, 
onde  lasciar  luogo  allo  scomparire  dell'  accesso  febbrile. 
Ed  allorachè  attraversai  di  notte  queste  paludi,  ampj  globi 
di  nebbia  illuminati  dal  chiarore  della  luna  assomigliavano 
a  masse  di  bianco  cotone ,  e  squarciandole  nel  passaggio , 
un  fetidissimo  odore  di  vegetabili  e  di  animali  in  corru- 
zione offendeva  l'odorato  nel  tempo  stesso,  che  molestavano 


io6 

l'orecchio  quelle  rane,  e  la  cute  quelle  zanzare  per  lungo 

ordine  di  sangue  discendenti  dalle  celebrate  da  Orazio 

(297)- 

Altre  città  dello  Stato  Pontificio  erano  dominate,  o  re- 
golarmente ogni  anno,  o  di  quando  in  quando  accidental- 
mente, da  febbri  intermittenti;  e  dal  Lancisi.  (298)  sap- 
piamo come  ne  fossero  cagione  i  miasmi  sviluppati  ora 
dalle  acque  corrotte  stagnanti  ora  da  quelle  de'  macera- 
to)' della  canapa  e  del  lino ,  come  avvenne  per  le  febbri 
d'Orvieto  prima  del  1705,  tal  altra  volta  quelli  nati  da 
straripamenti,  come  successe  a  Bagnarea  nel  1707,3  Pe- 
saro nel  1708,  ad  Agnano,  a  Ferentino  e  Frosinone 
nel  1709. 

Riferisce  Leonardo  Alberti  (299)  che  prima  che  si  por- 
tassero i  necessarj  rimedj,  le  paludi  rendevano  Pesaro  cosi 
malsano ,  che  pochi  giungevano  all'  età  di  cinquant'  anni. 
Salio  Diverso  dice  (3oo)  che  Faenza  soffriva  assaissimo 
per  le  acque  delle  sue  fosse.  Pel  litorale  romagnuolo  del- 
l'Adriatico  serpeggiano  tutto  l'anno  le  intermittenti,  ma 
d'ordinario  fannosi  epidemiche  nell'estate  ed  autunno 
(3oi).  Le  acque  stagnanti  tra  i  canneti  dell'estremità 
settentrionale  del  lago  di  Bolsena  rendono  insalubre  que- 
ste città  e  San  Lorenzo  alle  grotte.  Cosi  dicasi  del  lago 
di  Perugia.  Venendo  a  quella  parte  d' Italia  posta  sotto 
un  clima  dolcissimo  e  che  nella  civilizzazione  non  solo  fu 
maestra  a  Roma ,  ma  forse  precedette  la  stessa  Grecia 
(come  già  pensò  il  Guarnacci  (3o2)  e  come  con  erudizio- 
ne, fatti  e  buon  raziocinio  cercò  provare  ultimamente  il 
Principe  di  Canino  (3o3)  ),  voglio  dire  la  Toscana,  la  tro- 
viamo nella  sua  costa  marittima  dal  Serchio  sino  agli  Sta- 
ti romani ,  ben  pochi  punti  eccettuati ,  deturpata  da  insa- 


lubri  maremme  (3o4).  Che  al  tempo  in  cui  gli  Etruschi , 
i  Volsci  ed  i  Romani  occupavano  con  numerora  popola- 
zione questi  luoghi  di  quarantatre  leghe  di  lunghezza  e 
di  1900  miglia  quadrate  di  superficie  fossero  essi  coltivati, 
e  che  a  tal  fine  le  acque  si  mantenessero  ben  scorrenti, 
e  che  perciò  l' aria  non  avesse  motivi  a  guastarsi,  egli 
abitanti  a  soffrirne,  è  in  vero  semplice,  però  ragionevolis- 
sima supposizione;  ma  ciò  che  dir  si  può  innegabile  fatto 
si  è,  che  gli  antichi  storici  s'accordano  tutti  nel  descriver- 
ci bella,  felice,  civilizzata,  ben  coltivata  e  fertile  l'Etra* 
via  (3o5)  e  nel  vantarci  le  città  di  Saturnia,  di  Populonia 
di  Roselle,  Soana,  Cosa  ec.  Né  se  altrimenti  fosse  stato 
non  vi  avrebbero  avute  deliziose  ville  gli  opulenti  Roma- 
ni, ne  mai  gli  antichi  fanno  menzione  di  que'  tristi  ed  in- 
salubri luoghi,  che  tutti  li  storici  ed  i  geografi  dai  primi 
anni  dell'  Impero  in  poi  non  lasciano  di  far  notare.  In  fat- 
ti sappiamo,  che  ai  tempi  di  Trajano  malsano  era  già  il  li- 
torale etrusco  (3o6).  Le  replicate  invasioni  non  solo  di  ar- 
mate barbare ,  ma  altresì  di  sconosciute  malattie,  che  ca- 
gionarono micidiali  epidemie  dopo  il  trasporto  della  sede 
dell'Impero  in  Oriente  fecero  diminuire  la  popolazione, 
a  ciò  si  aggiunge,  che  l'infelice  abitante  fuggir  doveva  per 
non  vedersi  rapito  nei  frequenti  sbarchi  de'  Saraceni;  l'ab- 
bandono delle  terre  si  accrebbe,  le  strade  furono  rotte,  ed 
i  fiumi  straboccati  formarono  laghi  e  stagni  insalubri. 

Morta  la  contessa  Matilde  cioè  dal  secolo  XI ,  le  divi- 
sioni in  diverse  repubbliche  e  principati,  lo  stabilimento 
di  badie  e  corpi  religiosi  furono  di  qualche  vantaggio  allo 
stato  deplorabile  della  maremma  e  perciò  anche  alla  sa- 
lute in  grazia  dell'  agricoltura  che  preso  aveva  qualche 
vita:  ma  il  per  tanti  secoli  dominante  fatai  spinto  di  guer- 


io8 

ra,  mantenuto  ora  dall'amore  dell'  indi  penza ,  ora  dalli 
odj  municipali  e  famigliari ,  portando  sempre  con  se  le 
persecuzioni,  le  distruzioni,  i  saccheggi,  le  morti  e  li  sfratti, 
fecero  abbandonare  i  campi  e  perdere  le  buone  pratiche 
dell' agricoltura.  Noi  sappiamo  come  molti  villaggi  fossero 
ancora  popolati  da  Livorno  all'Ombrone  e  come  se  ne 
debba  la  distruzione,  la  desolazione,  l'abbandono  e  final- 
mente l' insalubrità  al  Marchese  di  Maregnano  prima  co- 
nosciuto sotto  il  nome  di  Castellano  di  Musso  (3 06). 
Chiunque  al  giorno  d' oggi  scorre  le  maremme  di  Versi- 
glia  ,  di  Grosseto  ,  di  Massa ,  di  Piombino ,  di  Cecina  ec. 
troverà  se  non  perfetto  abbandono  di  coltivazione,  certa- 
mente umidità  e  pochissimi  abitanti  per  miglio  quadrato, 
abitanti  poi,  che  col  triste  loro  aspetto  testificano  e  pale- 
sano il  dominio  di  quelle  febbri,  che  abbiamo  veduti  ap- 
partenere alle  risaje  ed  alle  paludi  d'ogni  parte  del  mondo. 
La  bella  Val-di-Chiana  faceva  dire  di  se  a  Fazio  degli 
Uberti  (3o8)  nel  i36o. 

Quivi  son  volti  lividi  e  confusi 
Perchè  l'aere  e  la  Chiana  gli  nimica 
Sì  che  si  fanno  idropici  e  rinfusi. 

La  storia  ci  offre  non  poche  testimonianze  del  danno 
derivato  dagli  insalubri  luoghi  della  Toscana.  Le  febbri 
intermittenti  cagionate  dai  miasmi  delle  paludi  vicino  al 
castello  d'Altopascio  fecero  costar  cara  ai  Fiorentini  il  di 
lui  acquisto  togliendolo  a  Castruccio  Castracani  nel  i3a5: 
né  altrimenti  avvenne  ad  Alfonso  V  d' Aragona  e  Re  di 
Napoli ,  quando  nelle  maremme  di  Piombino  assalì  nel 
i448  Rinaldo  Orsini. 


109 

Allorché  la  Repubblica  di  Pisa  era  indipendente  e  fio- 
riva in  commercio,  in  popolazione  ed  in  agricoltura,  il 
delta  dell'  Arno  ed  i  contorni  di  Pisa  erano  salubri ,  ma 
poiché  fu  soggetta  ai  Fiorentini  si  trascurò  la  polizia  de'ca- 
nali:  le  acque  non  avendo  il  loro  libero  corso  ristagnarono 
e  diedero  origine  a  quelle  febbri  intermittenti,  per  le  qua- 
li, tanto  infeste  riescite  essendo  alla  campagna  ed  alla  cit- 
tà, si  dovette  instituire  nel  i/\r]r]  una  magistratura  sanita- 
ria detta  Uffizio  de*  fiossi.  Tale  malattia  propria  de'  con- 
torni di  Pisa  fu  quella,  che  mettendo  fuor  di  servizio  metà 
dell'  armata  dell'  infelice  Paolo  Vitelli ,  salvò  da  un  im- 
minente caduta  quella  repubblica  nel  i499«  Diceva  Lan- 
cisi che  pochi  Pisani  arrivavano  all'  età  di  cinquantanni 
prima  che  si  asciugassero  le  paludi  che  circondavano  la 
città.  Vittima  delle  maremme  toscane  furono  le  colonie 
mainotte,  lorene  ed  altre  che  in.  esse  si  volle  tentare  di 
stabilire  (309). 

D'insalubri  paludi  non  manca  pure  la  costa  marittima 
del  Ducato  di  Lucca.  E  i  stagnoni  della  Spezia  e  la  valle 
d'Andora  per  le  acque  stagnanti  hanno  aria  febbrifera. 

La  pianura  bassa  ed  inferiore  del  Bolognese  è  malsana 
non  solo  per  le  risaje  0  per  i  maceratoi  di  canape ,  e  per 
le  acque,  che  impaludano,  mancando  di  declivio,  ma  al- 
tresì per  quelle  raccolte  d'acque  piovane  e  di  fiume,  che 
a  bella  posta  si  trattengono  per  far  crescere  erbe  acqua- 
tiche e  diconsi  valli  artificiali. 

Queste  valli  infatti  pel  danno  che  arrecano  ebbero  nel 
i^56  particolare  proibizione. 

Il  Ferrarese,  il  Ravennate  e  principalmente  Comacchio 
ricchi  d' acque  e  di  lagune  sono  ugualmente  dominati  as- 
sai dalle  febbri  intermittenti  e  se  è  vero  che*  Ravenna  non 


J  IO 

abbia  (3 io)  dalle  sue  paludi  d'acqua  dolce,  e  da  quelle 
d' acqua  salsa  un  danno  quale  si  potrebbe  aspettarsi,  ciò  è 
forse  da  attribuirsi  alle  piniere  che  stanno  tra  le  paludi  e 
la  città  (3u). 

Nei  così  detti  Polesini ,  e  nel  Padovano  per  i  numerosi 
canali  e  per  i  stagni  forniti  o  dal  straripamento,  o  dal  len- 
to scaricarsi  dell'Adige,  del  Po,  o  di  altri  fiumi  nell'A- 
driatico, i  miasmi  palustri  sono  abbondanti  e  1'  armata  che 
i  Padovani  nel  1 3 1 3  opposero  a  Can  della  Scala  ebbe  a 
provarne  i  tristi  effetti. 

Malte-Brun  (3 12)  dice  che  fu  l'insalubrità  prodotta 
dalle  acque  del  paese  posto  tra  le  Alpi  e  l'Adige  quella, 
che  cagionò  sedici  secoli  prima  dell'  era  nostra  una  nuova 
migrazione  di  quelli  Illirici ,  che  poscia  passarono  all'  ul- 
timo confine  meridionale  d' Italia. 

Al  termine  NO  dell'Adriatico  le  lagune  di  Marano 
molestano  colle  febbri  periodiche  coloro,  che  vivono  vicino 
alle  reliquie  di  Aquileia  ed  al  celebre  Aitino,  cui  succes- 
se Torcello  e  Mazorbo. 

L' aria  di  Chioggia  è  umida ,  ma  sono  le  paludi  che  le 
stanno  intorno  quelle  che  ne  peggiorano  la  condizione. 
Dice  il  prof.  Federigo  (3 1 3)  che  laddove  è  circondata 
dai  venti  del  mare  e  dal  nord  la  salute  degli  abitanti  è 
pia  prospera.  Essendo  la  parrochia  di  S.  Andrea  piti  ven- 
tilata i  morbi  vi  sono  pia  rari.  La  parrochia  del  Duomo  è 
la  parte  pia  soggetta  ai  morbi  endemici  ed  epidemici  es- 
sendo vicina  alle  paludi,  che  sviluppano  una  soverchia  umi- 
dità. Anche  l'aria  di  Murano  era  anticamente  pia  salu- 
bre che  oggidì  essendo  meno  circondata  da  paludi  e  barene, 
le  quali  ora  si  veggono  moltiplicate  specialmente  dalla 
parte  di  S.  Michele  e  di  S.  Maria  degli  Angeli.  Colà  do- 


I II 

minano  le  febbri  periodiche,  che  giungono  al  grado  di 
perniciose. 

Le  vicinanze  della  d'altronde  salubre  Udine  nel  Friuli 
sono  dominate  pure  da  febbri  intermittenti ,  che  derivano 
o  dalle  acque  ristagnanti  nei  fossi  della  campagna  (3 1 4) 
o  da  miasmi  provenienti  dalle  maremme  (3 1 5).  Venendo 
finalmente  a  considerare  quel  tratto  di  paese ,  cui  al  pre- 
sente dassi  esclusivamente  il  nome  di  Lombardia ,  trovia- 
mo al  suo  confine  orientale  Peschiera,  che  le  acque  o 
lente  o  stagnanti  nelle  fosse ,  ed  il  palustre  confine  del 
fremente  Benaco  rendono  soggetta  alle  febbri  intermitten- 
ti (3 1 6) ,  per  simile  motivo  ad  essa  può  unirsi  Bardolino 
tra  la  detta  fortezza  e  Garda,  (Governo  Veneto)  ove  per 
paludosa  malattia  ebbe  a  soffrire  l' armata  de'  Veneziani 
comandata  dal  famoso  Francesco  Sforza  nel  1439. 

Il  Gibelin  fuggiasco  fa  raccontare  da  Virgilio  che  Man- 
to tebana  figlia  di  Tiresia  venne  a  fondare  Mantova  dove 
il  Mincio 

Non  molto  ha  corso,  che  trova  una  lama 
Nella  qual  si  distende  e  la  impaluda 
E  suol  di  state  talor  esser  grama. 
Quindi  passando  la  vergine  cruda 
Vide  terra  nel  mezzo  del  pantano 
Senza  cultura  e  d'abitanti  nuda  (3 17). 

Anche  al  presente  in  questa  città  (quantunque  molto 
meno  dal  principio  del  presente  secolo,  epoca  in  cui  s' in- 
cominciò a  cangiare  inutili  e  dannose  paludi  in  piazze  ed 
amene  passeggi),  sì  le  acque  basse  e  ferme  tra  i  canneti 
sui  margini  del  lago,  che  quelle  che  le  moltiplicate  fosse 


112 

trattengono ,  danno  luogo  a  febbri  intermittenti  meno  agli 
abitanti,  che  al  forestiero  infeste. 

Nella  salubre  Provincia  di  Bergamo  tale  malattia  re- 
gna nei  pochi  luoghi  ove  sono  vi  acque  stagnanti  p.  e.  ove 
l'Adda  ne  lascia  dopo  le  sue  escrescenze  nei  contorni  di 
Sala,  di  Bisone,  di  Lavello  verso  l'estremità  occidentale 
della  valle  di  S.  Martino.  Endemiche  sono  le  febbri  perio- 
diche intorno  al  lago  di  Elidine.  Insalubre  stagno  forma 
l'Oglio,  ove  si  scarica  verso  la  sponda  sinistra  del  lago  Se- 
bino  e  forma  alluvioni  vicino  a  Pisogne.  Anche  le  acque 
del  Serio  s'impaludano  nella  pianura  e  nella  Geradadda. 
Varj  dannosi  stagni  si  riscontrano  a  Misano,  a  Foronovo 
e  in  vicinanza  di  Caravaggio  (3i8). 

Là  dove  vi  ha  lo  sbocco  dell'  Adda  nel  lago  di  Como  e 
dove  tra  i  torrenti  Pedino  ed  Inganna  giace  il  villaggio 
di  Colico,  molte  sorgenti  mantenevano  paludosa  una  su- 
perficie di  1200  ettari,  la  quale  formava  le  paludi  di 
Gera,  di  Pianedo  e  di  Colico ,  che  prestava  il  nome  ad 
un  piano  rinomato  per  la  sua  aria  micidiale.  Pare  che  una 
numerosa  popolazione  usasse  già  di  quei  luoghi ,  come  di 
fertili  campi ,  ma  che  poi  la  mancanza  di  essa  abbia  dato 
luogo  all'impaludamento,  e  questo  all'insalubrità.  Se  ora 
furono  ridonati  all'  agricoltura  quei  campi ,  se  si  ha  molto 
minor  pericolo  nell'abitare  o  passare  per  questi  luoghi  e 
se  Colico  ha  in  pochi  anni  radoppiata  la  sua  popolazione , 
devesi  ciò  all'  intraprendente  spirito  del  Dott.  Luigi  Sacco, 
ed  alle  cognizioni  del  sig.  Giacomo  Rousselin  che  con  ot- 
timo effetto  ne  intrapresero  l' asciugamento.  La  parte  su- 
periore del  lago  in  discorso  incominciando  appunto  da 
questi  luoghi  rassomiglia  piuttosto  ad  una  palude  e  come 
tale  fa  sentire  i  suoi  malefici  effetti  nei  siti  detti  appunto 


u3 

le  paludi  del  Piano  di  Spagna ,  di  S.  Agata ,  di  Riva  di 
Ghiavenna  ec. 

In  una  parte  dell*  alto  Stato  Lombardo  sotto  un  mede- 
simo grado  di  latitudine,  ed  a  certa  distanza  sia  con  acque 
di  pioggia,  sia  con  quella  di  sorgenti,  tra  le  ineguaglianze 
del  suolo  formansi  laghi,  che  per  la  loro  piccolezza  meglio 
direbbonsi  stagni.  Quantunque  nel  mezzo  essi  sieno  di- 
scretamente agitati  dai  venti,  lasciano  però  impaludare  le 
acque  loro  in  mezzo  ai  canneti  e  sulle  basse  sponde ,  e  si 
ha  in  quei  dintorni  aria  insalubre.  Così  è  dei  laghi  di  Co- 
mabbio  e  di  Monate  tra  la  sponda  sinistra  del  lago  Mag- 
giore e  quello  di  Varese.  Aggiungesi  a  tutto  ciò  la  presen- 
za di  strati  torbosi ,  e  un  suolo  uliginoso ,  quasi  natante , 
qual  è  quello  che  chiamasi  la  Brabbia 

In  qualche  parte  restano  pure  deturpati  dalle  cattive 
influenze  delle  acque  palustri,  quantunque  in  mezzo  a  de- 
liziosi e  salubri  colli,  le  vicinanze  dei  laghetti  di  Alserio , 
di  Pusiano,  e  di  qualche  altro. 

Il  Dott.  Della  Porta  (3 19)  nel  compartire  giuste  lodi  alla 
città  di  Como  relativamente  alla  salubrità,  non  ha  potu- 
to tacere  gì'  inconvenienti,  che  alla  medesima  arrecano  li 
effluvj  svolti  dalle  acque  stagnanti  nelle  fosse,  non  che  dal 
sedimento  fangoso,  che  deposita  nelle  cantine  e  nelle  bas- 
se abitazioni  il  torrente  Cosia.  Vide  egli  dilFatti  nel  1 762, 
dopo  un'  irruzione  di  questo  crescere  straordinariamente  i 
malati  :  altra  cagione  di  consimili  mali  è  di  quando  in 
quando  lo  straripamento  del  lago  (32o),  per  cui  tutta  la 
città  ed  i  sobborghi  ancora  vengono  occupati  dalle  acque 
a  ragguardevole  altezza;  Oltre  il  nascere  danni  ed  incomodi 
facili  ad  immaginarsi,  e  che  si  estendono  anche  a  qual- 
che settimana,  dal  depositalo  limo  pregno  di  sostanze  ve- 

8 


,.4 

getabili  ed  animali  svolgesi  fetore  non  solo ,  ma  nascono 
febbriferi  miasmi  (32 1). 

CAPO    Vili. 

Come  debbano  essere  considerate  te  sorgenti  delle  ma- 
lattie che  abbiamo  accennate,  e  come,  il  loro  nocu-* 
mento  essendo  sempre  stato  conosciuto ,  si  sia  da 
tutti  pensato  a  rimediarvi. 

Dall'avere  veduto  dominare,  ovunque  sonovi  paludi,  la 
malattia,  che  è  propria  ugualmente  delle  risaje,  dei  fonta- 
nili e  dei  maceratoj,  giuoco  forza  sarà  il  dedurre,  che  sì  le 
paludi,  che  le  risaje,  sì  i  fontanili,  che  i  maceratoj  sono  da 
considerarsi  nel  nostro  argomento  come  una  cosa  identica  e 
sola,  come  causa,  voglio  dire,  di  un  identico  e  solo  princi- 
pio morboso.  E  ciò  tanto  più  vero  risulterà,  quando  vedre- 
mo sì  nelle  risaje,  che  nelle  paludi  ec.  essere  le  medesime 
circostanze  quelle,  che  danno  origine  a  tale  agente  nocivo-, 
Frattanto  sarà  interessante  Y  osservare  da  prima,  come  da 
tutti  que'  luoghi  essendo  derivati  sempre  alle  popolazioni 
tristissimi  efletti,  non  sia  mai  stata  negletta  una  tale  trop- 
po importante  cognizione,  ed  anzi  siasi  avuta  grande  cura 
a  preservarsi  dai  medesimi  con  ogni  possibile  mezzo.  In- 
fatti simili  danni  ai  tempi  antichi  ed  ai  moderni  mossero 
T  attenzione  ed  i  saggi  consigli  de'  naturalisti ,  de*  medici 
(322) ,  degli  architteti  e  degli  institutori  agronomi  (323) 
0  militari  (324).  E  diedero  moto  sinanche  alle  lagnanze 
de'  poeti  (325);  essi  finalmente  risvegliarono  anche  le  cu- 
re e  la  vigilanza  de*  Governi  (326),  alle  benefiche  inten- 
zioni ed  opere  de'  quali,  molti  Corpi  Accademici  unire 


i.5 
volendo  le  proprie  a  vantaggio  de*  popoli ,  hanno  chiamato 
lo  studio  de'  dotti  su  questo  argomento ,  hanno  interrogato 
in  proposito  il  loro  sapere ,  animate  e  premiate  le  loro  ri- 
cerche (327). 

Come  tra  li  meriti  che  fecero  ascrivere  gli  uomini  al 
numero  degli  Dei  siasi  annoverato  quello  di  avere  tolti  i 
cattivi  effetti  delle  paludi,  noi  lo  abbiamo  veduto  ;  ora  ri- 
cordare dobbiamo  come  Romolo  e  Tazio  per  tal  ottimo 
fine  ponessero  cura  a  levare  le  acque  stagnanti  intorno 
alla  nuova  città ,  e  Tarquinio  si  rendesse  tanto  celebre  e 
benemerito  per  le  magnifiche  Cloache  che  fece  costrurre. 
Per  sottrarli  alla  perniciosa  influenza  miasmatica  T.  Osti- 
lio trasportò  i  Salapini  lontano  quattro  miglia  dall'insalu- 
bre luogo  presso  cui  abitavano  ed  eglino  piti  non  soffrirono 
l'annua  malattia  che  tentava  distruggerli  (3a8). 

Antigoa  sulla  costa  orientale  della  Nuova-Spagna  fu 
abbandonata  alla  fine  del  secolo  XVI  per  la  insalubrità 
della  sua  situazione,  e  Vera-Cruz,  che  vi  fu  sostituita,  sa- 
rebbe stata  pur  essa  rasa  e  distrutta  se  F  interesse  degli 
indigeni  non  l'avesse  vinta  sull'  importanza  della  salute 
de' forestieri  (329).  Né  per  diverso  motivo  Cervia  fu  al- 
trove trasportata  (33o),ed  Ajaccio  tolto  dalla  vicinanza  di 
nociva  palude  fu  nel  i435  edificato  nel  luogo  salubre  ove 
trovasi  presentemente  (33 1). 

Adria  già  un  tempo  fu  bonificata  dagli  Etruschi  (3 3 2), 
indi  meritò  al  Colonnello  Lorgna  la  nobiltà ,  che  gli  con- 
ferì nel  1776  il  Senato  di  Venezia  per  un  nuovo  asciu- 
gamento delle  paludi  a  vantaggio  della  città.  L'Imperatore 
Trajano  fece  ricoprire  uno  stagno,  che  Plinio  il  giovane 
Governatore  di  Bitinia  avevagli  rappresentato  come  pesti- 
fero alla  città  di  Amastrea  (333).  Francesco  Maria  primo 


i.6 

Duca  di  Urbino  ridonò,  dando  corso  ad  acque  morte  e 
corrotte,  la  salute  e  la  longevità  a  Pesaro  (334)*  Clemen- 
te Vili ,  con  ampio  scaricatojo  compartì  la  fama  di  salu- 
bre al  monte  Celio,  quando  al  di  lui  piede  l'acqua  Ma- 
riana, per  essere  nel  1601  (come  già  si  disse)  sortita  dal 
proprio  letto,  si  era  sparsa  e  corrotta,  e  nate  perciò  vi  era- 
no febbri  letali ,  che  obbligarono  quelli  abitanti  alla  fuga 
(335).  Paolo  V  atteso  il  danno  che  cagionavano  all'  aria 
di  Castel-Gandolfo  le  emanazioni  del  lago  di  Turno ,  lo 
fece  asciugare  e  se  ne  ottenne  il  desiderato  vantaggio  (336) . 

Era  Stutgarda  infestata  da  febbri  intermittenti  lunghe 
e  ribelli,  ma  la  cosa  terminò  quando  fu  cangiato  un  lar- 
ghissimo stagno  in  un  fertile  prato  (337).  ^e  febbri  della 
città  così  detta  Leonina  in  Roma,  d'  Orvieto,  di  Baguarea, 
di  Pesaro,  di  Agnani,  di  Ferentino  e  di  Fresinone  cessaro- 
no posciachè  il  Lancisi  fece  dare  alle  acque  ristagnanti 
i  dovuti  scoli,  od  introdusse  acque  dolci  e  correnti  (338), 
ad  imitazione  di  ciò  che  Empedocle  aveva  fatto  per  toglie- 
re il  danno  del  lento  fiume  che  scorreva  presso  i  Seli- 
nunti  (339). 

Il  Cardinale  de'  Sourdis  avendo  fatto  levare  a  proprie 
spese  una  palude  posta  all'  Ovest  delia  città  di  Bordò,  que- 
sta non  ebbe  piti  a  soffrire  le  febbri  che  con  epidemica  ri- 
correnza ogni  anno  la  molestavano  (3/^o).  Il  Re  Carlo 
Emanuele  III  di  Savoja  diede  corso  alle  acque  di  uno 
stagno  le  quali  erano  dannosissime  a  Novara  (34 1  )•  Pio  VI 
nel  migliorare  l' aria  delle  Paludi  Pontine  fu  un  celebre 
e  poco  più  fortunato  emulo  di  varj  sommi  Romani  che  lo 
precedettero.  L.  I.  R.  Governo  Austriaco  si  rivolse  all'  a- 
sciugamento  della  Bassa-Carniola ,  ed  il  Gran-Duca  di 
Toscana  ancora  incalza  la  bonificazione  delle  sue  marem- 
me (343). 


ti; 

Empedocle  chiuse  le  aperture  di  un  monte,  per  le  qua- 
li il  vento  austro  veniva  sui  campi,  così  tolse  ad  essi  la 
sterilità  e  liberò  il  paese  dalla  pestilenza  (343).  Non  me- 
no benemerito  sarà  D.  Giuseppe  Barreiro  già  Governatore 
del  Castello  di  Acapulco,  il  quale  coir  aprire  una  mon- 
tagna al  Nord-Ovest  della  città  procurò  una  corrente  d'a- 
ria vantaggiosissima,  perchè  atta  a  respingere  i  vapori  ed 
i  miasmi  elevantisi  dalla  palude,  che  posta  ad  oriente  del- 
la città,  era  cagione  di  tante  febbri  nel  tempo  del  cai- 

do  (344)- 

Per  la  filantropia  di  quel  Nobile  Senese  che  aprì  un 
magnifico  emissario  al  lago  di  Rosia  in  Toscana ,  si  ebbe 
sul  finire  dello  scorso  secolo  una  ragguardevole  estensione 
di  paese  ridonata  all'  agricoltura  ed  alla  salute.  Gli  abi- 
tanti della  città  di  Portsmouth  fabbricata  in  luogo  basso 
erano  soggetti  alla  febbre  intermittente  :  ma  dopo  che  nel 
1 769  fu  quella  lastricata  e  si  diede  scolo  alle  acque,  ces- 
sò tal  malattia,  mentre  Hilsea  ed  altre  parti  dell'isola  man- 
tennero la  loro  insalubre  condizione  fino  al  1 793  in  cui 
si  fecero  scolare  le  acque. 

L'insalubrità  grandissima  di  quel  piano  dello  Stato  di 
Lucca  che  si  stende  tra  il  Frigido  e  il  Serchio ,  l' Appen- 
nino e  il  Mare  Mediterraneo  fu  tolta  1 .°  per  ciò  che  spet- 
ta alle  vicinanze  di  Viareggio,  dopo  che  la  Repubblica 
nel  174°  fece  eseguire  la  chiusa  ideata  nel  1^36  da  Ber- 
nardino Zendrini  matematico  di  Venezia  all'  imboccatura 
della  Burlamacca,  per  cui  l' acqua  del  mare  non  potè  piti 
entrare  nel  lago  di  Massaciuccoli  ;  2.0  per  le  pianure  di 
Camajore,  di  Pietra-Santa  e  Montignoso,  colla  chiusa  sul 
fosso  di  Cinquale,  che  progettata  sin  dal  1 8o4  e  cominciata 
nel  1809,  fu  compita  nel  1812;  3.°  per  i  luoghi  di  mez- 


i  : 


8 


zo,  con  la  chiusa  sul  fosso  di  Motrone  finita  nel  1819  e 
sul  Tonfalo  nel  1821. 

Se  in  altro  luogo  ho  riferito  Quadri  dimostranti  un  in- 
felice passaggio  dal  bene  al  male*  mi  sia  ora  lecito  riferir- 
ne altri  che  dimostrano  un  effetto  pia  soddisfacente  e  gra- 
dito nei  risultati  avuti  dall'  or  or  accennate  opere  a  van- 
taggio delle  vicine  popolazioni  (345). 

Stato  della  popolazione 

DEL   CinCONDARIO   DI  VIAREGGIO 


Parrochie 

Viareggio.  . 
Bargecchia  . 
Bozzano.  .  . 
Gorsanico  . 
Massarola.  . 
Mommio  .  . 
Pieve  a  Elici 
Quiosa.  .  .  . 
Stiava  .... 
Torre  del  Lago 
Montigiano.  .  . 


negli 

anni 

1733 

33o 

i758 

*77G 

1782 

1809 

1822 

1823 

953 

1517 

1762 

2914 

4i65 

4267 

23l 

279 

266 

287 

324 

434 

48i 

491 

i3o 

i75 

276 

M 

43 1 

.  66l 

753 

779 

2% 

3i3 

559 

4i5 

4^3 

492 

572 

50i 

60 

»> 

»> 

33 

359 

545 

1Ì0 

766 

55 

48 

65 

91 

96 

118 

164 

170 

83 

112 

i3i 

i53 

170 

321 

349 

357 

i3i 

l52 

3oo 

421 

3» 

452 

517 

529 

154 

142 

201 

319 

349 

594 

64 1 

64q 

33 

j> 

33 

a 

221 

387 

5  {5 

566 

ify 

i85 

224 

19Ì 

227 

223 

242 

243 

Risulta  adunque  che  il  Circondario  di  Viareggio  il  quale 
nel  i^33  aveva  1509  abitanti  nel  1823  ne  aveva  9408. 

Stato  della  popolazione  di  Camajore 


negli  anni 
nbitanti 


t744 

568o 

i758 
398o 

1776 

4084 

1782 
4252 

1822 
5o43 

?825 
5075 


*»9 


Stato  della  popolazione  di  Montignoso 


negli  anni 

i735 

i744 

1811 

i8i3 

i8a3 

1824 

abitanti 

865 

921 

754 

763 

1241 

l320 

Stato  della  popolazione  di  Pietra  Santa 
e  parrochie  confinanti 


Parrochie 

1819I 

Pietra  Santa 

558 1  "j 

Queruta    .  . 

563 

Vallecchia    . 

1182  j 

La  Capella  . 

901 

Totale 

8272 

negli  anni 


abitanti 


1824 


6669 

717 

i335 

io3i 


9752 


abitanti 


Secondo  V  abate  Nicolai  (346)  la  sola  popolazione  di 
Terracina  dal  1778  sino  al  1798,  tempo  posteriore  al 
bonificamento  di  Pio  VI,  si  era  accresciuta  di  cinquecento 
individui. 

Pérols,  parrochia  un  tempo  florida  e  salubre ,  quando 
le  paludi  che  le  stanno  vicine  comunicavano  col  mare , 
diventò  ben  presto  mal  sana  e  pestifera  quando  tale  co- 
municazione fu  interrotta  dalla  formazione  di  un  banco. 
Il  numero  degli  abitanti  fu  successivamente  ridotto  ad  un 
terzo  e  la  spopolazione  andava  facendosi  sempre  pia  forte, 
allorachè  per  effetto  di  premura  di  un'illuminata  ammini- 


120 

strazione  le  paludi  furono  distrutte  e  rinfrescate  mediante 
l'apertura  di  molti  canali.  Fatto  nel  1782  un  riassunto 
che  dimostra  un  quadro  comparativo  di  dieci  anni  prima 
che  si  intraprendesse  a  migliorare  l'aria  e  di  dieci  anni 
dopo;  risulta  che  nella  detta  prima  epoca  furono  i^5  i  na- 
ti e  210  i  morti,  e  che  nella  seconda  furono  229  i  nati  e 
1 53  i  morti  (347). 

Quando  l'introduzione  delle  risaje  avvenne  in  Lom- 
bardia ,  cioè  al  principio  del  secolo  XVI ,  la  città  di  Sa- 
luzzo  la  giudicò  dannosa  alla  salute  onde  le  proibì  nel 
i523  (348),  e  dietro  nuovi  danni,  che  seguirono  la  in- 
nosservanza  di  tale  divieto,  nel  1067  se  ne  replicò  la  proi- 
bizione. Alla  fine  di  tal  secolo  i  Governi  cominciarono  a 
notare  più  numerosi  gli  esempi  degli  effetti  malefici  delle 
risaje  non  meno  che  a  rivolgervi  particolari  cure.Nel  i5g5 
il  Vice-Legato  di  Bologna  M.  Bandini  vietò  la  coltivazio- 
ne del  riso  anche  in  terreni  disposti  a  simile  semente  e 
non  buoni  ad  altro  uso.  Con  Editto  del  7  maggio  1 599 
anche  il  Vice-Legato  M.  Orazio  Spinola  escluse  le  risaje 
da  tutta  la  Legazione  Bolognese,  e  ciò  fu  pur  ripetuto  nel 
i655  e  nel  1736.  Ai  tempi  di  S.  Carlo  si  allontanarono 
esse  dalla  città  di  Milano,  e  Bonomo  Vescovo  di  Vercelli 
verso  quell'epoca  proibiva  agli  Ecclesiastici  di  far  coltiva- 
re il  riso  nei  siti  ove  si  sarebbe  potuto  ottenere  altri  pro- 
dotti. Da  quel  tempo  sino  a  noi  tutti  i  Governi  d'Italia  or- 
dinarono almeno  (349)  ^reno  >  modificazione ,  quando  non 
emisero  bando  alla  cultura  del  riso.  Così  si  fece  nel  Regno 
di  Napoli,  così  in  Spagna  e  così  in  Francia,  ove  sotto  il 
Ministero  del  Card,  de  Fleury  nel  1 743  si  ebbe  tal  dan- 
no dall'  introduzione  delle  risaje  nell'  Auvergne ,  che  fu 
d'uopo  proibirle,  né  altrimenti  fu  fatto  per  quelle  della  Lin- 


121 

guadoca  e  del  Fores.  Racconta  Parmantier  (Dìct.  d'Hist. 
nat)  che  un  proprietario  avendo  poste  delle  risaje  nel 
Bugey^  nacquero  a  tal  segno  le  intermittenti,  le  caches- 
sie, le  idropisie  e  le  ostruzioni ,  che  gli  abitanti  s'ammu- 
tinarono e  non  fu  che  la  fuga  che  salvò  dal  loro  furore 
l'introduttore  della  nuova  coltivazione. 

Dice  Thouvenel  (35o)  che  in  Russia  nei  contorni  di 
Oczacow  si  coltivava  il  riso ,  ma  che  ciò  fu  vietato  in  se- 
guito pei  dannosi  effetti  che  se  ne  avevano.  Nella  Caroli- 
na meridionale  non  si  permise  di  coltivarlo,  che  a  dieciot- 
to leghe  da  Charlestown.  Dietro  i  reclami  fatti  nel  1 8 1 5 
dai  magistrati  municipali  della  città  di  Bologna  e  di  altri 
Comuni  per  i  gravi  danni  i  quali  derivavano  dalle  risaje 
che  senza  regola  eransi  introdotte  ed  estese ,  saviamente 
il  Governo  Pontificio  destinò  una  Commissione  speciale 
(35 1)  nel  1816;  ciò  che  poscia  ripetè  nel  1825  (352). 

Il  Duca  di  Brunswik  nel  1681  e  1693,  l'Elettore  di 
Annover.  quello  di  Sassonia  ed  il  Governo  inglese  proi- 
birono la  macerazione  della  canapa  e  del  lino  (353).  E  le 
misure  prese  in  proposito  dalla  Francia  sono  inserite  nei 
Decreti  del  Consiglio  di  Stato  per  gli  anni  1702,  17 19, 
1725,  1732  1756,  nel  Decreto  del  Parlamento  del  6 
agosto  1735  e  3i  gennajo  1707;  nel  Decreto  Imperiale 
i5  ottobre  18 io  e  nell'Ordinanza  Regia  i4  gennajo 
1 8 1 5.  Con  questi  ultimi  decretisi  classifica  la  macera- 
zione in  grande  della  canape  nella  prima  classe  degli  sta- 
bilimenti insalubri  e  incomodi,  ond'essa  i.°  non  potrà  farsi 
se  non  col  permesso  delle  autorità  amministrative  e  senza 
avere  un'  autorizzazione  Regia  ottenuta  nel  Consiglio  di 
Stato  ;  2.0  questa  operazione  dovrà  farsi  in  un  luogo  lon- 
tano dall' abitato  (354). 


122 

Ma  se  la  trista  influenza  delle  paludi  eccitò  il  cuor  be- 
nefico di  alcuni,  servì  ad  altri  invece  di  stromento  di  ven- 
detta e  di  castigo. 

Narra  il  Sabellico  (355)  che  Elearco  conoscendo  la 
mortifera  azione  dell'  aria  paludosa ,  onde  disfarsi  da  chi 
bramava  perdere,  intraprendeva  in  tempo  d' estate  qualche 
assedio,  e  mentre  egli  circondato  dalle  sue  guardie  ritira  - 
vasi  sulle  alture,  ordinava  che  gli  altri  stabilissero  il  cam- 
po in  pianure  insalubri,  le  quali  fedeli  ministre  del  tiran- 
no distruggevano  chi  loro  stava  vicino.  —  Gli  Àrabi  vo- 
lendo punire  gli  abitanti  di  Bassora  fecero  traboccare  il 
fiume  che  lambisce  le  mura  della  città ,  e  i  miasmi  che 
genera ronsi  dalle  risultanti  paludi  uccisero  quattordici  mi- 
la cittadini  (356).  Quando  i  Portoghesi  andavano  spaven- 
tando l'Oriente  dopo  la  scoperta  del  Capo  di  Buona-Spe- 
ranza,  vollero  impossessarsi  di  Sofala  e  «  quel  Re  accon- 
«  sentì  che  ivi  essi  eriggessero  una  fortezza  sperando  che 
«  la  pessima  qualità  dell'aria  gli  avrebbe  forzati  ad  ab- 
«  bandonare  ben  presto  quel  paese;  Ma  egli  non  giudica- 
«  va  con  pieno  criterio  gente,  a  cui  l'oro  era  in  luogo  di 
«  salute  e  di  fortuna  »  (357).  Poiché  gu'  Spagnuoli  cal- 
marono la  prima  sedizione  di  Soccorro  che  fu  poi  foriera 
dell'emancipazione  della  Colombia,  onde  decimare  la  po- 
polazione si  servirono  delle  insalubri  coste  del  mare  (358). 
Dice  il  Marliano  (359)  che  i  Romani  confinavano  gli 
ebrei,  i  prigionieri  di  guerra  e  le  persone  che  si  merita- 
vano l'odio  della  società  al  di  là  del  Tevere  in  luogo  pan- 
tanoso ed  insalubre.  Così  pure  al  miasma  palustre  era  af- 
fidato il  compimento  del  castigo,  che  già  un  tempo  i  Ro- 
mani nell'  isola  di  Sardegna  ,  e  ultimamente  i  Portoghesi 
in  quella  di  Mozambico  solevano  dare  ai  delinquenti. 


123 

Se  le  risaje  ed  i  macerato]  ebbero,  come  abbiamo  ve- 
duto, i  loro  difensori,  questi  non  mancarono  pure  ai  luoghi 
bassi,  umidi  e  paludosi,  poiché  certo  Dottor  Schnurrer 
(36o)  volendo  dimostrare  che  la  febbre  intermittente  è 
propria  non  solo  dei  luoghi  vicino  al  mare,  bassi  ed  umidi, 
ma  altresì  di  quelli  secchi  ed  elevati,  viene  a  far  perdere 
a  questi  il  vanto  della  loro  conosciuta  salubre  proprietà,  e 
a  diminuire  a  quelli  le  loro  tanto  provate  nocive  influenze. 

Ammettasi  pure  coli'  Autore  che  la  febbre  intermitten- 
te si  mostri  in  luoghi  alti  e  secchi  e  dove  la  vegetazione 
è  poco  attiva ,  ma  ritengasi  pure ,  che  quantunque  alti  e 
secchi  possono  certi  luoghi,  per  la  qualità  del  loro  terreno, 
e  l'inegualianza  della  superficie  di  questo,  trattenere  assai 
tempo  V  acqua  in  più  o  meno  ampj  stagni,  dai  quali  man- 
dar poi  o  per  il  clima  o  per  la  stagione  le  più  febbrifere 
esalazioni.  Tali  esempi  si  ebbero,  come  si  vedrà  più  innan- 
zi ,  neir adusto  Portogallo ,  si  hanno  sull'arida  e  incolta 
Groana  del  Milanese  ed  uno  se  ne  ebbe  dai  PP.  Pietro  e 
Giuseppe  padre  e  figlio  Frank  nel  mese  di  luglio  sul 
S.  Gotardo  (36 1).  Fra  gli  esempi  che  il  sig.  Schnurrer 
adduce,  io  mi  fermerò  su  quelli  che  spettano  all'Italia.  Se 
la  città  di  Volterra  è  posta  in  luogo  alto  e  salubre,  ciò  non 
puossi  ugualmente  dire  del  suo  territorio,  la  trista  influen- 
za delle  cui  maremme  può  (come  già  tanti  anni  or  sono 
aveva  notato  il  Thouvenel)  oltre  all'infestare  il  basso, 
portare  dannose  conseguenze  anche  alla  città  stessa. Nella 
insalubre  campagna  di  Roma  non  è  la  vegetazione  che  è 
inerte,  ma  bensì  l'agricoltura,  perciò  fetidi  stagni  ovunque 
mandano  principi  febbriferi  sufficienti  di  rendere  malsani 
sì  li  contorni  che  la  città,  quand'anco  non  vi  si  aggiunges- 
sero i  soft]  dello  scirocco  e  dell'austro  che  seco  ne  portano 


124 

a  biseffe  nella  state.  Qual  meraviglia  poi ,  teniamo  dietro 
all'Autore,  che  il  Ghetto  di  Roma  non  sia  molestato  dalle 
febbri  !  Quantunque  il  medesimo  sia  posto  vicino  al  Te- 
vere, ivi  ha  questo  fiume  rapido  e  libero  il  corso  senza 
lasciare  il  più  piccolo  ristagno  dalle  sue  acque,  e  la  spor- 
chezza e  la  poca  ventilazione  dell'  abitato  non  essendo  ca- 
gioni dello  sviluppo  del  miasma  paludoso,  non  lo  saranno 
pure  di  febbri  intermittenti ,  ma  avverrà  ben  pia  facil- 
mente, che  il  succidume  e  l' aere  denso  e  stagnante  favo- 
riscano la  scrofola  o  la  rachitide,  malattie  che  io  stesso  in- 
fatti ho  riscontrato  esistervi. 


CAPO    IX. 

Da  cjual  principio  materiale  siasi  supposto  dipendere  i 
tristi  effetti  dei  luoghi  paludosi. 

Dopo  avere  veduto,  che  ovunque  sonovi  acque  semista- 
gnanti o  stagnanti,  oper  parlare  pia  giustamente,  ovunque 
sostanze  organiche  si  corrompono  per  l'azione  dell'umi- 
dità e  del  calore  domina  una  malattia  che,  non  altrimenti 
che  la  cagione  da  cui  dipende,  è  una  in  se  stessa  ad  onta 
delle  apparenze,  le  quali  diversa  per  essenza  la  possono 
dipingere  agli  occhi  volgari;  dopo  aver  veduto  come  la  co- 
stanza di  questo  morboso  effetto  sia  stata  sin  dall'  antichità 
pia  remota  conosciuta,  colpa  sarebbe  l'ommettere  di  passare 
più  oltre,  voglio  dire  il  non  tentare  il  ritrovamento  di  quel- 
la cagione  materiale ,  che  sorgendo  da  circostanze  tanto 
identiche,  e  producendo  una,  per  propria  natura,  eguale 
malattia,  è  ragionevole  ritenere,  che  una  sola  essa  pur  sia. 


125 

Dalla  sola  umidità  di  un  luogo  o  di  un  clima  non  si 
trovò  potersi  con  ragione  e  convincimento  ripetere  le  ma- 
lattie che  abbiamo  accennate  o  riconosciute  compagne  del- 
l' aere  paludoso.  L'  umidità  modifica  l' organismo  sì  vege- 
tabile che  animale,  fa  eh'  egli  divenga  piti  a  questa  che  a 
quella  indisposizione  proclive,  ma  non  è  bastante  a  gene- 
rare la  caratteristica  malattia  propria  de  luoghi  paludosi. 
Se  in  un  clima  umido  non  esistono  e  non  si  uniscono  i  re- 
quisti  necessarj  alla  generazione  del  quid  particolare  e 
morbifero,  non  vi  sviluppa  quella  malattia  :  ciò  si  verifica 
a  Pietroburgo,  nelle  isole  Orcadi, nell'isola  Shetland,  nel- 
le vicinanze  dei  laghi  di  Scozia ,  siti  umidissimi  ma  dove 
ignote  sono  le  febbri  intermittenti  :  invece  nel  luogo  piìi 
alto,  salubre  e  asciutto  si  può  ad  arte  produrre  la  malattia 
miasmatico-paludosa  col  procurare  la  generazione  di  tale 
principio  malefico  nelle  risaje  ,  nei  maceratoj  e  negli  sta- 
gni. All'  unione  appunto  delle  rammentate,  ma  non  ancor 
descritte  favorevoli  circostanze  ,  deve  la  Bassa-Lombardia 
la  presenza  del  fatai  miasma  paludoso. 

L'esistenza  di  questo  quid  velenoso  ci  viene  chiaramen- 
te indicata,  confermata,  anzi  posta  fuori  di  dubbio:  i.°dal 
vedere  che  quando  appunto  concorrono  certe  circostanze 
opportune  alla  di  lui  generazione  domina  pure  la  malat- 
tia; quando  esse  cessano,  questa  pur  cessa  e  piti  non  com- 
parisce; 2.0  dal  conoscere  che  que'  luoghi,  ne'  quali  è  co- 
mune la  malattia,  sono  pur  quelli  o  dove  le  acque  palu- 
dose sviluppano  tale  principio  in  luogo,  o  sono  esposti  a 
venti  che  passano  sulle  medesime  ;  3.°  dall' osservare  che 
alcuni  boschi  o  altri  ostacoli  stando  tra  gli  abitanti,  e  i  sud- 
detti focolai  febbriferi,  possono  impedire  l'infezione;  4«°  dal 
succedere  che  alcune  sanissime  persone  col  solo  passare 


126 

per  siti  paludosi,  o  coi  dimorarvi  per  lievissimo  tempo  ven- 
gono sempre  presi  non  da  altra ,  che  dalla  malattia  parti- 
colare da  noi  descritta  ne' suoi  diversi  aspetti;  5.°  dal  ve- 
dere acquistare  pronta  salubrità  certi  luoghi,  dai  quali,  le 
cagioni  dannose  che  la  natura,  l' accidente  o  1*  arte  vi  ave- 
va poste,  furono  rimosse;  6.e  dal  fatto  finalmente,  che  pos- 
siamo sottrarsi  alla  sua  triste  azione  fuggendo  lontano  da 
situazioni  infette,  portandosi  su  circostanti  alture  o  col  evi- 
tare i  venti  che  vi  recano  il  miasma  (362). 

Tale  materia  nociva  la  si  volle  da  alcuni  animata ,  da 
altri  minerale,  e  da  altri  finalmente  d*  ignota  natura ,  ma 
da  assomigliarsi  benissimo  ad  un  particolare  veleno.  Egli 
6arà  nel  ripassare  alcune  delle  molte  teorie,  colle  quali  si 
volle  spiegare  la  cagione  della  febbre  intermittente  che 
troveremo  le  varie  opinioni  sulla  natura  della  materia  mor- 
bosa sviluppatasi  dalle  paludi. 

M.  Terenzio  Varrone  (363),  sul  proposito  di  collocare 
le  case,  avvertiva,  che  nei  luoghi  paludosi  si  svolgono  ani- 
mali tanto  piccoli,  che  riescono  invisibili,  ma  che  entran- 
do per  la  bocca  e  per  le  narici  danno  luogo  a  pertinaci 
malattie;  e  lo  stesso  insegnò  I.  M.  Columella  (364).  An- 
che  da  Lucrezio  furono  indicati  tali  semi  viventi  e  volanti 
delle  malattie ,  e  le  cognizioni ,  che  attualmente  si  hanno 
sui  contagi,  vogliono  che  piuttosto  ai  veri  miasmi  palustri 
si  applichino  que*  suoi  versi  (365)  ; 

Poiché  il  nostro  cantar  semi  propizj 
A  cose  molte  ed  alla  vita  espose  : 
Di  loro  è  d'uopo  il  dir  che  mali  e  morte 
Recano  a  noi  se  generati  a  caso 
Movono  per  lo  spazio  il  volo  e  V  aere 
Rendon  morboso. 


I27 

Questa  madesima  ipotesi  servi  per  spiegare  la  cagione 
delle  malattie  epidemiche,  maligne,  contagiose  ec.  al  Mon- 
flet  nel  i5o8,  ad  Augusto  Hauptmann  nel  i65o,  al  Pa- 
dre Kircher  nel  i658,  al  Cogrossi,  al  Langio,  al  Corte,  al 
Vallisnieri,  al  Hartsoeker,  a  Pleniz,  a  Desault,  a  Legen- 
dre,  al  Freer,  al  Bonomo,  al  Didier,  a  Boecknor,  a  Linneo, 
a  Zeviani,  a  Scaramucci,  allo  Scuderi  ec.  ec.  Anche  il  fu 
prof.  E.  Acerbi  inclinò  a  credere  dipendenti  da  insetti  le 
febbri  periodiche,  seguendo  in  ciò,  com'  egli  confessa,  1'  o- 
pinione  del  prof.  Rasori  (366).  E  l'ipotesi  dei  citati  autori, 
in  se  per  nulla  sprezzabile ,  sembra  trovare  qualche  ap- 
poggio nelle  recenti  osservazioni  del  prof.  Luigi  da  Pavia 
(367),  almeno  per  quanto  spetta  alla  peste. 

Le  febbri  delle  quali  ragiono  derivavano  secondo  Ippo- 
crate dalla  bile;  la  continente,  egli  dice  (368),  proviene 
da  moltissima  e  pretissima  bile ...  la  febbre  cotidiana  da 
molta  bile  vien  generata  e  pia  presto  delle  altre  termina, 
ma  è  piti  lunga  della  continente  ;  la  terzana  è  più  lunga 
della  cotidiana  ed  abbisogna  per  svilupparsi  di  minor  bile. 
Le  quartane  sono  tanto  più  lunghe  delle  terzane ,  quanto 
meno  in  esse  abbonda  la  bile ,  a  queste  si  associa  1'  atra- 
bile, e  l'autunno  è  il  tempo  loro  propizio. 

Asclepiade  ommetteva  degli  atomi  producenti  quelP  0- 
struzione ,  da  cui  doveva  nascere  la  febbre  e  V  infiamma- 
zione: ed  il  diverso  tipo  delle  febbri  intermittenti  era  se- 
condo lui  prodotto  dalla  diversa  grandezza  di  tali  atomi:  i 
più  piccoli  producevano  l'ostruzione  nella  cotidiana ,  altri 
meno  sottili  nella  terzana,  ed  i  più  grandi  nella  quar- 
tana (36g). 

Quantunque  Galeno  facesse  dipendere  la  peste  da  pu- 
tredine nel!'  aria  (3 70),  pure  la  febbre  intermittente  co- 


128 

tidiana  secondo  lui  era  cagionata  dalla  putrefazione  della 
pituita,  la  terzana  da  quella  della  bile  gialla,  e  dall'  atra- 
bile la  quartana  (3  71).  Questa  teoria  fu  pur  abbracciata 
nel  XVIII  secolo  dal  Elsner  (372). 

Secondo  Aezio  V  emitriteo  è  composto  della  febbre  co- 
tidiana  e  terzana,  la  materia  morbosa  è  metà  bile  putre- 
fatta, e  T  altra  metà  pituita  ugualmente  putrefatta  (373). 
Alla  bile  ne  riferisce  pur  la  causa  Pàolo  d' Egina  (374). 

I  medici  arabi  attribuivano  le  intermittenti  alla  bile 
gialla,  die  ritornava  p.  e.  ogni  quattro  giorni  nella  quar- 
tana ec.  (375). 

Willis  pone  la  causa  della  malattia  in  discorso  nella 
putrefazione  del  sangue,  per  la  quale  viene  lesa  la  nutri- 
zione (376).  Graff  la  ritrova  nel  sugo  pancreatico  rista- 
gnante in  uno  0  pia  condotti  laterali  e  che  irrita  0  fa  na- 
scere effervescenza  negl' intestini  (377).  Borelli  nell'al- 
lentamento e  fermentazione  del  sugo  nervoso  nel  suo  pas- 
saggio pei  nervi  e  per  le  ghiandole  linfatiche,  Jones  in  aci- 
de e  crude  particelle  del  sangue ,  che  si  depositano  alla 
superficie  del  corpo  ed  irritano  le  fibre  (378). 

Alcuni  maestri  di  stronomia ,  diceva  Giovanni  Villani 
(379),  sostenevano  che  le  terre  di  Maremma  erano  dive- 
nute quasi  disabitate  ed  inferme ,  ed  eziandio  Roma  peg- 
giorata per  lo  moto  dell'ottava  spera  del  Cielo.  Che  ciò 
si  dicesse  tanti  secoli  fa  sembrami  perdonabile,  non  così 
però  che  uno  de*  pia  illustri  filosofi  del  secolo  nostro  attri- 
buisca alla  luna  un'azione  capace  di  generare  le  febbri 
intermittenti  (38o). 

Tra  quelli  che  separarono  la  cagion  prossima  (che  era 
colla  remota  stata  confusa  dagli  autori  accennati  in  ultimo 
luogo)  e  che  salirono  a  riconoscere  come  motor  primo  delle 


i*9 

febbri  intermittenti  una  materia  estranea  e  nemica  ali*  or- 
ganismo animale,  troviamo  Silvio  della  Boè  il  quale  at- 
tribuì le  malattie  cagionate  dalle  paludi  a  vapori  sulfurei 
e  salini  che  da  esse  si  sviluppano  (3 8 1).  Ramazzali  invece 
ritenne  queste  medesime  esalazioni  febbrifere  di  natura 
acida  (38a).  Il  primo  ad  ammettere  un  miasma  velenoso, 
che  attacca,  offende  lo  spirito  vitale  e  dà  moto  alle  febbri 
intermittenti  mi  pare  essere  stato  Morton  (383),  se  pure 
non  fu  Protospatario.  Egli  è  questo  miasma  y  fermentum 
venenatum,  deleterium  quid,  che  attaccando  il  sistema 
degli  spiriti  gli  agita,  indi  passa  a  ledere  gli  umori  e  in 
fine  a  dar  luogo  alla  malattia  paludosa,  e  questa  azione  de- 
leteria viene,  come  quella  di  un  veleno,  corretta  ed  estin- 
ta da  un  antidoto,  che  qui  è  la  china  (384). 

Federico  Hoffmann  (385)  dice  che  le  febbri  intermit- 
tenti derivano  dal  freddo  umido  che  tien  dietro  al  caldo 
secco,  ed  esse  divengono  epidemiche  mercè  un  sale  cor- 
rosivo dall'  aria  stessa  generato  e  di  cui  s' imbeve  la  ru- 
giada. 

Baglivi  (386)  ritiene,  che  le  febbri  d'estate  di  Roma 
sieno  prodotte  non  da  acidi ,  ma  da  sali  alcalino-acri ,  le 
particelle  de'  quali,  rese  tenui  e  volatili  dal  calore,  si  dif- 
fondono ueir  aria. 

Lancisi  chiama  effluvj  palustri  insalubri,  quelli  che  ge- 
nerati da  un  movimento  fermentativo ,  innalzati  dai  raggi 
solari,  e  poscia  spinti  dai  venti,  specialmente  australi,  of- 
fendono i  nostri  corpi  (3 8 7).  E  di  queste  esalazioni  nate 
dalla  generazione  de'  corpi  palustri  due  generi  riconosce. 
Il  primo  è  una  congerie  di  inorganiche  ed  animate  parti- 
celle di  solfo  impuro,  di  sali  liscivio-acri-volatili  e  di  al- 
tre esotiche  che  tutte  danno  un  odore  ingrato.  L'altro  con- 

9 


i3o 

sta  di  una  moltitudine  di  vermicelli  e  di  ovicini  che  nuota 
nel!'  aria  (388).  Egli  ritiene  che  questi  animalucci,  de'qua- 
li  alcuni  si  vedono  ad  occhio  nudo ,  altri  col  microscopio , 
ed  altri  sono  invisibili  offendano  V  organismo  umano  intro- 
ducendo e  innestando  colle  punture  la  materia  nociva  del- 
le paludi  sia  nelle  narici,  sia  nel  ventricolo,  sia  nelle  fau- 
ci ,  sia  ne'  polmoni ,  sia  negli  intestini ,  alle  quali  parti 
giungano  coir  aria,  coi  cibi  o  colle  bevande  (389).  Crede 
pure  che  dagli  effluvj  paludosi  possano  nascere  diverse  ma- 
lattie (390),  ma  descrivendone  i  sintomi  (391)  altro  non 
fa  che  descrivere  la  febbre  miasmatico-paludosa  nelle  sue 
varietà. 

Fr.  Home  voleva  le  particelle  miasmatiche  ex  sale 
pungente  et  oleo  fcetidissimo  compositce  (392). 

Anche  il  celebre  prof.  G.  B.  Borsieri  conobbe  un  mia- 
sma (d*  ignota  natura)  sviluppantesi  da  un  terreno  palu- 
doso e  dalle  acque  corrotte,  come  cagione  delle  febbri  in- 
termittenti (393). 

Thouvenel  dalla  putrefazione  e  corruzione  delle  sostan- 
ze vegetabili  ed  animali  nelle  paludi ,  vede  nascere  un 
miasma  capace  di  produrre  le  febbri  intermittenti ,  putri- 
de e  pestilenziali,  le  epizoozie  e  la  stessa  peste  :  gli  atomi 
che  lo  compongono  possono  nascondersi  e  conservarsi  nei 
corpi  ed  aver  poscia  la  virtù  di  far  nascere  la  malattia 
dopo  qualche  tempo  (394).  Ammette  però  che  i  cambia- 
menti di  caldo  e  freddo,  e  specialmente  di  caldo  secco  e 
freddo  umido  succedentisi  nell'  atmosfera  costituiscano  la 
cagione  favorevole  a  far  succedere  T  assorbimento  di  esso 
miasma,  e  che  il  carattere  delle  febbri  parossismatiche 
dipenda  in  gran  parte  dal  suddetto  deleterio  principio,  ma 
che  il  tipo  sia  il  prodotto  della  intemperie  (3q5).  Simil- 


1^1 

mente  il  Dott.  Giuseppe  Beretta  (396)  non  nega  l'azione 
del  miasma  nel  produrre  le  febbri  delle  paludose  regioni, 
pensa  però  ch'esso  non  ne  sia  l'esclusiva  causa  dovendose- 
ne riguardare  qual  precipuo  generatore  l'umido  freddo 
assai  volatilizzato  e  deposto  sulla  superficie  cutanea  riscal- 
data: ne  finalmente  egli  lascia  di  conoscere  quale  causa 
occasionale  di  esse  anche  le  acque  bevute  mentre  trovansi 
alterate  nella  state.  Il  Dott.  Cosse  considera  i  miasmi  pa- 
ludosi come  cagioni  attive  predisponenti  delle  febbri  in- 
termittenti ,  riscontrandone  la  vera  causa  nella  variazione 
di  temperatura  (397). 

Il  prof.  Pietro  Frank  attribuiva  il  danno  dei  luoghi  pa- 
ludosi all'ana  infiammabile ,  non  che  ad  una  sostanza 
putrida  volatile  esalante  dalle  sostanze  vegetabili  e  dagli 
insetti  in  putrefazione,  per  cui  ly  aria  contrae  una  natura 
irritante,  caustica  e  nociva  ai  nostri  polmoni  (398).  Que- 
sto principio  morboso  ancora  sconosciuto  che  agisce  princi- 
palmente sui  nervi  e  per  lo  più  resta  vinto  dalla  China  è 
cagione  delle  febbri  intermittenti  (399)  ed  anche  di  una 
febbre  nervosa  capace  di  generare  il  contagio  (4°o);  pone 
altresì  il  suddetto  Clinico  i  vizj  dietetici  tra  i  produttori 
delle  febbri  in  discorso. 

Il  degnissimo  di  lui  figlio  il  Consigliere  Giuseppe  am- 
mette (4°0  che  il  miasma  paludoso  senza  il  soccorso  d'al- 
tra causa  spesso  basti  a  produrre  le  febbri  intermittenti , 
ma  vuole  pur  anco  (^02.)  che  tanto  il  miasma, che  un'oc- 
culta epidemica  costituzione ,  talora  non  servino  che  a  se- 
condare T  azione  d' altre  cause  e  che  possa  qualche  volta 
mancare  affatto  la  presenza  del  miasma. 

Secondo  Boisseau  (4o3)  non  è  soltanto  il  miasma  pa- 
lustre, che  genera  le  febbri  intermittenti ,  ma  qualunque 


i3a 

altra  cagione,  del  qual  parere  mostrasi  pure  il  Dott.  Ri- 

dolfi  (4o4). 

Monfalcon  acconsente  a  ciò,  che  nelle  emanazioni  pa- 
ludose stia  la  piti  comune  e  la  principale  cagione  delle 
febbri  intermittenti  e  della  febbre  gialla  (4° 5) ,  ma  che 
altresì  da'  disordini  dietetici  o  da  passioni  possano  quelle 
esser  prodotte  (4 06).  Il  prof.  P.  Bodei  pensava  che  i  mia- 
smi sortino  dalla  decomposizione  de'  vegetabili ,  insetti  e 
rettili  nelle  acque  stagnanti  e  nelle  risaje  6Ìano  «  i  veri 
«  produttori  delle  febbri  periodiche  legittime  ed  endemi- 
«  che  de'  luoghi  paludosi  e  che  talvolta  possano  forse  pro- 
ci durre  una  malattia  comunicabile  o  farsi  cagione  dell' o- 
«  rigine  spontanea  di  un  contagio  (4o7).  »  Opina  però  che 
anche  il  contagio  tifico  possa  produrre  le  febbri  intermit- 
tenti e  remittenti  larvate  (4<>8). 

Dirò  finalmente  che  Gilbert  (^ogf,  Fodere  (4I0)>  Fa- 
cheris  (4i  0?  Bufalini  (4*2),  Speranza  (4*3),  Marcolini 
(4 1 4)>  Fournier  e  Begin  (4 1 5),  Julia  (4 1 6),  Passeri  (4 1 7), 
Pucciuotti  (4 1 8) ,  Frioli  (419),  Tommasini  (420)  ed  altri 
molti  riconoscono  tutti  il  concorso  di  un  miasma  nella  ge- 
nesi delle  febbri  intermittenti  e  della  febbre  gialla  (4^05 
e  che  anzi  Strack  (422),  Cullen  (4^3),  il  pr,  Barzellotti 
(424),  il  Dott.  Giovanni  Strambio  (425),  Palloni  (4^6) 
e  il  Dott.  Guglielmo  von  Hoven  di  Wirtemberg  (427) 
a  tanto  portarono  la  loro  persuasione  a  questo  riguardo  da 
credere  se  non  che  dall'azione  di  tal  miasma  dipendenti 
tutte  le  febbri  periodiche. 

All'  opposto  il  Dott.  Bailly  (4^8)  quantunque  riconosca 
il  danno  delle  emanazioni  paludose,  non  crede  eh'  esse  ab- 
biano origine  dalla  putrefazione  de' corpi  sì  vegetabili,  che 
animali  ed  ama  in  proposito  confessare  e  persuaderci  F  i«* 


i33 

gnoranza  in  cui  siamo  sulla  cagione  delle  febbri  interiniti 
tenti. 

Fra  i  pochi ,  per  quanto  almeno  è  a  me  noto ,  i  quali 
niegano  l'esistenza  de'  miasmi  paludosi  havvi  il  Dott.  Gau- 
tieri  il  quale  ritiene  «  che  ¥  aria  per  le  sue  qualità  poco 
«  o  nulla  contribuisca  alla  costruzione  delle  intermittenti, 
«  se  se  ne  eccettui  l'umido  ch'ella  seco  porta  (429).  »  A 
questi  si  aggiunga  il  Dott.  Giannini  che  riguarda  (43o) 
come  essere  immaginario  il  miasma  palustre  e  pensa  che 
le  malattie,  eh'  esso  dicesi  produrre,  non  siano  dovute,  che 
all' azione  debilitante  dell'aria  delle  paludi;  ed  all'opi- 
nione riferita  si  uniformano  pure  i  signori  Piobertson  (43 1) 
e  Lafont-Gouzi  (432).  Volle  pur  escludere  il  miasma  pa*- 
lustre  dell'aria  Romana  il  Dott.  Michel  (433);  ed  il  prof. 
Folchi  (434)  non  che  il  Dott.  Bergonzi  (435)  pensano  non 
esistere  la  causa  occasionale  delle  febbri  romane  che  in 
un'  alterazione  della  traspirazione  cutanea  cagionata  dalla 
grande  umidità  di  que'  luoghi  e  dal  raffreddamento  che 
soffre  il  corpo  (436). 

Alla  scoperta  di  tale  malefico  principio  sviluppato  dai 
luoghi  palustri  di  qualunque  specie  ed  in  qualunque  luo- 
go ,  non  poteva  restare  certamente  di  rivolgersi  a'  giorni 
nostri  una  scienza,  cui  ufficio  appunto  è  quello  di  scoprire 
e  rivelare  l'intima  composizione  dei  corpi  e  penetrare  piti 
addentro  che  mai  nelle  viscere,  direi  quasi,  dei  fenomeni 
naturali,  una  scienza  che  per  la  rapidità,  colla  quale  in  po- 
chi anni  si  fé'  grande  e  per  la  somma  de'  sorprendenti  ri- 
sultati che  offrì ,  poteva  più  che  qualunque  altra  nutrire 
speranza  di  ottenere  la  palma  per  tale  scoperta.  Così  la 
chimica  ha  creduto  di  potere  esattamente  dimostrare  ciò 
che  si  era  sospettato  e  gratuitamente  asserito  riguardo  alla 


i34 

esistenza  di  un  principio  materiale  nocivo  svolgentesi  dalle 
paludi ,  alloracbè  ella  si  trovò  al  possesso  della  cognizione 
di  quest'aria  in  cui  noi  viviamo  ed  in  cui  succedono  tutte 
le  operazioni  della  natura,  ed  alloracbè  i  suoi  mezzi  spe- 
rimentali, analitici,  con  mirabile  celerità  rinvenuti,  la  po- 
sero in  situazione  di  conoscere  altresì  i  componenti  di  tan- 
te sostanze  minerali,  dell'  acqua  e  dalle  diverse  specie  di 
arie,  cbe  si  sviluppano  da  questa  e  da  altri  corpi,  non  die 
dalle  materie  organiche  in  decomposizione. 

Partendo  dalla  positiva  cognizione  cbe  l'aria  atmosfe- 
rica risulta  di  circa  79  parti  d' azoto  e  2 1  d' ossigeno ,  di 
una  0  due  di  gas  acido  carbonico,  si  amo  supporre,  cbe 
l' aria  nuocerebbe  alla  salute ,  se  da  questo  normale  suo 
modo  di  essere  si  discostasse  0  contenesse  altri  principj 
eterogenei ,  e  cbe  la  cbimica  col  precisare  il  modo  di  va- 
riare dei  suddetti  componenti  0  coli'  indicare  la  presenza 
di  qualche  estraneo  principio  verrebbe  a  dimostrare  la  ca- 
gione, per  cui  l' aria  de'  luoghi  elevati  sia  sempre  stata  ri- 
guardata la  più  salubre ,  e  perchè  gli  abitanti  de'  luoghi 
bassi  fossero  piti  facilmente  sottoposti  a  malattie. 

I  primi  chimici  però  che  a  questo  riguardo  vennero  al 
soccorso  dell'igiene  e  della  terapia,  voglio  dire  gl'illustri 
Saussure  e  Volta,  trovarono  contro  T  aspettativa  universale 
l'aria  della  sommità  de* monti  meno  dotata  d'ossigeno, 
vale  a  dire  della  parte  migliore  e  veramente  vitale  dell'a- 
ria atmosferica,  di  quello  che  lo  fosse  l'altra  del  piano  (437). 
Gay-Lussac  dappoi  nella  sua  ascensione  aerostatica  espe- 
rimentò F  aria  ad  un'  altezza  di  oltre  6^00  metri  sopra 
Parigi,  e  ne  trovò  i  principj  costituenti  uguali  in  propor- 
zione come  stavano  nell'aria  della  città  stessa;  e  Julia- 
Fontenelle  rinvenne  l' aria  sulla  sommità  del   Canigou , 


i35 

che  dopo  il  Pic-du-Midi  è  la  più  alla  montagna  de' Pire- 
nei, così  pura  corno  quella  delle  valli  sottoposte. 

Il  Barone  de  Humboldt  ha  creduto  riscontrare  che  non 
in  tutti  i  climi  è  uguale  la  proporzione  dell'  ossigeno  nell' 
aria,  e  la  disse  variare  da  2 3  a  29  centesimi.  Thouvenel 
però  neir  infanzia  della  chimica  preumatica  (1787),  e 
perciò  anche  in  quella  dello  sperimentare  in  questa  ma- 
teria, diceva  (438)  «  che  confrontando  i  risultati  de' varj 
«  esami  che  furono  fatti  dell'  aria  in  quasi  tutte  le  città 
«  della  Lombardia  da  Torino  sino  a  Venezia,  da  Mantova 
«  sino  alla  sommità  degli  Apennini  non  si  scorge  più  di 
«  un  grado  0  due  di  diversità,  cioè  da  19  a  21  centesimi; 
«  e  quello  che  è  più  notabile  si  è,  che  la  minore  ossige- 
«  nazione  fu  sempre  trovata  sulle  montagne  e  la  maggiore 
«  nelle  pianure.  »  Anche  nel  179$  e  1796  lo  stesso  ce- 
lebre fisico-chimico  facendo  un*  analisi  comparativa  del- 
l' aria  a  cinque  0  sei  miglia  dal  mare,  non  che  nelle  ma- 
remme di  Aitino,  di  Fusina  e  Mestre,  trovò  che  la  quan- 
tità di  ossigeno  dell'  aria  marina  e  quella  dell'  aria  ma* 
remmana  non  avevano  tra  di  loro  che  due  0  tre  centesimi 
di  diversità.  Ingen-housz  rinvenne  più  ossigenata  l'aria  in 
alto  mare.  Il  Conte  Berthollet  e  Campy  figlio  in  Egitto 
trovarono  la  quantità  di  ossigeno  uguale  a  22  centesimi 
e  collo  stesso  metodo  di  sperimentare  non  scopersero  nel- 
l'aria di  Parigi  che  un  centesimo  di  più  di  azoto  (439). 

Analizzando  Gavendish  e  Davy  l'aria  in  Inghilterra, 
de  Humboldt  e  Gay-Lussac  quella  di  Parigi ,  Kupsffer 
quella  di  Kans  in  Siberia ,  Bedoè's  dell'  aria  trasportata 
dalla  Guinea,  Marty  e  Julia  (44o)  esaminandone  a  varie 
altezze  nella  Spagna,  tutti  ritrovarono  sempre  risultare 
essa  di  21  centesimi  di  ossigeno  e  79  di  azoto,  piti  qualche 
atomo  dì  gas  acido  carbonico,  ed  acqua. 


i36 

Thouvenel  (440  areva  riscontrata  una  piccola  diffe- 
renza nelle  proporzioni  dei  componenti  dell'  aria ,  secondo 
che  le  sperienze  eudiometriche  erano  state  fatte  a  cielo 
sereno,  o  nuvoloso,  prima  o  dopo  di  un  temporale  accom- 
pagnato da  pioggia,  in  tempo  di  giorno  oppur  di  notte  :  ciò 
fu  pure  verificato  molti  anni  dopo  da  Julia  il  quale  trovò 
(442)>  che  nel  mese  di  luglio  1'  aria  raccolta  a  mezzodì  a 
cielo  sereno  dava  da  21, 5  a  22  centesimi  di  gas  ossige- 
no ,  mentre  colle  stesse  sperienze  a  mezzanotte  dava  una 
quantità  di  azoto  uguale  a  79,5  0  80  centesimi ,  e  questi 
fatti  si  accordano  coi  principi  della  fisiologia  vegetabile 
che  c'instruisce  come  le  piante  esalano  del  gas  ossigeno 
quando  sono  illuminate  dal  sole,  e  dell'  azoto,  quando  sono 
prive  di  luce.  Volta  e  Fontana  scopersero  più  ossigenata 
l' aria  in  estate  ed  autunno ,  che  in  inverno  e  primavera , 
e  meno  al  tempo  che  in  Lombardia  spira  il  vento  di  tra- 
montana. Ingen-huosz  trovò  regolare  quantità  di  ossigeno 
nell'  aria  anche  durante  il  cattivo  tempo ,  0  presenti  neb- 
bie folte,  e  quando  la  gente  in  Olanda  si  lagnava  di  som- 
ma pesantezza. 

Anche  nella  respirazione  il  consumo  di  gas  ossigeno  e 
la  emissione  di  gas  acido  carbonico  sono  leggerissime ,  in- 
fatti Humboldt  e  Gay-Lussac  analizzarono  1?  aria  del  tea- 
tro dell'  Opera  a  Parigi  dopo  che  da  molte  ore  era  sta- 
to affollato  da  spettatori  e  trovarono  che  quella  raccolta 
nell'alto  della  sala  conteneva  20,4  di  ossigeno,  e  quella 
della  platea  20,2.  Ambedue  queste  arie  indicavano  al- 
l' acqua  di  calce  di  contenere  del  gas  acido  carbonico  in 
piccola  quantità.  Altr'  aria  esaminata  nello  stesso  tempo 
somministrava  21,0  di  ossigeno. 

Tante  sono  adunque  le  testimonianze  comprovanti  la 


,37 
quasi-costante  proporzione,  o  piccolissima  variazione  nelle 
dosi  dei  principj,  da'  quali  risulta  Y  aria  che  respiriamo,  e 
si  poche  le  eccezioni  (talora  attribuibili  anche  al  tempo , 
al  modo  di  esperimentare,  alla  qualità  degli  sfornenti  ec.) 
che  si  può  conchiudere  essere  assai  male  il  dire  che  l'a- 
ria di  un  tal  luogo,  perchè  alto,  sia  piti  ossigenata:  essa  in 
simile  caso  non  è  che  meno  pesante  e  meno  densa  :  e  as- 
sai bene  diceva  Thomson  (443)  chele  proporzioni  dei  gas 
componenti  Y  aria  atmosferica  sono  sempre  le  stesse  a  qua- 
lunque luogo,  la  qual  ultima  proposizione  meglio  sarà  di- 
mostrata da  quanto  segue. 

Già  sino  dal  1775  aveva  il  mio  precettore  il  celebre 
prof.  Volta  fatto  scopo  delle  sue  ricerche  il  principio  nocivo 
apportatore  delle  febbri  proprie  de'  luoghi  paludosi ,  ma 
anche  nei  mesi ,  ne*  quali  questi  riescono  piti  perniciosi 
alla  salute  trovò  essere  ivi  Y  aria  neppure  di  un  grado  co- 
stantemente inferiore  all'  aria  de'  piani  asciutti  e  delle  più 
belle  e  salubri  colline  (444)-  ^0S1  Pure  1*  altro  esperto  fi- 
sico comasco  il  Gattoni  (445)  analizzando  ripetutamente 
l'aria  pessima  delle  paludi  di  Colico  e  del  Forte  di  Fuen- 
tes  sul  lago  di  Como  trovò  costantemente,  eh'  essa  era  più 
ricca  d' ossigeno ,  che  non  quella  del  sovrastante  nevoso 
Monte  Legnone  (ifò)- 

Thouvenel  (447)  osservava  cne  ammettendo  anche  del- 
le piccole  variazioni  nella  composizione  dell'aria,  si  rin- 
viene che  quella  respirata  da  molte  persone  ed  animali , 
come  nelle  officine,  teatri ,  stalle  ec,  quantunque  capace 
di  cagionare  non  dirò  già  malattie ,  ma  soltanto  qualche 
incomodo  alla  respirazione  in  gente  delicata  $  è  meno  os- 
sigenata dell'altra  delle  prigioni,  degli  spedali,  dei  cimi- 
terj,  quantunque,  come  si  sa,  quest' ultima  sia  ben  più 


i88 

dannosa  alla  salute.  Volendo  poi  applicare  questo  risultato 
anche  ai  luoghi  conosciuti  e  celebri  per  la  loro  insalubri*- 
tà  ha  esaminato  coi  migliori  eudiometri  Y  aria  atmosferica 
delle  spiaggie  maremmane  nei  diversi  gradi  di  loro  infe- 
zione, nelle  stagioni  e  luoghi ,  ove  essa  maggiormente  si 
manifesta  dannosa  mediante  i  suoi  tristi  effetti  sulla  salu- 
te degli  abitanti,  e  ciò  pia  volte  eseguì  negli  anni  1787 
e  1788  su  molte  maremme  degli  Stali  Toscani  e  Ponti- 
fici comprese  anche  le  Paludi  Pontine  ,  non  che  ripetè 
negli  altri  anni  1790  e  1791  e  sempre  trovò  se  non  che 
una  minima  diversità  dall'  aria  pura. 

Julia-Fontanelle,  non  sono  molti  anni,  da  sessanta  ana- 
lisi eseguite  6ull'aria  delle  paludi  del  Cercle  vicino  a 
Narbonne,  degli  stagni  di  Padre  vicino  a  Sigean,  ài  Sai- 
ces  e  della  Valanque  nel  Roussillon,  di  Capestang  non 
lungi  da  Bèriers,  finalmente  di  quella  di  diverse  paludi, 
che  trovansi  sulla  costa  di  Cette  a  Montpellier  ebbe  sem- 
pre i  stessi  risultati,  cioè  la  mancanza  in  esse  del  gas  am- 
moniacale e  la  presenza  di  gas  acido  carbonico,  e  verificò 
pure  eh'  esse  non  contenevano  acido  idrosolforico.  Decom- 
ponendo poi  T  aria  di  quelle  paludi  sì  colP eudiometro  a 
solfuro  di  calce  liquido,  che  con  quelle  a  fosforo  trovò  sem- 
pre 21  centesimi  di  ossigeno.  L'esattezza  di  queste  speran- 
ze e  la  veracità  dei  suddetti  risultati  furono  confermati 
dal  signor  Berard  professore  di  Chimica  a  Montpellier,  il 
quale  rinvenne  l'aria  presa  nella  parte  più  malsana  della 
succennata  costa  di  Cette,  non  diversa  da  qualunque  altra 
la  più  salubre  (448).  Moreau  de  Jonnès  (449)»  a  proposito 
della  sperienza  fatta  sull'  aria  delle  Antille  al  tempo  della 
febbre  gialla,' fa  osservare  che  decomposta  coli' eudiome- 
tro, diede  79  parti  di  azoto.  Anche  l'aria  presa  a  Barcel- 


,39 
Iona  nei  luoghi  più  infetti  dalla  febbre  gialla ,  analizzata 
non  offrì  che  i  principj  proprj  all'aria  la  più  pura. 

Così  quella  delle  sale  degli  ospizj  state  chiuse  per  do- 
dici ore  e  divenuta  altresì  di  un  odore  fetente  non  mostrò 
al  sig.  Seguin ,  che  i  soli  principj  componenti  l' aria  at- 
mosferica. Dall'aria  atmosferica  della  città  di  Parigi  rac- 
colta da  venti  luoghi  diversi  durante  l' epidemia  di  Cho- 
lera-Morbus ,  ottenne  sempre  Julia-Fontenelle  79  di 
azoto  e  21  d'ossigeno,  e  non  potè  scoprire  coli' acqua  di 
barite  traccia  alcuna  di  acido  carbonico  (45o).  Che  più  ? 
dall'  aria  che  si  sviluppò  dalla  carne  putrefatta  non  otten- 
ne Guyton-Morveau,  che  un  po' più  di  gas  acido  carbonico, 
ma  presso  a  poco  l' ordinaria  quantità  di  ossigeno  che  tro- 
vasi nell'aria  comune  (45 1).  L'aria  delle  paludi  è  per  al- 
tro, secondo  lo  stesso  Julia,  più  pesante  che  l' atmosferica, 
è  di  un  odore  nauseoso,  e  se  viene  posta  per  qualche  tem- 
po a  contatto  dell'  acqua ,  questa ,  pure  acquista  un  odore 
disgustoso. 

Noi  abbiamo  adunque  veduto  quante  valide  autorità  ci 
assicurano  della  pressoché  costante  normalità  che  riscon- 
trasi nella  composizione  del  fluido  atmosferico  e  quanto 
sproporzionati  sarebbero  gli  effetti  morbosi  che  soglionsi 
riscontrare  grandissimi  in  molti  luoghi ,  con  quel  piccolo 
eccesso  0  difetto  ne*  suoi  componenti  che  naturalmente 
possono  occorrere.    . 

Ora  passiamo  a  considerare  gli  elementari  principj 
stessi  dell'  aria  (per  qualche  caso  realmente  aumentati  o 
diminuiti),  sotto  l'aspetto  morboso  0  terapeutico:  ossia  ve- 
diamo quali  malattie  sieno  capaci  di  produrre,  e  quali  di 
guarire. 

I.  Venendo  alle  malattie  che  dall'ossigeno  si  vollero 


i4o 

ripetere,  troviamo  che  nell'  ugual  modo  che  Davidson  at- 
tribuì la  febbre  gialla  all'  abbondanza  di  questo  principio* 
Domeir  V  attribuì  invece  alla  mancanza  (45 2).  Noi  sap- 
piamo che  dal  di  lui  difetto  si  vollero  dipendenti  la  cloro- 
si ,  le  cachessie  ec;  ma  vediamo  che  dalla  inspirazione 
di  esso  artificialmente  procurata  si  ha  pure  ilarità,  ebrezza, 
accresciuto  eccitamento,  non  mai  febbre  intermittente.  E 
vero  che  la  mancanza  del  medesimo  gas  vitale ,  per  qual- 
che cagione  avvenuta,  ove  noi  siamo  obbligati  vivere ,  ap- 
portare ci  può  incomodo  terribile ,  ma  ove  il  vizio  in  di- 
scorso deir  aria  non  giunga  al  sommo ,  e  questa  soffra  di 
essere  respirata  ancora,  comunque  a  stento,  prova  non  ab- 
biamo (osservava  Scopoli  cinquantanni  fa  (453) )  che  si 
tiri  dietro  i  malori  che  le  arie  propriamente  cattive  fanno 
nascere. Usato  poi  l'ossigeno  quale  mezzo  curativo,  se  non 
produrrà  i  vantaggi  che  Ferro,  Fourcroy,  Chaptal,  Bed- 
doès,  Watt,  Centomo,  Millinghen  hanno  creduto  ottenere 
neir  asma,  nella  tisi,  nella  clorosi  ec,  certamente  non  sarà 
mai  per  dar  luogo  ad  alcuna  indisposizione  analoga  a  quel- 
le prodotte  dalle  arie  paludose  (454)- 

II.  L'azoto  poi  secondo  Barruel  e  Dupuytren  può  giun- 
gere a  88  ed  a  92  centesimi  nell'aria  sviluppata  dalle 
latrine,  e  produrre  potrà  asfissia  (455)  non  mai  terzana. 
Usato  come  rimedio  potrà  forse  essere  utile  nella  tisi  pol- 
monare 0  qual  calmante  le  esterne  irritazioni  (456). 


CAPO    X. 

Considerazioni  ulteriori  sui  principj  riguardati  da  cer~ 
tuno  quali  cagioni  della  malattia  delle  paludi  <>  dello, 
risaje  e  de9  maceratoj. 

Ella  era  cosa  troppo  facile  che  della  malattia  in  discorso 
venissero  accagionate  le  sostanze  gasiformi  che  Volta,  Buc- 
quet  e  Fontana  videro  svolgersi  dalle  acque  stagnanti  o 
guaste ,  e  che  Thouvenel  mercè  la  distillazione  ottenne 
dal  fango  paludoso  (457),  0  che  di  tal  malefico  effetto  si 
incolpassero  le  materie  trovate  nelle  acque  stesse ,  0  nella 
rugiada.  Non  sarà  perciò  fuor  di  luogo  il  considerare  e  le 
sostanze  predette ,  ed  il  valore  delle  opinioni  de*  fisici  su 
tal  proposito. 

I.  Rispetto  al  gas  acido  carbonico,  non  si  può  esso  attri- 
buire né  alle  paludi  riè  sempre  alle  emanazioni  terrestri, 
poiché  sappiamo,  che  fa  trovato  da  Saussure  nell'  aria  sul 
Monte-Blanc,  ossia  a  i5668  piedi  di  altezza  (458)  e  da 
Humboldt  in  quella  raccolta  dall'  aeronauta  Garnerin  al- 
l'altezza  di  4^80  piedi  (4^9).  Sappiamo  che  si  vide  ec- 
cedere dalla  solita  proporzione  (46o)  in  paesi  di  malaria, 
egualmente  che  in  altri  assai  salubri.  Ma  si  ammetta  pure 
qualunque  eccesso  di  questo  gas  nocivo,  ne  vedremmo  suc- 
cedere in  tali  casi ,  sì  nell'  uomo  che  negli  animali ,  che 
lo  inspirano,  molestia  alla  respirazione,  temporarie  od  an- 
che letali  asfissie,  siccome  avviene  nelle  cantine  ove  fer- 
mentano le  uve,  nella  Grotta  del  Cane  al  lago  d' Agnano 
vicino  a  Napoli,  ma  non  vedremo  mai  derivarne  né  febbre 
remittente ,  né  intermittente.  Se  crediamo  a  certi  medici 
la  inspirazione  di  questo  gas  misto  ali*  aria  atmosferica  fu 


i4^ 

trovata  utile  nella  pneumotisi.  Iniettato  in  quantità  da  non 
produrre  la  morte  nelle  vene  degli  animali,  rese  il  sangue 
per  qualche  tempo  più  bruno ,  e  se  lo  fu  nell'  arteria  ca- 
rotide non  portò  alcun  disordine  alle  funzioni  cerebrali. 
Introdotto  in  noi  col  vino  di  Champagne ,  colla  birra ,  o 
colle  acque  minerali  produce  o  ben  essere ,  o  (se  in  dose 
eccessiva)  ben  altri  cattivi  effetti  che  non  la  malattia  in 
discorso. 

IL  Assai  mal  fondata  è  l'opinione  di  chi  incolpa  il  gas 
idrogeno  semplice  della  produzione  del  morbo  palustre , 
poiché  naturalmente  non  viene  svolto  dalle  acque  sta- 
gnanti, e  se  per  caso  lo  fosse ,  per  la  sua  specifica  legge- 
rezza si  inalzerebbe  rapidamente  alle  più  alte  regioni  del- 
l'atmosfera  (46 1).  La  natura  ci  offre  l'idrogeno  in  copia 
grande  emanante  dal  suolo  a  Birigazzo  vicino  a  Modena 
(462),  ma  essa  non  diede  del  pari  a  questi  luoghi  funesta 
dote  di  febbri  intermittenti.  Se  poi  questo  gas  artificial- 
mente ottenuto  viene  inspirato  0  non  cagiona  alcun  dan- 
no, come  avvenne  a  Shéele,  a  Julia-Fontanelle,  ed  a  Ro- 
bert, 0  quegli  incomodi  che  i  signori  Paul  a  Ginevra,  Gia- 
como Cardone  a  Milano  (463)  asseriscono  aver  provati  su 
se  stessi,  e  quelli  che  il  prof.  Chaussier  vide  provarsi  dagli 
animali,  ma  non  mai  una  febbre  periodica. 

Osservò  Nysten  (464)  che  allorquando  in  piccola  dose 
veniva  il  gas  idrogeno  iniettato  nelle  vene  altro  effetto  non 
ne  seguiva  che  quello  di  rendere  momentaneamente  più 
carico  il  colore  del  sangue.  Anzi  Rouch  ritiene  che  V  i- 
drogeno  misto  in  quantità  rilevante  all'  aria  atmosferica  la 
renda  piuttosto  più  salubre  (465). 

III.  L'idrogeno  carbonato  0  protocarbonato  che  per  lo 
svolgersi  che  fa  dalle  paludi  ebbe  appunto  il  nome  di  wo- 


i43 

feta  delle  paludi  (466)  fu  incolpato  di  cagionare  le  feb- 
bri intermittenti  da  Virey  (467);  da  Malte-Brun  (468), 
dal  Dott.  Gonel  (469)  e  da  Fourcroy  (470),  bisogna  però 
notare  in  primo  luogo  che  questo  gas  non  trovasi  nelP  aria 
vicino  alle  paludi  ;  forse ,  come  osserva  Thomson  perchè 
viene  tosto  neutralizzato  ;  in  secondo  luogo  che  ne'  siti  ove 
egli  naturalmente  sviluppasi  in  abbondanza  non  cagiona 
le  accennate  malattie,  né  le  risipole,  né  le  morti  repenti- 
ne, 0  le  ottalmie,  come  pretendeva  Baumes  (471)?  infine 
che  inspirato  appositamente  potrà  tutto  al  più  cagionare 
incomodi  alla  respirazione  ed  al  capo ,  come  avvenne  a 
Julia-Fontanelle. 

IV.  Il  gas  idrogeno-solforato  (detto  già  un  tempo  gas 
epatico,  ed  ora  meglio  acido  idrosolforico)  (47 2),  è  uno  di 
quelli  che  svolgesi  dalle  acque  paludose,  ed  è  pur  quello, 
che,  se  non  la  salute,  almeno  offende  Y  odorato  di  chi  va  a 
diporto  sulla  Piazzetta  0  sulla  Riva  de*  Schiavoni  a  Vene- 
zia dalle  cui  lagune  s' innalza.  Quando  in  questa  città  sin- 
golare si  spurgano  i  canali  si  ha  grande  sviluppo  di  questo 
gas,  che  manifesta  la  sua  presenza  altresì  coir  annerire 
gli  oggetti  d' oro  0  d' argento.  Thouvenel  (473)  riteneva 
che  se  Y  asciugamento  delle  acque  vi  fosse  fatto  nella  sta- 
te, certamente  dall'esalazione  mefitica  0  miasmatica  di 
quel  fango  ne  sarebbero  avvenute  delle  febbri  ;  ma  io  ho 
veduto  eseguirsi  tale  operazione  nel  mese  di  agosto,  e  se 
questa  risultasse  in  quel  tempo  nociva ,  certo  che  in  una 
città  di  molta  ed  antica  non  mai  interrotta  civilizzazione , 
non  verrebbe  dessa  praticata. 

I  luoghi  0  terreni  vulcanici  a  cagione  de*  gas  solforosi 
ed  idrosolforosi  che  esalano ,  furono  incolpati  dell'  origine 
delle  febbri  intermittenti  ;  ciò  che  si  fece  a'  nostri  tempi 


'44 

da  Loder  (474)  e  da  Lullin  de  Chàteauvieux  (475).  Ma 
assai  prima  aveva  fatto  osservare  Thouvenel  (476)  che  le 
febbri  di  malaria  durano  alcuni  mesi  soltanto  dell'  anno, 
in  estate  cioè  ed  in  autunno,  mentre  continue  sono  le  esa- 
lazioni solforose.  E  quelle  dominano  pure  in  moltissimi 
luoghi  del  litorale  d'  Italia,  ove  non  sonovi  ne  terreni  vul- 
canici, ne  piriti,  quando  invece  parecchi  terreni  vulca- 
nici e  piritici  esalanti  molto  gas ,  ne  sono  affatto  immuni. 
Il  suolo  della  maremma  Romana  è  vulcanico,  quello  della 
Toscana  non  manifesta  roccia  che  abbia  avuto  origine  da' 
fuochi  di  sotterra ,  eppure  ambedue  sono  insalubrissimi. 
Anche  i  Lagoni  di  Castelnovo ,  di  Travale,  di  Montecer- 
boli  in  Toscana,  la  valle  di  Amsanto  nel  Regno  di  Napo- 
li (477)>  mandano  gran  quantità  di  gas  idrogeno  solforato, 
senza  dar  luogo  alle  febbri  di  cui  ragioniamo. 

Maravigliava  il  B.  de  Humboldt  (478)  come  la  città  del 
Messico  andasse  immune  da  febbri  intermittenti ,  mentre 
nelle  sue  contrade  sentesi  il  puzzo  del  gas  epatico  che 
svolgesi  dai  laghi  di  Tenochtitian  che  le  stanno  d'intorno. 

Secondo  le  sperienze  dei  signori  Ghaussier,  Dupuytren, 
Thenard  e  Magendie  questo  gas  cagiona  la  morte  agli 
animali  se  viene  respirato  puro  ,  se  è  misto  all'  aria  può 
altresì  determinare  tal  esito  fatale,  0  dar  luogo  ad  acci- 
denti consecutivi  più  0  meno  gravi  secondo  le  proporzioni 
di  quel  principio.  In  generale  ne  abbisognano  dosi  tanto 
minori  per  produrre  l' asfissia ,  quanto  pia  gli  animali  sa- 
ranno piccoli.  Può  ad  essi  cagionare  la  morte  0  gravi  in- 
comodi anche  iniettato  nelle  vene ,  nel  tessuto  cellulare . 
nel  tubo  intestinale ,  ed  applicato  alia  superficie  cutanea, 
Pel  uomo,  a  dir  vero ,  non  è  tanto  nocivo  ed  egli  lo  può 
per  qualche  tempo  respirare  impunemente  misto  all'aria 


i45 

comune ,  i  vuota-cessi  però  ne  restano  talora  vittima.  Nel 
i8o3  tutti  coloro  che  lavoravano  in  una  miniera  di  car- 
bon  fossile  a  Valenciennes  furono  presi  da  una  malattia  , 
la  quale ,  come  era  incontrastabile  che  dipendeva  dall'  a- 
cido  idrosolforico,  nessuna  analogia  aveva  senza  dubbio  col- 
le febbri  intermittenti  o  d'origine  paludosa,  il  che  risulta 
dalla  descrizione  che  ne  diede  il  sig.  Halle  (479)*  Final- 
mente le  acque  minerali ,  e  queste  sono  molte  che  con- 
tengono di  questo  gas,  sono  salutari  sì  prese  internamente 
che  usate  per  bagni. 

V.  L'idrogeno  perfosforato,  come  quello  che  svolgesi  dai 
luoghi,  ove  succede  la  decomposizione  di  sostanze  animali 
anche  nell'  acqua,  potrebbe  essere  guardato  come  cagione 
di  queste  malattie  che  regnano  appunto  vicino  alle  acque 
stagnanti  e  corrotte ,  ma  la  sua  presenza  nell'  aria  atmo- 
sferica vicina  ad  esse  sinora  non  è  stata  che  supposta,  e  di 
fatti  si  sa  che  anche  alla  temperatura  ordinaria,  giunto  a 
contatto  dell'  aria  s' infiamma ,  come  succede  frequente- 
mente in  certi  putridi  stagni,  o  ne'  cimiterj. 

VI.  Il  gas  ammoniaco  non  trovasi  nell'aria  comune ,  e 
nemmeno  in  quella  delle  paludi  ;  pure ,  quand'  anche  al- 
cuna circostanza,  ovvero  qualche  processo  o  naturale  o  ar- 
tificiale dasse  luogo  alla  di  lui  genesi  e  sviluppo,  certo  che 
da  esso  potressimo  avere  una  forte  infiammazione  della  pi- 
tuitaria ,  della  congiuntiva ,  della  membrana  mucosa  del 
canale  aereo  e  de'  polmoni  stessi,  ma  non  mai  una  febbre 
intermittente.  Ed  egli  è  affatto  gratuitamente  che  Bau- 
mes  (48o)  amava  far  dipendere  dall'ammoniaca  le  feb- 
bri putride,  le  petecchiali,  le  dissenterie;  nelle  stalle  af- 
follate d' animali  e  chiuse  non  puossi  negare  che  esista 
certa  quantità  d'ammoniaca;  qual  danno  ne  soffrono  però 

io 


i46 

i  pastori,  o  chi  vi  soggiorna  ?  D' altronde  non  sappiamo  che 
F  aria  delle  stalle  fu  proposta  e  trovata  utile  se  respirata 
da  certi  malati  p.  e.  da  tisici  ? 

VII.  Il  buon  senso  del  sig.  Barone  de  Humboldt  trova 
ben  con  che  ridersi  dell'  ipotesi  di  Mitchili  (48i),  secondo 
il  quale  le  febbri  intermittenti  e  maligne  sarebbero  di- 
pendenti dall'  ossido  di  azoto  o  ossido  nitroso ,  parere  che 
pure  addotarono  TextorÌ3  (482),  Saltonstall  (483)  Bay, 
Lent,  Browne  (484)  e  Claudio  Balme  (485).  Invece  di 
dimostrarlo  in  tal  maniera  nocivo ,  gli  effetti ,  che  respi- 
rando questo  gas,  provarono  due  allievi  del  prof.  Sillman, 
gli  confermerebbero  il  nome  di  gas  hilariant  che  alcuni 
gli  avevano  dato  (486)  ed  a  questi  effetti  pia  che  a  quelli 
ottenuti  dal  sig.  Vauquelin  si  accostarono  i  risultati  che 
pure  dalla  respirazione  di  esso  ebbe  il  sig.  Giacomo  Car- 
done  distinto  farmacista  di  Milano  (487). 

VIII.  La  cognizione  delle  qualità  chimiche  dell'acqua 
sospesa  nell'  atmosfera  ed  in  cui  si  hanno  molte  ragioni 
per  supporre  esistente  il  principio  nocivo  delle  paludi,  fu 
chiamata  in  campo  ad  illuminare  circa  la  cagione  delle 
febbri  palustri. 

Henshau  avendo  esposta  all'aria  e  al  sole  la  rugiada 
vide  che  deponeva  una  materia  verde  simile  a  quella  che 
si  scorge  soprannotare  in  estate  alle  acque  corrotte.  Tro- 
vò svilupparsi  in  essa  diversi  vermicelli.  Svaporata  tal  ru- 
giada lasciò  depositare  una  terra  grigiastra ,  la  quale  ve- 
nendo calcinata  diede  una  sostanza  cristallizzata  simiglian- 
te  all'  allume  (488). 

Il  prof.  Moscati  con  palloni  pieni  di  ghiaccio  condensò 
i  vapori  dell'  atmosfera  ed  ottenne  dell'  acqua  in  cui  vide 
nuotare  fiocchi  mucosi,  che  dopo  alcuni  giorni  mandavano 
un  odore  cadaverico. 


i47 

Al  fine  di  ottenere  liquida  e  pura  la  rugiada  usava 
Alibert  degli  imbuti  pieni  pure  di  ghiaccio. 

Rigaud  de  l'Isle  (489)  negli  anni  1810,  181 1,  181  a 
a  Roma,  in  Linguadocca,  ed  altrove  con  lastre  di  vetro  so- 
prapposte tra  loro  a  guisa  di  tegole  ottenne  in  una  botti- 
glia munita  d' imbuto  una  certa  quantità  di  rugiada.  Que- 
sta, essendo  stata  analizzata  circa  sei  mesi  dopo  da  Vau- 
quelin,  fu  trovata  contenere 

i.°  Una  materia  animale,  la  cui  maggior  parte  erasi 
separata  in  forma  di  fiocchi  da  che  l'acqua  era  rinchiusa 
nella  bottiglia,  e  che  tramandava  odore  di  uova  cotte,  e  di 
solfo; 

2.0  DelF  ammoniaca  ; 

3.°  Del  mudato  di  soda  ; 

4.0  Del  carbonato  di  soda. 

Nell'esame  della  rugiada  appena  raccolta  si  trovò  qual- 
che differenza  nei  risultati,  onde  crede  Vauquelin  potere 
attribuire  Y  ammoniaca  alla  fermentazione  putrida  nata 
nello  spazio  di  tempo  trascorso  tra  l'epoca,  in  cui  fu  rac- 
colta, e  quella  in  cui  si  analizzò.  Non  rinvenne  che  con- 
tenesse alcun  gas.  Egli  fece  bere  tal  rugiada  e  mangiare 
del  pane  in  essa  inzuppato  a  diversi  animali,  né  avendo 
veduta  in  essi  svilupparsi  malattia  particolare,  credette 
poter  conchiudere ,  che  il  principio  nocivo  della  malaria 
non  sta  nella  rugiada.  Tale  conclusione  non  sembrami 
però  dettata  da  troppo  sana  logica,  poiché  il  principio  feb- 
brifero  potrebbe  in  essa  annidare ,  e  non  svegliarsi  febbre 
0  incomodo  alcuno  negli  animali. 

Fuori  delle  mura  di  Roma  vicino  a  S.  Lorenzo  in  quat- 
tro notti  del  settembre  1 8 1 8  addensò  anche  Brocchi  i  va- 
pori contenuti  nell'aria  di  quel  luogo  insalubrissimo.  Nelle 


i4! 

due  libbre  circa  d' acqua  raccolta  giunse  a  scorgere  pur 
esso  i  fiocchi  riscontrati  nella  medesima  da  Thouvenel, 
da  Thénard,  da  Dupuytren,  da  Vauquelin  e  da  Rigaud  de 
T  Isle ,  ed  ottenne  altresì  una  polvere  biancastra  in  capo 
ad  alcuni  giorni  dopo  avere  trattata  quell'  acqua  con  un 
po'  d' acido  muriatico  ossigenato  (490).  Julia-Fontenelle 
(491)  col  metodo  di  Rigaud  de  Plsle  ottenne  il  25  ago- 
sto 18 19  quattro  littri  di  rugiada.  Questo  liquido  era  privò 
di  odore,  senza  colore,  e  sufficientemente  chiaro ,  vi  si  ve- 
devano sospesi  alcuni  fiocchi  che  6Ì  deposero  sul  filtro. 
Sottopposto  all'  azione  del  calorico  si  svilupparono  sedici 
centolittri  d' un  gas  che  assoggettato  a  due  diverse  sperien-» 
ze  eudiometriche  diede  ogni  cento  parti 


Acido  carbonico 
Gas  ossigeno     .    i 
Gas  azoto     .    . 

.    .      2,17 
.    *    3o,3o 
.    .    67,53 

1 00,00 

Quest*  acqua  si  prima  d*  essere  stata  privata  d'aria,  co- 
me dopo,  non  faceva  provare  alcun  cangiamento  allo  sci- 
roppo di  viole,  né  alla  carta  tinta  dal  tornesole; 
Trattata  mediante 
il  nitrato  d'argento,  diede  un  precipitato  di  un  bianco  sporco, 

1    ■      di  mercurio  .  .  .  .ldiede  un  precipitato  tendente 

il  sotto  carbonato  di  piombo/     al  giallo 
r  acqua  di  calce      ...» 
la  potassa  ....... 

l'ammoniaca      ..•*,.  \  niente, 
l'ossalato  ammoniacale  .    .     . 
Y  idroclorato  di  barite  .     .    . 


*49 

Mercè  di  questi  sperimenti  si  conchiuse  che  nessuna 
sostanza  alcalina  esisteva  allo  stato  libero  in  quest'acqua* 
e  eh'  essa  conteneva  dei  solfati ,  degli  idroclorati  e  della 
calce.  Avendola  svaporata  sino  a  secchezza,  il  residuo  pe- 
sava tre  decigramme,  ma  la  troppo  piccola  quantità  non 
permettendo  di  sottoporlo  ad  una  serie  di  esperienze ,  fu 
duopo  che  si  limitasse  ad  alcune  soltanto  e  con  queste  tro- 
vò che  tale  residuo  era  di  un  bianco  sporco,  decrepitava 
qualche  poco  al  fuoco ,  e  faceva  effervescenza  cogli  acidi. 
Si  scioglieva  nelF  acqua,  eccettuata  però  una  piccola  por- 
zione colla  quale  l'acido  idroclorico  faceva  effervescenza, 
e  che  era  precipitata  dall'  ossalato  d' ammoniaca. 

Secondo  questo  Saggio  la  rugiada  delle  paludi  con- 
tiene circa  7i5  d' aria  atmosferica;  più 
dell'  acido  carbonico, 
dell'idroclorato  di  calce , 
■  ■  di  soda , 

del  solfato      )  ,.     , 
del  carbonato) 

ed  una  sostanza  animale  sottoforma  di  fiocchi.  Da  ciò  puos- 
si  conchiudere,  che  se  si  eccettui  questa  sostanza  animale* 
la  rugiada  si  accosta  assai  all'  acqua  di  pioggia,  e  special- 
mente a  quella  delle  sorgenti  dei  contorni  di  Upsai  ana- 
lizzata da  Bergman.  Tali  sperienze  quantunque  molte  vol- 
te ripetute  diedero  sempre  al  sig.  Julia-Fontenelle  i  stes- 
si risultati,  anzi  egli  assai  sensatamente  si  apprese  ad  un 
altro  paragone ,  esaminò ,  cioè  la  rugiada  comune  ed  ot- 
tenne i  stessi  prodotti ,  alP  eccezione  dei  fiocchi  succitati. 
Il  Dott.  De  Renzi  di  Napoli  fece  nel  1827  degli  espe- 
rimenti ,  analoghi  a  quelli  fatti  da  Brocchi ,  in  vicinanza 
del  lago  d'Agnano ,  lago  che  meglio  si  chiamerebbe  una 


100 

palude  ove  si  fa  macerare  il  lino,  sito  tetro  ed  insalubre; 
dietro  quanto  potè  riscontrare  restò  convinto  che  ne'  va- 
pori di  que'  luoghi  esista  l' ammoniaca  e  una  sostanza  estrat- 
tiva vegetale  ed  animale  (Op.  cit.  P.  I.  p.  66) 

Poscia  aver  veduto,  che  T  aria  anche  la  più  dannosa  per 
T  umana  salute  a  cagione  delle  acque  paludose  non  ma- 
nifesta agli  esami  pia  scrupolosi  di  abilissimi  chimici  al- 
cun estraneo  principio,  e  che  se  pure  vi  esistesse  qualche 
altro  gas  svoltosi  a  caso  o  ad  arte  dal  fondo  de'  marazzi, 
nessuno  di  essi  sarebbe  capace  di  dar  luogo  allo  sviluppo 
delle  febbri  intermittenti;  e  poscia  aver  dimostrato  essere 
quasi  identici  i  vapori  acquosi  proprj  dell'atmosfera  intomo 
alle  paludi  e  quelli  che  non  lo  sono ,  non  resterebbe  altro 
a  supporre  con  qualche  fondamento ,  se  non  che  quella 
materia  organica,  sia  poi  vegetabile  o  animale,  la  quale 
Thouvenel  sino  da'  suoi  tempi  aveva  scoperta  ed  iniettata 
(per  altro  senza  effetto)  negli  animali  che  da  Thenard  e 
Dupuytren  e  rasi  ottenuta  bensì  facendo  passare  il  gas 
idrogeno  delle  paludi  per  P  acqua,  ma  non  dal  gas  mede- 
simo cavato  dai  minerali  che  sotto  forma  di  fiocchi  aveva- 
no trovata  nella  rugiada  de' luoghi  paludosi,  e  non  nella 
comune  Vauquelin,  Julia-Fontenelle,  e  Brocchi,  e  De  Ren- 
zi, altro  non  fosse  che  il  rappresentante  del  principio  mia- 
smatico febbrifero  (492)« 

Più  ragionevole  però  è  il  ritenere  che  su  questo  argo- 
mento siamo  ancora  all'  oscuro ,  né  tale  è  il  mio  parere 
soltanto. 

Vedeva  già  da  suoi  primi  tempi  il  celebre  Volta,  che 
la  cagione  dell'  aria  cattiva  e  delle  febbri,  le  quali  ne  de- 
rivano sta  in  elementi  particolari  non  contrassegnabili  dal- 
l' eudiometro,  poiché  irrespirabilità  e  insalubrità  dell'  a- 


i-5 1 

ria  non  sono  la  stessa  cosa  ;  e  l' aria  la  più  infelice  si  tro- 
verà normale  col  detto  stromento  :  né  il  celebre  prof,  di 
Pavia  lasciava  da  leale  filosofo  di  ammonire  i  fisici  a  non 
volere  negare  la  esistenza  di  tali  priucipj  nocivi  nell'  aria 
cattiva,  percbè  non  riconoscibili  da  nostri  stromenti ,  ma 
die  ragione  voleva  si  confessasse  piuttosto  la  nostra  insuf- 
ficienza cbe  negare  a  certi  effetti  una  cagione  pel  motivo, 
die  noi  non  l' abbiamo  ancor  raggiunta  (493). 

Gli  stessi  sentimenti  troviamo  nell'illustre  Scopoli,  il 
quale  fa  prima  notare  (494)?  quanto  ingiustamente  si  ansi 
dati  i  nomi  di  eudiometro  e  di  evaerometro  ad  uno  stro- 
mento, che  non  è  capace,  come  si  pretenderebbe  dai  no- 
menclatori, di  giudicare  della  salubrità,  o  insalubrità  del- 
l' aria  ,  e  d' indicare  i  vizj  cui  va  soggetta ,  ma  non  fa  cbe 
indicare  una  data  quantità  di  un  suo  componente  o  per 
meglio  dire  la  sua  maggiore  o  minore  attitudine  ad  essere 
respirata:  indi  fa  osservare  (495),  che  tale  istromento  non 
dimostra  che  o  poca  o  nessuna  differenza  tra  l'aria  di  bel 
sito  montuoso  e  quella  delle  vicinanze  de*  più  insalubri 
marazzi  e  di  vaste  paludi  :  anzi  mentre  in  estate  abitando 
o  dormendo  soltanto  per  poche  ore  in  questi  ultimi  luoghi 
si  guadagna  febbre  intermittente  ed  una  lunga  iliade  di 
conseguenze;  si  vive  invece  e  si  dorme  senza  danno  e  per 
molte  ore  in  stanze  chiuse,  ove  sono  congregate  molte  per- 
sone, ove  sono  accesi  fuochi ,  ove  fumano  vivande  e  dove 
finalmente  l'eudiometro  dà  risultati  da  far  spavento. 

Anche  Thouvenel  dopo  avere  diviso  il  mefitismo  in 
soffocante  (minerale)  ed  in  putrefacente  (4$6):  dopo  ave- 
re esposto  che  la  mofeta  putrida  e  paludosa  che  vizia  e 
rende  insalubre  l'aria  d'Italia  è  cagionata  dalla  poca  piog- 
gia, dall'umido  abituale  degli  strati  inferiori  dell'  atmo- 


i5a 

sfera,  dall'insolazione  grande,  da  venti  scirocco  e  libeccio, 
dalla  mancanza  di  scariche  elettriche  (497)  e  ^alla  Putre" 
fazione  de*  corpi  organici  (498),  soggiunge:  «  Finalmente 
«  bisogna  convenire  che  tutti  gli  stromenti  comuni  e  tutti  i 
«  mezzi  più  ricercati  dell'aerometria  moderna,  sono  ancora 
«  assai  lontani  dal  farci  conoscere  le  qualità  fisiche  e  chi- 
a  miche  dell'aria  capaci  di  esercitare  un'influenza  sull'uo- 
«  mo  in  istato  di  sanità,  e  in  quello  di  malattia  (499)  »  e 
più  avanti  confessa  che  ad  onta  delle  risorse  che  ci  offre  la 
chimica  e  l'eudiometria  «  il  quid  venenosum  che  racchiu- 
«  dono  i  miscugli  aerei  e  il  quid  morb osimi  che  opera  sul 
«  corpo  vivente,  non  sono  accessibili  l' uno  meglio  dell'  al- 
te tro  ai  lumi  di  una  scienza  esatta  e  positiva  »  (5oo). 

Ma  vediamo  finalmente  a  qual  grado  di  cognizioni  in 
proposito  siasi  giunto  nella  porzione  ora  decorsa  del  se- 
colo XIX. 

In  questo  argomento  così  esprimevasi  l'immortale  Ber- 
thollet:  «  Oltre  le  sue  parti  costituenti,  1'  aria  atmosferica 
«  può  tenere  in  dissoluzione  diverse  sostanze  che  vi  ac- 
ce quistano  la  forma  elastica ,  e  tra  le  quali  alcune  sono  il 
«  principio  degli  odori:  ma  sino  ad  ora  queste  emanazioni 
«  sfuggirono  ai  mezzi  chimici  che  possono  distruggerne  al- 
ce cune,  ma  non  indicarle  »  (5  01). 

Nacquart  confessava  che  la  chimica  è  ancora  impoten- 
te non  solo  a  riconoscere  la  natura ,  ma  altresì  a  determi- 
nare la  presenza  di  quelle  molecole  estranee  che  vengono 
ad  imbrattare  l'aria,  e  l'azione  delle  quali  serve  a  far 
sviluppare  le  febbri  intermittenti  (5 02). 

«  Io  son  ben  lontano,  dice  Julia-Fontenelle  (5o3),  di 
«  riguardare  l'aria  paludosa  di  una  uguale  purezza  che 
«  l' aria  atmosferica ,  ma  io  persisto  a  sostenere  che  non 


«  diversamente  che  nelle  acque  minerali,  esiste  in  quella 
«  un  principio  ignoto,  il  quale  sino  ad  ora  si  è  sottratto  a 
«  tutte  le  umane  ricerche  e  che  nello  stato  attuale  delle 
a  nostre  cognizioni  gli  agenti  chimici,  che  possediamo  non 
«  sono  capaci  di  dimostrare.  » 

Anche  il  sig.  C.  B.  de  Humboldt  non  potè  tralasciare 
di  dire  (5c»4):  «  Indoviniamo  alcune  condizioni,  per  le  qua- 
«  li  si  formano  le  emanazioni  gazose  che  denominiamo 
ce  miasmi,  ma  ignoriamo  la  loro  composizione  chimica.  Non 
«  è  piò.  il  tempo  di  attribuire  le  febbri  intermittenti  all'i- 
«  drogeno  accumulato  nei  siti  caldi  ed  umidi  ;  le  febbri 
«  irregolari  ad  esalazioni  ammoniacali;  le  malattie  infiam- 
«  matorie  ad  un  aumento  d*  ossigeno  nell'  atmosfera.  La 
«  nuova  chimica  alla  quale  siamo  debitori  di  tante  verità 
«  positive  ci  ha  insegnato  che  ignoriamo  molte  cose ,  di 
«  sapere  le  quali  accertatamele  abbiamo  per  gran  tempo 
«  menato  vanto.  » 

Finalmente  il  Dott.  Monfalcon  dice  a  chiare  note  in 
proposito  (5o5)  «  che  le  chimiche  analisi  tutte  ebbero  per 
«  risultato  di  non  avere  svelato  in  alcun  modo  la  natura 
«  delle  emanazioni  paludose,  di  non  avere  fatto  conoscere 
«  il  loro  modo  di  operare  sull'organismo,  di  non  avere  pre- 
te stato  alcun  soccorso  alla  terapeutica  e  di  poter  essere 
«  ritenute  (sotto  questo  solo  riguardo  però)  come  se  non 
«  fossero  state  fatte.  Il  solo  servizio  che  resero  alle  scienze 
«  mediche  si  è  di  avere  dimostrata  l'insufficienza  comple- 
te ta  dei  nostri  mezzi  di  analisi  a  trovare,  isolare  e  studiare 
«  le  emanazioni  paludose.  » 

IX.  Il  puzzo  che  rende  in  certe  circostanze  una  parti- 
colare pianta  chiamata  in  Toscana  putèra,  e  che  è  analogo 
a  quello  che  spandesi  dai  paduli,  fece  nascere  il  dubbio, 


i54 

che  (lessa,  morta  e  putrefatta,  potesse  essere  cagione  della 
cattiva  aria  delle  maremme  e  de'  luoghi  paludosi.  I  signori 
professori  Savi  e  Chimico  Ranieri  Passerini  di  Pisa  intra- 
presero adunque  delle  sperienze  in  proposito.  Siccome  la 
pianta  esternamente  è  coperta  di  un'  incrostazione  di  car- 
bonato di  calce,  così  quando  fu  macerata  e  sottoposta  alla 
decomposizione  nell'acqua  tanto  invasi  chiusi,  che  in 
aperti  formò  dell'  acido  acetico  il  quale  unendosi  alla  cal- 
ce lasciava  in  libertà  l'acido  carbonico.  Putrefatta  dava  un 
odore  spiacevolissimo  e  sì  forte  da  produrre  mal  di  capo , 
specialmente  poi  se  la  decomposizione  della  pianta  si  pro- 
moveva nell'acqua  salsa.  Scopersero  i  suddetti  rispettabili 
Toscani  in  essa  una  materia  azotata  grassa,  che  ha  qualche 
analogia  colle  sostanze  animali  e  che  chiamarono  putri- 
rla (5  06). 

Se  a  questi  sperimenti  si  fossse  aggiunto  quello  di  ma- 
cerare e  lasciar  putrefare  una  quantità  di  putèra ,  si  sa- 
rebbero forse  ottenute  delle  febbri  intermittenti  negli  abi- 
tanti che  fossero  stati  a  portata  di  sentirne  l' influenza  ; 
siccome  però  lo  stesso  risultato  si  ha  usando  la  canape  e 
il  lino  e  anche  qualche  altra  materia  vegetabile,  così  non 
potrassi  attribuire  alla  sola  pianta  in  discorso  la  malattia 
propria  delle  paludi,  il  che  veramente  parmi,  non  preten- 
dano i  stessi  naturalisti  Toscani  delle  cui  osservazioni  qui 
si  parla  (507). 

Circa  la  natura  del  miasma  paludoso  adunque  la  chi- 
mica ha  un  oggetto  di  umiliazione  in  mezzo  ai  trionfali 
suoi  progressi.  Questa  scienza  veramente  potrà  sempre 
vantarsi  ne'  fasti  del  perfezionamento  umano  quella  che 
ha  saputo  nel  minor  spazio  di  tempo  operare  un  più  gran 
numero  di  scoperte,  produrre  un' infinità  di  rivoluzioni 


i55 
nelle  cognizioni  naturali  che  si  avevano ,  manifestare  in- 
contrastabili verità  e  rilevare  molti  dei  più  profondi  mi- 
steri della  natura.  Ricordiamoci  però  che  in  Sais  sulla  ba- 
se della  statua  di  Minerva  o  Iside  (conosciuta  per  la  veri- 
tà stessa)  stava  scritto  IO  SONO  TUTTO  CIÒ  CHE 
FU,  CHE  È,  CHE  SARÀ:  E  FIN  QUI  NESSUN 
MORTAL  ALZÒ  MAI  IL  MIO  VELO  (5  08),  0  se 
questa  sentenza  sembrasse  troppo  rigida  e  scoraggiante  ri- 
flettiamo che  «  l'uomo  interroga  la  Natura  ad  ogni  ora  del 
«  giorno,  ed  ella  risponde  una  parola  ogni  secolo.  »  L'odo- 
rato nostro  ci  accerta  delle  molecole  odorose  che  partono 
dai  corpi ,  vediamo  svolgersi  i  semi  dei  licheni  e  delle 
muffe  sulle  sostanze  che  alla  loro  vita  sono  opportune,  ma 
sì  di  quelli  che  di  queste  non  è  dato  ad  alcuno  sorpren- 
dere l'esistenza  per  l'aria  e  conoscere  i  caratteri  fisici  0 
i  chimici.  Ci  gioviamo  del  termometro,  il  quale  ci  presta 
i  suoi  servigi  per  la  dilatazione  che  il  calore  produce  ne' 
corpi,  senza  per  altro  sapere  se  il  calorico  sia  per  se  stes- 
so un  corpo  0  soltanto  una  modificazione  de'  corpi.  Noi 
abbiano  fatti  grandissimi  progressi  nella  scienza  dell'elet- 
tricità e  del  magnetismo,  ci  sono  noti  i  loro  effetti,  ne  cal- 
coliamo le  leggi,  ma  non  ne  conosciamo  la  natura  ;  onde 
senza  rossore  dovremo  nel  nostro  argomento  limitarci  a  co- 
noscere per  ora  gli  effetti  del  miasma  palustre  nella  loro 
estensione ,  qualità,  origine  ec,  ed  una  retta  applicazione 
dell'' osservazione  e  del  raziocinio  su  di  essi  sarà  bastante 
ad  illuminare  il  medico  ed  il  magistrato  si  nel  preservare 
gli  uomini  dalla  loro  azione  che  per  guarirne  le  morbose 
conseguenze.  Noi  abbiamo  esempi  che  ci  dimostrano  che 
talora  la  cognizione  degli  effetti  basta  0  anche  è  più  utile, 
che  quella  della  causa.  Il  sapere  certe  leggi  dell*  elettri- 


m 

cita  atmosferica  è  stato  per  la  salute  dell'uomo  piti  van- 
taggioso che  conoscere  la  natura  di  tal  fluido  quanto  reale, 
altrettanto  sorprendente.  Chi  ha  fatto  conoscere  con  fatti 
che  l'odore  svolto  da  certe  piante  in  stanze  rinchiuse  è 
dannoso  a  chi  vi  abita,  ha  prodotto  all'umanità  un  servizio 
maggiore  che  non  avrebbe  fatto  con  infinite  ricerche  o  sco- 
perte sulla  natura  delle  molecole  odorose.  Coli'  avere  rac- 
colti ed  ordinati  de'  fatti  veduti  sì  dal  popolo  osservatore 
superficiale  che  dall'  occhio  scrutatore  del  filosofo ,  io  cre- 
do essere  giunto,  piti  che  non  ha  fatto  chiunque  prima  di 
me,  a  rendere  chiara  e  stabilire  l'origine,  non  che  indi- 
care le  leggi  che  segue  un  veleno  tanto  infesto  all'uomo 
e  tanto  comune  sulla  superficie  della  terra  (509). 

CAPO    XI. 

Quali  sono  le  circostanze  che  danno  luogo  allo  svilup- 
po del  miasma  palustre* 

Alla  generazione  del  miasma,  unica  e  diretta  cagione 
della  malattia  propria  delle  località  paludose  ne*  climi 
caldi  0  temperati  e  talora  anche  ne'  freddi  (quando  il 
sole  operi  con  forza),  concorrono  tre  circostanze  essenziali 
1 .°  l' acqua;  i°  il  calore;  3°  la  corruzione  di  sostanze  or- 
ganiche ;  circostanze  che  trovo  essere  pur  state  indicate 
da  T.  Lucrezio  Caro  in  quei  versi  (5 1  o) 

jitcjue  ea  vis  omnis  morborum,  pestilitascjue, 

Aut  extrinsecus ?  ut  nubes  nebulcequc  superne 

Per  ccelum  veniunt  ubi  PUTROPxEM  HUMID  A  nacta'st 

Intempestms  PLUVIIS  aue  et  SOLIBUS  icta. 


i57 
I.  L' acqua  raccolta  sulla  superficie  terrestre  è  neces- 
saria alla  putrefazione  delle  sostanze  organiche ,  ed  alla 
generazione  de'  miasmi ,  come  è  favorevole  e  necessaria 
allo  sviluppo  de'  germi  de'  vegetabili  e  degli  animali 
acquatici  (5n).  Comechè  il  maggio  a  Vera-Cruz  è  piti 
caldo  che  il  settembre  e  l'ottobre,  la  maggior  strage  della 
febbre  gialla  avviene  in  questi  due  mesi,  perchè  abbiso- 
gnano le  pioggie  che  dal  giugno  durano  sino  a  settembre, 
onde  si  possano  generare  e  sviluppare  perfetti  i  germi 
miasmatici  (5 12).  Nella  descrizione  che  sino  dal  i53f> 
FOviedo  ci  lasciò  di  quel  morbo,  il  quale  aveva  dato  agli 
Spagnuoli  un  colore  giallo  di  zafferano ,  se  ne  attribui- 
sce la  cagione  all'  estrema  umidità  del  paese. 

Parlando  poi  di  acque  sparse  sul  suolo ,  perchè  meglio 
avvenga  quel  fenomeno ,  è  opportuna  l' altra  circostanza 
secondaria  che  desse  sieno  cioè ,  soggette  a  diminuzione , 
per  cui  lascino  scoperto  ed  esposto  all'  azione  del  sole  e 
dell'aria  calda  in  tutto  0  in  parte  il  terreno  che  da  prima 
bagnavano.  Alcuni  laghi  nei  quali  0  non  si  ha  veramente 
diminuzione  nel  livello  delle  acque,  0  la  natura  delle  spon- 
de fa  si  che  nessuna  melma  (anche  in  caso  di  abbassamen- 
to delle  acque)  resti  esposta  all'aria,  sono  salubri;  Cosi 
avviene  nella  parte  superiore  del  Lago  Maggiore,  e  di  al- 
cuni della  Svizzera  (5 1 3)  né  ciò  può  dirsi  dell'  ugual  par- 
te del  Lago  di  Como ,  né  delle  sponde  del  Lago  d' Iseo. 
Quando  nell'  anno  1 3g3  Giovanni  Galeazzo  Visconti  col- 
F  innalzare  un  argine  a  Valleggio  cercò  divertire  il  Min- 
cio per  togliere  le  acque  al  lago  di  Mantova,  città  che  tro- 
va in  esse  gran  parte  della  sua  difesa,  Francesco  Gonzaga 
non  temeva  tanto  il  vantaggio  che  il  Duca  di  Milano  avreb- 
be tratto  dalla  buona  riuscita  dell'  opera  sua ,  quanto  il 


i58 

danno,  che  ne  sarebbe  avvenuto  alla  popolazione  col  can- 
giarsi del  lago  in  una  pestifera  palude.  Ma  la  Provvidenza 
mediante  una  piena  del  fiume  rovesciò  coli'  argine  le  su- 
perbe intenzioni  dell'  assediarne  e  la  città  fu  libera  del- 
l'imminente pericolo  (5i4)-  Il  lago  appunto  di  Mantova 
alzatosi  nelP  anno  1 766  inondò  la  città  ma  quando  riti- 
rossi,  i  miasmi,  a'  quali  diede  vita  il  calore  della  stagione 
operante  sul  deposto  limo,  fecero  si  che  gli  abitanti  ebbero 
a  soffrire  assaissimo  dalle  febbri  intermittenti.  L' anonimo 
Autore  di  alcuni  cenni  necrologici  sulla  città  di  Como 

(5 1 5)  riflette  sensatamente  che  «  la  più  grande  mortalità 
«  degli  anni  1824  e  1825  devesi  ripetere  dalla  straordina- 
«  ria  escrescenza  del  lago  avvenuta  nei  mesi  di  ottobre  e 
«  novembre  dell'anno  antecedente,  per  la  quai  cosa  essen- 
«  do  stata  innondata  gran  parte  della  città  e  dei  borghi, 
«  lasciò  nell'aria  de' miasmi,  e  nelle  case  un'umidità  che 
«  non  potè  a  meno  di  non  influire  sulla  salute  degli  abitan- 
te ti  che  piìi  0  meno  lentamente,  sempre  però  avanti  il  tem- 
«  pò,  gli  ridusse  alla  tomba.  »  Racconta  Casimiro  Medikus 

(5 16)  che  avendo  il  gran  caldo  fatto  svaporare  l'acqua  delle 
fosse  della  citlà  di  Manheim  e  cagionato  putrefazione  nel- 
l' umido  fondo ,  ne  nacque  una  maligna  febbre  intermit- 
tente, la  quale  molestava  anche  con  recidive  la  popola- 
zione, e  specialmente  poi  i  soldati  che  stavano  di  guardia 
sulle  fortificazioni  ed  alle  porte.  Orribile  strage  cagionano 
nel  delta  del  Gange  le  malattie  che  nascono ,  posciachè  i 
raggi  del  sole  hanno  percosso  l'immensa  superficie  che  fu 
dal  fiume  allagata.  Invece  al  Senegal  il  sole  essendo  così 
ardente  da  fare  non  solamente  svaporare  l' acqua  caduta 
per  le  periodiche  pioggie,  ma  altresì  da  generare  una  cro- 
sta secca  sul  suolo;  dopo  la  stagione  di  quelle,  non  si  han- 


159 
no  sempre  le  malattie  che  altrove  non  mancano.  Il  sig. 
Ferguson,  il  quale  dice  (5 1 7)  di  aver  vedute  le  febbri  re- 
mittenti e  intermittenti  in  luoghi  aridi  del  Portogallo,  non 
tace  che  tali  erano  questi  dopo  essere  stati  allagati  0  ba- 
gnati ,  ed  indicando  i  siti  ove  i  soldati  furono  colti  dalle 
febbri,  gli  dice  mezzo-asciutti  ,  0  pantani  :  e  certamente 
i  miasmi  si  saranno  sviluppati  prima  che  il  terreno  e  le 
sostanze  organiche  in  esso  lui  esistenti  si  fossero  essiccate, 
ed  in  questo  proposito  non  può  lasciare  di  aggiungere  che 
«  spessissimo  le  paludi  delle  Indie  occidentali  sono  esposte 
«  alla  continua  azione  del  cocente  sole  del  tropico,  e  quel- 
«  V avvicinarsi  alla  siccità  è  il  foriero  delle  malattie  e 
«  della  morte  che  minaccia  gli  abitanti  de*  dintorni.  »  Nel 
1733  e  1734  alla  stagione  piovosa  avendo  tenuto  dietro 
una  secchezza  estrema  la  febbre  gialla  fu  micidialissima 
a  S.  Domingo;  e  nel  1827  alle  Antille  tale  circostanza 
precedette  un  ugual  esito  (5 1 8). 

Per  questa  medesima  circostanza,  intorno  a  cui  qui  si 
tratta,  noi  vediamo  le  febbri  intermittenti  regnare  intorno 
alle  risaje ,  non  già  nel  tempo,  in  cui  esse  sono  ampia- 
mente allagate,  ma  posciachè  si  sono  0  diminuite  per 
iscarsezza  le  acque,  0  si  sono  appositamente  asciugate  alle 
epoche  prescritte ,  come  richiede  la  coltivazione  di  questo 
cereale  :  così  pure  vediamo  presso  i  fontanili  e  negli  altri 
luoghi  paludosi  manifestarsi  le  febbri ,  allorachè  0  per  la 
povertà  delle  acque  sorgive  avvenuta  in  quelli ,  0  per  la 
evaporazione  delle  stagnanti  in  questi,  il  fondo  sì  degli  uni 
che  degli  altri  rimane  allo  scoperto.  La  guarnigione  e  la 
popolazione  di  Hàvre-le-Grace  ebbe  a  soffrire  vera  strage 
dalle  febbri  che  vi  dominarono  dietro  il  ripullimento  del 
suo  porto  e  l'esposizione  del  fango  al  sole  (5 1 9).  Nell'au- 


i6o 

tunno  del  1822  per  le  acque  stagnanti  nacque  tal  malat- 
tia a  Villechetive  in  Francia  che  in  poco  tempo  un  deci- 
mo degli  abitanti  fu  tolto  di  vita  (5  20). 

Una  prova  di  più  di  quanto  ho  riferito  si  cava  anche 
da  ciò  che  un  perfetto  allagamento  di  una  superficie  pa- 
ludosa in  uno  stato  di  attuale  nociva  emanazione,  rimedia 
a  questo  male.  Così  per  troncare  una  febbre  che  epide- 
micamente dominava  nella  città  di  Bieda  nel  1 748  si  tol- 
se T  acqua  che  innondava  la  campagna.  L' epidemia  allo- 
ra infuriò  più  che  mai,  e  non  cessò  che  quando  si  fecero 
ritornare  le  acque  sul  letto  loro  primiero.  Quando  nel  1 826 
nei  territorj  di  Groninga  e  di  Tevera  si  asciugarono  i  ca- 
nali che  numerosi  vi  serpeggiano,  nacque  quella  febbre 
intermittente  epidemica  assai  pericolosa  descritta  dai  si- 
gnori Bakker  e  Popken(52i).  Si  osservò  che  nella  Zelan- 
da, nel  Basso-Poitou ,  nel  Mantovano  e'c.  la  febbre  inter- 
mittente cessa  tosto  che  le  acque  ricoprono  tutta  la  su- 
perficie delle  paludi  (022).  «  Qualunque  terreno,  diceva 
«  Thouvenel  (523), affatto  coperto  di  acqua  non  è  mai  in- 
«  salubre.  Esso  tale  non  fassi  se  non  quando  l'acqua  che 
«  lo  copre  evapora ,  e  presenta  al  sole  la  belletta  del  suo 
«  fondo  e  delle  sue  rive.  Dal  seno  di  un  suolo  umido  e 
«  corrotto  s' innalzano  putride  emanazioni ,  che  spandono 
«  l'infezione  nell'aria,  e  la  mortalità  negli  uomini.  Si  può 
«  con  tutta  certezza  distruggere  la  putredine  di  una  pa- 
ce lude  qualunque  sì  cangiandola  in  un  lago  che  in 
«  terreno  asciutto.  » 

Se  dannose  sono  le  acque  stagnanti,  innocenti  non  sono 
sempre  tutte  quelle  che  hanno  corso,  perciò  in  proposito 
ottimamente  insegna  il  Consigliere  Giuseppe  Frank  (524) 
che  «  paludi  devono  chiamarsi  non  solo  le  acque  sempre 


i6r 

«  stagnanti,  ma  altresì  quelle  che  accidentalmente  lo  sono 
«  per  innondazioni  o  per  gran  copia  di  pioggia  caduta , 
«  quelle  che  allagano  le  fosse  delle  città  fortificate ,  le  ri- 
«  saje,  i  prati  e  i  boschi,  quantunque  montuosi ,  e  ciò  ab- 
«  benché  esse  qui  non  ristagnino  perfettamente,  ma  muo- 
«  vansi  lentamente  »  (5a5).  Le  acque  correnti  e  gli  stessi 
fiumi,  purché  o  in  certe  epoche  fisse,  o  in  altre  straordi- 
narie diminuiscano,  lasciando  scoperte  le  rive  o  il  loro  fon- 
do, divengono  dannosi  per  li  miasmi,  ai  quali  danno  ori- 
gine, non  meno  che  le  paludi  propriamente  dette.  Il  lago 
di  Mantova  ha  un  movimento  ed  incerti  tempi  lascia  sco- 
perte alquanto  delle  sue  sponde  e  quasi  asciutti  i  canneti 
che  per  lo  piti  sono  coperti  d'acqua,  né  diversamente  av- 
viene pure  nelle  fosse  della  città.  Così  i  fontanili  del  Mi- 
lanese nella  state  in  cui  per  lo  più  scarseggia  la  sorgente, 
e  la  vasca  o  testa  rimane  talvolta  in  parte  tal  altra  anche 
affatto  priva  d'acqua,  divengono  focolaj  di  molestissimi 
miasmi;  al  che  concorrono  molte  cagioni  locali  favorevo- 
lissime a  produrre  tale  pessimo  effetto.  Da  prima  lo  stato 
di  quiete,  in  cui  trovasi  l'acqua  nella  testai  Egli  è  a  que- 
sta che  dassi  quanto  più  puossi  di  ampiezza  per  avere  mag- 
gior numero  di  punti  sorgivi  e  così  essa  risulta  sproporzio- 
nata coi  canale  che  ne  scarica  le  acque ,  e  nel  quale  sì 
per  le  piante  acquatiche  che  pel  franare  continuo  delle 
sue  sponde  vien  reso  più  diffìcile  e  lento  il  corso.  In'  secon- 
do luogo  sta  la  direzione  data  allo  scavo  :  essendo  questa 
verso  il  S  e  SSE  non  ricevono  i  fontanili  il  sole  che  assai 
tardo  alla  mattina  e  presto  ne  sono  privi  alla  sera:  invece 
allorachè  i  suoi  raggi  in  tempo  della  loro  maggiore  forza 
ne  percuotono  l'interno,  succede  grande  evaporazione  e 
diminuzione  dell'  acqua ,  onde  lo  scoprimento  dei  margi- 

ii 


i6a 

ni  o  del  fondo.  Tutto  ciò  dà  luogo  ad  una  produzione  di 
miasmi  abbondante  non  solo,  ma  pur  anco  ad  una  loro  per- 
fetta elaborazione.  Finalmente  al  maggior  male  non  poco 
coopera  la  mancanza  di  ventilazione  specialmente  dal 
Nord  atteso  Y  argine  o  terrapieno  che  suole  appunto  a  tra- 
montana e  semicircolarmente  rendere  ancor  piti  alta  la 
sponda  del  fontanile;  al  che  si  aggiunga  la  grande  quan- 
tità di  vigorose  e  folte  piante  che  coprono  da  ogni  lato,  ec^ 
cettochè  a  mezzogiorno,  una  tal  specie  di  pozzi.  Che  se  que- 
sta teoretica  spiegazione  non  bastasse  per  alcuno  a  far  cre- 
dere tanto  dannosi  i  fontanili,  quanto  le  paludi  propria- 
mente dette,  e  lerisaje;  e  se  molti  casi  pratici,  che  io  po- 
trei addurre  in  conferma  potessero  sembrare  dubbj  o  non 
sufficienti,  chiunque  potrà  a  suo  bel  agio  convincersi  della 
verità,  esponendosi  alla  loro  influenza  di  buon  mattino  o 
alla  sera  nella  stagione  estiva,  od  autunnale. 

Anche  i  fiumi  ove  suddividonsi  in  altri,  e  dove  si  scari- 
cano lentamente  nel  mare  o  nei  laghi  lasciando  banchi, 
sponde  o  fondo  scoperti  ed  esposti  all'azione  del  calore, 
col  dare  origine  a' miasmi  paludosi  hanno  le  vicinanze  del- 
le loro  foci  assai  malsane,  vi  regnano  cioè  le  febbri  o 
semplici  intermittenti ,  o  modificate  dal  clima  in  cui  suc- 
cedono: ciò  verificasi  nella  Zelanda  per  il  Reno  ;  in  Italia 
per  V  Adige,  per  il  Pò,  pel  Tevere,  pel  Garigliano  e  per 
altri;  in  America  per  l'Orenoco  e  pel  Mississippi;  nelle 
Indie  orientali  pel  Gange  ed  in  molti  altri  luoghi,  che  lun- 
ga e  seccante  cosa  sarebbe  il  numerare.  E  per  tal  motivo 
aveva  cattiva  taccia  il  tortuoso  Meandro  (526) 

Fiume  maligno  che  rade  le  sterili 
Arene  e  pigro  per  il  piano  ìnnoltrasi. 


i63 

Per  conlra ria  ragione  se  Venezia,  posta  in  mezzo  ad 
una  laguna,  uelJa  state  non  ha  a  soffrire,  come  potiebbesi 
credere,  le  malattie  proprie  delle  paludi,  si  è,  perchè,  sic- 
come osservò  già  il  Thouvenel  (5-27),  le  magre  sono  mi- 
nori in  quella  stagione  per  l' acqua,  che  da  varie  parti  ab- 
bondantemente vi  scaricano  i  fiumi,  i  quali  numerosi  ne' 
suoi  contorni  mettono  foce. 

Siccome  T  acqua  è  uno  dei  mezzi  che  tanto  favori- 
scono la  generazione  de'  miasmi ,  siccome  è  colla  stessa 
(resa  pero  allo  stato  di  vapore)  che  questi  s' innalzano  e 
viaggiano  per  l'aria,  così  ne  avverrà,  che  i  luoghi  umidi 
saranno  favorevolissimi  allo  estendersi  della  malattia  pa- 
lustre. Perciò  io  credo  che  il  miasma  della  febbre 
gialla  (qui  non  entro  a  distinguere  se  nato,  0  portato 
in  luogo)  non  possa  meglio  esercitare  la  sua  azione  e 
cagionare  delle  epidemie  che  allorquando  trova  una 
temperatura  ed  un'  atmosfera  omogenea ,  voglio  dire 
calda  ed  umida.  Infatti  se  si  allontanò  questa  malattia 
dalle  coste  del  mare,  non  fu  che  lunghesso  e  tra  le  rive 
di  grandi  fiumi;  in  tal  modo  arrivò  a  Natchez  sul  Mis- 
sissippi, a  Siviglia  sul  Quadalquivir ,  a  Quebek  sul 
S.  Lorenzo. 

Tutti  i  paesi  ove  regnano  la  così  detta  febbre  intermit- 
tte  e  la  gialla  sono  umidi,  ma  non  tutti  i  luoghi  umidi,  co- 
me ho  già  detto,  hanno  queste  malattie.  La  Scozia,  le  isole 
Feroe,  Pietroburgo ,  ed  altri  luoghi  del  Nord  quantunque 
umidi  e  paludosi  vanno  esenti  dalie  accennate  febbri ,  il 
che  è  da  ripetersi  dalla  mancanza  di  miasmi  e  non  del- 
T  umidità,  onde  chiaro  apparisce  che  non  è  veramente  P  a- 
ria  pregna  di  vapori  acquosi  (528),  ma  bensì  li  principj 
miasmatici  che  dessa  racchiude,  ciò  che  è  la  vera  cagione 


i64 

de'  mali  proprj  della  maggior  parte  de'  climi  umidi  che 

minutamente  abbiamo  indicati. 

IL  II  solo  calore  del  sole  anche  il  pia  intenso  non  è 
causa  di  putrefazione ,  ed  infatti  noi  se  ne  serviamo  util- 
mente per  far  seccare  i  vegetabili ,  radici  e  sementi.  Gli 
Arabi  secondo  Volney,  e  i  cacciatori  Bossemen,  tribù  af- 
fricana  de' contorni  del  Capo  di  Buona  Speranza  (529), 
fanno  seccare  la  carne  e  la  riducono  in  polvere  per  con- 
servarla e  servirsene;  quegli  Ungheri  che  vennero  in  Ita- 
lia nel  1 356  condotti  da  Luigi  loro  re,  avevano  con  se  un 
sacco  pieno  di  polvere  preparata  con  carne  secca ,  e  di 
questa  mettevano  una  piccola  parte  nell'  acqua  per  fare 
il  brodo.  Beccher  narra  che  in  certi  paesi  dell'Oriente  si 
conservano  i  cadaveri  facendoli  seccare  nei  forni  e  nella 
sabbia.  I  luoghi  aridi,  asciutti,  quantunque  caldi  sono  sa- 
lubri ,  così  lo  sono  in  generale  il  Portogallo  e  la  Spagna , 
abbenchè  assai  più  caldi  dell'  Olanda  e  dell'  Ungheria. 
Ma  se  l'umidità  aggiungesi  al  calore,  primieramente  ge- 
nerasi uno  stato  dell'atmosfera  che  sin  da  Ippocrate  (53o) 
fu  conosciuto  come  assai  insalubre ,  indi  se  aggiungesi  la 
presenza  di  sostanze  corrutibili  (delle  quali  or  ora  si  par- 
lerà), ha  luogo  una  fermentazione  putrida  e  con  essa  lo 
sviluppo  di  insetti  molestissimi  non  meno  che  di  miasmi 
produttori,  in  grado  più  0  meno  forte,  della  malattia  su 
cui  ragioniamo.  Si  paragoni  la  salubrità  del  clima  della 
calda ,   ma   umida  costa  occidentale   dell'  Affrica   verso 
Y  equatore  _,  e  quella  sotto  la  stessa  plaga  delia  costa  occi- 
dentale dell' America  ancor  più  calda  della  prima,  ma 
asciutta,  e  meglio  sarà  dimostrata  la  mia  asserzione. 

Il  grado  di  calore  del  sole  sia  per  la  situazione    sua  ri- 
spetto ai  punti  cardinali  od  all'angolo,  chs  forma  il  suolo 


coìr  orizzonte,  sia  per  la  stagione,  sia  per  altre  circostanze, 
le  quali  coadiuvano  ad  una  più  forte  azione  de' suoi  raggi, 
è  cagione  di  maggiore  o  minore  generazione  de'  miasmi 
o  fors' anco  della  loro  maggiore  o  minore  attività.  Dalle 
osservazioni  di  Gilbert  e  di  Desportes  risulta  che  ad  un 
grado  forte  di  caldo  segue  la  febbre  gialla  piò  intensa  e 
micidiale  e  viceversa  (53  r).  Anche  l'Autore  della  parte 
medica  degli  Elementi  d'Agricoltura  teorico-pratica 
(532)  propende  ad  attribuire  la  maggior  fierezza  della  ma- 
lattia paludosa  alla  maggiore  attività  del  miasma.  Pare  pe- 
rò che  alla  quantità  del  miasma  sviluppato  pel  concorsa 
delle  opportune  circostanze  sia  piuttosto  dovuta  la  quantità 
de'  malati  0  V  estensione  di  paese  affetto  che  non  il  grado 
della  malattia,  il  quale  può  meglio  tenere  alla  natura  del- 
l' individuo  colpito  dal  miasma.  Ciò  dissi  del  grado  di  for- 
za. Rispetto  alla  forma  (che  secondo  me  ha  qualche  cosa 
di  diverso  della  gravezza,  poiché  una  nostra  subcontinua 
è  piti  pericolosa  che  alcun  caso  di  ben  sviluppata  febbre 
gialla)  io  sarei  inclinato  ad  attribuirla  a  determinata  qua- 
lità di  materia  putrescente  speciale  e  propria  de'  luoghi. 
Infatti  la  febbre  gialla  prende  una  fisionomia  caratteristi- 
ca e  pressoché  costante  e  la  febbre  paludosa  d' ogni  altra 
parte  del  mondo  rarissimamente,  e  se  non  che  per  qualche 
aggiunta  complicazione ,  giunge  a  simularla.  Il  caldo  poi 
non  è  sufficiente  a  produrre  tale  diversità  nella  forma  mor- 
bosa, poiché  20  gradi  R.  soltanto  di  calore  accompagnano 
lo  sviluppo  della  febbre  gialla ,  quando  invece  tra  noi  ed 
a  Roma  quantunque  giunga  sino  a  -t-  26,  0-1-28  non 
si  hanno  che  febbri  periodiche  comuni. 

Le  grandi  ed  abbondanti  paludi  settentrionali  p.  e.  quel- 
le della  Russia,  della  Lituania,  delle  vicinanze  di  Berlino 


m 

sono  o  affette  innocue,  o  molto  meno  febbrifere  di  quelle 
d'Italia.  Brocchi  (533)  fa  notare,  che  sopra  le  montagne 
della  Calabria  dalla  parte  di  Cosenza  esiste  un  alti-piano 
sparso  di  paludi  che  in  altri  luoghi  sarebbero  dannose,  ma 
sui  margini  delle  quali  invece  si  può  dormire  impunemen- 
te nella  notte.  Tale  fenomeno  è  da  lui  attribuito  a  non 
elevarsi  il  calore  oltre  i  -+- 16  R.,  temperatura  che  non 
basta  secondo  egli  pensa,  a  dar  luogo  alla  putrefazione  ne- 
cessaria per  generarsi  i  miasmi  febbriferi.  Veramente  il 
grado  di  forza  (in  generale,  non  individualmente)  sembra 
andar  di  pari  passo  col  calore  del  clima:  le  febbri  inter- 
mittenti de  ir  Olanda  sono  in  generale  miti ,  e  prendono 
d'ordinario  il  tipo  di  terzane,  e  di  quartane  (534)?  così  di- 
casi della  Bassa-Lombardia,  ove  però  occorrono  non  di  ra- 
do subcontinue  e  perniciose.  À  Roma  invece  giungono  fa- 
cilmente al  grado  di  perniciose,  e  sì  qui,  come  dice  Hum- 
boldt, che  in  Portogallo,  secondo  Ferguson  (535), le  febbri 
più  gravi  prodotte  dai  luoghi  pantanosi  prendono  sinTtf- 
spetto  di  febbre  gialla*  Non  altrimenti  a  Nuova-York ,  a 
Filadelfia,  a  Baltimora  le  febbri  intermittenti,  che  vi  sono 
comuni  per  i  succidi  canali ,  per  le  acque  stagnanti  sog- 
gette a  lasciar  scoperto  il  fondo  loro  sotto  una  temperatura 
assai  alta,  si  cangiano  in  certi  anni  in  febbre  gialla,  al  qua- 
le prende  i  quartieri  più  bassi ,  e  le  vicinanze  delle  ban- 
chine. Secondo  i  fratelli  Piguillem ,  Riera ,  Lopez ,  Cano 
e  Revert  le  emanazioni  delle  paludi  tra  i  tropici  in  Ame- 
rica producono  le  febbri  intermittenti  e  remittenti  negli 
indigeni ,  e  danno  luogo  alla  febbre  gialla  nei  forestieri 
non  accostumati  a  que*  climi  (536).  Il  Dott  H.  Robertson 
(53^)  trovò  pur  egli  somiglianza  della  febbre  di  primavera 
e  d' autunno  prodotta  da  miasmi  paludosi  a  Cadice  e  nel 


t6j 
Distretto  di  Gibilterra  con  quella  propria  delle  Indie  oc- 
cidentali. 

Kgli  è  in  luglio,  agosto  e  settembre,  cioè  nel  tempo 
dei  piti  forti  e  durevoli  calori ,  che  si  sviluppa  e  regna  la 
febbre  gialla  in  America ,  non  è  per  altro  necessario  che 
a  tal  effetto  il  caldo  oltrepassi  i  h-  24  R.  Nei  climi  tem- 
perati e  nella  Bassa-Lombardia  compariscono  delle  febbri 
intermittenti  anche  in  primavera,  ma  il  dominio  maggiore 
di  esse  avviene  tra  il  solstizio  di  estate  e  1  equinozio  d' au- 
tunno ,  nel  qual  tempo  la  temperatura  media  ordinaria  è 
di  ->- 22  R.  e  qualche  volta  maggiore.  L' innegabile  e 
generale  influenza  di  quest'epoca  dell'anno  sugli  animali 
era  indicata  dagli  antichi  col  potere  della  Canicola,  che 
dinotava  il  tempo,  in  cui  la  costellazione  meridionale  di 
Sirio,  detta  da  Tolomeo  gran  cane,  vicina  ad  Orione  ed 
a  Regolo,  si  leva  con  il  sole  (538).  All' influenza  poi  mor- 
bosa di  essa  alluse  Omero  cantando  (539) : 

siccome 

L'astro  che  cane  d'Orion  s'appella 
E  precorre  l'autunno:  scintillanti 
Tra  numerose  stelle  in  densa  notte 
Manda  i  suoi  raggi:  splendidiss' astro, 
Ma  luttuoso  e  di  cocenti  morbi 
Ai  miseri  mortali  apportatore. 

Anche  Aristotele  disse  (54o)  ferace  di  morbi  il  solstizio 
d'estate,  e  Tibullo  dissuadeva  gii  amici  di  prendere  i  ba- 
gni toscani  nel  tempo  della  Canicola  (54 1). 

Accennata  si  trova  dall' Alighieri  nella  seguente  simi- 
litudine la  stagione  propria  alle  febbri  in  discorso  (542): 


Qual  dolor  fora,  se  degli  spedali 

Di  Valdichiana  tra  1  luglio  e  '1  settembre 
E  di  Maremma  e  di  Sardigna  i  mali 

Fossero  in  una  fossa  tutti  insembre 
Tal'  era  quivi:  e  tal  puzzo  n'  usciva 
Qual  suole  uscir  dalle  marcite  membre  (543). 

Chiunque  esercita  la  pratica  medica  in  luoghi  alla  feb«* 
bre  gialla  o  alla  nostra  sottoposti  potrebbe  far  testimonio 
della  regolarità  o  costanza  con  cui  quelle  malattie  si  svi- 
luppano o  regnano  in  quantità  (relativamente  ai  mesi  ed 
alle  altre  malattie)  straordinaria  nello  spazio  già  indicato 
dell'  anno:  ma  le  statistiche  di  que'  spedali,  a'  quali  affluì-* 
sce  tale  specie  d' infermi  serviranno  meglio  a  dimostrare 
quanto  ho  asserito.  Riferirò  adunque  alcuni  Quadri  da 
me  compilati  sui  dati  che  mi  offrì  il  srg.  Bailly  de  Bloia 
(544)  Per  ^  febbre  romana  ed  altri  che  trovansi  riportati 
dal  B.  de  Humboldt  (545)  per  l'americana.  (Si  vedano  gli 
annessi  Quadri  O,  P,  Q,  R)« 


oo 


I 

© 


o 

Q 


ifig 

ti 

te; 
p 

few 

© 

Nello  Spedale  presso  S.  Giovanni  Laterano, 
detto  di  S.  Salvatore,  non  si  curano  che  don- 
ne. La  durata  media  di  malattia  fu  di  giorni 
17  5l6/a6i8  e  la  mortalità  del  iS  Il3%€i8  Ppr 
cento. 

Nello  Spedale  di  S.  Spirito,  se  si  eccettui  la 
Clinica,  non  si  curano  che  uomini.  La  durata 
media  di  malattia  fu  di  giorni  i5  ^7/g3i6  e 
la  mortalità  dei  il  1?°^/q'ìiQ  per  cento. 

Nello  Spedale  di  S.  Giovanni  Colabita,  ap- 
partenente ai  Fate-bene-fratelli,  si  curano  se 
non  che  uomini.  La  durata  media  di  malat- 
tia fu  di  giorni  i5  447/gg8  e  la.  mortalità  del 
8  2°6/(}g8  per  cento. 

co 

"+J 

(-1 
o 

kO  «O  <£>  tO    <N  v-fCO  co  IO    r>fcO  <l£> 

00    | 

10     1 

cs   «   «   «   «   c<j  00    r>v3-x  vf-  <n 

00 

<o^  1 
<£>   1 

g 

I      co 
co 

o 

»n  00  in  m  v^-m  oto  10  <n  tn  vt- 

tO  IO  00  00  m  m  m    O    OiO    O    Oi 

IO    1 

io   1 

i 

r»Q«  0  v-j-trì  ve-  r>  ry5o  fco  0 

io  e   cn  co  od  «   0  to  <o  -  io  0 
CO  CO  io  vj-tO  IO    O  00    M  00  <Ù  <£> 

50 

to 
Gì 

Ilo 

1  Ss 

1  tó* 

15 

o 

fcó    r>  t-xCO  co  00  <£>    t>tO    r>cvt 
fcOfcO    CN    CS    <N    «    C*  IO  IO  IO  IO  IO 

0 

Ve 
+-> 

«    OOOOfcOtOOO    OtOtOtOGO 
fcO  IO  fcO  IO    «    «  Vd-kO    «!£)    t>« 

00    I 
«O     1 

W     1 

1» 

H 

3 

Gennajo.  . 
Febbrajo  . 
Marzo  .  .  . 
Aprile  .  .  . 
Maggio  .  . 
Giugno  .  . 
Luglio    .  . 
Agosto    .  . 
Settembre 
Ottobre.  . 
Novembre 
Dicembre. 

1 

1^0 


5 

^3 


•42 

I 


3 
cu 


ojd 
o 


§ 

'& 

'42  o 

s  s 

cN 

co 

o  «  r>  Ci  cn  co  e©  isvf  cn  ,m  io 

^  ^3  n3 

CN 

co 

fcO    O  VfCO    «    m  Vj-xo  tO    CitO  Vf- 
^«««tfCNCNcNCNunN* 

<3  1  C© 

rt  I  M 
tf  1 

3l«}5?y 

3TJ0I\[ 

kO  IO  IO    CN    CN         fcO  IO    CN    CN    ^  IO 

a  \\\  .xo  § 

5 

3;bjiu3 

o  in  Ciin  Mtomni  o  m  e©  -■ 
vj*  ts  in  vj-io  Cìco  m  in  «  cn  to 

__„.-,,*                 CN    IO    fcO      CN      »•»      " 

*5 

o^isay 

o  | 

cS  1  s 

•  I  co 
c/2  1  - 

3}J0J\[ 

C)  o  Ci  Ci  cm  in  co  m  «  co  co 

cn  IO  IO    M  fcO    cS    CN  co    C^CO  Vf  fcO 

31UJ0S 

a^BJluj 

Ci  «  m  co©  c^^oooovt« 

xd-vf  r>  cn  to  f*   o-in  e©   r>.co  to 

M  w  i-i  «  w  m  «  r>  rtvt  <n  ~ 

1  « 
1  « 
le© 

imsa\j 

vt-c©  <n  e©  co  o  oo   r>  eco  tn  Ci 
Cito   r>  ~  co  v^  co  in  co  co  in   t-« 

IO  tO     CN    CN     «    nh  .fcO  tO  LO  tO  IO    CN 

TU0I\[ 

Vj"  O    tXfcO    CiVt"  l>lO  v^f  CN    a;in 

r>  ci  CjCO  m  to  m  v^v^-m  co  co 

1     m    CiCO  IO  m    O    »-  CO  IO    cn  m    o 
uìiioc    co  m  otntoto  C-co   -  co  o "in 
;*H'ium  ^  m  o  m  vj-fco  co  cn  io  o  co  co 

o 

M 

M  > 

tiBiiua 

co  to  m  m  cn  oo  co  co  o   r>-  »*  «-> 

co  co  to  co  vno   c->  -"   r>»  «  oo  in 

r^to  co  in  vt  to  <-«  to  io   «  ce  co 

C/2 
C/5 

e© 

i  m  Ci  o  to  Ci  r>co  vj-  r»to   Ci  n 

mnsaii    io   ►-«  to  vj-'in  o    r-»vt>  r>»to  io  *<r 

1    in  m  vf  io  cn  <s  lo  co  r^m  m  io 

]U0]fc 

«    O    O  Vi"  Ci  Ci  CiCO    Ci  r>00    CN 

co  cn  o  in  co  vj-in  o  co  co  «  cn 

1 — !       l — r                                                  I-I                            *— •      *— ' 

tJTiJOg 

1    CiCi'-iin>-coCiCNCoc©cNco 

1   C©    r»  CiCO   Ci  -   Ci  t^vj-  Ci  C-CO 

v^-v^-c©  co  vj-vi-vi-  r^  o   r-«  ~  co 

«      M       M       M 

HBaiua 

co   r»m  vsfeo  o  eco  d  cn    r»  o 

JOCO'-'CNO'-'CNCO    C^.00    O    CN 

in  in  cn   r^in  vf  r»tn  o  in  io  e© 

«                               CN    CN    m    •- 

Mesi 

■      '      *      *       *    g      *    g    V 

e  ,o  e  rt  ££  biD-^  »  if  o  S?  53 

I7I 


•  l— < 


io 


,3 


to 


o 


o 


P    «o    ~     O     ù 


E  o  C  s  «  o 

~  ~  *a  'E*  G  •> 

g  "«      •.   Se     — 


CO 

oo 

a. 

O 

e 

o 

0 

o 

0 

o 

00 

oc 

f>0 

t> 

E>. 

Vh 


o 

CO 


00 


>l* 


S  SO 

rf  <U     C    fi 

£  ~      *   4* 

™  O      r-   .rt 

a  S  -3 

5  ȣ^ 

S  :=ì  ti  «j 

fi  "43  -5  .- 

U  fi   «f  * 


2  g^  § 

«5     „,    C 

I  —  pi  2, 

O  "3  13  jf 

^  --j  fi 


4?       . 

■a  vjì 


a.   M 

£    "r3 

3  s 

Oh  * 

So" 


co 


o  " 
vj- 


s  e  s 

«s  fi   « 


^f 


«B 


0 

'te 


E-  £ 


o  3  rt  S 

•^   o   fi   S 


-fi 

-fi 


C^c 


-§1 


C    13 


5=8  ' 


l>    <0 


co    « 


- 

^2 

oc 

fcO 

M 

vi-      tri 


+  +  + 


Ci 


Ci      N*> 


ZfttD-VH3A.  V 

riaaw 

vuoi  virami 


ro 


^°j\r  fp 

Ua9J 


co 


5      IC 

js     r» 


CO    M" 


C 


. 

o 

a 

o 

o 

0J5 

Mi 

0) 

<J 

73 

oijwoì  pp  suoìMdu 
Jjz  n  vados  tnpsw  vSnimadwaj, 


9 

3 
a 

cu 
H 


172 


E 


Quadro  nosografico  dello  Spedale  diS.  Sebastiano 
a  Vera -Cruz  nel  i8o3. 


MESI 

EI 

© 

a 

o 

>■ 

STRATI 

0 

USCITI 

E 

1 

0 

"g 
0 

>■ 

MORTI 

_ 

.2 

m 

re 
© 
E- 

05 

«3 

6 
«a 

© 

ti 

s3 

O 

Gennajo 

7 

— 

7 

6 



6 

1 

— - 

I 

Febbrajo 

6 

— - 

6 

4 



4 

2 

— 

2 

Marzo  . 

l9 

— 

x9 

14 



li 

5 

— 

5 

Aprile  . 

20 

21 

4< 

x7 

l8 

55 

4 

2 

6 

Maggio. 

73 

3o 

io3 

62 

5o 

92 

II 

— 

11 

Giugno. 

49 

4 

55 

45 

5 

46 

6 

1 

7 

Luglio  . 

5i 

4 

55 

4o 

5 

45 

11 

1 

12 

Agosto  . 

94 

4 

98 

58 

4 

82 

16 

— 

16 

Settem. . 

68 

4 

72 

60 

4 

64 

8 

— 

8  ! 

Ottobre 

29 

22 

5i 

26 

20 

46 

5 

2 

5  | 

Novena. 

9 

li 

26 

7 

i5 

22 

2 

2 

4  1 

Dicem. . 

5 

*9 

22 

5 

16 

*9 

— 

1 

1 

Totale 

428 

125 

555 

56o 

n5 

475 

69 

9 

78  1 

ij3 

S 


Quadro  dimostrante  quanto  si  asserisce 
a  pag.  174. 


MESI 

MILANO 

1 

Pioggia  mensile 

Giorni 

sereni 

Maggior  calore  | 

Centim. 

Num, 

Cent. 

Tenti,  di  Reaum  .§ 

!  Gennajo  .  . 

O    7,2 

II 

08 

7*-    4      1 

!  Febbrajo.  . 

0  5, 1 

12 

06 

■+■      5          1 

i  Marzo.  .  .  . 

0  5,6 

i5 

o5 

^      6         1 

1  Aprile.  .  .  . 

0  7,8 

*4 

00 

-h 14     I 

!  Maggio.  .  . 

0  9,5 

4 

o3 

-H  22 

|  Giugno. .  . 

0  8,1 

i5 

OD 

-f-  22 

|  Luglio  .  .  . 

0  7,1 

l9 

o3 

H-   26          | 

1  Agosto  .  .  . 

0  7,6 

20 

00 

rH?  2D 

!  Settembre. 

0  8,1 

16 

00 

-+*  23 

§  Ottobre  .  . 

1  o,5 

i5 

66 

•+-  14 

1  Novembre. 

1  0, 1 

IO 

08 

-f-  I  I          | 

!  Dicembre  . 

0  7,8 

1  r 

01 

*"      9         ! 

9  5>5 

171 

or 

_J 

Quadro  meteorologico  per  la  città  di  Pavia. 


Prospectus  mediarum  ìntegrce  periodi  annorum  oc^o 

riempe  ad  anno  1 8p8  ad  toium  1 8 1 5. 

(Flora  Ticinensis.  Introduci.) 


Media 
Barometri 


27.9.  l4 


um 


Media 

Thermo- 

uietri 


8,2 


Media 
temperie 
putei  etc. 


9,o3 


Media 
Hygrometri 


68,48 


Medius 

numerus 

diemm  seren. 


154  v, 


Media 

mensura 

pluvia  delapsJj 

poli.  36 
lin.  6.76J 


i74 

Perchè  in  primavera  tra  noi  occorrano  si ,  ma  in  poco 
numero,  leggiere,  e  di  facile  guarigione  le  febbri  inter- 
mittenti è  facile  lo  spiegarlo.  In  marzo  trovasi  umido  il 
suolo  per  le  scomparse  nevi  ;  A  ciò  aggiungesi  che  dopo 
l'equinozio  e  specialmente  in  maggio  cadono  per  lo  più 
abbondanti  le  pioggie  e  nei  giorni  sereni  il  sole,  atteso  lo 
stato  dell'  atmosfera ,  dà  un  calore  grande  che  fa  salire  in 
febbrajo  e  marzo  il  termometro  reomuriano  (esposto  al  so- 
le) sin  oltre  i  3o  gradi.  Di  qui  facile  la  corruzione  delle 
acque  stagnanti,  la  putrefazione  de*  vegetabili  e  la  gene- 
razione de*  miasmi;  ma  essendo  il  suolo  ancor  freddo,  bre» 
vi  le  giornate ,  e  breve  perciò  la  durata  del  calore  domi- 
nando venti  del  Nord,  e  successivamente  temporali,  l'of- 
ficina de' miasmi  ha  poco  vigore,  la  loro  virulenza  è  leg- 
giera e  facilmente  vengono  dispersi.  Ma  dopo  il  solstizio 
d'estate  il  suolo  inumidito  dalla  pioggia  caduta  trovasi  an- 
che riscaldato  dalla  lunga  permanenza  del  sole  sul!'  oriz- 
zonte, dalla  più  retta  direzione  de' suoi  raggi,  non  che  dal 
maggior  numero  de' giorni  sereni  (V.  il  Quadro  S),  cosi 
ne'  luoghi  umidi  ed  abbondanti  di  materie  organiche  mor- 
te con  facilità  e  con  forza  succede  la  putrefazione,  la  ge- 
nerazione di  principj  febbriferi  e  V  innalzamento  di  moU 
t'acqua  allo  stato  di  vapore;  ciò  avviene  costantemente  in 
quest'epoca  in  particolare  sulla  superficie  delle  risaje,  alle 
quali  si  diminuiscono  o  levano  le  acque,  oppure  su  quella 
elei  quasi  diseccati  fontanili  o  in  fine  sopra  qualunque  ter- 
reno inumidito ,  che  in  un  paese  tanto  irrigato  è  facile  il 
ritrovare.  Coli'  innoltrarsi  verso  l' equinozio  di  autunno 
l'allungarsi  delle  notti  fa  comparire  maggiore  l' umidità 
e  la  precipita  abbondantemente,  alla  mattina  e  alia  sera, 
pregna  di  que'  miasmi  a'  quali  essa  serviva  di  veicolo  ;  in 


175 
questo  tempo  mancano  le  commozioni  prodotte  nell'  atmo- 
sfera dalle  scariche  elettriche  e  dai  venti ,  onde  i  vapori 
acquosi  restano  stagnanti  e  visibili  sotto  forma  di  nebbia 
e  conservano  placidamente  in  seno  que'  semi  per  deporli 
poi  e  farne  sentire  l'infesta  azione  all'organismo  umano. 

Alla  conoscenza  del  tempo,  in  cui  suole  regnare  questa 
febbre  noi  dobbiamo  non  solo  1'  utilità  igienica  di  poter 
fuggire  d'esserne  leso,  ma  altresì  1'  utilità  clinica  di  co- 
noscere e  perciò  ben  curare  la  medesima  quando  si  ma- 
nifesta sotto  aspetto  oscuro  o  ingannevole,  come  di  subcon* 
tinua,  di  perniciosa  e  di  larvata, 

Neil'  inverno  poi  gli  elementi  proprj  alla  genesi  de'  mia-* 
smi  esistono  nelle  paludi ,  ina  non  così  le  circostanze  atte 
a  loro  somministrare  la  speciale  vita  di  quelli  ed  a  propa- 
garsi. Se  in  inverno  s' incontrano  febbri  iutermittenti  le- 
gittime queste  sono  recidive  in  chi  già  le  soffrì  nel!'  au- 
tunno; anche  a  Vera-Cruz  si  danno  casi,  non  mai  però  epi- 
demie, di  febbre  gialla  in  inverno,  ma  ciò  accade,  quando 
questa  malattia  è  stata  fortissima  nella  state,  ne  è  difficile 
che  il  freddo  di  quel  clima  non  sia  bastante  a  distruggere, 
come  avviene  fra  noi,  tutti  i  germi  morbiferi,  che  nacquero 
e  si  svilupparono  nella  stagione  per  essi  favorevole 

III.  Colla  macerazione  e  putrefazione  de*  vegetabili  p,  e. 
della  canape  o  del  lino,  noi  possiamo  cangiare  un'acqua  ben» 
sì  stagnante,  ma  innocua,  in  un  focolajo  di  miasmi  febbrife- 
ri;  onde  la  presenza  di  quelli  e  la  loro  decomposizione,  mer- 
cè l'acqua  ed  il  calore,  devonsi  insieme  riguardare  quale 
circostanza  opportuna,  anzi  essenziale  alla  generazione  di 
questi  morbosi  principj.  Le  insalubri  paludi  non  risulta- 
rono altro  al  microscopio  di  Carlo  Leigh  (546)  che  una 
congerie  di  foglie,  di  semi,  di  fiori,  di  steli,  di  erbe,  di  ra- 


«76 

dici  e  di  frutti.  Nelle  risaje  molti  sono  i  corpi  organici , 
che  si  corrompono,  oltre  alla  pianta  stessa  del  riso  giunta 
alla  sua  maturanza.  Alla  caduta  della  spoglia  degli  alberi, 
che  numerose  ombreggiano  le  teste  dei  fontanili  ed  alla 
macerazione  e  putrida  fermentazione  di  quella  e  delle 
erbe  acquatiche  perite  per  la  diminuzione  o  mancanza 
d* acqua  dovrassi  altresì  attribuire  l'insalubrità  dei  mede- 
simi. Il  suolo  di  Panama  è  arido ,  privo  di  vegetabili ,  ma 
la  marea  lasciandovi  umidità  e  molti  fuchi,  vengonsi  a  ge- 
nerare miasmi  febbrili  nel  ugual  modo,  che  ovunque  esi- 
stono vegetabili  in  putrefazione.  Il  B.  de  Humboldt  (547), 
descrivendo  i  stagni  d'acqua  che  si  fanno  tra  le  ardenti 
collinette  di  sabbia  accumulate  dal  vento  (meganos),  non 
che  diverse  lagune  circostanti  a  Vera-Cruz,  dice  che 
«  quei  luoghi  bassi  e  paludosi  sono  tanto  piti  da  temersi , 
«  quanto  che  non  sempre  sono  coperti  d'acqua.  Uno  strato 
«  di  foglie  morte  frammisto  a  frutti,  a  radici,  a  larve  d' irn 
«  setti  acquatici  e  ad  altri  rimasuglj  di  materie  animali , 
«  entra  in  fermentazione  a  misura  che  è  dagli  ardenti  rag-* 
«  gi  del  sole  riscaldato.  »  Se  nel  Basso-Egitto  quando  è 
scomparsa  l'alluvione  del  Nilo,  non  si  ha  quella  quantità  di 
febbri  intermittenti,  che  potrebbe  far  presumere  la  circo- 
stanza di  una  vasta  superficie  rimasta  pantanosa  e  scoper- 
ta ,  egli  è  perchè  l' Egitto  è  allagato  nel  tempo  del  gran 
caldo,  invece  al  solstizio  d' inverno  V  acqua  è  quasi  scom- 
parsa e  non  ne  resta  che  poca  ne'  canali  ;  inoltre  si  smove 
tosto  il  terreno,  si  levano  tutte  le  piante  acquatiche  e  così 
togliesi  l' alimento  alla  putrida  fermentazione. 

Sembra  più  conforme  al  vero  che  tra  le  sostanze  orga- 
niche, quelle,  alla  corruzione  delle  quali  debbasi  veramen^ 
te  la  generazione  de'  miasmi  febbriferi,  siano  le  vegetato* 


*77 
li;  infatti  noi  vediamo  che  ovunque  corromponsi  queste , 
si  hanno  le  febbri  intermittenti,  ciò  che  non  può  dirsi  ri- 
spetto alle  animali.  Anche  a  Pringle  (548)  era  sembrato 
vedere  che  gli  effluvj ,  dai  quali  esse  febbri  dipendevano , 
erano  piuttosto  dovuti  alle  putrefatte  materie  vegetabili, 
che  alle  animali.  Ed  io  ho  veduto  piccolissime  vasche , 
nelle  quali  cadevano  e  corrompevansi  vegetabili,  farsi  al- 
trettanti focolai  di  miasmi ,  cagioni  poi  di  pertinaci  febbri 
periodiche:  all'incontro  osservai  raccolte  di  acqua  stagnan- 
te veramente  in  mezzo  ai  villaggi  ad  uso  di  pubblico  la- 
vatojo,  e  nelle  quali  per  conseguenza  molte  sostanze  escre- 
mentizie animali  si  depositavano,  tramandare  bensì  all' in- 
torno gran  fetore  nelle  sere  di  calde  giornate,  ma  non  mai 
generare  tali  febbri.  Il  che  io  ripeto  da  ciò,  che  in  essi  la- 
vatoi non  nasce,  ne  perisce  alcuna  pianta  palustre,  che  non 
vi  si  macerano  lino  o  canapa,  che  non  vi  cadono  mai  nella 
state  le  foglie,  poiché  per  lo  pia  non  sono  circondati  da 
piante,  e  se  di  queste  ve  n*  hanno,  sono  gelsi,  i  quali  non 
abbandonano  la  loro  seconda  spoglia  se  non  ad  autunno 
avanzato,  quando ,  cioè,  la  temperatura  non  concorre  a  far 
nascere  una  putrida  fermentazione.  Zimmermann  riferisce 
che  nel  collegio  Wadham  di  Oxford  si  sviluppò  una  feb- 
bre, di  cui  erano  esenti  i  luoghi  intorno,  e  si  trovò  essere 
stata  cagionata  dalla  putrefazione  di  ammucchiati  cavo- 
li  (549)- 

Se  Pareo  (55o)  asserisce  che  da  molti  cadaveri  di  uo- 
mini uccisi  e  gettati  in  un  profondo  pozzo  si  svolse  un  tan- 
to fetido  e  velenoso  vapore  per  il  quale  in  tutti  i  luoghi 
intorno  morirono  molte  migliaja  d'  uomini  :  se  altri  pure 
derivarono  certe  pestilenze  da  cadaveri  imputriditi  :  noi 
troviamo  ugualmente  che  né  allorquando  per  ordine  del 

li 


178 

Consiglio  di  Stato  di  Francia  del  9  novembre  1785  parte 
nell'  inverno  e  parte  nell'  estate  seguente,  si  svuotò  il  ci- 
mitero degli  Innocenti  a  Parigi,  né  quando  nel  1793  si 
sbarazzò  quello  di  S.  Eloi  a  Dunkeique,  quantunque  il 
fetore  avesse  già  mosse  le  lamentanze  de'  vicini  (55 1),  non 
si  vide  comparire  alcuna  malattia  epidemica.  Come  nem- 
meno dopo  quella  battaglia  del  16^2  in  cui  racconta  Die- 
merbroecb  (552)  che  si  lasciarono  imputridire  ottomila  e 
più  cadaveri  di  soldati  e  di  cavalli  e  sorta  era  un'insof- 
fribile puzza  all'intorno;  ne  dopo  la  battaglia  .d'Aboukir 
dalla  putrefazione  che  avvenne  nella  grandissima  quantità 
di  cadaveri  gettati  dalle  onde  sulla  spiaggia  e  sferzati  dal 
sole  d'Egitto;  né  finalmente  dal  pessimo  odore  che  sortiva 
dallo  screpolato  suolo  sotto  cui  erano  stati  seppelliti  a  Si- 
viglia gli  estinti  di  febbre  gialla  nel  1800  (553).  Non  ci 
racconta  Alessandro  Benedetto  (554)  cne  *a  Asia  Per  xl" 
medio  a  frenare  la  peste  si  uccidono  tutti  i  cani  e  si  la- 
sciano imputridire  per  le  strade  ?  Non  ci  narra  Giorgio 
Pittorio  (555)  che  in  caso  di  pestilenza  niente  è  più  salu- 
bre che  l'odorare  latrine  0  stalle?  Non  ci  dice  Giuseppe 
Quercetano  (556)  che  il  fetore  delle  piazze  di  Parigi  era 
creduto  da  più  medici  ottimo  per  sanare  la  corruzione  del- 
l'aria?  Non  si  osservò  forse  a  Roma  ed  a  Bologna  non  ve» 
nir  preso  da  peste  chi  abitava  vicino  ai  conciapelli  (557)? 
Nella  peste  di  Londra  sotto  il  Regno  di  Carlo  II  conven- 
nero i  medici  che  si  aprissero  tutte  le  latrine  che  erano 
chiuse,  e  dall'odore  di  esse  si  volle  dipendesse  la  cessa- 
zione della  peste. 

Se  S.  Agostino  (558)  racconta  che  da  imputridite  lo- 
custe rigettate  dal  mare  sulla  spiaggia  d'Affrica  nacque 
la  peste;  se  Fracastoro  crede  (559)  c^3  ta^  cagione  altre 


x79 

volte  abbia  avuto  eguale  effetto  ;  se  dal  Foresto,  dal  Wol- 
fio  e  da  altri  (56o)  se  ne  incolparono  pesci  imputriditi  sul* 
le  spiaggie  dei  mare;  noi  osserviamo  pur  anco  che  alle 
Indie  Orientali  e  specialmente  sulle  coste  occidentali  del- 
l'isola  di  Ceylan  si  ammucchiano  le  ostriche,  da  cui  si  de-» 
vono  trarre  le  perle  e  si  coprono,  onde  al  sole  possano  su- 
bire la  necessaria  fermentazione;  e  quantunque  questa 
sparga  all'intorno  un  insoffribile  fetore ,  non  è  cagione  di 
malattia  per  alcuno  tra  le  migliaja  di  persone  che  si  tro- 
vano esposte  al  medesimo  e  raccolte  in  piccolo  spazio  sotto 
un  clima  ardente  (56 1);  noi  sappiamo,  che  incerti  paesi  si 
usano  come  ingrassi  i  pesci  putrefatti,  che  alcun  danno  non 
deriva  dalle  parti  di  balene  e  d'  altri  pesci  che  i  pescato- 
ri lasciano  putrefare  in  agosto  e  settembre  sulle  spiaggie 
di  Rhode-Island ;  e  finalmente,  che  appunto  il  sig.  Bailly 
(562),  quale  argomento  a  negare  la  derivazione  delle  feb- 
bri intermittenti  dalle  materie  animali  putrefatte,  riferi- 
sce che  nel  1822  in  cui  comparve  una  grande  quantità 
di  locuste,  i  febbricitanti  a  Roma  furono  in  minor  numero. 
Non  dannosi  noi  troviamo  giornalmente  i  fetenti  efìluvii, 
che  in  certe  fabbriche  abbondano  :  tali  in  quella  di  sper- 
maceti tra  Bristol  e  Hanalim  in  mezzo  a  mille  putridi  ca- 
daveri ,  tali  nelle  rafinerie  di  zucchero  ove  fermenta  il 
sangue  che  adoprasi,  tali  nelle  camere  anatomiche.  In  Ita- 
lia, ove  al  presente  è  tanto  estesa  la  coltura  de' filugelli, 
la  filatura  de'  loro  bozzoli,  e  la  macerazione  de'  residui  di 
questi  e  delle  crisalidi,  potrà  darsi  il  giusto  valore  all'opi- 
nione, che  già  attribuì  alle  intollerabili  fetide  emanazioni 
sviluppatesi  da  queste  materie  la  epidemia  di  Villeneuve- 
les-Avignons  (563).  Ma  lasciamo  che  i  fatti  e  il  sano  cri- 
terio decidano  col  tempo  ancor  meglio  sulla  nessuna  in- 


i8o 

fluenza  de5  putridi  animali  effluvii  alla  produzione  delle 
epidemie  che  abbiamo  accennate:  e  ricerchiamo  se  sianvi 
fatti  che  provino  la  derivazione  delle  vere  febbri  inter- 
mittenti e  della  febbre  gialla  dalle  dette  sostanze  anima- 
li. Se  le  materie  animali  che  da  noi  si  ricercano ,  conser- 
vano con  gran  cura  e  lasciansi  corrompere,  onde  ci  offrano 
i  pia  fetenti  egualmente  che  più  buoni  concimi,  essere  do- 
vessero cagione  di  febbri  intermittenti ,  tutta  la  campagna 
dovrebbe  essere  in  preda  alle  medesime.  Che  siasi  attri- 
buita la  febbre  gialla  del  ìjfò  in  Nuova-York  al  bue  sa- 
lato e  guasto  di  cui  si  fece  uso,  è  vero  ;  ma  io  chiederò  al 
buon  senso  de'  lettori  se  tale  cagione  può  valutarsi  dopo  la 
facile  considerazione  che  in  tante  altre  circostanze,  tempi  e 
luoghi,  anche  analoghi,  si  sarà  usato  tal  cibo,  ne  mai  simi- 
le malattia  sappiamo  essersi  sviluppata  e  che  ad  un  ugual 
cagione  non  furono  attribuite  tante  altre  epidemie  della 
medesima  malattia  che  danneggiarono  la  città  stessa  (564). 
L' unione  dell'  acqua  salsa  marina  con  la  dolce  fu  una 
circostanza ,  cui  per  la  produzione  della  malaria  fu  dato 
gran  valore  dal  Doni  (565),  da  Gbaptal  (566),  da  Thou- 
venel  (56^),  da  Lancisi  (568),  da  Fodere  (569),  da  Foureau 
(570)  e  da  altri  molti.  Il  vedere  endemica  la  febbre  pa- 
lustre in  ugual  grado  e  frequenza  non  meno  nel  continen- 
te p.  e.  nella  Sologna,  nell'Ungheria  ec.  che  nelle  salse 
maremme,  mi  fa  credere  che  essenziale  non  sia  tale  con- 
corso alla  produzione  della  malattia;  se  poi  regna  ove  fassi 
quella  mescolanza,  vi  potrebbe  pur  regnare  anche  se  man- 
casse, ed  i  fatti  che  il  signor  Giorgini  arreca  per  dimostra- 
re la  cessazione  del  danno,  quando  si  impedì  ai  laghi  di 
Massaciuccoli  e  di  Perotto ,  agli  stagni  della  Torre  e  di 
Montrone  di  ricevere  ed  immischiarsi  all'  acqua  marina , 


non  sono  per  me  sufficienti  a  provare  che  da  quella  sola 
cagione  dipendesse  la  malattia,  poiché  la  cessazione  o  (3e 
vogliamo  forse  parlare  con  maggiore  verità  e  precisione) 
la  diminuzione  di  questa,  pub  ben  dipendere:  i.°  dal  gia- 
cere simili  raccolte  d'  acqua  su  di  un  suolo  sabbioso  de- 
positato dal  Sercliio  e  dall'Arno;  2.0  dal  potere  mediante 
gli  eseguiti  lavori  scaricarsi  nel  mare,  senza  che  le  acque 
marine  accrescano  Y  estensione  0  1*  altezza  de*  suddetti  sta- 
gni 0  laghi;  3.°  dal  venire  le  acque  di  questi  mosse  e  rin- 
novate dalle  pioggie  e  dall' irruzione  de'  torrenti  appen- 
nini;  4-°  dal  mancare  infine  al  presente  in  essi  la  morte 
e  perciò  anche  la  corruzione  di  que' vegetabili  che  vivere 
non  possono  nelle  onde  salse  (571).  Sono  le  acque  dolci 
quelle  che  seco  portano  i  germi  d' infezioni  e  trovano  una 
favorevole   circostanza  a  svilupparli  nell'impaludamento, 
non  diversamente  che  portano  i  semi  delle  canne  e  ne 
nasce  lo  svolgimento.  Fa   osservare  il  prof.  Federigo  che 
le  città  circondate  affatto  dalle  sole  acque  marine  sono  pid 
salubri  di  quelle  che  lo  sono  dal  miscuglio  delle  acque 
dolci  colle  salse.  Nelle  epoche  piti  remote,  Venezia,  Ra- 
venna, Aquileja,  Caorle,  Eraclea,  Grado  ec.  erano  assai 
più  salubri  che  oggidì  essendo  circondate  da  profonde  acque 
marine.  Per  un  taglio  praticato  dai  Padovani  nella  Brenta 
si  formò  nel    1826  un  deposilo  limaccioso  nella  laguna 
veneta  dannoso  alla  città  di  Venezia.  Quando  alcune  boc- 
che di  fiumi  poterono  versare  nella  laguna  le  loro  acque 
ne  nacquero  tali  danni  che  la  Repubblica   dovette  farvi 
porre  riparo,  ciò  avvenne  nel  1327,  i3oc),  i433,  1 438 
e  i43g-  Perle  continue  deposizioni  della  Brenta  si   era 
formata  una  penisola  con  canneti  verso  Venezia,  la  quale 
giungeva  sino  a  S.  Giorgio  in  Alga,  fu  per  l' escavazione 


de' profondi  fanghi  che  secondo  il  Massa  (de  pisticch.  etc.) 
nacque  nel  i520  una  febbre  epidemica  (5 72). 

Conchiudo  adunque,  su  qualunque  parte  della  terra  avrà 
luogo  il  concorso  delle  succennate  circostanze  calore >  umi- 
dità e  corruzione  di  sostanze  vegetabili,  sia  poi  nelle  ri- 
saje,  sia  nei  maceratoj,  sia  nei  fontanili,  sia  nelle  paludi 
propriamente  dette  0  nelle  maremme  si  avrà  inevitabil- 
mente tra  noi  ed  in  regioni ,  che  dalle  nostre  poco  diver- 
sificano, le  febbri  intermittenti  e  queste  si  avranno  pure 
in  altri  climi,  quando,  per  l'aggiunta  di  speciali  circostan- 
ze esse  non  vestano  la  forma  di  febbre  gialla. 

In  correlazione  a  quanto  asserisco,  io  ritengo  non  potersi 
avere  per  officine  di  tali  febbri  i  prati  irrigatorj  e  quella 
specie  di  essi,  che  in  Lombardia  chiamasi  marcita. 

Sui  prati  non  vi  è  ristagno  d*  acqua ,  non  azione  di  ca- 
lore su  vegetabili  macerati  0  morti ,  ivi  la  vita  è  invece 
nella  sua  piena  attività,  ivi  sulle  erbe,  che  con  tanta  fa- 
cilità il  suolo  produce  e  che  con  rapidità  crescono  e  si  ri- 
novellano, ivi  sui  fiori ,  che  da  esse  si  svolgono  e  che  sono 
destinati  appunto  a  perpetuare  la  vita  vegetativa,  ivi,  dico, 
il  sole  co'suoi  raggi  invece  di  operare  una  putrida  fermen- 
tazione madre  di  febbriferi  miasmi,  dispensa  energia  ed  i 
più  dilettevoli  e  variati  colori. 

Noi  vediamo,  che  i  prati  irrigati  fanno  parte  principale 
dei  quadri,  coi  quali  i  poeti  ci  rappresentano  la  bellezza 
della  natura,  e  fanno  parte  de' luoghi  lodati  per  la  loro 
fertilità,  per  la  felicità  degli  abitanti,  per  la  numerosa  po- 
polazione e  per  la  civilizzazione;  così  si  disse  della  miste- 
riosa Atlantide,  così  delFEtruria,  così  della  Grecia  (573). 
E  la  artificiale  estesa  irrigazione  (074)  della  Bassa-Lom- 
bardia e  l' invenzione  de'prati  a  marcita  (575)  sono  ante- 


i83 

fiori  all'epoca  dell'  insalubrità  procurata ,  cioè  ali  nitro- 
dazione  delle  risaje. 

Riguardo  alle  marcite  lombarde  si  scorgerà  facilmente, 
quanto  a  torto  vengano  incolpate  di  rendere  15  ària  insa- 
lubre ,  qualora  si  rifletta,  che  questa  specie  di  prati  non 
solo  è  in  migliore  situazione  degli  altri,  quantunque  irri- 
gatori ,  per  la  maggior  facilità  con  cui  i  acqua  scorre  e 
scola,  e  con  cui  viene  asportato  qualunque  vegetabile  mor- 
to o  putrefatto,  ma  perchè  accade,  che  il  tempo  in  cui  essi 
sono  in  vigore  si  è  l'inverno,  stagione  appunto  nella  quale 
i.°  Tazione  del  sole  è  debole  ;  2.0  non  ha  luogo  putrida 
fermentazione  ;  3.°  non  generansi  miasmi  ;  4-°  finalmente 
non  avviene ,  come  il  fatto  lo  dimostra,  alcuna  febbre  pe- 
riodica in  mezzo  alle  più  estese  marcite.  Io  non  negherò, 
che  nei  paesi  ove  sono  prati  irrigatorj  e  marcite  avere 
si  possano  in  maggiore  0  minore  copia  quegli  incomodi, 
che  necessariamente  dipendono  dall'umidità;  che  si  avran- 
no cioè  e  quelle  modificazioni  fisiologiche ,  e  quelle  alte- 
razioni patologiche,  delle  quali  ho  già  tenuto  discorso  e  che 
sono  conseguenze  del  predetto  stato  igrometrico  dell'atmo- 
sfera ,  ma  non  si  avranno  le  febbri  intermittenti ,  a  pro- 
durre le  quali  l' umidità  per  se  sola  non  è  capace.  Ove 
per  altro  havvi  umidità  e  azione  forte  del  sole,  come  in 
estate  0  in  autunno,  nella  quale  ultima  stagione,  senza  es- 
sere molto  diminuita  l'attività  de* raggi  di  quell'astro,  la 
vita  in  molti  vegetabili  ha  il  suo  fine,  ivi,  dico,  non  è  poi 
a  maravigliarsi  se  ,  quantunque  manchino  e  paludi  e  ri- 
saje, si  mostreranno  le  dette  febbri  più  che  nei  luoghi  ove 
i  prati  mancano  ed  arido  è  il  suolo.  Ad  onta  di  ciò  è  fatto, 
che  nei  luoghi  a  prati  ed  a  marcite,  sì  le  febbri  periodi- 
che ,  che  le  malattie  in  generale  saranno  assai  meno  fre- 


i84 

quenti,  che  in  quelli  a  risaja  e  paludosi ,  alla  quale  verità 
non  possono  a  meno  di  sottoscriversi  i  signori  Reddatori 
della  Biblioteca  Agraria  (5 76).  E  il  signor  Conte  Carli 
in  una  nota  all'Economia  politica  di  P.  Verri  rispondendo 
alla  taccia  dei  danni  attribuiti  all'  umidità  cagionata  dalle 
irrigazioni,  dice  di  non  sapere  se  le  esalazioni  cagionate 
dalle  irrigazioni  sieno  maggiori  0  più  nocive  di  quelle,  che 
sarebbero  sortite  dalle  acque  stagnanti  e  dai  terreni  umidi, 
freddi  e  paludosi ,  che  l' industria  e  1'  arte  ha  saputo  esic- 
care  per  derivarne  inferiormente  gli  scoli  a  benefìzio  dei 
fondi,  i  quali  senza  di  ciò  sarebbero  restati  infruttiferi  e 
incolti,  e  per  conseguenza  non  menocontrarj  alla  salubri- 
tà del  clima  (577). 

CAPO     XII. 

Se  il  nocivo  principio  palustre  stia  unito  all'acqua  e  con 
questa  s'infiltri  pel  suolo  mischiandosi  alle  acque  po- 
tabili oppure  si  sparga  nell'aria;  ed  a  quale  altezza 
e  distanza  possa  essere  nella  medesima  trasportato. 

Per  ciò  che  si  è  detto  parmi  potersi  ritenere ,  che  la 
febbre  intermittente  sia  dovuta  ad  uno  speciale  quid  ri- 
sultato dal  concorso  dell'  umidità ,  del  calore  e  delle  so- 
stanze vegetabili  morte  e  decomposte.  Ma  questo  quid 
eziologico  sta  egli  nell'  acqua  e  nascosto  in  essa  nuoce  a 
chi  la  beve,  0  spandesi  egli  per  l'aria? 

I.  Quantunque  io  non  sia  per  negare,  che  l'acqua  delle 
risaje,  delle  paludi,  dei  fontanili ,  e  delli  stagni ,  ove  ma- 
cerasi canapa ,  lino ,  0  qualunque  altra  sorta  sostanza  or- 
ganica, possa  essere  dannosa  a  chi  la  beve ,  ritengo  però , 


i85 
perchè  T  osservazione  e  i  fatti  me  ne  autorizzano ,  che  al- 
tre malattie  ne  possono  accadere,  non  già  febbri  intermit- 
tenti (578),  Che  il  quid  febbrifero  però  sia  nell' acqua, 
me  ne  dissuade  il  vedere  che  dessa  anche  ne'  luoghi ,  ove 
le  febbri  in  discorso  sono  frequentissime  ben  di  rado  è  at- 
tinta ed  usata  per  bevanda  0  per  la  preparazione  dei  cibi. 
Se  poi  non  fosse  che  l'acqua  potabile  il  veicolo  del  mia- 
sma, come  resterebbe  più  facilmente  illeso  dalle  febbri 
periodiche  colui  che  guardasi  dall' esporsi  all'aria  nei  cre- 
puscoli, colui  che  sta  ben  coperto,  ciò  che  vedesi  costan- 
temente avvenire  in  Olanda,  in  Lombardia  ed  altrove? 
Quanti  vengono  presi  da  febbri  intermittenti  0  da  febbre 
gialla  senza  abitare  in  mezzo  risaje  0  a  paludi  senza  bere 
le  acque  di  quei  luoghi,  ma  soltanto  col  passare  pel  Lodi- 
giano,  per  la  Sologna,  0  attraversando  le  Paludi  Pontine 
e  la  città  di  Vera-Cruz!  (579). 

Ma  quest'  acqua  supposta  dal  miasma  infetta ,  se  non 
nuoce ,  perchè  non  attinta  alla  superficie  del  suolo  al  fine 
d'essere  bevuta,  mantiene  essa  la  sua  malefica  virtù  po- 
sciachè  ha  trapelato  pel  terreno ,  e  quindi  viene  da  noi 
presa  nei  pozzi  0  ad  altra  sorgente  ?  Sta  contro  l' afferma- 
tiva l' osservare,  che  Roma  sempre  molestata  da  febbri  in- 
termittenti beveva  e  beve  acque  le  quali  derivano  dalle 
alture  circostanti  per  mezzo  de'  tanto  celebrati  acquedotti  ; 
che  Vera-Cruz  non  può  accagionare  delle  sue  febbri  en- 
demiche l'acqua  dei  meganos  filtrate  pel  suolo,  poiché 
usa  quella  conservata  in  cisterne.  Rivolgendoci  poi  a  con- 
siderare le  risaje,  le  paludi,  i  fontanili  ec.  della  Bassa-Lom- 
bardia,  non  vediamo  noi,  che  allorquando  li  fiumi  0  i  la- 
ghi sono  traboccati  e  li  stagni  ridondano  d'acqua,  che  quan- 
do le  risaje  sono  pienamente  adacquate  (tempo  in  cui  l'ac- 


i86 

qua  per  ìa  sua  abbondanza  e  per  la  sua  pressione  sulla 
superficie  del  suolo  potrebbe  ampiamente  trapelare  per 
esso  e  somministrare  bevanda  nocevole)in  quel  tempo,  di- 
co, non  dominano  le  febbri  intermittenti ,  ma  cbe  la  sta- 
gione di  queste  è  appunto  quella,  in  cui  i  stagni  e  li  fiu- 
mi lasciano  o  tutto  o  parte  del  loro  fondo  esposto  all'azione 
del  sole  d' estate ,  ed  in  cui  le  risaje  venendo  asciugate 
sono  cambiate  in  pantani?  Non  vediamo  noi  essere  mole- 
stati dalle  febbri  altresì  quegli  abitanti,  che  stanno  in  luo- 
go più  elevato  ed  al  nord  delle  risaje,  dei  fontanili,  o  di 
qualunque  palude,  quantunque  il  pendio  del.  suolo  ed  il 
corso  delle  acque  sotterranee  sia  verso  il  sud  o  il  sud-est. 
Se  l'infiltramento  delle  acque  della  nuova  risaja  di  cui  ho 
parlato  di  sopra  (Gap.  IV),  e  posta  più  in  alto  dell'  abitato 
fosse  stata  la  cagione  delle  epidemiche  febbri,  perchè  du- 
rante il  dominio  di  queste,  ne  avevano  ad  essere  infetti 
que' coloni  d'altri  comuni,  che  erano  posti  superiormente 
al  livello  della  risaja  e  lungi  quasi  un  miglia  ? 

Una  febbre  intermittente,  che  nasce  appena  si  sono  ma- 
cerati in  qualche  innocuo  stagno  del  lino  o  della  canapa 
può  essa  dipendere  più  facilmente  dalla  creazione  del  mia- 
sma ,  dallo  svolgersi  e  spandersi  del  medesimo  per  l' aria 
oppure  dall'  acqna  corrotta,  che  abbia  penetrato  il  terreno 
ad  una  profondità  di  molti  metri  e  contro  la  pendenza  del 
suolo  sia  giunta  nei  pozzi  ?  Io  lascio  al  sensato  lettore  il 
giudicarlo,  ma  quest'ultimo  caso  accadere  quando 

In  caput  alla  suum  labenturab  cecjuore  retro  F lumina... 

Lo  stesso  signor  Parent  Duchàtelet  difensore  de'  ma- 
ceratoi non  testifica  egli  stesso  che  le  acque  delle  fontane, 
de'  pozzi  che  stanno  in  vicinanza  di  quelli  non  sono  alte- 
rate nelle  loro  qualità  potabili  ?  (58o). 


Le  acque  poi  che  si  bevono  in  estate  ed  autunno  si  be- 
vono anche  in  inverno,  nel  qual  tempo  non  sonovi  malat- 
tie: saranno  adunque  le  acque  de'pozzi  cangiate  di  qualità? 

Ad  ajatarci  onde  ribattere  l'idea  favorevole  all'infil- 
tramento viene  il  fatto,  che  il  suolo  argilloso,  quello  cicè 
che  lungi  dal  permettere  un  facile  infiltramento  è  meno 
permeabile  d'  ogni  altro  all'  acqua ,  anzi  la  conserva  mag- 
giormente, ed  in  modo,  che  più  a  lungo  vi  si  putrefanno 
rimasuglj  vegetabili  e  lentamente  viene  dissipata  a  poco 
a  poco  dall'azione  evaporante  del  sole,  tale  suolo  argilloso* 
ripeto ,  è  appunto  quello  più  proprio  e  comune  ai  luoghi 
più  paludosi  e  più  insalubri  (58i).  E  tanto  è  ciò  vero  che 
il  celebre  Linneo  (58^)  aveva  creduto  che  l'argilla  con- 
tenuta nell'  acqua  fosse  la  cagione  delle  febbri  intermit- 
tenti. Non  posso  però  tralasciare  di  far  qui  notare,  almeno 
per  digressione,  quanto  sia  erronea  questa  opinione,  secondo 
la  quale  anche  a  piacere  con  acqua  contenente  dell'  ar- 
gilla si  potrebbero  produrre  febbri  intermittenti  ;  ma  que- 
ste certamente  non  si  avranno  mai  con  tal  mezzo ,  come 
mai  si  acquistano  dai  varj  popoli  della  terra,  presso  i  quali 
uso  o  bisogno  è  Tingojare  dell'argilla,  e  che  veramente 
vanno  perciò  soggetti  ad  altri  incomodi  di  salute.  Perchè 
poi  queste  acque  poste  su  di  un  fondo  d' argilla  o  di  que- 
sta terra  impregnate  e  che  sempre  sono  le  stesse ,  dovreb- 
bero essere  nocive  soltanto  in  estate  e  principio  d' autun- 
no, quando  cioè  dominano  le  febbri  in  discorso  anche  in 
mezzo  alle  risaje? 

Thouvenel  (583)  aveva  notato,  che  la  composizione  del 
terreno  contribuisce  assai  al  maggiore,  o  minor  grado  d'in- 
salubrità, infatti,  die' egli,  le  colline  sulle  coste  toscane 
formate  di  tufo  e  di  sabbia,  sono  meno  malsane,  che  quelle 


i88 

d'argilla  e  di  marna,  per  le  quali  le  acque  permeando  dif-* 
fidimeli  te,  rimangono  abitualmente  più  umide  ed  esalano 
vapori  guasti.  E  pure  di  lui  osservazione  (584)  che  le  ri- 
saje  sono  più  o  meno  malsane  secondo  la  diversità  del  ter- 
reno, e  noi  vediamo,  che  quelle,  le  quali  sono  su  di  un 
suolo  argilloso  affatto  come  a  Gerchiate  in  vicinanza  di  Rho, 
alla  Cascina  Triulza  oltre  la  Certosa  di  Garegnano  presso 
Milano  sono  più  dannose  che  non  quelle  dell'agro  Pavese. 
Invece  il  suolo  ghiajoso  derivante  dagli  Appennini  misto 
a  fina  marna  argilloso-calcare  non  lasciando  ristagnare 
molto  le  acque,  rende  le  risaje  delle  Provincie  di  Ascoli 
e  di  Fermo  meno  insalubri,  ed  alla  circostanza  pure  di  un 
suolo  sabbioso  non  che  alla  tardanza  della  maturazione  e 
di  esiccamento  del  riso  coltivato  intorno  a  Ravenna  potrà 
pure  attribuirsi  la  pretesa  (585)  innocuità  di  quelle  risaje. 

La  parte  settentrionale  della  Martinica,  che  ha  un  suo- 
lo di  pietre  pomici  le  quali  assorbono  l'acqua ,  è  salubre , 
negli  altri  luoghi  ov'esso  per  contraria  ragione  rimane  co- 
perto di  acqua  dominano  le  febbri  intermittenti  (586).  Le 
acque  stagnanti  dell'Ohio  vengono  trattenute  dal  terreno 
argilloso  che  è  al  di  sopra  di  Galiopoli  e  vi  si  generano 
febbri  in  autunno. 

La  superficie  argillosa  della  Scania,  della  Sudermania, 
della  Zelanda,  del  Poitou,  de'  Governi  d'Astrakhan  e  d'O- 
rembourg  mantiene  l'umidità,  e  vi  dominano  le  dette  ma- 
lattie. Le  acque  stagnanti  su  di  un  terreno  di  tale  natura 
diedero  abbondanti  miasmi  a  Groninga  nel  1826.  Nella 
Polonia ,  nella  Prussia  orientale  sonovi  altipiani  argillosi , 
che  trattenendo  alla  loro  superficie  le  acque  danno  origi- 
ne a  lagune  e  paludi  insalubri.  Un  altipiano  di  tal  specie 
dalla  Provincia  di  Como  discende  in  quella  di  Milano  dal 


i89 

nord  avanzandosi  verso  il  mezzodì  sino  ad  oltrepassare  a 
ponente  la  capitale  della  Lombardia.  Questo  altipiano  ar- 
gilloso conosciuto  sotto  il  nome  di  Groana  è  in  parte  in- 
colto, e  non  producente  che  brugo  (58^)  od  arbusti.  La 
porzione  però,  che  è  già  stata  coltivata  compensa  assai  bene 
le  cure  dell'agricoltore.  Un  altro  superficiale  strato  di  ter- 
reno di  simil  natura  discende  pure  da  settentrione,  ma  più- 
a  ponente  del  sopraccennato.  Assai  esteso  sul  principio  si 
va  questo  restringendo,  non  termina  però,  come  disse  Brei- 
slak  (588),  a  Saronno,  ma  bensì  si  estende  ancora  per  due 
miglia  formando  un  altipiano  ragguardevole  tra  li  due  tor- 
renti Lura  e  Bozente  sin  oltre  il  Comune  di  Origgio. 

Sopra  ambidue  queste  estensioni  di  terreno  argilloso 
(piìi  per  altro  sulla  parte  di  essi  non  coltivata  che  su  quel- 
la che  la  è),  ovunque  l'acqua  tanto  di  pioggia,  che  quella 
artificialmente  condotta ,  si  arresta  sia  sui  corpi  principali 
di  tale  terreno,  che  sulle  sue  diramazioni,  forma  degli  sta- 
gni, da' quali  nella  state  inoltrata  svolgonsi  miasmi  palu- 
stri dannosi  a  coloro  che  abitano  i  contorni.  Ciò  verificasi 
per  quelli  che  vivono  vicino  alle  fornaci  di  mattoni  o  in 
certe  cascine  dei  Comuni  di  Cogliate ,  di  Garbagnate  y  di 
Uboldo  e  d' Origgio,  poiché  sono  essi  frequentemente  e 
ben  puossi  dire  ogni  estate  attaccati  da  febbri  intermittenti 
ostinate  e  ciò  pure  avvenne  ogni  quai  volta  si  volle  intro- 
durre su  quel  suolo  la  coltivazione  del  riso  acquatico. 

Che  invece  i  miasma,  i  quali  s' innalzano  dal  suolo  pa- 
lustre, qualunque  egli  sia,  vengano  accolti  e  qua  e  là  tra- 
sportati nel  seno  dell'aria  atmosferica,  noi  possiamo  accer- 
tarsene coli' osservare  essere  preso  dalla  malattia,  chi  sol- 
tanto viaggia  per  luoghi  insalubri  o  posti  in  situazione  tale 
da  ricevere  il  vento ,  che  passa  sulle  fonti  d' emanazione 
miasmatica. 


igo 

II.  Che  poi  il  miasma  in  discorso  sia  sciolto  e  sospeso  nei 
vapori,  i  quali  dalle  acque  specialmente  stagnanti  o  quasi 
stagnanti  s'innalzano,  ce  lo  indica  il  venire  assalito  dalla 
malattia  propria  de' luoghi  paludosi,  chi  si  espone  nel  tem- 
po del  cadere  della  rugiada,  o  trovasi  poco  coperto.  Que- 
sta è  cosa  volgarmente  nota  tra  noi  come  nella  campagna 
romana  e  in  tutti  i  luoghi  paludosi ,  e  racconta  Pringle 
(589)  che  molti  soldati,  i  quali  onde  procurarsi  foragio 
partirono  alle  ore  quattro  del  mattino  e  viaggiarono  per 
una  campagna  assai  umida  per  ritornare  prima  del  gran 
calore  della  giornata ,  furono  presi  da  febbre  al  ritorno 
della  gita  che  avevano  fatta  in  mezzo  a  vapori  densi  e  di 
un  odore  nauseante,  E  infatti  se  portiamo  l'occhio  sui  fon- 
tanili in  un'ora  in  cui  i  raggi  solari  sono  molto  obliqui,  noi 
li  vediamo  coperti  di  una  nebbia  pia  0  meno  spessa  ch'io 
ho  veduta  nel  giorno  stesso  del  solstizio  invernale.  Tal 
nebbia  la  quale ,  come  è  noto ,  risulta  dai  vapori  acquosi 
che  da  que' luoghi  s'innalzano,  diviene  agli  occhi  nostri 
sensibile,  perchè  l'acqua  di  queste  semipaludi  avendo  una 
temperatura  pia  bassa  di  quella  dell'  atmosfera ,  appena  il 
sole  pia  non  giunge  a  riscaldare  li  strati  d'aria  più  vicini 
all'acqua  e  perciò  pia  non  dirada  ne  spande  i  vapori,  tali 
strati  della  medesima  raffreddati  fanno  sì  che  essi  vapori 
si  condensano  e  da  invisibili  diventano  visibili  0  vescico- 
lari. Ciò  avviene  pure  sulla  terra,  ma  siccome  il  suolo  ha 
per  il  calorico  una  maggiore  virtù  assorbente  ed  emittente, 
esso  raffredda  pia  tardi  li  strati  d' aria,  che  gli  sono  a  con- 
tatto e  noi  per  lo  più  non  vediamo  i  vapori,  che  erano  di- 
spersi ed  invisibili  nell'  aria  se  non  che  allorquando  sono 
sotto  forma  concreta  0  di  rugiada.  Egli  è  appunto  in  grem- 
bo ai  vapori  acquosi  sia  invisibili ,  sia  vescicolari ,  che  li 


l9l 

miasmi  s'innalzano  per  l'azione  dei  sole  e  discendono  poi 
coi  medesimi  fatti  liquidi  alla  sera  o  alla  mattina ,  quan- 
do la  facoltà  dissolvente  dell'  aria  atmosferica  per  1'  acqua 
si  è  fatta  minore  attesa  la  mancanza  di  calorico.  Ed  è  ap- 
punto in  quelle  due  epoche  del  giorno  ,  che  l'organismo 
animale  (il  quale  ha  pel  miasma  un'  affinità  elettiva  o  for- 
s' anco  è  il  solo  reattivo ,  che  serve  a  farne  conoscere  la 
presenza) ,  quanto  maggiormente  a  tale  malefica  umidità 
trovasi  esposto,  ne  viene  più  facilmente  avvelenato  (590), 
Pare  ciò  non  fosse  ignoto  ad  Omero  (591). quando  fa  dire 
ad  Ulisse  gettato  dall'onde  all'Isola  de'  Feaci  : 

Se  in  riva  al  fiume  l'angosciosa  notte 
Io  sto  vegliando,  temo,  ohimè  !  che  rea 
Brina  0  rugiada  non  mi  strugga  al  tutto 
Sì  stanco  e  fiacco:  e  gelida  dal  fiume 
L'aura  pur  spira  ai  mattutini  albori. 

Erroneamente  al  danno  dell9  umidità  notturna  davasi  in 
Arcadia  diversa  spiegazione ,  ritenendo ,  che  le  acque  del 
Lago  Feneo  nuocessero  soltanto,  quando  fossero  bevute  di 
notte  (592). 

Riguardo  all'altezza,  cui  possono  giungere  i  miasmi  ad 
offendere  gli  abitanti,  sono  varj  i  pareri  dei  fisici. 

III.  Secondo  i  Delegati  Pontifici  (1825)  a  quelle  al- 
tezze delle  abitazioni  nelle  Provincie  di  Ascoli  e  di  Fer- 
mo, che  soprastavano  anche  soli  cinquanta  metri  allivello 
delle  risaje  non  si  aveva  da  esse  gran  danno.  Invece  Fer- 
gusson  racconta  che  alla  Dominica  essendosi  collocato  un 
posto  militare  su  di  un  monte,  che  s' innalzava  sopra  la 
maremma  circa  centometri,  si  trovò  l'aria  di  quel  luogo 


i9* 

tanto  pestifera,  che  nessun  bianco  vi  poteva  vivere.  Ed  alla 
Trinità  nessun  creolo  spagnuolo  poteva  dormire  impune- 
mente a  i3o  metri  circa  superiormente  alla  maremma. 
Secondo  Rigaud  de  l'Isle  sembra,  che  non  possano  innal- 
zarsi i  miasmi  al  di  là  della  linea,  ove  giungono  le  neb- 
bie p.  e.  a  208  0  3 06  metri  al  di  sopra  del  luogo,  da  cui 
si  sviluppano  i  febbriferi  effluvj. 

Il  monte  Mario  presso  Roma ,  che  da  Breislak  fu  giu- 
dicato non  meno  insalubre  dell'Agro  romano,  s'alza  148 
metri  sulla  superficie  del  mare  e  li  monaci,  che  vi  abita- 
vano furono  molestati  dalle  febbri  intermittenti ,  che  epi- 
demicamente regnarono  nella  così  detta  Città  Leonina  nel 
1695  dietro  le  miasmatiche  emanazioni  de' luoghi  stati 
inondali  dal  Tevere  (093), 

La  piazza  di  Terracina ,  che  è  posta  a  soli  38  metri  al 
di  sopra  del  livello  del  mare  è  soggetta  ugualmente  alle 
febbri,  come  lo  sono  le  nuove  abitazioni ,  che  stanno  sulla 
spiaggia.  Tivoli  invece,  che  ha  un'altezza  sul  mare  di 
metri  208  e  Sezza  che  sta  3o6  metri  sopra  le  Paludi 
Pontine  sono  immuni  dal  dominio  della  malattia. 

Monfalcon  (594)  dice  potersi  valutare  da  4°°  a  5oo 
metri  1'  altezza  a  cui  possono  innalzarsi  gli  effluvj  mia-' 
smatici,  e  Blane  (595)  ritiene  aver  osservato,  che  li  me- 
desimi possono  ledere  a  quasi  700  metri  d' altezza  dalla 
loro  origine. 

Il  sig.  B.  de  Humboldt  (596)  stabilisce  a  928  metri  sul 
livello  dell' Oceano,  cioè  al  luogo  dell'Elicerò  superiora 
mente  a  Vera-Cruz ,  il  limite,  a  cui  giunge  il  miasma 
della  febbre  gialla. 

Siccome  li  fatti  pia  ci  dimostrano  la  realtà  dell'  innal- 
zamento de'  miasmi,  di  quello  che  determinino  la  vera  al- 


*93 
tezza,  cui  possono  arrivare,  la  fìsica  forse  supplisce  col  suo 
soccorso  indicandoci,  che  1*  ultimo  confine,  a  cui  puògtun-» 
gere  sospeso  nei  vapori  il  miasma  paludoso ,  dovrebbe  es- 
sere quello,  nel  quale  li  strati  d'aria  atmosferica  diradati 
dal  calore,  che  loro  comunica  la  superficie  terrestre,  giun- 
gono a  quegli  altri  superiori ,  i  quali ,  quantunque  meno 
densi  per  la  loro  alta  situazione,  avendo  però  una  piti  bas-» 
sa  temperatura  ,  non  li  lasciano  passare  più  oltre  e  can^ 
giando  il  loro  modo  di  essere  li  precipitano  in  rugiada;  nò 
ciò  pare  sia  sfuggito  all'Alighieri,  clie  cantò  ; 

Ben  sai  come  nell'aer  si  raccoglie 

Quell'umido  vapor,  che  in  acqua  riede 
Tosto  che  sale  dove  il  freddo  il  coglie  (597), 

Il  qual  fenomeno  succederà  tanto  più  facilmente,  qua n-* 
to  più  il  cielo  sarà  sereno  (come  avviene  al  Perù) ,  che  se 
vi  fosse  1'  atmosfera  carica  di  nubi ,  queste  mantenendo 
nelle  alte  regioni  di  essa  un  certo  calore  non  permette- 
rebbero ,  che  si  effettuasse  ne'  vapori  quel  cangiamento 
di  stato  del  quale  si  parlò. 

Un  fatto,  che  peraltro  può  assaissimo  illuminare  tanto 
il  medico  pratico  per  una  buona  diagnosi ,  che  il  medico 
politico  0  i  Magistrati ,  a  vantaggio  dell'  igiene  trattandosi 
dell'oscura  natura  0  incognita  provenienza  di  una  malat- 
tia epidemica,  si  è  quello,  che  nei  caso  di  malattia  dipen- 
dente da  miasma  palustre,  essa  comincerà  a  manifestarsi 
limitata  alle  vicinanze  dei  putridi  focolai,  così  io  ho  veri- 
ficato più  volte;  così  nell'epidemia  paludosa  di  Bagnarea 
la  parte  della  città  chiamata  B.odia ,  perchè  più  esposta  e 
vicina  ai  focolai  de'  miasmi  solfrì  assai  per  le  febbri;  T  al* 

i3 


*94 

tra  parte  pio.  lontana  ed  alta  fu  libera  (5g8);  così  successe 
nell'epidemia  del  1695  nella  Città  Leonina,  cosi  in  quel- 
la di  Pesaro  del  1708  (599),  così  della  febbre  gialla  d'An~ 
tigoa  (600). 

IV.  Quanto  alla  distanza,  a  cui  possono  offendere  le 
particelle  miasmatiche,  benché  ella  non  possa  venire  pre- 
cisata, sarà  facile  però  il  concepire ,  come  essendo  le  me*- 
desime  generate  in  grande  copia  da  qualche  focolajo  pa- 
ludoso e  venendo  accolte  in  seno  dell'  atmosfera  sospese 
nei  vapori  acquosi ,  possano  essere  portate  dai  venti  alle 
più  grandi  distanze.  Ed  è  forse  a  ciò,  che  devonsi  attribuire 
certi  casi  di  febbri  intermittenti,  che  si  manifestano  lungi 
da  luoghi  palustri,  e  che,  per  la  mancanza  di  questi ,  non 
voglionsi  riconoscere  dipendenti  da  miasmi ,  ma  erronea- 
mente vengono  attribuite  ad  altre  cagioni.  Abbiamo  ve- 
duto, come  si  sia  conosciuta  la  derivazione  de' miasmi  in- 
festi a  Roma  dalle  Paludi  Pontine  ,  quantunque  lontane 
quaranta  miglia  in  circa,  e  sappiamo  come  per  impedire 
il  loro  corso  Clemente  XI  sul  consiglio  del  Lancisi  (60 1) 
proibisse  che  si  tagliassero  i  boschi  di  Caserta  e  di  Gister* 
ria.  In  Lombardia  vediamo  farsi  sentire  l'azione  nociva 
delle  risaje  a  cinque  e  piti  miglia,  Fodere,  dice,  che  i  mia- 
smi paludosi  possono  oltrepassare  monti  alti  da  duecento  a 
trecento  tese  (602).  Gli  esempj  di  lunghi  viaggi ,  fatti  da 
quelle  particelle  velenose,  sono  comuni  nella  Sologne  e 
nella  Eresse  (60 3).  Diceva  l'Abate  Rozier  (6o4)  che  l'e- 
sperienza ha  frequentemente,  pur  troppo  provato,  che  «  le 
«  esalazioni  delle  paludi  e  delli  stagni  della  Sologne  si 
«  estendono  sino  a  Blois,  sino  ad  Orleans  e  vi  portano  il 
«  flagello  delie  febbri,  »  E  il  Dotfc  Ginke  assicura  che' 
i  vapori  delle  paludi  della  Westfalia  possono  giungere , 


*9$ 

come  infatti  avvenne  nel  1822,  sino  a  Parigi.  Secondo  le 
osservazioni  fatte  da  G.  Blane  all'Isola  Walcheren,  le  cui 
febbri  paludose  nel  1809  furono  tanto  nocive  anche  alle 
truppe  inglesi,  le  paludi  possono  spingere  i  perniciosi  ef- 
fetti de'  loro  effluvj  a  2000  piedi  (6o5).  Anzi  si  pretese 
che  quelli  che  si  generano  ed  inalzano  neìl'  Isola  sunno- 
minata producano  a  Londra  una  malattia  analoga  alla  ma- 
remmana (606).  I  venti  saranno  quelli  che  nell'ugual 
modo  che  trasportano  particelle  più  pesanti ,  come  cenere 
(607),  e  sabbia  (608),'  alle  più  grandi  distanze,  vi  potranno 
pur  portare  le  leggiere  molecole  miasmatiche;  e  le  attente 
e  ripetute  osservazioni  de'  medici  saranno  quelle  che  po- 
tranno fornire  un  complesso  di  dati  per  precisare  in  avve- 
nire le  leggi  di  movimento  e  le  distanze  alle  quali  obbe- 
discono quei  leggierissimi  corpi. 

CAPO     XIII. 

Qual  sia  l'essenza  della  malattia  prodotta  dal  miasma 
paludoso,  e  se  infiammatoria  sia  la  natura  della  me- 
desi  ma. 

La  rapidità  colla  quale  talora  la  malattia  palustre,  tanto 
sotto  T  aspetto  formidabile  di  febbre  gialla,  che  sotto  quello 
pili  0  meno  grave  d'intermittente,  assale  le  persone  pre- 
cedentemente sanissime  tosto  che  passano  0  si  trattengono 
in  luoghi,  quali  abbiamo  veduti  essere  proprj  a  simili  in- 
fermità ,  basta  a  mio  giudizio  a  chiaramente  dimostrare , 
come  la  causa  di  queste  affezioni  sia  estrinseca  all'  indi- 
viduo, e  dotata  di  un'attività  nociva  assai  pronta.  Che  que- 
sta cagione  morbosa  risulti  di  corpi  dotati  di  vita,  abbiamo 


196 

veduto  essere  cosa  supposta ,  probabile ,  ma  non  provata» 
Che  qualora  sia  inorganica,  se  ne  conoscano  i  principi  com- 
ponenti, essere  falso.  Che  poi  tali  particelle  organiche  od 
inorganiche  abbiano  origine  costante  sotto  certe  circostanze 
e  cjie  vengano  per  l'atmosfera  trasportate,  è  ciò  che  in  ul- 
timo luogo  razionalmente  ma  con  bastanti  fatti  ho  stabi*- 
lito,  Ora  venendo  a  rintracciare  su  quale  superfìcie  della 
macchina  umana  in  relazione  colli  agenti  esteriori,  il  mia- 
sma paludoso  esercita  la  sua  prima  impressione,  se  cioè  sul- 
J'  interna  oppure  sulla  pelle ,  troviamo  essere  stato  ugual- 
mente creduto,  eh'  esso  introdurre  si  possa  per  deglutizio* 
ne,  per  la  via  del  respiro  e  per  la  superficie  cutanea  (609), 
E  quantunque  i  sintomi  prevalenti,  epiìi  costanti  facciano 
propendere  a  vantaggio  della  prima  opinione ,  noi  per  al- 
tro sino  ad  ora  non  possiamo  arrecare  prova  alcuna  a  so- 
stegno di  essa ,  se  prescinder  vogliamo  dai  sintomi  di  affe- 
zione allo  stomaco ,  che  pia  comunemente  e  con  facilità  si 
riscontrano  al  primo  invadere  della  malattia. 

Circa  le  parti,  alle  quali  quel  principio  morboso  si  di** 
rigge  con  elettiva  tendenza,  0  delle  quali,  per  meglio  dire, 
ferisce  e  disordina  le  naturali  funzioni,  io  senza  passare 
in  revista  le  infinite  opinioni  de*  medici  su  tal  proposito , 
mi  limiterò  a  far  notare,  coinè  tra  ì  migliori  osservatori 
d' ogni  età  abbia  sempre  prevalsa  l' idea ,  che  le  parti  af- 
fette nelle  {ebbri  intermittenti  fossero  li  organi  destinati 
alla  digestione  e  nutrizione  ;  ventricoli ,  duodeno ,  fegato , 
milza  e  mesenterio;  Ecco  in  generale  }  visceri ,  che  i  sin- 
tomi da  prima  manifestano  lesi ,  e  poscia  le  sezioni  cada* 
veriche  dimostrano  alterati, 

Ed  assai  bene,  in  un  tempo  in  cui  si  cercava  render  ra- 
gione dei  fenomeni  delle  febbri  intermittenti  con  Fa- 


*0? 
«lotte  di  un  fluido  viscoso  e  velenoso  operante  sul  cervello,* 
lo  Scarpa  (6 io)  scriveva:  «  Veramente  tutto  ci  dimostra 
«  che  il  fomite  delle  febbri  intermittenti  sta  sul  ventricolo 
«e  sugl'intestini,  e  che  agisce  specialmente  sui  nervi 
«  addominali*  Ben  si  sa  come  tutti  i  rimedj  febbrifughi  é 
«  prima  di  tutto  operino  sulle  prime  vie,  e  pift  utili  e  piti 
a  certi  riescano  se  si  uniscano  ài  narcotici  :  E  ciò  altri-' 
«  menti  avvenire  non  può  posandosi  la  causa  morbosa  su-* 
«  gli  intestini  e  di  questi  irritando  i  nervi  in  maniera*  che 
«  speciali  e  sedanti  rimedi  si  richiedono,  S 

Venendo  alla  natura  o  carattere  della  palustre  malat- 
tia, io  non  parlerò  per  brevità  delle  passate'  opinioni  basate 
sulle  dominanti  teorie  $  teorie  però  che  infelicemente  noti 
partivano  che  da  pure  ipotesi ,  non  mài  da  fatti  patologici 
0  fisiologici.  Né  meno  poi  parlerò  della*  divisione  di  essa 
in  stenica  ed  astenica  *  come  quella  che  tròppo  vaga  ed 
incompleta  si  mostra  tanto  a  soddisfare  la  pura  curiosità 
del  medico  il  più  teoretico,  quanto  a  servire  d'appoggio  al 
pratico,  risultando  piuttosto  in  contraddizione  con  se  stessa 
al  letto  del  malato. 

In  un  tempo  in  cui  t  osservazióne'  e  V  anatomìa  patolo- 
gica hanno  con  gran  vantaggio  dell'  arte  di  guarire  sco- 
perto tanto  àmpio  il  dominio  di  quel  processo  morboso  noto 
sino  ai  medici  più  antichi ,  e  che  dicesi  infiammazione  , 
merita  Y  intrattenersi  sulla  nuova  opinione ,  che  riguarda 
come  d'indole  infiammatoria  la  febbre  intermittente. 

Il  Prof.  Broussais ,  pochi  anni  dopo  il  principiare  del 
presente  secolo,  mentre  in  Italia  e  molto  più  in  Germania 
si  erano  i  medici  volentieri  scostati  dall'  osservazione  ippo- 
cratica, e  si  amava  meglio  fabbricare  sistemi ,  ai  quali  far 
poscia  piegare  i  fatti,  Broussais,  dico,  prendendo  lodevole 


rg8 

mente  un'opposta  via,  gettò  le  fondamenta  di  una  nuova 
dottrina  sulle  leggi  dell'animale  organismo  sano,  su  quelle 
del  morboso,  e  sul  gran  principio  della  sede  delle  malat- 
tie già  indicatoci  dal  nostro  Morgagni  :  Ed  egli  ha  senza 
dubbio  sparsa  tal  luce  sulla  vera  natura  di  una  quantità 
di  affezioni  sempre  vedute,  non  mai,  come  dovevasi,  osser- 
vate, che  s'io  non  m'inganno,  dai  viventi  e  dai  posteri 
alla  solidità  della  scienza  ed  alla  utilità  della  pratica  af- 
fezionati, non  potrà  a  meno  di  venir  riguardato  il  Profes- 
sor francese  come  sommamente  benemerito  della  scienza 
nostra.  Non  così,  cred'io,  potrà  dirsi  circa  l'opinione  di  lui 
sulla  causa  prossima  delle  febbri  intermittenti.  Lusingato 
forse  l'occhio  suo  dalla  felicità  di  altre  ottenute  scoperte, 
ha  in  queste  febbri  tenuto  troppo  conto  di  certi  fenomeni, 
dato  un  men  che  giusto  valóre  a  certi  fatti,  e  veduta  tale 
analogìa  tra  di  essi  di  poterli  riguardare  non  in  grado,  non 
in  apparenza,  ma  in  vera  essenza  uguali.  Egli  ha  creduto 
scorgere  sintomi  d'infiammazione  del  tubo  alimentare  nelle 
febbri  periodiche,  e  non  ha  esitato  a  giudicarle  altrettante 
gastro-enteriti  (61 1).  Se  con  tale  maniera  di  considerare 
la  suddetta  malattia  ha  soddisfatto  alcuni ,  altrettanto  non 
avvenne  di  me.  Onde  io  intorno  a  ciò: 

i .°  Farò  prendere  in  considerazione  dai  lettori,  come 
mai  dare  si  possa,  che  infiammazioni  lievi  (quali  supporre 
dovrebbonsi  esistere  nelle  lievi  intermittenti)  non  meno  che 
infiammazioni  gravi  (quali  supporre  dovrebbonsi  esistere 
nelle  intermittenti  perniciose  coleriche,  pneumoniche  ec.) 
guarir  possano  ugualmente  con  qualche  pia  o  meno  valido 
febbrifugo,  il  che  accader  suole  infatti  e  si  verifica  da 
chiunque  ordinariamente,  e  nella  pratica  la  più  ovvia.  Né 
io  qui  ewtrerò  a  questionare  ed  a  giudicare  se  la  china 


*99 

sia  dotata  di  virtà  eccitante*  tonica  o  coti iras limolante*  ma 
dirò  essere  essa  tale  *  che  contro  infiammazione  alcuna  * 
non  può  assolutamente  tener  luogo  di  rimedio  antiflogi- 
stico. Oltre  di  che  non  so  come  mai  nella  cura  della  feb* 
bre  intermittente  escludere  si  possano  d'ordinario  i  rime* 
di  antiflogistici  e  tra  questi  le  cacciate  di  sangue,  mentre 
non  solo  quasi  mai  si  può  farne  senza  nelle  infiammazioni 
delli  organi  destinati  alla  digestione  e  nutrizione  per  ima 
pronta  e  completa  guarigione,  ma  delle  quali  egioco  forza 
il  confessare  V  efficacia  la  più  manifesta  e  riscontrare  in 
esse  il  più  diretto  e  pronto  giovamento. 

2.°  Farò  osservare  come  accader  possa  comunemente  una 
minima  mortalità  di  queste  febbri  trattate  coli' antico  ed 
ordinario  metodo  di  cura ,  e  cìiiederò  se  un  sì  felice  esito 
si  avrebbe ,  quando  si  trattassero  gravi  e,  concedasi  pur 
anco ,  lievi  malattie  infiammatorie  con  simile  metodo  di 
cura. 

3.°  Farò  riflettere  che  la  circostanza  dell'essere  inne- 
gabili i  risultati  o  prodotti  della  flogosi,  che  si  rinvennero 
ne'  cadaveri  di  cbi  perì  di  febbre  gialla  o  di  febbri  più  o 
meno  gravi  periodiche,  non  è  atta  a  provare  la  natura  ott- 
ginariamente  infiammatoria  di  tali  malattie;  primiera- 
mente, perchè  non  sempre  nelli  estinti  da  queste,  per  con- 
fessione delli  stessi  brossesiani  trovansi  i  prodotti  flogistici, 
i  quali  d'altronde  non  mai  mancare  dovrebbero  se  la  na- 
tura di  esse  fosse  per  se  infiammatoria,  come  mai  non  man- 
cano in  seguito  alle  encefaliti,  o  alle  pleuriti  mortali  ec; 
in  secondo  luogo ,  perchè  il  processo  dell'infiammazione 
potendo  precedere,  unirsi  e  tener  dietro  alle  febbri  succi- 
tate,  come  più  sotto  dirò,  qu e' prodotti  non  sono  in  fine, 
che  o  preesistenti  guasti,  o  conseguenze  necessarie  di  que- 


tiòo 

sta  complicazione  che  o  rese  la  miasmatica  malattia  più 

nociva  o  per  se  stessa  cagionò  la  morte. 

Alla  falsa  credenza  della  natura  infiammatoria  delle 
febbri  intermittenti  hanno  a  mio  giudizio  dato  luogo  due 
errori,  ed  una  verità  mal  interpretata.  I  due  errori 
consistono  nel  credere  identiche  le  febbri  continue  e  le 
intermittenti,  e  di  credere  che  l'infiammazione  sia  un  pro- 
cesso, il  quale  possa  talora  andare  soggetto  alla  intermit- 
tenza. La  verità  mal  interpretata  è  la  complicazione  dello 
stato  infiammatorio  colle  febbri  intermittenti.  Adunque  su 
questi  punti  importanti  non  posso  prescindere  di  fare  le 
seguenti  considerazioni:  e 

i.°  Circa  l'identità  perfetta  della  febbre  intermittente 
colle  continue  (612)»  Qualora  si  ammetta ,  ch'egli  non  è 
veramente  se  non  che  all'  unione  di  tali  e  tali  altri  sinto- 
mi, che  dato  venne  il  nome  dì  febbre,  ne  avverrà  che  tanto 
nel  morboso  stato  il  quale  chiamasiye£Z^e  continua ,  che 
nella  febbre  intermittente,  avendosi  un  eguale  disordine 
delle  ordinarie  funzioni,  una  uguale  insorgenza  di  moleste 
sensazioni ,  insomma  un' uguale  compage  di  sintomi:  non 
sarà  fuor  di  proposito  il  riguardare,  sino  ad  un  certo  pun- 
to, uguale  e  per  certo  lato  identico  lo  stato  morboso  rispet- 
tivo e  della  prima  e  della  seconda ,  e  si  Y  uno  che  l' altro 
esprimere  (giacché  legge  di  convenzione  lo  autorizza)  col 
nome  di  febbre.  Ma  quando  si  rifletterà  che  questo  stato 
patologico  dell'  organismo  animale  può  con  un  corredo  di 
medesimi  sintomi  ora  dinotare  una  specie  di  disordine  o 
alterazione  morbosa ,  or  altra  affatto  diversa  (quantunque 
apparentemente  uguale),  si  scorgerà  allora  quanto  necessa- 
rio egli  sia,  tanto  per  ottenere  una  perfetta  conoscenza  della 
lesione,  che  per  applicare  un'appropriata  cura,  il  non  con- 


siderale  la  febbre  se  non  che  qual  espressione  di  un  sof- 
ferimento,  qual  risultato  di  una  causa  tumultuante  o  quale 
effetto  periferico  di  un  centro  morboso,  e  meglio  sia  partire 
invece  da  altri  dati ,  che  meglio  possano  porci  al  possesso 
dei  due  surriferiti  vantaggi.  Havvi  tra  questi  dati  (e  nel 
caso  nostro  è  da  considerarsi  il  principale)  la  cagione  re- 
mota, la  quale  ha  dato  luogo  al  tumulto,  al  disordine,  in 
somma,  alla  febbre  sulla  quale  discorriamo.  Or  dunque: 
se  la  cagione,  che  sveglia  la  febbre  gialla  o  la  così  detta 
febbre  intermittente  è  specifica ,  particolare ,  diversa  da 
tutte  quelle  altre  cagioni  che  danno  moto  ad  ogni  altra 
malattia  ed  alle  febbri  continue:  O  in  altri  termini,  s'essa 
consiste  in  un  principio  deleterio  non  diverso  p.  e.  dal  con- 
tagio vacuoloso ,  il  quale  genera  una  malattia  diversa  da 
quella  che  si  ha  dal  contagio  della  rogna  o  da  altro:  non 
potrassi  mai  dire  chela  febbre  paludosa  decorrente  il  suo 
corso  sotto  la  massima  apparenza  di  continua  remittente  e 
di  subcontinua,  sia  uguale  ad  una  febbre  continua  mossa 
da  altre  cause.  La  prima  sarà  diversa  affatto  da  questa  sotto 
quel  tipo  tanto  analogo  e  somigliante  al  continuo ,  quanto 
lo  sarà  sotto  1'  altro  di  quartana  o  di  ottana  che  tanto  ne 
differisce  all'occhio  il  più  rozzo.  Di  più,  basterà  a  dimo- 
strare la  differenza  questo  solo  fatto  che  quella  corteccia 
peruviana  la  quale  è  necessaria  ed  utilissima  amministrata 
nel  tempo  di  attuale  piressia  in  una  febbre  subcontinua 
miasmatica,  non  giova  in  una  febbre  che  accompagna  un' 
epatite,  o  una  tisi  quantunque  si  riscontrino  in  esse  mar- 
catissime  remittenze  o  per  ■•meglio-  dire  anche  una  certa 
quale  intermittenza.  La  malattia  paludosa  adunque  è  spe- 
ciale ;  e  diversa  da  ogni  altra  sotto  qualunque  aspetto  si 
mostri,  come  quella  che  tien  dietro  al  morso  della  vipera 


202 

diversifica  dall'  altra  ctii  dà  luogo  il  veleno  idrofobico.  Né 
i  sintomi  di  sofferimento  e  di  reazione  (febbre)  comunque 
si  manifestino  nella  nostra  o  in  qualunque  altra  morbosa 
alterazione  uguali ,  potranno  e  per  origine  e  per  essenza 
renderle  tra  loro  identiche» 

a.°  Circa  la  questione  se  una  malattia  veramente  in- 
fiammatoria possa  andar  soggetta  ad  intermittenza,  io  pre-* 
metterò,  che  tosto  sciolta  essa  sarebbe  colla  risposta,  che  la 
malattia  miasmatica  e  palustre  essendo  una  malattia  sui 
generis  nata  da  causa  specifica  (come  risulta  da  quanto  si 
è  detto  nel  corso  dell'opera  e  soggiunto  qui  sopra),  essa 
non  sarà  mai  un' esenziale  malattia  infiammatoria,  come 
questa  non  diverrà  mai  malattia  miasmatica.  Infatti,  astra- 
zione fatta  dalle  complicazioni,  una  pneumonite  non  sarà 
mai  un  vajuolo,  né  questo  quella, 

Ma  siccome  si  è  preteso  che  una  infiammazione  possa 
intermettere ,  e  si  sono  arrecati  fatti  in  prova  ?  e  siccome 
questa  supposizione  potrebbe  trarre  i  con  se  un'  erronea 
diagnosi  e  un  dannoso  metodo  di  cura,  così  uopo  sarà  l'in- 
trattenersi su  questo  argomento.  Al  che  fare  però,  neces- 
sario è  da  prima  dividere  1'  assunto  in  due  tesi,  cioè  : 

a)  Che  le  pretese  infiammazioni  accompagnate  da  in- 
termittenza non  erano  vere  infiammazioni.  —  b)  Che  le 
intermittenze  diesi  credette  vedere  accompagnare  le  vere 
infiammazioni  non  erano  legittime  intermittenze. 

a)  Amo  credere  che  il  clinico  osservatore  e  sensato 
non  abbia  dubbio  sulla  vera  differenza,  che  passa  tra  un 
intenso  rossore  d'occhio,  tra  un  acuto  dolore  a  tutte  le  ar- 
ticolazioni, tra  una  cefalalgìa  fortissima,  sintomi  ^che  ac- 
compagnano talora  una  febbre  intermittente  ottalmica  > 
un'  artritica,  una  cefalica;  e  que' rossori,  dolori,  cefalalgie, 


203 

che  s*  associano  ad  un'ottalmite,  ad  un'  artrite ,  ad  un'  en- 
cefalite anche  le  meno  gravi:  E  ciò  non  solo,  ma  che  egli 
trovi  ben  diverso  altresì  il  dolore  puntorio  al  petto,  la  tos- 
se, l'ardore  interno,  i  dolori  all'addome,  il  sopore,  oppure 
il  furioso  delirio,  che  accompagnano  le  febbri  perniciose 
pleuritiche  o  peripneumoniche,  le  gastro-enteriche,  o  le 
frenitiche,  dalle  vere  péri  pne  unioni  e,  e  pleuriti,  dalle  ga- 
stro-enteriti, dalle  apoplessie  e  dalle  freniti.  E  veramente 
la  comparsa  de' mentovati  sintomi  comunque  spaventevoli 
senza  preceduto  corrispondente  mal  essere  o  senza  gradua- 
to aumento,  la  loro  breve  durata,  la  loro  cessazione  senza 
soccorso  o  rimedio  alcuno,  senza  rimanenza  di  susseguente 
lesione  di  funzioni  negli  organi  o  visceri  da  prima  tormen- 
tati (fenomeni,  tutti,  che  possono  anche  replicatamente 
comparire  e  sperdersi  da  se),  manifestano  chiaramente,  che 
non  era  un  processo  infiammatorio  quello  che  molestava 
l'occhio,  le  articolazioni,  il  cervello,  il  polmone,  il  ven- 
tricolo e  gl'intestini,  giacche  un'infiammazione  di  questi 
visceri  comunque  lieve  non  si  calma,  non  termina  mai  da 
se  così  rapidamente ,  non  lascia  così  libere  e  naturali  le 
parti  che  prima  ha  assalite. 

E  questa  una  verità  la  quale  sarà  sempre  caduta  sot- 
t' occhio  a  tutti  i  pratici,  ma  che  da  pochi  è  stata  presa  in 
considerazione  e  da  pochi  valutata  come  meritava.  Però 
una  tale  diversità  di  essenza  in  due  stati  patologici  somi- 
glianti non  è  sfuggita  a.  Guglielmo  Cappel  di  Gottin- 
ga (6i3)  ed  egli  infatti  così  si  esprime  su  tal  proposito: 
«  Quantunque  uomini  illustri  abbiano  menzionata  lapneu- 
monite  intermittente,  ed  in  alcun  modo  dubitar  non  si  possa 
che  furono  vedute  intermittenti  malattie  accompagnate  dai 
soliti  sintomi  di  pneumonite ,  pure  io  ardisco  negare ,  che 


ào4 

fossero  vere  pnetimonìtl  ì  ma  ritengo  eli1  esse  non  fossero 
che  congestioni  sanguigne  appena  appena  alteranti  la  strut- 
tura de*  polmoni  *  e  le  quali  accompagnano  il  movimento 
febbrile  e  col  cessar  di  questo  svaniscono.  »  Non  diversa- 
mente il  Prof.  Tommasini ,  che  riferisce  il  suddetto  passo 
in  appoggio  alla  sua  maniera  di  pensare  su  questo  oggetto? 
soggiunge  (6i4):  «  Ben  altro  è  infatti  che  sotto  Furto  va- 
scolare di  un'ardita  febbre  periodica  una  parte,  qualsiasi^ 
0  per  naturali  sue  disposizioni  o  per  precedute  malattie 
atteggiata  pia  delle  altre  allo  stimolo ,  s' ingorghi  tempo- 
rariamente  e  sia  affetta  da  superficiale  stimolo  doloroso: 
ben  altro  è  che  compisca  quel  profondo  turgore  di  fibre,  e 
quel  cambiamento  di  organiche  condizioni ,  in  che  il  vero 
processo  dell' infiammazione  consiste.  Nel  primo  caso  il 
turgore  o  lo  stimolo  della  parte  è  sintomatico  del  parziale 
processo  flogistico  \  e  può  bene  la  febbre  o  cessare ,  o  di-1 
minuirsi,  e  per  cento  condizioni  e  vicende  dell'  Universale 
manifestarsi  irregolarmente  ed  a  salti  :  ma  l' infiammazio-' 
ne,  che  è  base  della  malattia ,  sussiste  però  ferma  e  per- 
corre pia  o  men  lento ,  e  pia  o  men  vario ,  per  irregolari 
riaccensioni  il  non  interrotto  suo  corso.  »  Ed  io  volendo  qui 
per  ora  con  poche  parole  manifestare  la  mia  maniera  di 
vedere  e  di  pensare  in  proposito,  dirò  non  consistere  que' 
sintomi  che  in  una  pura  e  semplice  irritazione ,  non  mai 
in  un'  infiammazione  locale ,  benché  la  pia  mite.  Se  non 
veduta  dal  Prof.  P.  Frank  o  dal  Prof.  Tommasini,  occorse  a 
me  vedere  in  una  donna  una  febbre  intermittente  accom- 
pagnata di  pseudo-ottalmite  monocolare,  ma  la  riscontrai 
altresì  cessare  nel  tempo  dell'  apiressia  e  non  pia  ricom- 
parire posciachè  la  chinina  ebbe  impedito  il  ritorno  del 
tumulto  febbrile,  ne  scòrsi  rimanere  la  minima  lesione  al- 


205 

l'organo  stato  ripetutamente  ingorgato  di  sangue.  Mi  si 
presentò  in  una  giovinetta  un'artritide  alle  inferiori  estre- 
mità che  compariva  durante  l' accesso  di  una  terzana  ac- 
quistata  nella  Bassa-Lombardia ,  vedeva  però  i  dolori  cai* 
mati  nel  tempo  dell'  apiressia  e  vidi  ogni  cosa  permanette 
temente  troncata  dopo- 1'  uso  della  china. 

In  oltre,  chiamerassi  egli  stato  infiammatorio  quello  che 
in  una  subentrante  o  in  una  subcontinua  risulta  da  ar- 
dore insoffribile  interno,  da  sete  molesta,  da  smania,  da 
agitazione,  da  calore  cutaneo  accresciuto,  da  polsi  frequen^ 
tissjmi,  da  lingua  arida  e  rossa,  e  che  viene  nel  suo  com- 
plesso  calmato  o  tolto  dall'ingojata  corteccia  del  Perù  odal 
prezioso  alcaloide  ch'essa  somministra,  mentre  trova  ri« 
buttanti ,  oppressive  le  bevande  acquose  nitrate ,  oleose  o 
simili?  Chi  poc'anzi  sotto  acuti  dolori  limitati  aU'epiga* 
strio  o  estesi  a  tutto  l' addome,  sotto  eccessive  evacuazioni 
cbolériclie,  spasimava  e  trovavasi  ridotto  con  faccia  ippo- 
cratica, occhio  appannato,  estremità  fredde ,  polsi  piccoli , 
insomma  non  diversamente  di  quello  che  accader  suole 
nelle  infiammazioni  gangrenose  gastro-enteriche  ,  ora  ri» 
ceve  senza  esacerbazione  di  sintomi,  senza  molestia  al  veri* 
triodo,  ma  bensì  con  pronto  ristoro  e  permanente  vantag- 
gio, riceve,  dico,  qual  nuovo  divino  soffio  di  vita,  la  chini- 
na unita  all'oppio,  al  vino,  a  qualunque  acqua  la  pia  aro- 
matizzata. Né  l'utilità  del  salasso,  che  ilProf.Pucciuotti  ha 
con  gravi  e  molte  buone  autorità  dimostrato  (Gì 5}  essersi 
ottenuta  nelle  febbri  intermittenti  e  perniciose,  non  vale 
a  mio  giudizio  a  dimostrane  sempre  la  vera  presenza  di 
una  complicazione  infiammatoria;  tale  utilità  può  benissi- 
mo aversi  quando  la  pletora  o  angioidèsi  formi  una  com- 
plicazione di  tali  febbri.  Se  poi  le  febbri  che  vengono  de- 


ao6 

state  da  vere  infiammazioni  possono  prendere  il  tipo  inter- 
mittente o  periodico,  perchè  in  molte,  anzi  moltissime  bron- 
chitidi,  pleuritidi,  pneumonitidi ,  le  quali  in  alcuni  paesi 
sono  solite  dominar  sin  anche  epidemicamente  nell'inver- 
no, perchè  una  sola  tra  di  esse  non  ne  succede  coi  carat- 
teri di  una  febbre  intermittente  pleuritica,  pneumonica 
periodica  semplice  o  perniciosa? 

I  fatti  adunque  di  febbri  intermittenti  pneumoniche, 
gastralgiche,  ottalmiche  miti  o  gravi,  benigne  o  perniciose 
esistono,  ma  non  esiste  parimenti  flogosi  di  ventricolo,  di 
polmone ,  di  occhi  in  un  con  esse.  Queste  parti  non  sono 
allora  che  in  uno  stato  di  passaggiero  turgore  sanguigno, 
di  esaltamento  nervoso ,  di  disordine  di  funzioni.  Un'in- 
fiammazione vera,  legittima  non  viene  a  salti  replicati  la- 
sciando sano  il  malato  tra  i  medesimi,  interessa  con  mi- 
nore o  maggiore  rapidità  di  corso ,  e  piti  o  meno  profon- 
damente i  tessuti  organici,  ma  sempre  in  modo  di  esiggere 
uu  tempo  piti  lungo  di  quello,  da  cui  risulta  un  parossismo 
di  febbre  intermittente,  per  diminuire;  il  che  pure  accader 
non  suole  rapidamente.  I  sintomi  numerosi  e  gravi  di  una 
minacciosa  infiammazione  potranno  venir  mitigati ,  o  tron- 
cati ben  presto  dall'arte,  ma  uguali  sintomi  che  accompa- 
gnano una  perniciosa  cederanno  da  se  prestissimo  senza  il 
soccorso  di  essa.  Neil'  infiammazione,  se  prontamente,  cioè 
sul  bel  principio ,  colf  arte  non  si  porta  un  bastante  soc- 
corso, se  cioè  col  levare  il  sangue ,  col  calmar  la  violenza 
del  sistema  arterioso  non  si  toglie  anche  il  motivo  di  rea- 
zione, e  l' alimento  al  di  lei  processo,  le  parti  lese,  se  non 
guaste,  rimangono  però  capaci  di  rammentare,  o  all'occhio 
del  medico  o  al  senso  del  malato ,  un  disordine  almeno  di 
funzione,  un'alterato  modo  di  essere,  un  cambiamento  di 
condizione  nelle  parti. 


207 
Il  Prof.  Tommasini  mercè  quell'acuta  vista  fìsio-pato- 
logica  e  quel  genio  medico  che  lo  harmo  sempre  condotto 
nella  sua  lunga  pratico-teorica  carriera  ad  esplorare  i  fatti 
con  finissimo  tatto,  ed  a  stabilire  con  giustissima  logica  i 
veri  principi  di  una  dottrina  flogo-patologica  che  formerà 
un'epoca  delle  pia  importanti  nella  Storia  dei  progressi 
della  Medicina,  il  Prof. Tommasini, dico,  sin  prima  deli 820 
neìle  sue  Lezioni  cliniche  all'Università  di  Bologna  aveva 
manifestati  (616)  i  suoi  pensieri  sull'incompatibilità  del- 
l'intermittenza  nelle  malattie  infiammatorie,  e  sette  anni 
dopo ,  di  nuovo  s' intrattenne  sullo  stesso  argomento  onde 
ribattere  la  contraria  opinione  nuovamente  chiamata  in 
campo  da  qualche  francese  (617).  Una  tale  tesi  quantun- 
que trattata  magistralmente  ed  in  tal  modo,  che  ben  re- 
stìo al  buon  senso  ed  al  linguaggio  de'fatti  pratici  sarebbe 
colui  che  non  ne  rimanesse  persuaso,  pure  nuovamente  e 
da  poco  tempo  è  stata  fatta  dal  Dott.  Ridolfi  di  Pisa  l'og- 
getto di  una  speciale  Memoria  (618).  E  lode  pure  a  ciò 
sia;  poiché  quantunque  e  i  fatti  sempre  ugualmente  si  of- 
frano alli  occhi  di  chiunque,  e  quantunque  li  insegnamenti 
dell'  illustre  Professore  parmigiano  non  possano  senza  col- 
pa essere  ignorati,  pure  utile  è  assai,  che  in  mezzo  agli 
allucinamene  ed  agli  strepiti  cagionati  da  succedenti  me- 
diche teorie;  di  tanto  in  tanto  siavi  chi  pietoso  all'onore 
dell'  arte,  ed  ai  bisogni  dell'  umanità  iudichi  la  retta  via 
all'osservare,  al  distinguere,  ed  al  ben  ragionare:  non  che 
rivendichi  e  discopra  le  verità  nascoste  ed  offese. 

Ma  veniamo  ora  all'  altro  punto,  cioè  : 

b)  Che  le  intermittenze  che  sì  credettero  accompa- 
gnare le  vere  infiammazioni }  non  erano  legittime  in* 
termittenze . 


208 

Non  dubbie  infiammazioni  o  per  la  qualità  delle  parti 
affette  o  per  gli  esiti,  ai  quali  desse  sono  passate,  o  per 
circostanze  meno  note  hanno  nel  loro  corso  calme  e  rin- 
novazioni febbrili  che  alcuni  medici,  o  per  semplice  in- 
ganno o  per  vista  da  particolari  principj  preocupata,  hanno 
sostenuto  essere  le  medesime  associate  a  intermittenza  o 
piìi  chiaramente  a  febbre  intermittente. 

Quando  però  noi  passiamo  in  rivista  i  casi  ch'eglino 
riferiscono  a  conferma  di  loro  opinione,  troviamo  esser  ben- 
sì questi  della  natura  di  quelli,  che  a  noi  pure  non  occor-* 
sero  in  piccol  numero  nella  pratica;  ma  non  dimentichia- 
mo che  que'  casi  ci  hanno  invece  mai  sempre  dimostrato 
come  tale  intermittenza,  ora  non  era  che  1'  effetto  di  una 
reazione  universale  (febbre)  destata  da  una  località  (rea? 
zione ,  che  a  norma  dell'  azione  mite  o  forte  dello  stimolo 
locale  tendente  a  svanire  oad  avanzare,  si  destava  o  si  as- 
sopiva);  ed  ora  non  era  che  una  semplice  remissione  di 
febbre  o  forse  un  semplice  temporario  riposo  di  un  proces- 
so flogistico  suppurativo ,  ulceroso  o  carioso.  Infatti  nelle 
acute,  e  profonde  infiammazioni  dell'orecchio  e  sue  parti 
circonvicine  non  raro  è  il  manifestarsi  di  quando  in  quan- 
do una  rinnovazione,  quasi  direi,  di  malattia  con  invasione 
a  freddo  ec.  allorché  la  malattìa  sembrava  già  risolta:  Cosi 
in  un'osservazione  di  Comparetti ,  che  servì  ad  Itard  per 
sostenere  l' intermittenza  nelle  infiammazioni  ;  al  malato , 
il  quale  aveva  un  dolore  intensissimo  al  meato  uditorio  e 
al  lato  destro  della  testa,  e  fu  per  moltissimo  tempo  sotto- 
posto a  febbre,  che  si  trattò  con  salassi,  indi  colla  china 
pel  suo  aspetto  intermittente,  comparve  dopo  qualche  anno 
nel  fondo  dell'  orecchio  un  tumore  che  tramandava  ma- 
teria purulenta  e  fetida  (619).  E  l'Autor  francese  un*  a- 


aog 

naloga  propria  ne  riferisce  unitamente  a  quelle  d'altri  ; 
in  esse  però  ben  si  scorgono  infiammazioni  di  orecchie,  di 
meningi  ec.  accompagnate  da  febbre  che  lasciava  simulate 
intermittenze.  Anche  le  epatiti  presentano  frequentemen- 
te un'aspetto  in  tal  senso  ingannevole.  Ma  a  che  andare 
qua  e  là  ricercando  esempi  di  tal  sorta  ?  Pur  troppo  ci  oc- 
corre ogni  dì  osservare  tisi  polmonari  confermate  nelle 
quali  ad  uno  stato  oggi ,  contrassegnate  da  relativa  calma 
ne*  polsi,  da  pallore  alle  gote,  da  freschezza  alla  pelle,  da 
mancanza  di  tosse;  dimani  tien  dietro,  preceduto  da  freddo, 
uno  stato  a  quello  opposto  o  per  meglio  dire  apertamente 
febbrile,  che  si  ammansa  lasciando  il  malato  nuotante  nel 
proprio  sudore.  E  quantunque  questo  fenomeno  succeda 
molte  volte  nel  decorso  della  fatai  malattia,  diremo  noi 
ch'esso  sia  l'espressione  di  un'intermittenza,  l'effetto  di 
un'associata  e  subentrata  febbre  intermittente?  Tanto  nei 
casi  riferiti  da  prima  che  in  quest'ultimo  non  si  osserva, 
come  dissi ,  che  una  relativa  calma  di  polsi ,  però  questi 
mai  nello  stato  naturale,  mai  la  periodicità ,  mai  le  orine 
laterizie,  mai  quell'aspetto  di  salute  che  l'infermo  dimo- 
stra nei  giorni  di  apiressia,  finalmente  mai  giovamento  da 
alcun  così  detto  rimedio  febbrifugo,  e  dalla  corteccia  stessa 
peruviana. 

Adunque  tale  catena  irregolare  di  parossismi  non  è  che 
r  effetto  di  rinnovamento  di  pia  acuti  lavori  flogistici  in 
un  nuovo  organo  o  in  una  nuova  provincia  dello  stesso  or- 
gano; mentre  non  sono  terminati  i  precedenti.  I  vari  acces- 
si óra  appena  incominciati  o  acerbi ,  or  perfetti  o  maturi , 
le  raccolte  di  fibrina  qua  molle,  là  più  indurita,  le  mem- 
brane morbose  qua  lievi  e  sottili,  là  forti  e  quasi  tendinee 
che  dimostrano  una  diversa  loro  età,  le  ulceri  di  maggiora 

«4 


aio 

o  minore  ampiezza  e  profondità  che  trovansi  su  di  uno 

stesso  individuo  morto  per  ben  conosciuta  polmonite,  epa- 
tite ec.  o  per  falsamente  caratterizzata  febbre  intermit- 
tente, sono  tutti  risultati  morbosi  che  formano  per  conferma 
e  per  dimostrazione  di  quanto  qui  sopra  ho  detto  ,  un  tal 
linguaggio,  e  tale  prova  che  ben  è  sordo  chi  non  l'intende, 
e  duro  chi  non  si  spiega. 

3.°  La  combinazione  di  uno  stato  infiammatorio  del- 
l'organismo animale  e  della  febbre  miasmatica  è  bensì 
innegabile ,  ma  non  un  fatto,  che  possa  dimostrare  e  con- 
fermare la  natura  flogistica  della  malattia  in  discorso.  Ed 
anzi,  l'accadere  della  loro  unione  e  il  modo  con  cui  si  fa, 
dimostra  ancor  meglio  l' indole  o  essenza  loro  diversa.  In 
fatti  la  pratica  con  numerosi  casi  c'insegna  che  molte  ma- 
lattie infiammatorie  possono  precedere  ed  associarsi  alli 
morbosi  effetti  dell'impressione  del  miasma  paludoso  :  che 
può  la  febbre  eccitata  da  questa  fondersi  in  quella  pree- 
sistente flogistica,  ma  che  in  questi  casi ,  vinta  colli  ordi- 
nar] sussidj  l'infiammazione,  vinta  non  è  parimenti  la  feb- 
bre miasmatica,  che  mostrasi  semplice  a  chiaro  aspetto  e 
si  lascia  combattere  p.  e.  dal  solfato  di  chinina.  La  febbre 
intermittente  altre  volte  succede  a  malattia  infiammatoria 
terminata  come  alle  peritoniti ,  alle  pneumoniti  ec.  oc- 
corse in  autunno.  Ho  veduto  gravi  infiammazioni  di  petto 
venir  susseguite,  in  quella  stagione,  da  legittima  febbre 
intermittente ,  e  venir  troncata  prestissimo  la  subentrata 
malattia  colla  cura  che  le  si  compete  senza  esacerbazione 
ale  uà  delle  pregresse  superate  flogo:?.  Ho  veduto  recen- 
temente in  un'individuo  che  aveva  superata  una  lunga  e 
grave  artritide,  comparire  una  doppia  terzana  (per  essere 
la  stagione  e  il  luogo  a  ciò  favorevoli),  la  quale  ultima 


aiti 

malattia  sotto  li  accessi  forti  e ,  più  eh'  era  lecito  permet- 
tere, prolungati,  non  risvegliò  nel  minimo  grado  V  infiam- 
mazione articolare  da  poco  tempo  cessata.  E  veramente  io 
ritengo  che  il  succedere  di  questi  casi  della  febbre  inter- 
mittente sia  «ffetto  della  subentrante  azione  del  miasma, 
noirgià  come  vuole  il  Dott.  Ridolfi,  perchè  la  causa  che 
ha  destata  l'infiammazione  abbia  agito  su  quella  parte  del 
cisterna  nervoso  sulla  quale  è  solilo  agire  il  miasma  palu- 
doso. Se  così  fosse  avressimo  con  maggiore  facilità  febbri 
intermittenti  con  infiammazioni  dominanti.  E,  dato  tal  mo- 
do di  operare  della  flogosi  o  tale  specie  di  causa  d' inter- 
mi itenza,  si  dovrebbe  allora  ammettere  una  febbre  vera- 
mente infiammatoria  intermittente,  ciò  che  lo  stesso  signor 
Ridolfi  giustamente  non  vuole  concedere. 

Oltre  questi  semplici  modi  di  complicazione  non  è  raro 
il  vedere  quell'altro  pia  comune,  in  cui  gli  ammalati  offesi 
dai  primi  assalti  della  febbre  miasmatica,  offesi  replicata- 
mente  dalle  sue  recidive,  offesi  da  cure  empiriche  irragio- 
nevoli ed  esacerbanti ,  offesi  dalla  rigida  temperatura  che 
tien  dietro  all'autunno,  offesi  dalla  trascurarla  di  vìguardi 
igienici  sono  presi  da  bronchiti,  da  epatiti,  da  spleniti  ec. 
tutte  lente.  E  qui ,  benché  le  infiammazioni  e  la  febbre 
intermittente  camminino  unite,  esse  sono  di  tal  natura  di 
aggravarsi  a  vicenda,  di  non  sentire  l'efficacia  dei  rispet- 
tivi soccorsi  terapeutici  altre  volte  rapaci  a  combatterle,  e 
ciò  a  cagione  degli  esiti  e  delle  legioni  nei  tessuti  o  diffi- 
cilmente sanabili  o  già  incurabili  (620). 


aia 

CAPO      XIV. 

Conchiusione  sulla  vera  natura  della  malattia 
o  febbre  palustre* 

Nella  febbre  paludosa  tanto  sotto  la  forma  di  febbre 
gialla ,  cbe  sotto  quella  di  remittente  o  intermittente  co- 
mune non  parmi  altro  scorgere ,  che  una  pura  malattia 
d'irritazione  (irritazione  nel  senso  però  da  me  concepita 
Benza  servitù  all'altrui  opinione),  un  tumulto  prodotto  nel- 
1'  organismo  animale  da  un  principio  estraneo  e  nocivo , 
velenoso,  inassimilabile,  cbe  penetrato  per  qualunque  siasi 
strada,  esercita  l'azione  sua  sul  centro  del  sistema  nervoso 
degli  organi  cbe  servono  alla  digestione  ed  alla  nutrizione» 
Cbe  tale  affezione  sia  limitata  per  lo  più  ed  originaria- 
mente ad  un  puro  sconvolgimento  e  non  ad  una  lesione 
ed  alterazione  profonda  di  tessuti ,  è  provato  da  ciò ,  cbe 
talora  cessa  da  se ,  e  talora  sotto  un  rimedio  qualunque 
disturbante,  e  cbe  questa  malattia  può  durare  lunghissimo 
tempo  indi  cessare  o  da  se  o  per  arte  senza  lasciare  gli 
effetti  di  un'acuta  o  di  una  lenta  flogosi.  Che  poi  il  mia- 
sma paludoso  non  alteri  gli  umori  animali  è  da  credersi , 
poiché  nelle  genuine  febbri  intermittenti  non  riscontrasi 
crosta  infiammatoria  sul  sangue ,  non  si  ha  guarigione  né 
da  copiosi  sudori,  né  da  abbondanza  di  orine  sedimentose, 
ne  da  tumori  ghiandolari  o  di  altra  natura ,  strade  tutte , 
per  le  quali ,  come  alcuni  sono  portati  a  credere ,  potreb- 
bonsi  eliminare  le  materie  morbose  introdotte  ed  ospitanti 
negli  umori. 

Tale  però  e  così  certa,  vorrei  pur  dire,  è  l'azione  eser- 
citata elettivamente,  e  primitivamente  dal  veleno  palustre 


2l3 

sul  centro  del  sistema  nervoso  gastro-enterico,  che  né  col- 
T  intercorrente  decorso  eseguito  da  un  morbo  contagioso , 
come  vajuolo,tifo  petecchiale,  o  simile,  né  col  levarsi  della 
pletora  sanguigna,  né  coll'eleminare  le  materie  depravate 
gastriche ,  biliose  ec. ,  né  col  vincersi  della  flogosi  la  spe- 
cifica alterazione  nerveo-morbosa  non  é  vinta  o  risanata 
del  pari,  ma  dissipata  la  tempesta  delle  complicazioni  essa 
innalza  di  nuovo  il  suo  capo,  mostra  chiara  la  sua  presenza 
e  chiama  la  cura  che  le  è  dovuta  (621).  In  oltre  che  il 
miasma  palustre  offenda  specificamente  una  provincia  del 
sistema  nervoso  fu  già  creduto  ed  asserito  da  altri.  Così 
G.  H.  Thilow  (622)  riscontra  la  cagione  materiale  delle 
febbri  intermittenti  in  un'  affezione  del  plesso  solare ,  cui 
succede  un'alterazione  ne'  sughi  gastrici.  In  un'irritazione 
del  sistema  nervoso  gangliare  addominale  e  specialmente 
del  par  vago  vedono  la  causa  prossima  di  quella  malattia 
Jourdain  (623),  Giovanni  Strambio  (624)  e  Giuseppe  Ber- 
retta (625).  E  tal  opinione  può  trovarsi  ben  appoggiata 
anche  a  ciò:  i.°  Che  il  repentino  ed  imponente  sconvol- 
gimento delle  funzioni  del  tubo  alimentare  e  l'alienazione 
temporaria  della  mente  che  hanno  luogo  nella  febbre 
gialla  0  nelle  nostre  febbri  perniciose ,  é  analogo  bensì  a 
quello  che  tien  dietro  all'  azione  di  sostanze  velenose  in- 
trodotte nel  ventricolo,  e  che  dissipasi  anche  prontamente 
sotto  i  dovuti  soccorsi ,  e  non  alle  alterazioni  0  processi 
morbosi ,  che  attaccano  la  tessitura  profonda  degli  organi , 
come  le  flogosi  acute  0  lente  del  ventricolo,  del  fegato  ec. 

2.0  Che  il  tipo  intermittente, il  quale  perlopiù  assume 
questa  malattia  è  proprio  anche  di  altre  affezioni  nervose. 

3.°  Che  la  durata  per  mesi  ed  anni  di  una  febbre  pe- 
riodica non  altera  talora  affatto  né  Y  aspetto ,  né  le  fun- 


»i4 

«ioni  naturali  di  un  individuo  :  e  se  alcuna  conseguenza 
finalmente  riscontrasi  in  qualche  viscere,  essa  è  tale,  che 
si  dissipa  con  rapidità  sotto  mutazione  di  cielo  o  di  cir- 
costanze. 

4«0  Che  una  commozione  morale  ha  prodotto  non  di 
rado  una  malattia  rinovantesi  a  periodi. 

5.°  Che  i  mezzi  varj  ed  opposti,  mercè  li  quali  la  no- 
stra malattia  viene  curata,  depone  in  favore  della  mia  opi- 
nione (626).  Infatti  noi  troviamo ,  che  cambiamenti ,  0  al- 
terazioni nella  mente,  0  nella  fantasia  hanno  bastato  per 
guarire  ostinate  intermittenti.  Plinio  racconta  (627)  che 
Fabio  Massimo  guati  della  quartana  in  battaglia.  Narra 
il  Foresto  (628)  guarigioni  ottenute  colla  musica.  Tra  i 
rimedi  mentali  sta  il  famoso  cartello  di  Sereno  Samonico 
(629),  cui  si  può  aggiungere  l'uso  (però  adesso  non  troppo 
generale),  che  si  ha  in  Lombardia  di  portarsi  ad  accattare 
agl'altrui  porta,  onde  col  rossore  e  la  vergogna  troncare 
ostinate  febbri  periodiche.  Dalla  paura  si  ottenne  pure , 
che  queste  si,  dissipassero  (63o);  e  su  questo  proposito 
degno  di  essere  riferito  è  quanto  scrive  il  sig.  Lafont-Gouzi 
(63i):  «Nel  Dipartimento  dell' Ariége,  che  mi  badato 
i  natali,  ho  molte  volte,  dic'egli,  udito  parlare,  essendo  al- 
lora nell'infanzia,  di  cure  di  febbri  intermittenti  ottenute 
per  un'emozione  provata  nel  porsi  a  cavallo  di  un  orso  0 
di  un  cammello...  Ho  letto,  mi  sembra  nel  Giornale  di 
Medicina  di  Vandermonde  la  seguente  Storia  che  è  assai 
interessante.  Un  Ammiraglio  trovandosi  da  lungo  tempo 
attaccato  da  una  febbre  intermittente,  che  erasi  mostrata 
refrattaria  a  molti  rimedi,  il  medico  curante  pensò,  che 
mettendo  in  gran  moto  il  suo  spirito  poco  prima  dell'  ac- 
cesso avrebbe  forse  potuto  ottenere  di  impedirlo.  In  questo 


ai5 

tempo  giunse  la  relazione  di  una  battaglia  navale,  e  dopo 
averla  letta ,  il  medico  si  propose  di  trarre  da  essa  partito 
per  conseguire  il  suo  intento.  Portatosi  perciò  a  vedere 
l'Ammiraglio  poco  tempo  innanzi  l'accesso,  fece  cadere 
il  discorso  su  questa  battaglia,  della  quale  era  già  al  fatto 
il  malato.  Questo  disse  intorno  ad  essa  il  suo  parere,  che 
il  medico  ad  arte  finse  di  non  approvare.  Tosto  nacque 
una  viva  disputa  fra  di  loro,  e  riscaldatosi  fortemente  l'Am- 
miraglio dette  dello  stravagante  al  medico,  che  pretendeva 
di  parlare  di  un'  arte  ad  esso  straniera  e  gì'  impose  di  al- 
lontanarsi dal  suo  cospetto.  Il  medico  allora  guardò  l'oro- 
logio, e  vedendo  che  Torà  dell'accesso  era  scorsa,  annun- 
ziò all'Ammiraglio,  che  la  febbre  erasi  dileguala,  e  gli 
spiegò  il  motivo  per  cui  aveva  fatto  nascere  questo  vivo 
contrasto.  La  febbre  più  non  comparve.  » 

<(  Il  signor  H...  narrommi,  dice  Stoll  (632),  d'essersi 
liberato  da  una  febbre  intermittente  colPaver  rivolta  tutta 
la  sua  attenzione  ad  un  buffone,  che  aveva  seco  a  mensa 
nel  tempo  appunto  del  parossismo,  cosi  l'ora  passò  senza 
esserne  assalito  »  (633). 

I  rimeuj  i  più  coutràdditorj  otlenero  ugual  vanto.  Si  sa 
quanti  lodano  alle  stelle  qualche  straordinaria  ubbriac- 
chezza,  o  crapola  per  aver  loro  guarita  una  febbre  perio- 
dica lunga  e  pertinace,  mentre  in  altri  l'astinenza  e  l'os- 
servanza rigorosa  di  una  sana  dieta  fanno  sparire  li  acces- 
si periodici  o  preservano  da  moleste  recidive.  Certo  Han- 
cok  inglese  pose  l'acqua  trai  più  valenti  febbrifughi  e 
stampò  una  Dissertazione  ,  il  cui  titolo  fu  77  gran  feb- 
brifugo (634).  In  opposizione  a  questa  semplicità  di  cura 
vengono  rimedi  rinomati  per  la  loro  eccelsa  facoltà  vele- 
nosa p.  e.  l'arsenico  usato  contro  le  dette  febbri  dai  con» 


ai6 

tadini  e  dagli  ebrei  lituani  (635)  e  proposto  da  Barton, 
Pearson ,  Brera ,  Fodere  ec.  (636)  ed  il  fosforo  adoperato 
da  alcuni  medici  di  Vilna  (637). 

Ben  egli  è  noto  quanto  gli  emetici  ed  i  purganti  rimedi 
corrispondono  talora  nella  cura  di  tali  infermità,  e  ben  è 
noto  come  all'  opposto  siasi  vantata  la  febbrifuga  virtù  di 
sostanze  nutrienti  ed  omogenee  all'uomo  come  la  ittiocol- 
la, il  glutine,  la  gelatina  animale  (638). 

Cedettero  febbri  intermittenti  al  vino  e  suo  spirito  come 
al  cremor  di  tartaro  ed  al  nitro. 

Tra  i  mezzi  alteranti,  sconvolgenti,  disturbanti,  trovia- 
mo, che  il  salasso  fu  lodato  nelle  febbri  intermittenti  dagli 
antichi  medici  (639),  non  sprezzato  anche  dai  moder- 
ni (64o)  ed  a  nostri  giorni  stessi  richiamato  all'  uso  (spe- 
cialmente nello  stadio  del  freddo)  dalli  signori  Makinthosh 
e  Riddway,  pratica  de'  quali  venne  pur  da  altri  tentata 
(640-  Fra  l'utilità  delle  irritazioni  esterne  Luigi  Visone 
(642)  accenna  come  Seneca  stesso  conoscesse,  che  la  quar- 
tana poteva  essere  guarita  colla  flagellazione  ;  e  le  allac- 
ciature furono  lodate  già  da  Alessandro  Tralles  (643)  e 
usate  dal  popolo  nel  Paese  di  Galles ,  in  Normandia  e  in 
Russia,  non  che  proposte  anche  a'  dì  nostri  (644)*  Narra 
lo  Stoll  (645)  che  gli  Ungaresi  ammaccano  un  erba,  che 
chiamano  Gutya  Rapon  (646)  e  questa  posta  al  cubito 
0  al  carpo  per  ventiquattrore  fa  nascere  una  benefica  ve- 
scica capace  di  impedire  il  ritorno  del  parossismo.  A  tale 
oggetto  e  nello  stesso  modo  si  usa  nel  Milanese  ed  in  Sve- 
zia la  radice  del  Ranunculus  Jlammula  e  del  R.  acris  L. 
In  Inghilterra  si  attribuì  la  facoltà  febbrifuga  al  linimento 
volatile  applicato  al  garetto  (647). 

Finalmente  se  il  bagno  freddo,  il  quale  prima  che  ve- 


21  7 
nisse  proposto  dal  Dott.  Gianini  era  stato  lodato  dallo  Cnof- 
fel  (648)  ed  accennato  da  Stoll  (649),  fu  vantato  qual  feb- 
brifugo ,  non  minor  lode  venne  tributata  al  bagno  caldo 
dal  Dott.  Prospero  Gassaud ,  poiché  egli  ne  fu  replicata- 
mente  corrisposto  contro  febbri  intermittenti  ribelli  alla 
china  ed  ai  6uoi  preparati  (65 o). 

6.°  Anche  l'azione  di  cui  godono  i  rimedi,  che  comu- 
nemente vengono  posti  in  uso  e  soddisfano  nella  cura  delle 
febbri,  delle  quali  si  parla,  manifesta  chiaramente  essere 
l'affezione  propria  de'  nervi  e  stare  sul  sistema  chilopoie- 
tico  la  sua  sede;  Gli  amari,  sieno  poi  essi  di  virtù  soltanto 
energica,  forte  ed  alterante,  oppure  stomatica,  omogenea 
e  tonica,  sono  que'  farmaci,  che  in  generale  convengono  e 
tra  noi  si  usane.  Infatti  se  la  malattia  non  ha  sul  suo  prin- 
cipio un  aspetto  pernicioso  e  tale  da  minacciare  in  breve 
la  vita  (il  che  succede  assai  di  rado)  onde  convenga  dar 
di  piglio  senza  perdita  di  tempo  alla  china,  ma  presa  in- 
vece abbia  la  forma  delle  comuni  remittenti  0  intermit- 
tenti; posciachè  tolte  sono  con  appropriati  e  sufficienti  mez- 
zi le  complicazioni  pletoriche ,  gastriche  0  infiammatorie 
(che  assai  difficilmente  mancano) ,  si  passa  ad  esperimen- 
tare i  meno  forti  e  meno  energici  rimedi  amari,  per  salire, 
in  caso  di  resistenza  del  morboso  0  d' inefficacia  di  essi , 
ai  più  potenti  ed  a  quelli  di  una  virtù  più  sicura  ;  ed  alla 
testa  di  essi  marcia  la  china  sotto  quelle  di  lei  prepara- 
zioni che  sono  più  opportune  ed  indicate  sì  per  l' indivi- 
duo, che  per  la  loro  forma  e  forza. 

Arrivato  il  discorso  a  questo  punto  io  non  posso  a  meno 
(e  sia  ciò  pur  anco  per  digressione)  di  far  riflettere  su  tal 
proposito:  i.°  come  la  natura  con  mano  benefica  abbia 
sparso  sul  suolo  d'ogni  paese  i  farmaci  che  nella  genera-* 


sui 

lità  dei  casi  bastar  possono  alla  cura  delle  febbri  paludose 
(65 1)  e  come  non  sia  forse,  che  da  attribuirsi  alla  vanità 
umana  e  ad  un  certo  amore  per  le  cose  forestiere ,  rare  e 
costose  quello  di  andar  qua  e  là  ricercando  rimedi  di  lon- 
tana provenienza  o  l'accettarli  con  trasporto  e  superficia- 
lità. E  a  vero  dire  se  sono  tra  noi  bastanti  il  salice,  il  tri- 
foglio librino,  l'assenzio,  la  centaurea  ec.  ec.  osimili  far- 
maci semplici  ed  indigeni,  a  che  fine  chiamare  d'oltre- 
mare l'angustura ,  la  serpentaria,  la  cascarilla,  la  china 
bicolorata  ec?  2.0  come,  abbenchè  per  il  miglioramento 
nell'arte  di  ragionare  e  buon  senso  del  volgo  stesso  ,  si 
sieno  abbandonate  certe  ripugnanti  medicine  quali  erano 
lo  sterco  di  cane,  di  uccelli ,  di  porco,  i  ragni,  i  cimici, 
il  cranio  umano  ec,    pure    possedendo  noi   febbrifughi 
innocui,  comuni  e  di  lieve  prezzo,  gran  male  quello  sia  di 
appositamente  porre  a  tortura  il  cervello,  onde  trovarne  e 
porne  in  pratica  alcuni  altri  violenti,  pericolosi  erari, 
quali  sono  la  noce  vomica,  la  fava  di  S.  Ignazio,  l'oppio, 
l'agarico  muscario,  la  morfina  e  simili;   3.°  come,  anzi 
alle  sostanze  febbrifughe  nostrali  il  medico  pratico  coi 
ripetuti,  estesi  e  ragionati  suoi  esperimenti,  e  il  farmaci- 
sta-chimico colle  sue  analisi  e  composizioni  dovrebbero  ri- 
volgere ogni  loro  sapere  e  sforzo,  onde  rinvenire  un  ne- 
cessario e  desiderato  succedaneo  alla  peruviana  cortec- 
cia ;  4*°  come  confessare  sia  forza  non  potersi  sino  ad  ora 
far  senza  di  questa  sostanza  nella  pratica  medica  e  come 
altrettante  vane  ed  inconcludenti  siano  state  le  ragioui  di 
coloro,  che  escludere  la  vollero  dall'uso,  quanto  false  ed 
erronee  le  traccie  colle  quali  si  volle  mover  dubbio,  0  ne- 
gare la  di  lei  efficacia  e  virtù.  E  certamente  quant'  onta 
da  un  ragionare  mal  basato  e  dalle  liti  de'  medici  n'ebbe 


219 

la  scienza  a  questo  riguardo  senza  dubbio  altrettanto  van- 
taggio avrebbe  essa  tratto  da  ben  uniti  sforzi,  che  tutti  fos- 
sero stati  diretti  a  precisare  i  veri  casi,  le  opportune  cir- 
costanze, e  il  giusto  tempo,  che  l'uso  di  questo  farmaco 
divino  richiedono  (652);  5.°  come,  se  errore  e  dannoso 
è  il  volere  escludere  questa  sostanza  per  titolo  di  siste- 
ma o  di  economia,  non  meno  erroneo  e  dannoso  si  è  Io 
chiamarla  troppo  presto  e  frequentemente  all'uso,  poiché 
se  nel  primo  caso  si  crede  di  poter  produrre  risparmio  nel- 
le spese  farmaceutiche  p.  e.  degli  spedali,  queste  in  real- 
tà vengono  rimpiazzate  da  maggior  tempo  voluto  per  la 
cura,  al  che  si  aggiunge,  che  la  vita  di  alcuno  può  servire 
di  sacrificio  all'ara  del  sistema  o  del  risparmio;  nel  secon- 
do caso  avviene  che  talora  si  liberano  infatti  i  pubblici 
stabilimenti  dal  peso  dei  maiali,  in  pochi  dì  troncandosi  le 
febbri  che  lì  molestano,  ma  più  facilmente  però  accade, 
che  queste  recidivano  e  quelli  ritornano  replicalamente  a 
caricare  di  se  stessi  i  luoghi  pìi;  ne  tacere  si  deve  che  la 
cura  medesima  o  l'opera  del  medico  è  entrata  allora  a  fare 
gli  uffici  delle  pia  dannose  complicazioni  che  potessero 
succedere  a  malattia  vergine. 

Ma  rivolgendo  di  nuovo  le  mie  indagini  e  considerazio- 
ni alla  malattia  palustre  in  se  stessa,  è  d'uopo  finalmente 
riflettere,  che  ogni  qualvolta  la  diminuzione  ed  aumento 
(remissione);  ovvero  la  cessazione  e  rinnovamento  (inter- 
mittenza) di  quella  unione  di  sintomi  e  fenomeni,  che  co- 
stituiscono lo  stato  morboso,  universalmente  conosciuto  sotto 
il  nome  dì  febbre,  furono  prese  per  definire  o  per  classi- 
ficare una  malattia,  sempre  avvenne  che  si  ebbero  infini- 
te contraddizioni,  diversità  di  pareri,  di  nomenclatura,  e 
di  nosografiche' classificazioni,  e  che  si  diede  origine  ad  un 


220 

gran  numero  dì  febbri,  che  quantunque  situate  in  distinti, 
lontani  o  vicini  posti,  sono  poi  o  le  stesse,  o  tra  loro  almeno 
assai  affini.  Si  vedano  tutti  gl'Institutori  di  medicina  (ne 
già  parlare  intendo  soltanto  de'  puramente  teoretici ,  ma 
di  tutti  que'  benemeriti  uomini ,  che  nelle  loro  classifica- 
zioni nosologiche  credettero  partire  dalla  pratica  osserva- 
zione fatta  lungamente  al  letto  dell'ammalalo),  e  si  trove- 
rà, che  una  stessa  febbre  da  questi  si  credette  appartenere 
alle  continue,  da  quelli  alle  continue  remittenti. 

10  però  inviando  alle  conosciute  opere  dei  medesimi  i 
miei  lettori  molto  tempo  a  me  e  fors'  anche  molto  tedio  a 
loro  risparmierò,  tralasciando  di  riferire  i  singoli  casi,  che 
depongono  in  favore  della  mia  asserzione;  lecito,  per  altro 
non  mi  è  l'ommettere  ciò  che  spetta  in  particolare  all'ar- 
gomento sul  quale  sin'ora  ha  versato  questa  mia  scrittura. 

11  causo  d'Ippocrate  (653)  che  da  Galeno  (654)  fa 
detto  febbre  ardente  e  che  fu  poi  annoverato  tra  le  febbri 
continue  (65 5),  è  malattia  che  per  molti  suoi  sintomi  tanto 
accostasi  alla  febbre  gialla, che  ora, a  questa  la  si  volle  af- 
fatto riferire  (656)  o  almeno  la  supposta  nuova  malattia 
dell'antica  si  ritenne  una  semplice  varietà  (65^),  ora  la 
si  volle  ravvisare  in  quelle  febbri  gastriche  o  biliose,  che 
con  la  febbre  americana  si  ritengono  altresì  identiche  (658). 
Ebbene,  quando  parlar  si  voglia  del  tipo  proprio  a\h  feb- 
bre ardente ,  noi  troviamo  essere  parere  di  Boenhaave 
(609) ,  che  dessa  si  accosti  assai  alle  febbri  intermittenti 
avendo  sempre  esacerbazioni  palesissime  (660);  e  tal  pa- 
rere viene  poi  confermato  dal  celebre  suo  Commentatore 
ove  scrisse  (661):  Unde  videtur  alicjuid  de  genio  inter- 
mittentium  febrium  adesse  in  febbri  ardenti,  ataue  ideo 
scepe,  dum  diutius  protrahuntur  tales  febres>  postea  in 


221 

intermìttentes  mutantur;  imo,  idi  antea  dictumfuit?fe- 
bres  intermìttentes,  epidemice  grassaturcz,  dura  cestwis 
mensibus  mature  prodeunt,  scepe  sub  hac  specie  decur- 
runt.  Infatti  a  me  pure  insegnò  piti  volte  la  pratica  osser- 
vazione ,  che  allorquando  la  febbre  palustre  nasce  e  re- 
gna epidemicamente  per  l' azione  del  miasma  o  straordi- 
nariamente sviluppatosi  da  un  maligno  focolajo,  o  mole- 
stante una  quantità  di  persone  non  assuefatte  a  luoghi  di 
tale  specie ,  essa  non  mai  assume  la  forma  di  regolare  e 
semplice  intermittente,  ma  bensì  altra  ingannevole  e  va- 
ria. Ho  osservato,  ripeto,  alcuni  casi  di  sviluppo  epidemico 
di  tali  febbri  per  cagioni  a  cui  io  solo,  in  mezzo  alla  po- 
polare relativa  ignoranza,  sapeva  dare  il  giusto  valore,  nei 
quali  la  malattia  simulava  ora  una  febbre  continua  con- 
tinente, o  continua  remittente,  ed  ora  una  febbre  gastrica 
o  biliosa  e  soltanto  poche  volte  mostravasi  al  suo  termina- 
re con  vera  intermittenza.  Sotto  qualunque  aspetto  essa  si 
presentasse,  risultava  qual  suo  speciale  carattere  (prescin- 
dendo da  quello  della  specifica  cagione),  quello  di  trovare 
giovamento  piuttosto  sotlo  i  purganti  tonici,  sotto  i  rimedi 
amari  o  aromatici,  e  sotto  i  preparati  stessi  della  peruvia- 
na corteccia,  che  non  sotto  i  dolci  evacuanti,  gli  antiflogi- 
stici, o  le  cacciate  di  sangue  generali  o  locali,  i  quali  sus- 
sidi corrispondere  sogliono  grandemente  nelle  pure  e  le- 
gittime così  dette  febbri  gastriche  o  biliose.  Tali  miasma- 
tiche epidemie  le  ho  sempre  vedute  dominare  ad  estate 
innoltrato  o  nell'autunno.  Le  febbri  epidemiche,  che  sotto 
questa  svariata  ed  irregolare  forma,  e  nell'epoca  annuale 
da  me  accennata,  furono  ben  osservate  e  con  pregevole  arte 
descritte  dal  Chiolini  (662),  dal  Meli  (663),  dal  Bergon- 
zi  (664),  dal  Frioli  (665)  ec.  sono  agli  occhi  miei  se  non 


223 

altrettante  malattie  d'origine  miasmatica  paludosa,  non  di- 
versamente che  quelle  già  trasmesseci  dal  Ramazzini,  dal 
Lancisi,  dal  Blane,  dal  Jackson,  dal  Bakker  e  Popken  e 
da  altri.  E  se  io  dubito  assai,  o,  vorrei  dir  anco ,  ritengo, 
che  per  questa  oscurità  nel  tipo  e  per  negligenza  neìl' in- 
dagare la  causa,  siano  state  alcune  febbri  intermittenti, 
epidemiche  caratterizzate  (con  danno  de'  malati)  per  feb- 
bri pestilenti ,  d'armata,  petecchiali,  gastriche,  biliose  o 
infiammatorie ,  a  ciò  sono  tratto  non  solo  dalla  riflessione 
fatta  sulle  opere  in  proposito,  ma  altresì  da  alcuni  casi, 
sulla  giusta  definizione  de'  quali  m'avvenne  dover  essere 
testimonio. 

Circa  la  febbre  gialla  noi  abbiamo  veduto,  come  sia 
stata  considerata  qual  febbre  continua  continente  (6G6) 
e  come  altresì  sia  stato  in  essa  distinto  un  tipo  non  solo 
remittente  (667)  ma  ben  anche  di  una  subentrante  in- 
termittente (668)  e  come  la  corteccia  del  Perà  sia  stata 
indicata. 

Circa  poi  la  malattia  paludosa  comune  accennerò  da 
prima,  come  il  Borsieri  (669)  abbia  creduto  (parlando  di 
quella  di  Roma)  appartenere  essa  alle  febbri  continue 
composte,  e  come  Waring  (670)  creda  doversi  darle  il 
posto  tra  le  febbri  remittenti  e  le  intermittenti,  indi  chia- 
merò in  testimonio  tutti  i  pratici,  che  osservarono  tale  ma- 
lattia nei  varj  paesi ,  affinchè  confermino  e  mettano  fuor 
di  dubbio,  che  in  essa  la  febbre  è  talora  decisamente  con' 
tinua,  talora  accompagnata  da  chiare  ma  semplici  remis- 
sioni, ed  altre  volte  (0  in  tutta  0  in  certe  epoche  della 
sua  durata)  da  vera  intermittenza  ;  e  li  chiamerò  affinchè 
dai  medesimi  si  confessi  che  il  nome  di  febbre  intermit- 
tente delle  risaje,  delle  Paludi  Pontine ,  delle  marem- 


223 

me  ,  del  Forez  ec.  ec.  con  cui  si  suole  indicare  la  ri- 
spettiva malattia,  che  conosce  per  causa  il  miasma  delle 
paludi ,  non  adoprasi ,  se  non  che  per  seguire  l'antica  e 
comune  usanza,  od  a  vantaggio  della  comune  intelligenza; 
il  che  essendo  quasi  necessario  e  compatibile  ho  fatto  pur 
io  in  quest'opera.  In  oltre  ben  trovo  concordare  coll'osser- 
vazione  clinica,  quanto  dice  il  Prof.  Bufalini  (671):  «  Ol- 
tre ciò  egli  è  pur  degno  a  considerarsi,  che  molte  volte  le 
fehbri  continue  passano  in  intermittenti  e  viceversa  que- 
ste si  fauno  continue,  per  la  qual  cosa  il  tipo  delle  febbri 
non  può  curarsi  come  contrassegno  assoluto  della  loro  na- 
tura, ma  come  semplice  non  necessaria  apparenza  e  torna 
quindi  giusto,  che  le  reali  differenze  di  esse  non  siano  de- 
dotte dal  tipo ,  ma  dalla  succennata  corrispodenza  di  ca- 
gioni, sintomi  e  rimedi.  »  Onde,  avendo  io  riguardo  alle 
tre  circostanze  or  rammentate  dal  Patologo  sullodato,  trovo- 
mi  condotto  a  considerare  la  malattia,  che  abbiamo  veduta 
essere  compagna  delle  paludi  d'ogni  paese  (se  si  eccettuino 
però  i  freddi),  se  non  che  affatto  speciale  derivante  dal- 
l' azione  di  un  principio  morbifero  speciale  sempre  pro- 
dotto dalle  paludi  (672).  Noi  vedremo  questa  infermità 
prendere  l'aspetto  di  una  febbre  gastrica,  di  una  pleurite, 
di  un'apoplessia,  di  un'artritide,  di  un  cholera  ec,  ma  ad 
onta,  che  accada  osservare  dopo  la  morte  dei  risultati  pa- 
tologici, che  a  queste  affezioni  sono  proprii,  noi  troveremo 
rimarchévoli  diversità  nei  sintomi  0  circostanze  concomi- 
tanti, e  troveremo  richiedersi  una  diversità  nel  metodo  cu- 
rativo. Tale  diversità  non  da  altro  dipende  che  dalla  na- 
tura speciale  della  causa,  ed  è  pur  questa  diversità,  che 
mi  fa  piuttosto  riscontrare  in  quella,  di  cui  io  parlo,  una 
malattia  >  che  per  diverso  grado  dalla  febbre  delle  risaje 


2^4 

lombarde,  o  delle  paludi  della  Bresse ,  della  Sologne , 
delle  maremme  toscane  ec.  s'innalza  alla  remittente  ed 
intermittente,  delle  Antille,  e  giunge  all'apice  di  sua  fie- 
rezza  nella  febbre  gialla  di  Vera-Cruz,  di  quello  che  ve- 
dere in  essa,  una  febbre  biliosa  ,  la  quale  mite  da  prima 
giunga  per  gradi  di  forza  alla  citata  febbre  americana (67 3). 
E  per  vero  dire,  è  forse  carattere  della  pretta  febbre  bi- 
liosa il  regnare  epidemica  in  determinati  tempi  0  luoghi, 
0  il  stare  attaccata  endemicamente  a  certuni  di  questi  ;  il 
non  regnare  che  a  certe  altezze  ;  V  assalire  piuttosto  i  fo- 
restieri che  gl'indigeni?  E  suo  carattere  il  sentire  poco 
vantaggio  dalle  sanguigne  sottrazioni,  il  trovare  talora  dan- 
no da  queste  e  dagli  emetici  e  purganti ,  il  cedere  ad  un 
metodo  tumultuante,  ad  uno  sconcerto  indotto  nei  nervi, 
0  nell'animo  ,  l'amare  i  rimedi  tonici,  li  aromatici,  e  la 
chinachina  ?  Parmi  che  questi  i  quali  sono  gli  attributi 
della  febbre  paludosa  siano  affatto  contrarj  a  quelli  che  si 
competono  alla  febbre  biliosa. 

Si  guardi  dunque  la  febbre  miasmatica,  come  una  ma- 
lattia particolare,  che  assume  ora  un  tipo  contìnuo,  ora  un 
remittente  ed  ora  uno  affatto  intermittente.  Si  ammetta 
la  spezialità  della  causa  ed  allora  scomparirà  quello  sco- 
glio dell'uguaglianza  ed  identità  della  febbre  continua  e 
della  intermittente ,  scoglio  contro  il  quale  tutti  credono 
doversi  rompere  il  capo.  La  febbre  continua  paludosa  sarà 
affatto  diversa  dalla  continua  nata  per  ogni  altra  causa,  e 
sarà  ugualissima ,  come  dissi  (rispetto  all'essenza  ed  alla 
cura),  alla  quartana  ed  dXYotiana.  E  ciò  non  altrimenti, 
che  la  rogna  diversifica  dal  vajuolo,  0  questo  dall'ipertosse: 
Che  r  avvelenamento  dell' arsenico  da  quello  del  subli- 
mato corrosivo,  e  questo  da  quello  de'  funghi. 


aa5 
CAPO    XV. 

Che  giovi  fare  per  sfuggire  i  dannosi  effetti  del  mia* 
sma  paludoso. 

Quando  V  esperienza,  la  quale  secondo  Bacone  (674)  è 
a  ciò  meglio  atta  del  ragionamento,  dimostra  il  danno,  che 
F  uomo  soffre  per  la  vicinanza  di  paludi ,  di  risaje ,  di  ma- 
cerato) ec.  ben  colpevole  sarebbe  colui,  che  sprezzando 
r  antico  insegnamento  di  Varrone,  che ,  cioè,  i  mali ,  che 
nascono  dall'  insalubrità  dell'  aria  0  della  terra  possono 
rendersi  minori  da  noi  stessi  (675),  non  ponesse  in  opera 
que'  mezzi  che  sono  capaci  d' impedire  0  rimediare  ai 
tristi  effetti  di  quelle  fonti  miasmatiche. 

Tali  mezzi  secondo  me  dividere  si  vogliono  in  quelli 
che  si  riferiscono  i.°  al  suolo;  2.0 all'aria; 3.° alle  persone* 


I 


Noi  abbiamo  veduto  essere  stata  lodevole  impresa  d'uo* 
mini  grandi  0  filantropi  d' ogni  età ,  quella  di  dar  corso  e 
scolo  alle  acque  dalle  quali  nasceva  nocumento  alla  uma- 
na salute. 

I  modi  coi  quali  giungere  a  tale  inteuto  furono  e  do- 
vranno essere  sempre  adattati  alle  speciali  circostanze  del 
luogo,  onde  potranno  talora  convenire  le  colmate,  ora  i  ca- 
nali ,  ora  le  trombe  a  fuoco  ec,  (676).  Le  chiuse  proposte 
dal  matematico  Zendrini  per  impedire  l' entrata  dell'  ac- 
qua del  mare  negli  stagni  e  laghetti  della  costa  lucchese 
ottennero  ottimamente  il  loro  scopo  (677^ 

II  cangiare  superficie  di  terreno  incolte,  ineguali,  umi- 

i5 


i'i6 

de,  insalubri,  in  campi  coltivati  e  fertili ,  qual  eccellente 
mezzo  di  risanamento,  fu  felicemente  posto  in  pratica  da- 
gli Inglesi  a  Demerary.  Ed  ad  ottenere  tal  fine  dall'opera 
de*  privati,  i  Governi  non  mancarono  e  mancheranno  mai 
di  conferire  premi  e  lasciare  immuni  o  alleggeriti  d'  ag- 
gravj  i  terreni  bonificati  (678). 

La  coltivazione  del  riso  acquatico  dovrà  permettersi  se 
non  che  ad  opportune  lontananze  de 'diversi  luoghi  abitati. 

Né  saranno  mai  abbastanza  lodati  i  pensieri  e  i  sforzi 
degli  agronomi-filosofi,  onde  rendere  con  particolari  modi- 
ficazioni le  risaje  in  se  stesse  meno  insalubri.  Il  Thouve- 
nel  (679)  aveva  proposto  per  rendere  sani  i  luoghi  a  risaja 
di  impiegare  una  gran  pompa  a  fuoco  mantenuta  con  car- 
bone fossile,  onde  irrigare  coir  acqua  innalzata  dalla  me- 
desima ,  e  depurare  nello  stesso  tempo  1'  aria.  Nel  1 8 1 1 
il  sig.  De  Lasteyrie,  onde  facilitare  l'introduzione  del  riso 
in  Francia  propose  di  coltivarlo  ad  irrigazione  periodica  e 
non  permanente  (680).  E  parere  del  Dott.  Monfalcon 
(681)  «  che  i  contadini  prima  di  fare  i  solchi  coli' aratro 
dovrebbero  abbrucciare  le  piante  parassite,  ed  i  rimasugli 
della  precedente  messe;  che  meglio  si  sceglierebbe  acqua 
corrente  e  non  di  pioggia  per  allagare  i  campi,  e  che 
avendo  cura  di  rinnovare  e  far  scolare  le  acque  stagnanti 
dopo  la  fruttificazione  e  prima  delFesiccamento  della  pian- 
ta del  riso ,  si  prevenirà  la  decomposizione  putrida  dello 
stelo.  Finalmente  il  riso  dovrà  essere  mietuto  dopo  che  il 
grano  è  formato  e  prima  che  lo  stelo  sia  affatto  seccato , 
non  avendo  in  quel  tempo  l' acqua  della  risaja  contratta 
alcuna  alterazione.  »  Neil'  ultimo  Capitolo  della  citata  di 
lui  opera  (682)  il  signor  Cavaliere  De-Gregory  già  De- 
putato del  Dipartimento  della  Sesia  al  Corpo  legislativo 


s>»7 
dell'impero  francese,  ha  inserito  il  Progetto  universale 
di  Legislazione  sulla  coltivazione  del  riso  acquatico,  che 
egli  aveva  presentato  nel  1 8 1  o  al  Ministero  dell'Interno. 
Anche  il  Prof.  Moretti  di  Pavia  emise  (683)  ottimi  in- 
segnamenti, onde  evitare  quanto  più  si  può  il  danno  di 
questa  tanto  importante  specie  di  coltivazione  della  Bassa- 
Lombardia.  Ottimo  consiglio  secondo  me  sarebbe  quello 
d'introdurre  o  maggiormente  estendere  la  coltivazione  del 
così  detto  riso  secco,  il  quale,  nei  luoghi  specialmente  ove 
di  quando  in  quando  puossi  adacquare,  renderà  senza  dan- 
no alcuno  un  conveniente  prodotto  (684). 

Oltre  al  macerare  lino  o  canape  lungi  dall'  abitato  si 
potranno  porre  in  esecuzione  alcuni  de'  varj  processi  pro- 
posti dai  chimici  e  da'agronomi  (685)  quando  non  si  possa 
appigliarsi  al  metodo  da  molti  proposto  (686)  ed  in  uso  nel 
Dipartimento  di  Puy-De-Domme,  cioè  di  fare  tale  opera- 
zione nell'acqua  corrente  piuttosto  che  nella  stagnante.  E 
se  nelle  sorghe  tanto  dannose  anche  al  presente  alla  cit- 
tà di  Orvieto  s'introducessero  le  acque  del  Chiana,  tali 
sicuramente  le  medesime  non  risulterebbero. 

I  lavori  bisognevoli  all'  asciugamento  di  paludi  si  ese- 
guiranno nell'inverno;  ne  in  tempo  di  sommo  caldo  si  smo- 
verà il  fondo  o  leverà  il  fango  di  piscine  o  stagni,  ma  piut- 
tosto, ove  questi  luoghi  minacciassero  esiccaraento  nell'  e- 
state  o  principio  di  autunno,  si  copriranno  d'acqua.  Erano 
endemiche  le  febbri  intermittenti  in  un  marittimo  villag- 
gio presso  Bajona,  a  cagione  dell'evaporazione  dell'acqua 
stagnante  che  stava  in  que'  luoghi.  Un  saggio  medico  pro- 
pose di  non  lavorare  intorno  a  quelle  paludi  nei  mesi  di 
luglio  e  d'agosto,  di  colmare  le  paludi,  e  di  procurare, 
che  V acqua  del  mare  vi  entrasse  ad  alta  marea ,  perchè 


3  28 

poscia  seco  traesse  nel  calore  l'acqua  guasta  non  che  gl'in- 
setti ed  i  vegetabili.  Essendo  ciò  posto  in  esecuzione  quel 
paese  fu  libero  dalla  malattia  endemica  che  la  molestava 
dal  mese  di  luglio  a  quello  di  ottobre  (687). 


IL 


Coloro  che  amarono  vedere  un'  alterata  proporzione  de' 
noti  componenti  dell'  aria  atmosferica  vicino  alle  paludi , 
idearono  offrire  per  rimedio  una  grande  operazione  chi- 
mico-naturale,  opinarono  (688)  cioè,  che  generalizzando 
la  mirica  cerifera ,  la  missa  acquatica ,  la  quercia  bianca 
palustre  ed  altre  piante  crescenti  nelle  paludi  e  traspi- 
ranti molto  gas  ossigeno  si  avrebbe  minor  danno  dalle  ri- 
saje  e  dalle  paludi ,  ma  quantunque  sia  vera  Y  emissione 
di  gas  ossigeno  dalle  piante  esposte  alla  luce,  pure  è  vero 
altresì,  che  non  si  trova  maggior  proporzione  di  esso  nel- 
l'atmosfera  circostante  a' luoghi  piantati  di  numerosi  ve- 
getabili di  quello,  che  in  quella  del  mare ,  0  di  aridi  de- 
serti; il  che,  secondo  De  Candolle  (689),  è  da  attribuirsi 
a  ciò,  che  la  mobilità  dell'  atmosfera  agita  perpetuamente 
l' aria  nei  diversi  suoi  punti,  e  da  ciò  succede  il  suo  equi- 
librio consueto  tanto  ne'  luoghi  aperti  che  in  quelli  che 
noi  crediamo  potersi  dir  chiusi.  Per  avere  fatto  cessare  pe- 
stilenze con  accesi  fuochi  furono  tributati  onori  e  lodi  ad 
Acrone  (690) ,  ad  Empedocle  e  ad  Ippocrate  (69 1  ).  Noi 
per  altro  sia  pel  rispetto  verso  que'  sommi  sapienti,  sia  pur 
anco  per  il  giusto  riguardo,  che  aver  dobbiamo  a  quegli 
errori  dell'  antichità ,  circa  i  quali  oggidì  ci  è  forza  invo- 
care per  noi  stessi  perdono  dai  posteri,  noi  dico ,  non  inda- 
gheremo con  critica  inopportuna,  se  le  epidemie,  che  sup- 


2^9 
porre  si  vollero  da  loro  in  tal  modo  troncate ,  troncate  ve- 
ramente siano  state  con  tali  mezzi,  ma  ci  volgeremo  inve- 
ce ad  osservare,  che  il  riscaldarsi  ad  un  fuoco  vivo  di  cam- 
mino ad  onta  del  caldo  estivo,  è  nella  Bassa-Lombardia  ri- 
guardato come  ottimo  presidio  contro  gli  attacchi  delle  feb- 
bri intermittenti;  che  secondo  Repeti  (692)  molti  marem- 
mani etruschi  possono  in  qualche  modo  attribuire  in  estate 
la  loro  salvezza  alla  cura  che  hanno  di  non  allontanarsi  da 
fuochi  perpetui  delle  loro  cucine  :  che  il  pittore  paesista 
Danieli  per  sfuggire  ai  tristi  effetti  dell'aria  paludosa  del- 
l' isola  di  Geylan  appreso  aveva  a  fumare  tabacco  ed  ac- 
cendere gran  fuochi  entro  e  fuori  la  sua  tenda  (693);  e 
finalmente  che  il  Lancisi  (694)  notava  che  fuori  di  Porta 
de' Cavalleggieri  un  luogo,  il  quale  per  la  sua  bassa  ed 
umida  situazione  doveva  essere  insalubre,  era  invece  sano 
per  le  fornaci  di  mattoni,  che  ivi  erano  in  vigore. 

Il  procurare  un  movimento  nell'atmosfera  de' luoghi 
umidi  e  paludosi  è  cosa  utilissima;  egli  si  è  al  ristagnare 
di  essa  che  il  Thouvenel  (695)  attribuisce  gran  parte  del 
mefitismo,  com' ei  si  esprime,  d'Italia.  Però  nel  ricercare 
tal  vantaggio  si  avrà  cura ,  perchè  il  vento  sia  puro  >  spiri 
cioè  non  contaminato  da  miasmi  febbriferi  nel  suo  seno 
raccolti  per  via,  poiché  già  abbiamo  veduto,  che  se  col  to- 
gliere alcuni  boschi,  col  praticare  aperture  de'monti  si  ap- 
portò a  certi  luoghi  salute;  il  contrario  con  tali  operazioni 
avvenne  per  altri  se  si  aprì  la  porta  all'  entrata  di  quelli 
ospiti  infesti. 

Io  non  mi  tratterrò  a  riferire  tutti  i  mezzi  (dai  semplici 
profumi  ai  gas  più  forti)  a'  quali  fu  attribuito  un  potere 
capace  di  purificare,  l' aria  pregna  di  sostanze  dannose  0 
supposta  alterata,  e  ciò  perchè  se  assai  ragionevole  è  il 


a3o 

credere  (696) ,  che  li  medesimi  siano  inutili  0  inefficaci 
in  siti  chiusi  ove  tali  suffumigi  potrebbero  con  forza  ope- 
rare sali*  aria  e  sulle  nocive  particelle,  che  fors'  essa  con- 
tiene ,  tanto  meno  tali  mezzi  saranno  capaci  in  pien'  aria 
(li  raggiungere,  neutralizzare  0  distruggere  i  miasmi  sparsi 
e  vaganti  per  V  atmosfera. 


III. 


Venendo  finalmente  ai  presidj,  mercè  i  quali  con  gran- 
rie  probabilità  1  uomo  pub  sottrarsi  all'  azione  del  miasma 
palustre  è  da  porsi  in  primo  luogo  il  fuggire  affatto  (697) 
lungi  da  focolai  de' medesimi  come  fecero  i  Salapini,  i  Ger- 
viani  e  gli  Spagnuoli  d'Antigoa;  oppure  abbandonando  sol- 
tanto le  proprie  abitazioni  nel  tempo  della  generazione  e 
sviluppo  loro  per  portarsi  in  luoghi  alti  e  salubri,  E  ciò 
non  obblierà  di  fare  eseguire  il  capitano  d'esercito,  0  quel- 
lo di  una  flotta  allontanandosi  da  spiaggie  ove  regnassero 
malattie  palustri  (698). 

In  secondo  luogo  l' esperienza  ha  mostrata  P  utilità  di 
non  esporsi  all'  aria  umida  prima  della  levata  del  sole  e 
dopo  il  tramonto,  come  l'altra  di  prendere  qualche  bevan- 
da tonica  e  spiritosa.  I  signori  Fournier  e  Bégin  (699)  in- 
fatti soggiungono,  che  l' uso  delle  bevande  fermentate ,  e 
i  salubri  alimenti  combattono  presso  gli  Olandesi  l'in- 
flusso perverso  del  clima,  ed  è  veramente  da  confessarsi 
che  dall'  uso  del  vino  traggono  gli  abitanti  del  basso  assai 
utilità  e  che  in  essi  è  ben  lontano  dal  produrre  que'danni 
che  ne  sentono  invece  i  contadini  dell'  alto. 

Una  pratica ,  che  se  non  è  veramente^  dimostrata  utile  , 
almeno  tale  con  verisimiglianza  può  essere  creduta ,  si  è 


quella  di  masticare  della  corteccia  peruviana  (700).  Non 
so  però  se  ugualmente  proficuo,  non  che  accetto  al  buon 
senso,  possa  essere  quell'altra  di  lavarsi  con  acqua  sala- 
ta (701). 

Vien  raccomandato  da'  medici  e  da  tutti  coloro,  che  di- 
ressero l'osservazione  a  garantirsi  dalla  malattia  endemica 
de' luoghi  palustri  ;  di  mantenere  moderazione  nel  man- 
giare ,  non  che  di  scegliere  un  vitto  piuttosto  nutriente , 
ma  leggiero;  e  di  coprire  ben  la  persona  specialmente  alla 
mattina  e  alla  sera. 

CAPO     XVI. 

Remedi  indigeni  contro  la  malattia  paludosa  sotto  for- 
ma di  febbre  periodica. 

Se ,  come  dissi ,  la  natura  benefica  ci  offre  nel  nostro 
paese  rimedi  dotati  di  virtù  capace  a  vincere  l' endemica 
febbre  della  Bassa-Lombardia ,  colpa  avrei  creduto  il  non 
indicarli.  Certe  circostanze  che  talora  sono  d'impedimento 
a  procurarsi  gli  esotici  febbrifughi  dovrebbero  essere  ba- 
stanti a  mostrare  la  necessità  di  conoscere  quelli  che  noi 
possediamo,  ma  se  ciò  non  fosse,  almeno  valga  la  carità 
verso  chi  non  è  in  grado  di  procurarsi  i  più  costosi  co'  pro- 
prj  mezzi.  Egli  è  degli  indigeni  eh*  io  consiglio  il  servirsi 
da  principio  nelle  benigne  febbri  intermittenti  (che  sono 
pur  anco  le  più  comuni  e  numerose)  anteponendoli  alla 
china:  E  ciò  perchè  la  praticami  ha  dimostrato  essere  tal 
metodo  non  meno  ragionevole  che  utile  e  perchè  il  con- 
trario operando  avrebbe  come  se  in  meccanica  si  comin- 
ciasse dall'  applicare  una  forza  grande ,  ove  ne  può  essere 
sufficiente  una  piccola. 


32 

Io  parlerò  di  que'semplici  farmaci  che  sono  proprj  della 
parte  bassa  non  solo i  ma  anche  dell'alta;  facili  però  ad 
aversi  e  privo  di  pericolo  il  loro  uso. 

ì. 
AGERATCX 

Ageratì  tterba  delle  Farmacie. 

Aehillcea  Ageratum  Linnaei.  Syngenesia  polygamia 
superflua.  Vedi  Flora  Veronensis  Pollini  §  1713. 

Questa  pianta  che  da  Mesue  chiamossi  eupatorio,  è  in 
Italia  conosciuta  sotto  il  nome  di  Erba  giulia ,  di  canfo* 
rata,  di  eupatorio  giallo. 

Borsieri  l'annovera  fra  i  febbrifughi,  ma  a  ragione 
Murray  fece  notare  aver  essa  un  azione  assai  debole, 

AGRIFOGLIO 

AqUifolii  Folia.  Farm. 

Ilex  aquifolium.  Linnaei.  Tetrandria  Tetragynia.  Ve- 
di Pollini  §  i  y4- 

L' alloro  spinoso  è  un  arbusto  che  col  continuo  suo  ver- 
deggiare e  col  bel  rosso  delle  sue  bacche  abbellisce  le 
colline  a  noi  circostanti. 

Le  foglie  secche  sia  in  polvere  p.  e.  ad  una  dramma 
per  volta,  sia  per  farne  decotto  0  estratto  erano  già  state 
preconizzate  contro  le  febbri  intermittenti  da  Venel ,  da 
Swediaur,  da  Durande,  da  Villars  e  da  altri.  Nel  1822  il 


233 
signor  Emilio  Rousseau  e  nel  i83i  il  signor  Bodin  ne 
ricordarono  V  utilità. 

Delechamps  nel  i83i  scoperse  il  principio  attivo  delle 
dette  foglie  che  chiamò  lUcina-,  sottoposta  questa  agli  espe- 
rimenti della  pratica  dal  Doti.  B.  Berlin  di  Torino  (i  833) 
fu  trovata  corrispondere  nell'arrestare  le  periodiche  febbri, 

3. 
AGRIMONIA. 

Agrimonia  vel  Eupatorii  vcterum  Herba  seu  Folia^ 
seu  Radix.  Farm. 

Agrimonia  Eupatoria.  Linnsei.  Dodecandr.  Dygin, 
V.  Pollini  §  892. 

Questa  pianta  comune  che  dai  medici  greci  e  latini  era 
detta  eupatorio ,  è  in  Italia  nota  sotto  il  nome  di  Erba 
Guglielmo  e  di  Vettonica. 

Da  Borsieri,  da  Sonsis  e  da  Cerioli  è  posta  tra  i  febbri- 
fughi. La  sua  radice  come  tale  si  usa  dai  popoli  del  Ca- 
nada. E  atta  pur  anco  a  distruggere  gì'  ingrossamenti  ad- 
dominali residuati  alla  malattia  paludosa. 

Si  infonde  un  pugno  di  foglie  in  due  libbre  d' acqua 
bollente  da  beversi  a  bicchieri  nel  tempo  dell'  assenza 
della  febbre. 

4. 
ARANCIO. 

Aurantii  Eolia  et  Cortex  Fructus  Pomi  aurantiacL 
Farm. 

Citrus  aurantium.  Linnaei.  Polyadclph.  Polyandr* 


234 

La  pianta  che  somministra  il  ricercato  frutto  detto  tra 
noi  arancio  o  portugallo  vive  liberamente  sul  felice  suolo 
di  Napoli  e  di  Sicilia.  Nei  nostri  giardini  e  specialmente 
nelle  parti  più  apriche  de  laghi  di  Lombardia  ben  curato 
e  riparato  da' freddi  invernali  prospera  ed  invecchia  dan- 
do discreti  frutti. 

Come  capaci  di  combattere  le  febbri  intermittenti  si  la 
scorza  del  frutto ,  che  le  foglie  furono  lodate  dal  Lanzoni , 
dal  Borsieri ,  dal  Wilberding  e  dal  Riverio.  Tale  virtù  di 
cui  godono  le  foglie,  facilmente  è  dovuta  al  concino  ch'esse 
contengono:  E  su  ciò  siami  permesso  il  far  qui  notare  per 
digressione,  che  questo  principio  vegetabile  fu  già  ricono- 
sciuto valente  contro  la  malattia  in  discorso  dal  Pezzoni 
medico  a  Costantinopoli  sino  dal  1 807,  e  che  altre  sostanze 
parimente  febbrifughe  ne  contengono  buona  dose.  La  scor- 
za 0  le  foglie  potranno  darsi:  i.°  in  polvere  da  mezza  dram- 
ma a  due  per  volta  almeno  otto  volte  nella  giornata  a  uni- 
te al  miele  in  modo  di  farne  elettuario;  2.0  infundendo 
un'oncia  delle  medesime  in  una  libbra  d'acqua  calda  da 
bersi  a  poco  a  poco. 

5- 

ARNICA. 

Arnicce  seu  Doronici  germanici  Flores.  Farm. 

Arnica  montana.  Linnaei.  Syngen.  Polyg.  Superfl. 
V.  Pollini  §  i658. 

Questa  pianta  pare  non  sia  stata  conosciuta  da'  Greci , 
se  mai  non  corrisponde ,  come  crede  Mattioli ,  all'  alisma 
di  Diosco  ride. 


a35 

Si  chiama  in  Italia  Arnica  o  Betonica  di  monte  ;  e  in- 
fatti vive  sui  monti  che  ci  stanno  intorno. 

Sin  dal  principio  del  secolo  XVIII  si  trovò  utile  sì  la 
radice  che  il  fiore  nelle  febbri  intermittenti ,  e  furono  lo- 
dati da  Collin ,  da  Aaskow ,  da  Meza  e  da  Stoll  il  quale 
insignì  questa  pianta  del  nome  di  China  de  poveri, 

I  fiori  sono  da  preferirsi  dandoli  in  polvere  sola  o  uni- 
ta al  miele  alla  dose  di  i5  o  20  grani  per  volta.  Oppure 
con  due  dramme  0  poco  più  di  essi  facendone  un'infusione 
nell'acqua  bollente,  che  poi  si  dà  a  bere  ri  paratamente  in 
tempo  dell'  apiressia. 

Si  dovrà  andar  cauti  nell'  oltrepassare  la  suddetta  dose? 
poiché,  come  osservò  Bergio,  posson  nascere  incomodi  al 
ventricolo. 

6. 

ASSENZIO  VOLGARE. 

Absinthiì  majoris  vel  ojfìcinalis  Folia  seu  Summita- 
tes.  Farm. 

Artemisia  Absinthium.  Linnaei.  Syngen.  Polyg.  su- 
perflua. V.  Pollini  §  i63i. 

Godeva  riputazione  l'assenzio  tra  febbrifughi  presso  gli 
antichi  medici  :  e  come  tale  ,  sotto  il  nome  di  medeghctto, 
era  usato  dal  popolo  nostro  assai  prima ,  che  avesse  ripor- 
tati i  favorevoli  attestati  di  Pinel,  Alibert  e  Chaumeton. 
Ha  questa  pianta  un  sapore  amarissimo  e  con  questo  una 
virtù  tonica  e  stomatica  celebrata. 

Kunsmuller  trovò  in  essa  una  materia  resinosa  abbon- 
dante e  Parmantier  un  olio  volatile,  quest'ultima  circo- 


a36 

stanza  fa  si  ehe  al  decotto  sia  preferibile  Y  infusione  fatta 
con  due  dramme  di  sommità  in  una  libbra  d' acqua  ;  e  il 
semplice  estratto  sarà  meno  attivo  che  le  foglie  date  in 
polvere  sotto  forma  di  elettuario.  L'estratto  amatissimo  pre- 
parato dal  signor  Demetrio  Leonardi  di  Roveredo  trova 
nei  Dott.  Lupis  di  Trento  un  panegerista.  Le  tante  tin- 
ture di  assenzio  delle  quali  alcune  portano  ingiustamente 
vanto  su  altre  possono  benissimo  essere  usate  a  cucchiaj 
per  arrestare  gli  accessi  delle  febbri  intermittenti, 

7- 

CAMAMILLA  COMUNE. 

Chamcemeli  seu  Chamomillce  vulgaris  Flores.  Farm, 

Matricaria  Chamomilla.  Linnaei.  Syng.  Polyg.  Sii~ 
perfl.  V.  Pollini  §  1648. 

Questa  pianta  comune  ne'  nostri  campi  fu  conosciuta  da 
tutta  l'antichità  come  oggidì  la  è  dall'infimo  popolo. 

Merton,  Hoffmann,  Cullen,  Heberden,  Pinderit  e  Bor- 
sieri  offrirono  attestati  a  vantaggio  della  fama  antifebbrile 
di  questa  pianta  acquistata  dall'autorità  di  Galeno,  Aezìo 
e  Dioscoride. 

I  fiori  si  infondono  nell'acqua  calda  alla  dose  di  un'on- 
cia circa  in  una  libbra  d' acqua,  0  si  uniscono  al  miele  od 
a  qualche  estratto  0  rob  per  farne  elettuario. 

Si  possono  dare  altresì  ad  un'  ottava  parte  di  oncia ,  ri- 
petuta però  tal  dose  almeno  otto  volte  al  giorno, 


a3j 

8. 
CARIOFILLATA. 

Caryophyllutce  seu  Gei  Urbani  Radix.  Farm. 

Geum  urbanum.  Linnaei.  Icosandr.  Polygin.  V.  Pol- 
lini §  991 

U  Erba  benedetta  0  Cariofillata  officinale  è  comune 
nelle  siepi,  la  sua  radice  deve  essere  estirpata  prima  della 
fioritura  la  quale  incomincia  in  maggio.  Questa  parte  della 
pianta  ha  un  sapore  amaro  piuttosto  astringente  ed  un  odo- 
re aromatico  che  si  accosta  a  quella  del  garofano.  Secondo 
Bouillon-La-Grange  contiene  più  concino,  ma  meno  re- 
sina della  china ,  colla  quale  d' altronde  è  assai  analoga. 

Nel  1781  Buchhave  è  stato  il  primo  a  lodarla  contro 
le  febbri  intermittenti  e  ad  esso  fecero  eco  Asti,  Weber  , 
Koch  e  Borsieri,  indi  Frank  e  Chomel. 

Si  prende  in  polvere  ad  un  denaro  per  volta  replicata- 
mente  nella  giornata.  Infundesi  altresì  un'  oncia  di  radice 
in  una  libbra  d'acqua  bollente  e  la  colatura  sì  beve  a  pò* 
co  a  poco. 

9- 

CASTAGNO  AMARO. 

Hippocastani  rumor  uni  Cortex.  Farm. 

sEsculus  Hippocasianum.  Linnaei.  Heptandr*  Mo- 
nogyn.  V.  Pollini  §  7 1 5. 

Quest'albero  detto  anche  castagno  d'India  che  da  al- 
cuni secoli  fu  tra  noi  introdotto,  era  negli  anni  addietro  il 
prediletto  per  ombreggiare  pubblici  e  privati  passeggi. 


a38 

Mistichelli  chirurgo  romano,  che  viveva  al  principio 
del  secolo  XVIII  lo  donò  alla  pratica  medica  qual  febbri- 
fugo, e  fu  seguito  dal  Marsili,  dal  Zanichelli,  da  Antonio 
Turni,  dal  Borsieri,  da  Sabarot  de  la  Vernier,  e  recente- 
mente annoverato  tra  i  succedanei  della  china  dal  Dott. 
Cerioli. 

Secondo  Marabelli  devesi  usare  la  scorza  de'  rami  né 
troppo  giovani,  nò  troppo  vecchi.  Con  due  oncie  di  essa  si 
può  fare  una  libbra  di  decotto.  La  polvere  si  prende  ad 
una  dramma  per  volta  replicatamente  nella  giornata.  L'e- 
stratto potrà  pure  prepararsi  secondo  l'arte  da' farmacisti. 

Desiderava  il  Sonsis  che  si  estraesse  la  parte  resinosa 
dalla  corteccia  ed  infatti  nel  1823  il  Canzoneri  trovò  in. 
essa  un'  alcaloide  che  chiamò  escullna. 

io. 
CENTAUREA  MINORE. 

Centaurii  minoris  Swnmiiates.  Farm. 

Erylhrcea  Cenlaurium.  Persoon.  V.  Pollini  §  359- 

Non  deve  questa  pianta  esser  confusa  colla  centaurea 
comune  0  maggiore  detta  da  Linneo  Centaurea  Centau- 
rium.  Riguardo  a  quella,  di  cui  qui  parlo  e  che  gl'Ita- 
liani chiamano  anche  Biondella,  i  botanici  sono  di  diverso 
parere  onde  prefiggerle  il  genere.  Pollini  al  paragrafo  sud- 
detto la  descrive  sotto  il  nome  che  Persoon  le  diede. 

Cresce  all'orlo  de' nostri  boschi  ed  offre  fioretti  di  un 
bel  color  roseo  disposti  a  corimbo.  Tutta  la  pianta  ha  un 
sapore  abbastanza  forte  ed  amaro  senza  essere  disgustoso. 

Contiene  un  principio  aromatico  per  cui  è  preferibile 


a39 
il  preparare  l'infuso  colla  sommità  della  pianta  in  luogo 
del  decotto. 

Già  da  gran  tempo  gode  fama  di  valoroso  tonico  e  feb- 
brifugo rimedio,  e  il  Dott.  Cliiolini  ventisette  anni  fa  le 
ebbe  a  confermare  tale  onore. 

Chevallier  oppure  Dulong  credettero  avere  scoperto 
si  principio  immediato  attivo  di  questa  pianta  che  dissero 
cenlaurina* 

II. 

CICOREA. 

Cickorei  Folia  et  Radix.  Farm. 

Cicorium  Intyhus.  Linn«xi.  Syng.  Polygam.  Aea. 
V.  Pollini  §  1307. 

La  cicorea  spontanea  sui  margini  de'nostri  campi  è  pre- 
feribile per  la  maggiore  sua  forza  ed  amarezza  a  quella, 
che  coltivasi  negli  orti. 

L' estratto  preparato  con  tutta  la  pianta  od  anche  colle 
sole  foglie  recenti,  il  sugo  espresso  da  queste,  ed  il  decotto 
fatto  colle  radici  godono  della  virtù  sì  di  arrestare  li  ac- 
cessi delle  febbri  intermittenti  che  di  togliere  le  ostruzio- 
ni viscerali  che  risultano  dalla  pertinacia  di  quelle. 

IN- 
DENTE DI  CANE. 

Taraxaci  Folia  et  Radix.  Farm. 
Leontodon    Taraxacum.   Linnaei.   Syng.  Polygam. 
Aea.  V.  Pollini  %  i5a8. 


^4° 

In  Lombardia  con  quel  nome  si  usa  chiamare  questa 
pianta  piuttosto  che  con  l'altro  di  dente  di  Leone  che  la 
lingua  italiana  le  ha  appropriato. 

Ciò  che  si  disse  per  i  preparati  e  per  gli  usi  della  cico- 
rea  vale  per  questa  pianta  che  infatti  i  milanesi  chiamano 
cicoria  selvatica. 

i3. 
EUPATORIO  CANAPINO. 

Eupatorii  vulgaris  Folla  et  Radix. 

Eupatorium  cannabinum  Linnaei.  Syng.  polyg.  Aeq. 
V.  Pollini  S  1618. 

La  rimarchevole  virtù  febbrifuga  di  questa  pianta  le 
acquistò  il  nome,  presso  il  popolo,  di  erba  china  e  di  erba 
per  la  febbre  terzana.  Corrisponde  all'  Eupatorium  di 
Avicenna, 

Con  due  oncie  di  radice  in  due  libbre  di  acqua  si  fa  il 
decotto  da  bersi  a  poco  a  poca  Colle  foglie  si  preparano  il 
decotto,  il  sugo  e  Y  estratto. 

FINOCCHIO  ACQUATICO. 

Phellandrii  aquatici,  seu  Fceniculi  aquatici.  Semina. 
Farm. 

Phellandrium  aquaticum  Linnaei.  Pentandr,  Dygin, 
V.  Pollini  §  562. 

Pianta  d'azione  forte  per  cui  i  Francesi  la  chiamarono 
cicuta  d'acqua. 


^4* 

I  semi  polverizzati  si  rinvennero  utili  nelle  febbri  in* 
termittenti  alla  dose  di  un  denaro  ed  anche  una  dramma 
per  volta  ripetuti  nella  giornata. 

i5. 

FRASSINO, 

Fraxini  Cortex.  Farm. 

Fraxinus  excelsior,  Linnaei,  Diandrici  Monogynia, 
V.  Pollini  §  aoi  3. 

II  frassino,  comune  a  tutta  la  Lombardia,  offre  da  molto 
tempo  la  sua  corteccia  alla  pratica  medica  per  debellare 
le  febbri  intermittenti.  Cosi  l'usarono  Cesalpino,  Lobel  e 
Cristoforo  Helwig  il  quale  volle  sin  tributarle  il  nome  di 
china-china  degli  Europei.  E  d'uopo  però  confessare  che 
ugualmente  soddisfatti  non  si  trovarono  Torti,  Coste,  Ghau^ 
menton  e  Borsieri. 

Con  due  onciedi  corteccia  de' rami  si  può  in  due  libbre 
4'  acqua  preparare  il  decotto* 

16, 

GENZIANA, 

Gentiance  Radix,  Farm. 

Gentiana Lutea. Linnaei.  Peni,  dygin.  V.  Pollini  §  453^ 
Quantunque  la  pianta  che  fornisce  questa  radice  me- 
dicinale non  cresca  che  sui  monti  a  noi  d'intorno,  ciò  nul-* 
Tostante  è  dessa  famigliare  al  popolo  cui  è  notissima  e  la 
sua  amarezza  superlativa  e  la  sua  virtù  febbrifuga. 

16 


a4» 

Il  suo  sapor  amaro  è  bensì  fortissimo  ma  non  aro- 
matico. Fu  sempre  considerata  qual  tonico  e  insigne 
remedio  contro  le  febbri  intermittenti  dal  Etmùller,  dai 
Hoffmann,  ec. 

Con  mezz'oncia  della  medesima  in  due  libbre  d'acqua 
da  ridursi  alla  metà  si  ottiene  il  decotto  che  si  prende  a 
mezzo  bicchiero  per  ciascuna  volta. 

L' estratto  e  la  polvere  potrà  prendersi  da  mezzo  danaro 
ad  una  dramma  per  volta.  Dalla  radice  in  discorso  Henry 
e  Caventou  cavarono  il  principio  alcaloide  che  dissero  gen- 
zianino,  questo  è  pia  solubile  nell'etere,  che  nello  spirito 
di  vino,  piìi  nell'  acqua  calda  che  nella  fredda.  Magendie 
insegna  di  scioglierne  cinque  grani  in  un'  oncia  di  alcool 
a  a4  gradi  e  farne  uso  a  cucchiajate. 


*7- 

GRAZIOLA. 

Gratiolce  offlcinalis  Herba,  Farm. 

Grathia  officinalis.  Linnaei.  Diandr.  Monogyn.  Vedi 
Pollini  §  36. 

Era  da  prima  usata  come  valente  diuretico  e  purgativo 
rimedio.  Fu  il  Prof.  Borda  che  l'ascrisse  ai  febbrifughi  ed 
egli  nella  Introduzione  alla  Flora  Ticinensis  scriveva  : 
«  Con  sommo  vantaggio  de' malati  prescrissi  la  graziola 
nelle  febbri  intermittenti  che  si  mostrano  restie  alla  china- 
china,  e  che  anzi  sotto  l'uso  di  questa  si  esacerbano  ed  acqui- 
stano il  tipo  di  continue  remittenti.  »  Da  contadini,  che  da 
se  stessi  ne  fecero  uso,  ho  sentito  celebrarne  la  virtù. 


*43 

Piìì  comunemente  con  tutta  la  pianta  si  fa  decotto,  si 
può  per  altro  usare  in  polvere  a  qualche  grano  per  dose. 
Se  ne  prepara  altresì  l'estratto  da  prendersi  a  meno  di  un 
mezzo  danaro  per  volta, 

Avvertono  Marabelli  e  Baillard  che  non  si  dovrà  la- 
sciarne l'uso  all'arbitrio  di  persone  ignoranti  o  imprudenti, 
potendo ,  per  la  forza ,  di  cui  è  dotata  questa  pianta ,  ar«? 
recare  degli  incomodi, 

18. 
LICHENE  DE'  MURI. 

Lichenis  parietini  Pianta,  Farm. 

Lichen  parietinus.  Linnaei.  Crypt.  V.  Pollini  §  2261, 

Sotto  figura  più  di  crosta  verdastra  che  di  pianta  vegeta 
fra  noi  sui  vecchi  muri  e  sui  sassi  esposti  a  settentrione. 
Da  De  Candolle  fu  detto  Imbricaria  parietina. 

Questo  lichene  meritò  al  Dott.  Sander  di  Nordhausen 
parte  del  premio  che  il  Governo  Austriaco  al  principio  del 
presente  secolo  aveva  destinato  a  chi  proponesse  il  migliore 
surrogato  alla  corteccia  del  Perù. 

Onde  servirsene  ad  uso  medico  dovrassi  liberarlo  da  tutte 
le  sostanze  straniere  che  lo  ingombrano.  Si  può  darlo  in 
polvere  ad  un  ottavo  d' oncia  per  volta  0  prepararne  se^ 
condo  le  regole  dell'  arte  un  estratto, 


19. 

MARRUBBIO  ACQUATICO. 

Marrubii  aquatici  Folia,  Flores  et  Semina.  Farm. 

Lycopus  Europoeus.  Linnaei.  Diandr.  Monogyn.  Vedi 
Pollini  §  41. 

Il  Prof.  Giovanni  Francesco  Re  è  stato  il  primo  a 
far  conoscere  come  questa  pianta  godesse  da  gran  tempo 
la  fama  di  febbrifugo  in  Piemonte,  ove  per  tal  motivo  cbia- 
mossi  volgarmente  erba  china  ;  e  come  la  polvere  dello 
speziale  di  Leauio  rinomata  in  Piemonte  non  sia  altro 
che  la  polvere  delle  foglie  e  fiori  di  tal  pianta. 

Essa  cresce  ovunque  ne'  luoghi  umidi ,  e  si  può  usarla 
intiera  per  farne  decotto,  0  in  polvere  alla  dose  di  due  de- 
nari 0  di  una  dramma  replicata  nel  giorno, 

SO. 

MARRUBBIO  BIANCO. 

Marrubii  officinalis  seu  albi  Folia.  Farm. 

Marrubium  volgare.  Linnaei.  Didynam.  Gymnosp. 
V.  Pollini  §  1 145. 

Ha  un  odore  forte  aromatico  e  sapore  amaro.  E  lodato 
sin  dagli  antichi  contro  le  febbri  intermittenti,  e  il  popolo 
gli  concede  ancora  lo  stesso  merito. 

Si  fa  con  un  pugno  di  foglie  un'  infusione  neU'  acqua 
calda  che  colata  si  beve  a  bicchieri.  Con  esse  foglie  si  pre- 
para pure  T  estratto. 


2/p 

2.1. 

NASSO  o  TASSO. 

Taxi  baccatce  Folla, 

Taxus  laccata,  Linnaei.  Dìoecìa  Monadelphia.  Vedi 
Pollini  §  1968. 

Quantunque  questa  pianta  non  cresca  che  ne' monti 
della  Lombardia,  pure  essa  è  conosciuta  dagli  abitanti  del 
basso  per  essere  comune  ne' nostri  giardini.  Abbenchè  in 
Italia  questa  pianta  sia  chiamata  anche  col  nome  spaven- 
tevole di  albero  della  morte,  tra  noi  né  dalle  bacche ,  né 
dalle  emanazioni  di  essa  si  hanno  que'  danni  che  gli  an- 
tichi le  attribuirono.  Ad  ogni  modo  le  foglie  hanno  un'  a- 
zionc  forte  ed  anche  febbrifuga.  Sotto  questo  aspetto  si 
amministrarono  da  Brera  le  foglie  a  due  dramme  riparti- 
tamente  nella  giornata;  e  l'estratto  a  dieci  grani  per  volta. 
Ugual  fiducia  non  ottenne  questa  pianta  dal  Prof.  Car- 
minati. 

fi2u 
NOCE. 

Nucis  putamen  viride  seu  Juglandis  fructuum  Cor- 
tex  virìdis.  Farm. 

Juglans  regia.  Linnaei.  Monoscìa  Polyandria.  Vedi 
Pollini  §  1895. 

Il  mallo  g  scorza  del  frutto  del  comune  nostro  noce  con- 
tiene del  concino,  del  acido  gallico  e  perciò  ha  un  sapore 
astringente  ed  amaro.  Si  prepara  con  esso  il  decotto ,  l' e- 


vl46 

slratto  e  il  rob ,  che  usati  a  moderata  dose  valgono  a  fer- 
mare le  febbri  accessionali* 

PEPERONE, 

Piperis  hispanici  seu  indici  Fructus.  Farm. 

Capsicum  annuum*  Linnaei.  Pentandria  Monogynia* 
V.  Pollini  §  367. 

Trasportato  dalle  Indie  orientali  e  dall'  America  al- 
l' Europa ,  ora  è  comunemente  coltivato  ne'  nostri  orti.  Il 
frutto  0  la  bacca  detta  da  noi  peperone  e  pimeni  ,  powre 
d' Inde  ou  de  Guinee  da' francesi  è  pel  solito  usato  im- 
maturo e  verde  alle  nostre  tavole.  Alcuni  però  ad  oggetto 
di  condire  vivande  l'adoprano  maturo  0  rosso.  Per  fare  l'e- 
stratto si  prendono  le  bacche  verdi ,  poiché  quello  prepa- 
rato colle  rosse  sarebbe  troppo  forte.  Ess